Cinque anni di TRed

Articolo scritto per TRed.

Il 21 febbraio 2012 emetteva i suoi primi vagiti TRed. L’occasione era da subito polemica: sul Corriere della Sera era stata pubblicata una lettera di alcuni “ventenni” a favore di una riforma del lavoro che, sostanzialmente, abbassasse i diritti dei lavoratori “garantiti” e alzasse “un po’“ (cit.) quelli dei non garantiti. Alla fine, come è noto, i diritti sono stati abbassati un po’ a tutti. Una par condicio che forse avrà fatto piacere ai nostri interlocutori immaginari, molti poi transitati per segreterie politiche e ministeriali (beati loro).

Di questo blog avevamo però iniziato a parlare fra di noi da qualche mese. Nonostante la pax bersaniana regnasse apparentemente sovrana – e sembrasse destinata ad una grande vittoria nel giugno 2013 – la marea del renzismo stava montando senza trovare voci (ed argomenti) che riuscissero veramente a fargli da argine. Un blog collettivo, intitolato ad un dinosauro rosso (come i dinosauri di cartone che popolavano polemicamente le Leopolde) ci sembrò un buon punto di partenza.

Molte altre cose sono cambiate nel frattempo. Da due studentelli squattrinati siamo diventati due dottorandi squattrinati (ma solo perché facciamo la bella vita). Il “nostro” Veneto è per entrambi lontano. Il progetto politico in cui militavamo con passione è stato sonoramente sconfitto (dalla storia, prima che da Renzi). Insomma, cinque anni sono lunghi.

Fin qui la nostra piccola, residuale storia. Ma i compleanni, si sa, sono soprattutto un momento di bilancio. E allora la domanda sorge spontanea: l’intento per cui era nato questo blog è stato raggiunto?

La risposta è no. Nel momento di massimo imputridimento del renzismo (uno spavaldo morto che cammina) siamo ancora lontani non solo dalla presenza di una proposta alternativa, ma anche dall’esistenza di centri da cui tale proposta – al tempo stesso non subalterna e vincente – possa emergere. Se attorno a noi molto è cambiato, le ragioni per cui questo spazio è stato creato rimangono.

Se siamo riemersi oggi, a cinque anni giusti dalla nascita di TRed, è quindi per dirvi due cose. Primo, grazie per tutto il pesce. Secondo, noi ci siamo ancora.

E quindi, come sempre, al lavoro e alla lotta.

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Turismo “volano” di Vicenza? Ma non facciamo ridere

Commento scritto per VVox.

Vicenza è una città in decadenza. A parlare chiaro sono i dati pubblicati dall’ufficio statistico del Comune. Dal 2013 ad oggi la città del Palladio ha perso 3413 abitanti (755 solo nel 2016): è come se un intero isolato della città fosse scomparso in una manciata d’anni. A mancare, soprattutto, sono i nuovi nati: da 907 che erano nel 2013 a 797 nel 2016. La demografia, si sa, è un indice abbastanza preciso della salute di una comunità. La salute di Vicenza non è per niente buona. Certo, il problema non è limitato solamente a Vicenza. La crisi sta colpendo forte tutto il paese. La precarietà a cui sono condannati sempre più italiani impedisce di investire sul futuro proprio e delle proprie relazioni. Però il dato sorprende considerando come il territorio vicentino rimanga – nonostante tutto – una delle zone più forti economicamente d’Italia.

Perché quindi Vicenza si spopola? Le cause della decadenza vanno cercate altrove. Vanno cercate in una mancanza di prospettive della comunità. In pratica: qual è la prospettiva di crescita della città? Fate questa domanda a gran parte di “quelli che contano” e la risposta sarà sempre la stessa. Imprenditori, accademici, politici: Vicenza sostituirà le fabbriche chiuse con il turismo, con la sua bellezza. Perché, al contrario delle fabbriche, la bellezza non può essere delocalizzata per guadagnare più schei. Il turismo è stato il grido disperato dei timonieri berici, mentre la nave – già abbastanza piena di falle per la brillante (ed omertosa) gestione delle banche popolari – iniziava ad imbarcare acqua. E, in effetti, la città ha goduto di una rinascita in questo senso.

Il problema è che il turismo non basta. Vicenza, per quanto eccezionalmente bella, è strutturalmente inadeguata a reggersi solo sul turismo. È troppo piccola e – soprattutto – è circondata da numerose altre città eccezionalmente belle. E quindi la decadenza sta tutta qua: di fronte ad una situazione di crisi, le classi dirigenti della città hanno scelto un modello di sviluppo che non può funzionare. Invece di lavorare per stimolare l’imprenditorialità e la vocazione manifatturiera del territorio, hanno puntato tutto sui servizi e sul turismo. La risposta forse più facile in una fase di scarsezza di risorse pubbliche e private. Ma una risposta che non sta fermando il lento stillicidio che sta spopolando la città.

Vicenza destinata a perdere centralità economica e benessere sociale? Se le cose non cambiano, sicuramente. Purtroppo, dall’alto non arrivano grandi segnali. Fra fusioni in nome del “non ci sono alternative” e gestione efferata dei grandi nodi urbanistici (vedi il primo faraonico piano per la Tav/Tac, che prevedeva di spendere 1,7 miliardi di euro per un’opera che ne chiede meno della metà), non sembra esserci molta cognizione della gravità della situazione. La risposta a questa decadenza – se ci sarà – non potrà che venire dal basso. Da quella parte di società esclusa dagli asfittici circoli del potere politico ed economico della città. Dallo spirito di solidarietà e voglia di fare che soffia a Vicenza. Dalle tante risorse intellettuali e sociali inattive sul piano pubblico. Dai truffati dalla gang della Banca Popolare. Vicenza potrà salvarsi solo se le energie nascoste che la tengono in piedi smetteranno di “farsi governare” e riprenderanno in mano il proprio futuro.

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Vittoria del No, associazioni categoria si chiedano perché

Commento scritto per VVox.

In Veneto i No hanno vinto con il 61,9%. Una vittoria schiacciante, rafforzata da un’incredibile affluenza del 76,6% (alle ultime politiche era stata poco più alta dell’80%, per capirci). Una vittoria potente, corale, di popolo.

Una vittoria della Lega di Salvini? Sarebbe riduttivo. Non solo per lo schieramento ampio schierato sul No (leghisti e forzisti, certo, ma anche grillini e gran parte della sinistra sociale). Ma anche perché segnala chi ha veramente perso in Veneto. Non solo il Pd, nella sua giravolta rottamatrice e liberale. Ma soprattutto l’incredibile ed unanime schieramento di quei “grandi” imprenditori e di quelle burocrazie associative schierati a difesa di una riforma che era – fondamentalmente – simbolo della loro posizione di potere.

Praticamente tutte le associazioni di categoria (e la Cisl, il sindacato più rappresentativo della Regione) erano schierati con la riforma. Questo non è bastato. E in un tempo in cui numerose i richiami alla “crisi della rappresentanza” si fanno quotidiani, viene da chiedersi: e se in crisi fossero i rappresentanti? Se il problema non fossero i corpi intermedi, ma le burocrazie che li guidano?

Il Veneto si è schierato, risolutamente, contro un sistema economico e sociale percepito come lontano e truffaldino (e sulle banche popolari c’era qualcosa di più di una percezione…). Le associazioni di categoria dovrebbero iniziare a farsi qualche domanda sulla parte della barricata in cui dovrebbero stare. Prima che l’onda travolga anche loro.

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Popolo e socialismo

Contributo scritto per la Commissione Progetto di Sinistra Italiana, che sta scrivendo il documento di base del congresso fondativo di Si.

Popolo

Uno degli elementi di continuità della storia del movimento socialista è stato l’individuazione di un preciso soggetto sociale. Questa esigenza nasceva dalla necessità concreta di individuare quella fascia di popolazione che fosse più “materialmente” interessata a sostenere un cambiamento sociale radicale. L’individuazione del proletariato/classe operaia come soggetto storico portatore di cambiamento si è rivelata una scelta fondamentale nello sviluppo dell’impostazione socialista.

I confini di questo soggetto sociale si sono allargati e ristretti nel corso degli ultimi 150 anni: da termine generico per definire i subalterni (“coloro che prestano opera”), la classe operaia si è trasformata in corrispondenza allo sviluppo del fordismo nell’insieme di “persone che lavorano in fabbrica”. Il superamento della centralità fordista nel continente europeo ha indebolito questa definizione, lasciando un vuoto non sanato. I partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a definire il proprio interlocutore non più in base ad una collocazione sociale, ma secondo un’identità politica. Si è così passati dai partiti della classe operaia ai partiti della sinistra: un cambiamento logico di importanza critica nel processo di sradicamento sociale che ci troviamo oggi a fronteggiare.

Questo richiamo ha funzionato finché le società europee hanno mantenuto un alto livello di politicizzazione. Venuto meno quest’ultimo, i partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a parlare a fasce di popolazione sempre più residuali e sempre più rinchiuse all’interno del ceto medio intellettuale. La globalizzazione ha nel frattempo creato un nuovo strato sociale di esclusi (tanto dai processi decisionali quanto da quelli di ridistribuzione delle ricchezze). La capacità delle forze tradizionali della sinistra di rappresentare questa composita (e larga) parte di popolazione è stata ed è sostanzialmente nulla. Pur sedotti dalle proposte di segno antisistemico, gli esclusi sono oggi stabilmente rifugiati nell’astensione, ponendosi al di fuori della base sociale della democrazia. Creando così, fino ad un certo punto paradossalmente, un tipo particolare di sistema politico: una democrazia senza demos, senza popolo.

La (nostra) necessità storica di individuare un soggetto sociale si incrocia quindi con la mancanza di rappresentanza di un ampio stato di popolazione, certamente interessato ad un cambiamento sociale. Il nodo fondamentale è quindi quello di far corrispondere un’adeguata offerta politica a questa domanda di rappresentanza. Un’offerta politica che non può che partire dal diffuso (e motivato) senso di sfiducia popolare verso le classi dirigenti (economiche e politiche).

Scevro dei significati spregiativi assegnatogli dalle classi dirigenti (che a mala pena mascherano il loro disprezzo per tutto ciò che sa di “popolo”), il populismo rappresenta tanto una scelta del soggetto sociale quanto una strategia interpretativa/comunicativa. Una categoria utile tanto alla rinascita della sinistra quanto alla difesa della democrazia: rappresentare il popolo vuol dire reintegrarlo nella democrazia.

Essere populisti significa in questo senso assegnare al popolo un’importanza centrale tanto nella riflessione teorica quanto nell’azione politica. Vuol dire interpretarne le istanze. Vuol dire – in ultima istanza – leggere nella sua ripoliticizzazione la chiave per il rinnovamento della società.

Socialismo

Un riferimento alla (gloriosa) storia del movimento operaio non è sufficiente a definire l’identità politico-culturale di un nuovo partito. Il rischio è quello di inserirsi all’interno del filone di dismissione ideologica inaugurato dai partiti socialisti e comunisti dopo il 1989. Perdendo il fine ultimo della trasformazione sociale, questi si sono tramutati in burocrazie dai programmi minimi, con risultati ben visibili a livello europeo. Perdendo il senso del cambiamento socialista si è persa la motivazione alla militanza, al sacrificio, alla dedizione alla causa. Si è perso – ciò che è più grave – il legame fra socialismo e popolo.

Ma la scelta socialista non è solamente necessaria per una chiara definizione politico-culturale – presupposto comunque di ogni progetto politico egemonico. Il processo di veloce meccanizzazione ed automatizzazione dei processi produttivi sta aprendo nuovi scenari nell’equilibrio fra capitale e lavoro. Questo equilibrio – semplificando – si è storicamente verificato grazie al potere contrattuale dei lavoratori di bloccare la produzione. Gli avanzamenti politici e sociali delle classi popolari sono avvenuti proprio in corrispondenza dell’esercizio di questo potere contrattuale.

L’automatizzazione di settori sempre più ampi della produzione – tanto nell’industria quanto nei servizi – mette in dubbio questo fondamentale principio. L’asimmetria fra élite e popolo rischia di approfondirsi via via che – nella riproduzione del capitale – le prime potranno fare a meno del secondo. In uno scenario in cui i mezzi di produzione potranno funzionare largamente senza lavoratori, la loro proprietà assumerà un’importanza centrale.

La socializzazione ed il superamento del capitalismo tornano così all’ordine del giorno non come una richiesta nostalgica, ma come una proposta di buon senso. Non più dettata da una questione di deferenza alla storia o di predilezione personale, la scelta socialista diventa obbligata per chiunque voglia continuare a perseguire una politica di emancipazione popolare.

L’automatizzazione, che nell’attuale schema capitalista costituisce dunque un pericolo, può d’altro canto rappresentare un’importante occasione se sviluppata in un contesto socialista. In una società socialista, lo sviluppo dell’automatizzazione potrà rappresentare la via per emancipare l’umanità dal lavoro. Il lavoro non scelto liberamente, ripetitivo e logorante rimane uno dei più grandi ostacoli alla realizzazione degli individui. L’automatizzazione può essere un potente mezzo per liberare l’umanità da questo fardello, permettendo a ciascuno di scegliere in che modo concorrere al progresso della propria comunità e della società.

La scelta socialista, quindi, si farà progressivamente più impellente. Una scelta da non confondere con una professione di fede. Porre il socialismo come obiettivo strategico non significa cioè chiudere l’attività politica nei confini socialmente infimi della battaglia ideologica. Al contrario, il socialismo deve rappresentare la direzione ultima di un movimento popolare che parta dalle esigenze della gente comune, innestandole in una visione più ampia. Con il fine (storico) di far riabbracciare popolo e socialismo.

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Così il No perde

Articolo scritto per TRed.

Nelle ultime settimane una sensazione positiva si è diffusa nel fronte del No al referendum costituzionale. L’impegno parallelo del M5S, della sinistra sociale, di Forza Italia e della Lega Nord contro la riforma invita ad una rassicurante operazione aritmetica: tutta l’opinione pubblica non-renziana è contro, e l’opinione pubblica non-renziana costituisce la larga maggioranza del paese.

Su questo non c’è dubbio. Il Governo gode di un consenso sempre più socialmente limitato a quelle categorie che – bene o male – si stanno salvando dalle conseguenze più pesanti della crisi economica (e che corrispondono in parte al “blocco storico” del Pds-Ds-Pd, con ampi allargamenti al centro). Anche la campagna strumentalmente antipolitica del Pd sta raggiungendo il limite massimo del consenso possibile: condotta dalla forza politica più “sistemica” del paese, serve più a motivare l’elettorato renziano che a conquistare nuovi settori della società.

Il problema è che mentre il Sì sta riuscendo a mobilitare il proprio elettorato potenziale, il No non lo sta facendo. Ed è naturale, in parte: il dissenso verso il Governo si concentra proprio in quei settori della società che più sono portati all’astensione. Ma alla base di questo insuccesso c’è anche l’impostazione generale della campagna del No.

Mirando a mostrare le ineleganze tecniche della riforma e le sue (presunte) naturali conseguenze autoritarie, il No rinuncia di fatto a parlare al suo elettorato naturale per rifugiarsi nel rassicurante steccato dei (sempre meno) politicizzati. Il problema è che gli elettori più naturalmente orientati verso il No non sono interessati né alle finezze dei giuristi né – ahinoi – al destino della democrazia. Sono (o meglio: sarebbero) piuttosto interessati a dare un colpo di coda all’oligarchia europea e italiana che si fa schermo dietro il governo Renzi. A mostrare, per essere più chiari, che ne hanno abbastanza di un sistema politico che non li rappresenta più.

Il risultato del referendum dipenderà soprattutto dalla capacità di mobilitazione dei rispettivi campi. Con un’alta astensione, vincerà chi riuscirà a portare più elettori a votare. Il No in questo momento sta facendo di tutto per non mobilitare i “suoi”. Con il prevedibile risultato che il 4 dicembre vincerà una parte minoritaria del paese, scavando un solco ancora più pericolosamente profondo fra paese legale e paese reale.

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Il fallimento dell’Europa senza popoli

Articolo scritto per TRed.

A chi pensava che la Brexit avrebbe provocato uno shock positivo nel dibattito sull’integrazione europea, queste settimane stanno lasciando l’amaro in bocca. A parte i pruriti antidemocratici degli amici liberali, la risposta dei “federalisti” si è limitata a proposte di nuove politiche (maggiore impegno sui diritti sociali, investimenti pubblici, etc.), che hanno tenuto ben a distanza il vero nocciolo politico del voto inglese: il come e il perché questa unità europea stia fallendo1.

Eppure questo voto dimostra abbastanza chiaramente che la narrativa dell’Unione Europea come strumento di pace2 non è più sufficiente ad assicurargli il consenso dei popoli europei. Tanto meno la barzelletta cosmopolita della generazione Erasmus3 riesce ad attecchire al di fuori di quei sempre più ristretti ceti medi che stanno effettivamente riuscendo a sopravvivere alla globalizzazione: non una gran base sociale, alla prova dei fatti.

I “federalisti” hanno così evitato di parlare della cosa più importante: come convincere i popoli che il progetto europeo sia una cosa utile a loro e non solo ai burocrati e alla finanza. Perché non è il “crescente nazionalismo” il problema: il problema è com’è stata fatta questa Unione Europea. Senza uno straccio di coinvolgimento popolare, calandola dall’alto, pensando che la sua utilità si autodimostrasse. Una sovrastruttura in cui il potere è in mano ad un ambiguo miscuglio di tecnocrati e politici in prepensionamento, mentre il Parlamento eletto conta poco o niente ed enormi trattati commerciali vengono discussi nel più ristretto segreto.

Un’Unione Europea basata su un’utopia che solo un gruppo politico autoreferenziale come pochi avrebbe potuto elaborare: quella di poter costruire un’identità europea in competizione con quelle nazionali. E così oggi, dopo centinaia di miliardi spesi per costruire un’identità nazionale fra gente che parla 35 lingue diverse, ci troviamo con Marine Le Pen alle soglie dell’Eliseo.

Insomma: non un gran successo, quest’Unione Europea costruita da delle élite convinte di poter fare a meno dei popoli.


1. Un atteggiamento speculare a quello delle élite liberali europee, che stanno premendo su un atteggiamento di “lacrime e sangue” contro il Regno Unito per evitare che si mettano in discussione i fondamentali dell’integrazione.

2. Che poi, tipo, in Ucraina non è che sia andata benissimo.

3. Gioia dell’Europa, i miliardi di tasse dei lavoratori spesi per mantenere studenti fuori corso a bere e drogarsi. [Chi scrive c’è stato in Erasmus: non è sicuramente solo così, però ‘sta cosa che gli Erasmus siano in sol dell’Avvenire è lontana anni luce dalla realtà].

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Per una nuova storia dal basso

Articolo scritto per Pandora.

In occasione della prima traduzione francese di Customs in common1 sulle «Annales» è comparso un saggio di Simona Cerutti dal significativo titolo di «Who is below?» («chi è il basso?», con riferimento alla formula thompsoniana dell’history from below, la storia dal basso)2. L’analisi – che verte sulle parole chiave del grande storico inglese – cerca di attualizzare la proposta storiografica di Thompson, il quale – come è noto – evitò durante tutta la sua attività di dare definizioni precise o sistematizzazioni dei suoi concetti base. Da questa traccia emergono spunti, nonché vere e proprie scoperte: fra queste l’inspiegabile (a detta della stessa autrice, coinvolta all’epoca nel processo di traduzione) resa italiana di below con classi popolari3.

L’analisi di Cerutti si snoda lungo i concetti più importanti dello storico inglese, mettendoli in tensione con studi più recenti prevalentemente incentrati sull’età moderna: economia morale, plebe, esperienza, agency/azione vengono così sottoposti ai colpi di una serratissima validazione. Non è questa la sede per sintetizzare integralmente le tesi della storica torinese – e forse una traduzione italiana (ed inglese) di questo importante saggio potrebbe avere una grande utilità. Nondimeno daremo brevemente conto delle sue conclusioni.

La proposta dell’autrice è sostanzialmente quella di affrancare la « storia dal basso » dal suo legame primigenio con la cultura popolare. Cerutti nota infatti come alla prova dei fatti sia praticamente impossibile stabilire una linea di confine fra cultura popolare e cultura delle élite, soprattutto in quelle società moderne in cui erano le azioni a definire i gruppi sociali e non viceversa. L’economia morale diviene quindi una visione politica che – pur storicamente individuabile – non può essere attribuita ad uno specifico gruppo sociale. Essa è “attivata” da attori diversi, che si possono trovare in un momento in una posizione di consumatori e in un altro in una posizione di venditori. La storia dal basso – emancipata così da gruppi sociali che appaiono più come una proiezione anacronistica che come una realtà – diventa la storia delle culture alternative, di quegli istituti e di quelle concezioni sconfitte nel processo storico. L’alterità di tali culture non è quindi correlata ad una particolare posizione sociale, quanto piuttosto ad una tappa nella loro delegittimazione.

Simona Cerutti esemplifica rimandando ai suoi studi sulla competizione di due diversi sistemi giuridici (giustizia statale e giustizia sommaria) nel Piemonte del XVII secolo: nonostante ad una prima analisi la giustizia sommaria (effettivamente “sconfitta” nei primi del Settecento) potesse essere interpretata come un’espressione di una cultura popolare in competizione con una forma giuridica legata alle élite, un maggiore approfondimento ha rivelato come entrambe le forme presentassero caratteri sociali misti – e che la pretesa di “popolarità”, così come in altri casi, fosse stata attribuita più in funzione della sua sconfitta che di un’effettiva realtà. La storia dal basso dovrebbe quindi “riconvertirsi” ad uno studio di queste culture alternative e sconfitte, spesso dimenticate a causa della loro disfatta.

Come è evidente il saggio di Simona Cerutti non si limita quindi ad una semplice verifica della validità delle categorie interpretative di Thompson, ma procede alla definizione di un nuovo oggetto di studio. La solidità delle argomentazioni sulle aporie dei concetti chiave thompsoniani serve così a porre le basi di una proposta storiografica che si distingue in modo notevole dall’impostazione dello storico inglese. Non è certo intenzione di chi scrive aprire una critica filologica basata sugli scritti di Thompson. La particolare struttura del procedere dello storico inglese renderebbe poi alquanto complesso ogni operazione di questo tipo: anche ci fosse l’intento di difendere un’ortodossia, sarebbe alquanto problematico riuscire a distillarne una dall’autore di Povertà della teoria. La prospettiva che traccia la storica torinese è poi – oltre che legittima – particolarmente interessante. Quello che vorrei invece qui abbozzare è la possibilità di un rilancio di una storia dal basso che tenga conto delle critiche espresse dalla professoressa Cerutti.

Per fare questo è però necessario affrontare la principale critica che viene posta alla visione “tradizionale” della history from below: l’impossibilità di collocare in modo preciso la cultura popolare. Sotto ogni punto di vista non è possibile tracciare frontiere fisse e stagne fra le diverse componenti di una società. Ma questo significa forse che sia impossibile individuare componenti sociali diverse all’interno di una medesima società? Nel caso di una risposta positiva si correrebbe certo il concreto rischio di annegare la realtà all’interno di strutture discorsive appiananti. Un’operazione sofisticata, ma controfattuale: il nesso fra esperienze-culture-azioni verrebbe così messo in discussione negando quasi completamente l’importanza del fattore esperienza, che tracciava (e traccia) in modo sostanziale le differenti traiettorie di vita dei diversi individui. Questa sostanziale differenziazione – che ha parte importante nelle condizioni materiali (e, perché no, culturali) degli singoli – non determina certo in modo meccanico culture comuni o di classe. Come certamente la posizione sociale non è per forza predominante nella creazione di identità. Ciò non significa però che gli individui storici non risentano delle loro esperienze nella formazione della loro coscienza. Al contrario, esse tracciano concretamente il campo di possibilità all’interno del quale ogni individuo pensa ed agisce. Negare questo fondamentale assunto significherebbe allontanarsi dal nostro oggetto di studio, la società umana composta da individui storicamente collocati, per avvicinarsi a concezioni intellettualistiche tanto delle collettività quanto dei singoli.

Come individuare quindi queste componenti sociali senza cadere nella trappola dell’anacronismo? È questa la sfida più impegnativa di chiunque voglia intraprendere uno studio di una storia dal basso. Come Thompson ebbe ad affermare, le componenti sociali sono oggetti variabili, dialettici e storici. Non è possibile individuarne con certezza i confini, così come non è possibile attribuirgli caratteristiche stabili nella storia. Esistono nel movimento della storia e in quanto tali il loro valore interpretativo varia in base alla loro aderenza alla realtà storica. Gli individui, quindi, non sono mai interamente riconducibili ad esse. Lo studioso in questo senso deve sviluppare una capacità interpretativa che filtri le proprie inevitabili concezioni con quelle effettivamente rintracciabili dalle fonti storiche. L’eterna questione dell’esistenza delle classi in assenza di una coscienza sociale non può che essere risolta in questo senso: non si tratta né di individuare presunte costruzioni sociali “oggettive” né di limitarsi a leggere le realtà del passato con gli occhi di chi le ha vissute. Partendo dall’esistenza di differenti esperienze di vita è possibile quindi l’individuazione di componenti sociali diverse, intese però come campi di possibilità e di relazioni più che come corpi organici.

All’interno di questa concezione è possibile individuare un basso? È cioè definibile in modo stabile l’esistenza di una componente popolare nelle società umane? Come visto, Cerutti risponde a questa ipotesi in modo negativo, sottolineando il sostanziale interclassismo delle istituzioni e delle culture umane. Certamente sarebbe scorretto ipotizzare l’esistenza di una componente “popolare” stabile, dalle caratteristiche e dai confini immutabili (o comunque comuni nel corso del tempo). Eppure questo non toglie alla categoria di popolare una certa validità storiografica, se correttamente utilizzata. La nostra tesi è che “popolarità” di un individuo, di un gruppo sociale o di un’istituzione si possa definire in base alla sua collocazione rispetto alla distribuzione del potere e della ricchezza all’interno di una società. In questo senso “popolare” viene a corrispondere in larga parte alla categoria di below: inevitabilmente in relazione ad un “alto”, quello delle classi dirigenti. Ma così come le classi dirigenti sono plurali, quelle popolari non possono essere ridotte ad un singolare – magari deterministicamente ribelle e subalterno. In questo senso rimane aperto il problema della cultura popolare. Parlarne in termini unitari appare infatti come sviante rispetto alla complessità del reale. Si possono certo individuare mentalità, istituti, azioni tipicamente popolari – ma ascriverli ad un’unica cultura “popolare” unitaria non fa che ridurne la portata, isolandoli dal resto della società e dalla parte di classi popolari che non li condividevano in parte o del tutto. All’interno di ogni cultura popolare – anche localizzata in un dato e limitato territorio – sono storicamente convissuti istituti, pratiche, concezioni anche in contrasto fra loro: nessuno di essi può essere considerato più popolare degli altri.

La riflessione di Simona Cerutti apre quindi importanti spazi di riflessione sul rinnovamento della « storia dal basso » e sui limiti che ne impediscono uno sviluppo ulteriore. La sua eclissi nel corso degli ultimi decenni si è accompagnata a fenomeni di ridefinizione intellettuale profondamente collegati al mutare della situazione politica nelle società occidentali. Il fruttuoso affermarsi della storia globale ha così spesso coperto il ritorno di visioni del procedere storico profondamente legate ad un’impostazione elitista ed economicista.

Riproporsi oggi il problema di una storia dal basso significa quindi non solo portare avanti una riflessione storiografica, ma anche interrogarsi sul valore politico più complessivo che la nostra disciplina ha assunto negli ultimi decenni. Ridare voce agli esclusi, ai marginali, ai subalterni del passato può così avere una funzione non solamente di rivitalizzazione e pluralizzazione della storiografia occidentale, ma anche di collegamento fra la produzione storica e la realtà quotidiana delle classi popolari di oggi.


1 E.P. Thompson, Customs in common, Merlin Press, 1991. I saggi raccolti in questo volume corrispondono in parte rilevante con la precedente raccolta italiana Società patrizia, cultura plebea. Otto saggi di antropologia storica sull’Inghilterra del Settecento, Torino, Einaudi, 1981.

2 Simona Cerutti, Who is below? E. P. Thompson, historien des sociétés modernes: une relecture, «Annales. Histoire, Sciences Sociales», 2015/4, pp. 931-954.

3 Secondo Cerutti, Thompson associava a below più crowd (folla) e plebs (plebe) che working classes (classi lavoratrici/operaie) e people (popolo).

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