Il voto clientelare non è integrazione

Articolo scritto per TRed.

Le polemiche sul voto “cinese” alle primarie di Milano andranno sicuramente a spegnersi nel giro di qualche ora, così come tutte le polemiche legate alla contingenza. Ma le reazioni alle accuse (spesso sopra le righe) del M5S da parte degli esponenti del Pd dimostrano una concezione piuttosto interessante di come venga concepita l’integrazione dei cittadini stranieri nella democrazia italiana.

A Milano si è verificato un fenomeno che sui famosi “territori” si ripete da anni ad ogni elezione primaria, senza destare grosse polemiche. Un notabile del Pd si accorda con il capo comunità locale di una particolare nazionalità (in questo caso i cinesi) che – in cambio di promesse o anche solo di un rapporto preferenziale – spinge i suoi connazionali ad andare in massa al voto.

I dirigenti del Pd considerano questo meccanismo una dinamica di “integrazione”. E lo è certamente. Ma di chi? Non certo degli stranieri che hanno effettivamente votato, coinvolti solo in forza di una logica clientelare di cui sono spesso le prime vittime (per esempio nel campo del lavoro sfruttato) e completamente all’oscuro del significato politico del proprio voto. Sostanzialmente, non cittadini ma massa da movimentare.

Se si può parlare di un’integrazione, lo si può forse  fare rispetto ai capi comunità (in questo caso del signor Francesco Wu, rappresentante degli imprenditori cinesi di Milano). Ma – anche in questo caso – bisogna ben intendersi di quale integrazione si stia parlando. Non un’integrazione democratica, ma un’integrazione clientelare – d’altro canto perfettamente adatta alla nuova repubblica notabilare sottointesa nel progetto del Partito della Nazione.

Si può essere d’accordo o meno con questo tipo di integrazione. Ma non illudersi (o cercare di illudere nessuno) che quelle centinaia di cinesi che hanno votato ieri a Milano siano il segno di un rafforzamento della democrazia italiana. Perché un’integrazione vera è possibile, ma non passa tramite i capi comunità ed il voto pilotato. E’ possibile – e sta già avvenendo – tramite le lotte per il miglioramento della propria condizione di vita, tramite l’inclusione nelle strutture della società civile. Tramite, insomma, la partecipazione attiva alla vita politica e sociale del nostro paese – di cui il voto informato non è che la conseguenza più naturale.

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P.S. questo non significa che tutto il voto straniero sia sempre frutto di logiche clientelari. D’altro canto, un ragionamento analogo può essere tracciato per le masse di votanti italiani che si recano alle urne seguendo logiche analoghe.

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A cosa serve vincere un Comune

Articolo scritto per TRed.

La varie anime della sinistra italiana (parlamentare, extraparlamentare, cisgoverntiva, infragovernativa) si preparano alla tornata delle amministrative di quest’anno lambiccandosi fra strategie elettorali e rinnovato ulivismo. Certo, con una legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialista (mortacci sua) non potrebbe essere altrimenti. Ma in questo dibattito si perde qualcosa, e qualcosa di abbastanza centrale: a cosa serve vincere delle elezioni comunali.

La Terza Via all’italiana ha cambiato in modo fondamentale il modo con cui la sinistra si è posta di fronte alla politica municipale. L’esperienza delle “amministrazioni rosse” tanto nel primo Novecento quanto nel secondo Dopoguerra aveva svolto un ruolo fondamentale nel consolidare le conquiste del movimento dei lavoratori. I comuni amministrati dai socialisti e dai comunisti erano la dimostrazione evidente di come delle forze popolari potessero amministrare il potere senza il supporto delle classi dirigenti locali (e – spesso – contro le stesse classi dirigenti locali). Una dimostrazione di autonomia popolare e di autogoverno che strideva non poco con la retorica del “popolo infante” da sempre tipica di liberali e tecnocrati.

Amministrare un comune da sinistra voleva dire proprio questo: dare potere alla gente comune, usarlo per migliorarne le condizioni di vita e per difenderne gli interessi materiali e politici. I consigli comunali (anche delle grandi città) prima e dopo il fascismo erano pieni di operai, artigiani e impiegati anche per questo: a livello locale c’erano delle forze che li rappresentavano e coinvolgevano. La differenza fra una giunta di sinistra e una di destra era quindi ben chiara: il Comune rosso diventava uno strumento di difesa e partecipazione politica dalle gente comune.

Oggi, le forze che si riconducono alla sinistra si dividono in due grandi filoni rispetto al potere comunale. Una parte importante ritiene che la differenza fra destra e sinistra a livello comunale stia nel “buon governo”. I buongovernisti basano la propria visione su due postulati: primo, la sinistra sarebbe più tecnicamente abile (e meno naturalmente corrotta) della destra; secondo, (e qua cito) “a livello locale le differenze politiche non contano”1. Per i buongovernisti le elezioni comunali si limiterebbero insomma ad una questione essenzialmente tecnica.

C’è poi una seconda tendenza, che assegna un ruolo sì politico alla conquista dell’istituzione comunale – ma limitandolo alla difesa dei diritti civili. I civilisti si indignano di fronte alla polemiche xenofobe e omofobe delle giunte di centrodestra. Non solo: ne fanno il motivo ultimo della propria identità politica municipale, quello che li divide dalla destra. Così facendo si chiudono in una dimensione moralistica della politica. Dimensione che certo convince i coinvolti nelle polemiche (comunità minoritarie, per quanto considerevoli) e gli amici del ceto medio progressivo, ma che poco dice a gran parte della popolazione.

Insomma: la sinistra italiana quando parla di politiche municipali parla o con una prospettiva tecnica o con una prospettiva moralistica. La fortuna è stata che la destra si è per anni limitata a fare più o meno la stessa cosa. Le elezioni comunali si sono così spoliticizzate. E con loro l’opinione pubblica locale. L’entrata irruenta della questione profughi (come anche il lento ma costante risorgere del conservatorismo cattolico) ha però cambiato velocemente la situazione. E ora la sinistra si trova a usare argomenti tendenzialmente apolitici di fronte ad una destra che usa argomenti popolari. La battaglia politica si è fatta quindi asimmetrica, e questo non aiuta certo a vincere le elezioni2.

Ecco perché questo 2016 può essere per le sinistre (parlamentari, extraparlamentari, cisgovernative, infragovernative) un anno importante per riflettere su cosa voglia dire conquistare un Comune. Ricordandosi che il motivo per cui è nata è stato proprio quello di incanalare le esigenze, i bisogni e l’autonomia delle classi popolari.

Anche a costo di perdere qualche invito a cena nei salotti buoni o di far storcere il naso a qualche professore di liceo con la passione dei diritti civili.

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  1. Questo argomento ha permesso un sempre maggiore spostamento di potere verso le figure dei sindaci, a scapito dei partiti. Perché le liste civiche – a meno di non rappresentare un’organizzazione politica autonoma – si limitano in gran parte ad essere liste di fedelissimi del Sindaco in carica, a cui sono legati da rapporti di potere o fedeltà.
  2. Qualche segnale in controtendenza sta arrivando soprattutto da Milano e Roma, dove qualche candidato ha ricominciato a parlare di periferie. Che sia per l’influenza delle vittorie delle coalizioni popolari di Madrid e Barcellona, o che sia perché ormai la questione della diseguaglianza non può più essere tenuta fuori dalla porta poco cambia: è comunque una discontinuità profonda rispetto agli ultimi due decenni di vita municipale.

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Il vicolo cieco del vecchio schema tra ulivisti e identitari

Articolo scritto con Tommaso Nencioni per il manifesto.

Nell’analisi dei ripetuti passi indietro compiuti dalla sinistra del nostro Paese, non si possono certo trascurare le responsabilità di gruppi dirigenti provenienti da una stagione non solo archiviata, ma annegata in un vasto mare di sconfitte l’una all’altra concatenate. In questo contesto viene da chiedersi che senso abbia anche solo ipotizzare la riproposizione idealizzata di un centro-sinistra in salsa ulivista, come se il quadrilatero delimitato da privatizzazioni, guerre umanitarie, destrutturazione del lavoro e infeudamento della sovranità democratica non rappresentasse un consuntivo sufficiente a dichiararne il fallimento. All’interno di quel recinto — sarebbe ormai l’ora di prenderne atto — non solo si è consumato il lento sacrificio della sinistra storica sull’altare della governabilità, ma il Paese intero ha iniziato a subire un’asfissia della quale ora paghiamo intero il conto, al di là dalla retorica del “governo dei migliori” che ha accompagnato per un ventennio quell’esperimento.

Dall’altro lato, l’arroccamento neo-identitario mostra ormai da tempo la corda, nell’impossibilità di riproporre o solo di gestire un blocco storico reduce da trent’anni di sconfitte, ed assottigliato fino all’afasia e l’invisibilità da errori tattici e cambiamenti epocali nelle strutture sociali e nel senso comune.

A ben vedere entrambi questi atteggiamenti — quello della riproposizione, spesso strumentalmente rivolta alla autopreservazione del ceto politico, dello schema ulivista, così come quello della centralità identitaria — si rivelano profondamente inattuali in una società in cui sempre minore impatto hanno sulla vita degli individui e dei lavoratori gli schemi di politicizzazione tipici dei “trenta gloriosi” post-Seconda Guerra Mondiale. I due secoli inaugurati dalla presa della Bastiglia e chiusi dalla caduta del Muro sono stati contraddistinti dall’inedito incontro tra masse e politica. Le esigenze dall’alto di costruzione dello Stato-nazione sono state innervate nelle spinte dal basso della lotta di classe e del socialismo, una miscela formidabile e dagli esiti non scontati. Ma, in assenza di una netta inversione di tendenza, questi due secoli sono destinati a risolversi in una parentesi, di fronte a quella ricaduta nella pre-modernità che largamente ci si prospetta, con la cura dei poveri affidata alle chiese di religioni in conflitto e i progetti di cambiamento appannaggio di isolati e dileggiati utopisti sociali.

Né a rinsaldare il circolo virtuoso può essere invocata – pure questa è la lezione degli ultimi anni – la funzione catartica della “società civile”. L’autonomia del sociale, senza l’egemonia del politico è facile preda dei disegni di disarticolazione innescati dai centri del potere delle élite mercatiste.

Di fronte a questa realtà, la sinistra è afona. Non solo: nella sua confusione, è pure cieca. Non avendo elaborato fino in fondo il lutto della società ad alta politicizzazione (a cui era corrisposto il suo apogeo negli anni ‘70), essa si limita a frammentarsi e ricomporsi su progetti politici che si scontrano con la propria inattualità. Ed è invece proprio dalle sfide del tempo presente che può sorgere una cultura politica unitaria che sia la degna erede del movimento operaio e del multiforme pensiero socialista. Nel tempo della depoliticizzazione di massa, l’unità tanto rincorsa della sinistra non può che scaturire dalla convergenza verso l’obiettivo di ri-politicizzare il popolo: di ridargli un’identità, un’organizzazione, un’autonomia rispetto alle classi dirigenti e alla loro pervasiva ideologia.

La sinistra per come noi la conosciamo trasse la propria origine dalla creazione di spazi (ideologici e fisici) popolari ed alternativi a quelli delle classi dirigenti. Grazie a questo particolare fenomeno già a partire dal Settecento entrò in crisi la società “ad una classe”: in cui cioè i ceti popolari erano talmente subalterni all’ideologia patrizia da esprimere la propria politicità solamente secondo i moduli del paternalismo delle classi dominanti. Le rivolte e le azioni politiche popolari si limitavano quindi a difendere gli spazi concessi dall’alto, senza avanzare proposte e rivendicazioni positive.

In quel tipo di società, «l’insubordinazione dei poveri era un inconveniente, non una minaccia» (E. P. Thompson). Parole che risuonano terribilmente attuali, soprattutto se affiancate ai moti che nell’ultimo decennio hanno infiammato le periferie delle metropoli inglesi e francesi — storicamente anticipatrici delle tendenze continentali. In quelle stesse periferie è oggi massimo il livello di astensione, così come massima è l’incapacità di raccogliere consenso della sinistra politica.

Quell’autonomia dei ceti popolari sviluppatasi negli ultimi due secoli va oggi esaurendosi e restringendosi drammaticamente. L’insoddisfazione verso lo stato delle cose e l’organizzazione sociale viene espressa sempre più nelle forme dell’arrangiarsi apolitico e dello scoppio di rabbia impulsivo e inconcludente. In una società nuovamente “ad una classe”, dove i ceti popolari sono sempre più integrati nell’ideologia delle classi dominanti, il rischio è di limitarsi ad un ruolo di testimonianza moralistica — che poco ha a che fare con i bisogni e le prospettive popolari. Se un’unità può essere trovata, essa non può che fondarsi sulla risposta a questo inedito fenomeno di depoliticizzazione di massa, che mina le stesse radici storiche della sinistra politica.

Senza dei ceti popolari coscienti della propria posizione sociale e politica, non può esistere una sinistra. Allora eccola la premessa da cui ripartire, su cui ritrovare l’unità delle forze intellettuali e sociali che all’ideologia neoliberale imperante non si vogliono piegare: ridare ai ceti popolari identità ed autonomia di fronte a delle classi dirigenti sempre più avide di ricchezza e di potere. In una formula: ricostruire il popolo per ricostruire la sinistra.

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Quando la leva funzionava come in Hunger Games

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Ogni anno – in occasione degli Hunger Games – ogni distretto di Panem riuniva nella propria piazza tutti i giovani fra i 12 e i 18 anni per la selezione dei “tributi” da mandare a Capitol. Si tratta della Mietitura, che tanto nei film quanto nei libri costituisce il vero motore drammatico dell’azione. Un inviato del governo procedeva a pescare due schede (una per un ragazzo e una per una ragazza) di fronte ai possibili tributi. Gli estratti venivano presi in consegna e mandati agli Hunger Games.

Nel 1806 le autorità del Regno d’Italia (uno stato fantoccio dell’Impero napoleonico che comprendeva Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) decisero di cambiare il modo di selezione dei coscritti per l’esercito, che prima avveniva meccanicamente per data di nascita. Ogni anno – verso gennaio – riunivano presso le municipalità (gli attuali comuni) tutti i possibili coscritti fra i 20 ed i 25 anni alla presenza delle autorità civili e religiose del paese (verrà poi precisato che questi dovevano vestire “l’alta uniforme”). Da un’urna si estraevano tante schede quanti coscritti lo Stato chiedeva alla singola municipalità: i fortunati si aggiudicavano 4 anni di servizio militare lontani da casa, con l’eventualità non troppo lontana di finire sul fronte ad accrescere la gloria imperiale. Come in Hunger Games (dove Katniss si offre volontaria per salvare la sorella) c’era la possibilità di trovarsi un sostituto.

Al contrario di Hunger Games però, i coscritti avevano tutta la possibilità di darsi alla macchia nel viaggio che li separava dalla caserma a cui erano assegnati. Opportunità a cui fecero ricorso decine di migliaia di giovani che poca voglia avevano di farsi sequestrare da uno stato straniero ai propri interessi e alle propria comunità.

Fonte: Franco Della Peruta, Esercito e società nell’Italia napoleonica. Dalla Cisalpina al Regno d’Italia, Milano, Franco Angeli, 1988.

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Ridimensionando le elezioni francesi

Articolo scritto per TRed.

Il dibattito pubblico italiano è scandito da incredibili e inaspettati eventi politici esteri, che ci piombano addosso con la stessa casualità apparente delle calamità naturali. Da essi i nostri commentatori e giornalisti – che spesso di politica estera sanno poco più di niente – sono soliti trarre illuminate e incontrovertibili conclusioni non solo sulla nostra politica interna, ma anche su quella di tutto il continente – fino ad spingersi spesso a discettare sulla natura dell’Occidente stesso e dei suoi valori (sempre inevitabilmente a rischio).

E’ un po’ così che il voto delle regionali francesi si è trasformato in un voto dalla portata simbolica enorme1, che ha ridisegnato l’immagine della politica francese presente nella mente degli italiani. Il problema è – come sempre – che le cose sono un po’ più complesse delle ricostruzioni allarmate di questi giorni. Alcuni aspetti del voto francese sono passati in secondo piano – se non sono stati del tutto ignorati – non incastrandosi perfettamente nella retorica della Francia ormai in preda ad una forma di populismo antieuropeo e xenofobo ormai egemone2. Cerchiamo di elencarli.

1. Il Front National aveva già vinto un’altra competizione elettorale nazionale quest’anno, le dipartimentali di marzo (corrispondenti alle nostre provinciali). In quel contesto il partito di Marine Le Pen aveva ottenuto il 25,2% dei voti al primo turno, non conquistando la qualifica di primo partito solamente perché l’Ump di Sarkozy (oggi Les Républicanes) si era presentato con delle liste che comprendevano formazioni minori. Il risultato di queste regionali – ampiamente prevedibile (e largamente previsto) – non ha che confermato una situazione già consolidata mesi fa. Nessuna novità sorprendente, insomma.

2. Il risultato deve essere rivisto alla luce dell’effettiva partecipazione popolare a questa tornata elettorale. Domenica, si è recato alle urne il 49,9% degli aventi diritto. Il Front National ha ottenuto il 27,7% dei voti espressi. Questi equivalgono a circa il 13,8% del totale degli aventi diritto. Insomma, a votare Le Pen è stato poco più di un elettore su dieci. Le considerazioni sull’egemonia che il partito di estrema destra eserciterebbe sulla società francese vanno considerate alla luce di questo dato: esagerazioni.

3. Nonostante sia certamente vero che il partito della Le Pen intercetti parte importante del voto di quel nuovo “quarto stato” escluso dalla globalizzazione capitalista (definizione calzante di Flavia Perina, che sulla politica estera recupera quell’equilibrio che smarrisce sistematicamente quando tratta di questioni italiane) è altrettanto vero che questo “quarto stato” ha largamente disertato le urne, come d’altro canto la maggioranza dei francesi. Ci sentiamo quindi di rassicurare tutti: i francesi non sono ancora diventati un popolo di xenofobi, razzisti e cripto-fascisti. I ceti popolari – largamente meticci – più che votare Fn, votano astensione.

4. Un ultimo dato emerge dalla lettura dei risultati elettorali: la posizione del Fn sarebbe piuttosto innocua all’interno di un sistema elettorale in cui la rappresentanza avesse la priorità sulla presunta “governabilità”. Domenica la sinistra “plurale” ha raccolto il 35% dei voti, la destra conservatrice il 31%, mentre il Fn si è fermato al 27%. Il problema sta quindi nel sistema elettorale francese a doppio turno, che prevede un premio di maggioranza implicito spaventoso: il Partito Socialista – per capirci – esprime quasi il 50% dei seggi dell’Assemblea Nazionale grazie al 29% dei voti alle elezioni politiche (più o meno lo stesso livello di consenso attuale del Fn). Un sistema ideato per rafforzare il “centro” dello schieramento politico, che ora però rischia di ritorcersi contro i suoi stessi ideatori. Una lezione, questa, che non sembra toccare gli ideatori del nuovo sistema elettorale italiano a doppio turno, che non solo si basa sulla medesima logica di quello francese, ma la potenzia attribuendo il premio di maggioranza a livello nazionale invece che a livello di collegio.

Il voto francese dovrebbe far certamente riflettere. Il pericolo dell’affermazione di un partito di estrema destra (per quanto largamente “normalizzato”) deve sempre mettere in allarme. Ma proprio per questo bisogna evitare generalizzazioni e schematismi che più che spiegare la realtà, la distorcono fino a renderla irriconoscibile. La democrazia europea sta affrontando una sfida di legittimazione – certo – e le proposte liberali in campo (di destra e di sinistra) non sono chiaramente all’altezza. Ma sopravvalutare un pericolo – così come un avversario – è pericoloso tanto quanto sottovalutarlo.

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1. Questo è certamente anche un riverbero della reazione della politica “ufficiale” francese (in particolare quella progressista), completamente stordita da questi risultati.

2. L’utilizzo del concetto di egemonia sul Front National è piuttosto equivoco. In primo luogo – come vedremo – perché l’influenza che esercita il partito della Le Pen sulla società francese è ancora largamente minoritaria; in secondo luogo perché snatura il concetto di egemonia così come elaborato da Gramsci: non una prevalenza di un partito su un altro, ma il dominio (prima di tutto ideologico) di una classe su un’altra. Quello che invece è evidente è come questi “al lupo, al lupo” abbiano una fondamentale funzione di compattare l’elettorato verso i partiti di “sistema”, non solo in Francia, ma in tutta Europa: in questo caso svolgendo sì una funzione egemonica.

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Il soggetto sociale nella società depoliticizzata: fra popolo e classe

Testo della mia relazione al seminario Popolo, organizzazione, cultura politica. Per rinnovare la sinistra (Roma, 6 novembre 2015) organizzato dalla rivista Pandora.

In una collettanea pubblicata nel 1981 sotto il titolo di Società patrizia, cultura plebea, lo storico E.P. Thompson descrisse i caratteri fondamentali della cultura politica dei ceti popolari inglesi del Settecento. Questi – secondo lo storico britannico – erano immersi all’interno della cultura egemonica delle classi dirigenti del tempo: non vedevano i caratteri del proprio sfruttamento, non riuscivano a ragionare in termini strategici e si limitavano a difendere gli istituti paternalistici che mitigavano la loro misera condizione.

In questo scenario la loro lotta politica si limitava a scoppi improvvisi e inconcludenti, in cui ad assumere un ruolo di primo piano non era il conflitto fra proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori, ma quello fra consumatori e intermediari. Ad essere presi d’assalto – insomma – non erano i castelli dei signori feudali, quanto piuttosto i carri degli esattori delle tasse e le case dei venditori di grani. Per le classi dirigenti del tempo – dice Thompson – «l’insubordinazione dei poveri era un inconveniente; non una minaccia». La società era quindi composta di fatto da un’unica classe cosciente di se stessa (il patriziato) e per questo egemone su delle plebi completamente subalterne al modo di pensare di quest’ultima.

Questa era la politicità dei ceti popolari del Settecento. La domanda che vi e mi voglio porre in questa occasione è: come esprimono la propria politicità i ceti popolari europei del nostro tempo? E’ evidente come – in termini che si sono sicuramente amplificati durante gli anni di crisi – la partecipazione di questi alla vita politica si sia ridotta enormemente. Se non è sufficiente considerare i dati dell’astensione decomposti per posizione sociale, basta guardare a quanti parlamentari e consiglieri regionali siano effettivamente espressione – al di là degli schieramenti politici – dell’esperienza e della vita quotidiana della “gente comune”. Le evanescenti strutture di partito – e in misura minore ma significativa, anche le organizzazioni sindacali – sono ostaggio di militanti espressione di un ceto medio (una volta si sarebbe detto di “una piccola borghesia”) che le rende largamente non rappresentative delle istanze popolari.

Quella in cui viviamo – ed è questa una contraddizione solo apparente – è quindi una democrazia senza popolo, in cui il mantenimento degli istituti rappresentativi si accompagna ad uno svuotamento sostanziale della rappresentanza popolare tanto in termini numerici quanto funzionali. Un sistema politico che – dalla prospettiva popolare – si riduce al polo del cratos, del potere coercitivo esercitato in funzione della posizione sociale e professionale. Un potere in ultima istanza con scarsa (se non nulla) legittimità popolare.

La condizione dei ceti popolari inglesi del Settecento non è certo assimilabile a quella vissuta da quelli attuali, ma presenta alcune singolari analogie. Come le loro omologhe settecentesche, le “nostre” masse popolari non sono sprovviste di politicità, pur essendo in larga parte depoliticizzate: sono certamente capaci di azioni politiche concrete, ma queste sono prive di una strategia che vada al di là della quotidianità e principalmente difensive. Se nel XVIII secolo a suscitare gli la rabbia del mobs era la sistematica violazione del tradizionale assetto economico-sociale da parte di classi dirigenti sempre più sedotte dall’ottica capitalistica, oggi a suscitare simili “fiammate” di mobilitazione sono in modo particolare le violazioni dell’ordine socialdemocratico costituitesi sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Gli istituti di quel peculiare patto sociale fra capitale e lavoro – ormai uno sbiadito ricordo nella prassi del potere europeo – rimangono ancora percepiti come “giusti” nel senso comune: la crescente richiesta di una maggiore distribuzione della ricchezza e del potere rimanda nella mentalità popolare ad un periodo meno iniquo, una sorta di lontana “epoca d’oro” dove i politici e i potenti servivano il popolo invece che taglieggiarlo con tasse e corruzione.

Andando ancora più a fondo, possiamo osservare come l’ottica del consumatore sia ritornata a ricoprire un ruolo primario nella mentalità politica popolare: le grandi jacqueries che nel decennio passato hanno infiammato le periferie londinesi e parigine – da sempre anticipatorie delle tendenze continentali – hanno avuto come unico esito concreto l’appropriazione da parte dei rivoltosi di beni di consumo (oltre a qualche arresto). Così come i contadini che si sentivano defraudati di un loro diritto tradizionale assaltavano i granai e redistribuivano i pani, così il nuovo sottoproletariato urbano ha violato le vetrine dei negozi “simbolo” della modernità capitalista per trarne degli oggetti sentiti come di prima necessità, ma non accessibili economicamente.

In questi giorni ricorre il decennale dei moti di Parigi (a cui fecero seguito, nel 2011, quelli inglesi): sarebbe l’occasione propizia per procedere ad un approfondimento di questi fenomeni. E’ interessante, per esempio, come in entrambi i casi a suscitare i disordini fu l’uccisione di piccoli criminali espressione proprio di quel sottoproletariato urbano ad alto livello di depoliticizzazione. Così come nel Settecento la comunità di paese manifestava (anche violentemente) la propria unità di fronte alle aggressioni esterne, allo stesso modo la banlieue francese è insorta proprio per un atto di simile natura: alla solidarietà di paese del Settecento fa riscontro oggi una solidarietà smaterializzata della periferia?

Al di là dell’interpretazione di questi moti, la depoliticizzazione non corrisponde quindi ad una mancanza di politicità tout cout: essa si manifesta piuttosto in una ricaduta in modalità e mentalità che potremmo definire “prepolitiche”. Le jacqueries che ho citato sono – ovviamente – da considerarsi solo come un caso estremo, indicativo però dei modi in cui le parti più deboli delle società continentali esprimono la propria sfiducia in quella macchina di miti che è l’attuale sistema politico-economico. Se questi scoppi sono puntuali e limitati, alla loro base sta però la stessa mentalità che alimenta fenomeni a più bassa (ma continua) intensità come l’astensione elettorale e la disillusione verso ogni attività politica mirata a ribaltare la propria condizione. Il popolo ha perso la coscienza dei propri interessi e gli strumenti (organizzativi e ideologici) per difendersi dall’ingordigia delle classi dirigenti, ma non ha perso la necessità di esprimere la propria politicità. Essa, semplicemente, si disperde in mille rivoli, alimentando lo stesso cima di rassegnazione sociale che alimenta il fenomeno della depoliticizzazione.

Ma come è possibile portare avanti una politica popolare se quello che chiamiamo popolo non ha coscienza di sé e quindi – in sostanza – non esiste? Una risposta può venire dalla riflessione di Ernesto Laclau sul populismo, la cui genealogia verrà trattata (sicuramente meglio di come potrei far io) da De Vanna nella sua relazione. Premetto: in questo contesto di Laclau non interessa né la prospettiva politica ultima (la democrazia radicale) né i tratti più strettamente ontologici del suo pensiero. Cercherò quindi di costeggiare le polemiche che si sono negli anni accumulate nei confronti della sua riflessione, andando direttamente al punto: che cos’è e come funziona il populismo per Laclau.

In ogni società sono presenti delle istanze sociali a cui il potere politico non riesce a dare risposta: la mancanza di servizi pubblici, il disagio per così dire esistenziale del disoccupato, la volontà di difendere la propria comunità da un’opera pubblica dannosa per l’ambiente e così via. Queste istanze variano ovviamente nel tempo, oltre ad avere una diversa valenza nella vita dei singoli individui (possono, cioè, essere percepite o meno). Pur avendo quindi una natura in primo luogo soggettiva ed individuale, esse hanno la possibilità di legarsi fra loro creando un bisogno sociale diffuso (che Laclau definisce domanda sociali). Se questi bisogni diffusi rimangono senza risposta, essi si trasformano nella materia prima del populismo. Queste domande senza risposta si prestano infatti ad essere legate in un’unica struttura narrativa, che ha la funzione di significante vuoto: la xenofobia – così come la sfiducia verso la casta – possono così unire in sé la rabbia del disoccupato all’insicurezza percepita, il disappunto per la mancanza di servizi pubblici con la resistenza ad una decisione calata dall’alto.

Laclau chiama questi significanti vuoti catene equivalenziali. Esse possono essere concetti, ma anche persone: l’esempio classico (ed in un certo senso limite) è quello di Peron – al quale in un frangente storico ben preciso si richiamavano contemporaneamente tanto le borghesie urbane argentine quanto i gruppi di giovani guerriglieri marxisti rintanati sulle Ande. Fenomeni simili vengono però individuati anche nell’azione politica del Pci togliattiano così come in quella della Lega Nord di Umberto Bossi. Il populismo consiste quindi per Laclau nella costruzione discorsiva di queste catene equivalenziali: una volta messe in campo, esse creano identità fra persone che vivono esperienze quotidiane diverse fra di loro: sono generatrici, in sostanza, di popoli.

Questa operazione di costruzione del politico – come risulta evidente dagli esempi pratici citati – non ha un colore politico predefinito, ma può essere utilizzata tanto in senso progressivo quanto conservatore. La destra europea (tanto nella sua versione liberale e moderata à la Cameron quanto in quella reazionaria e xenofoba stile Le Pen) non ha avuto bisogno di un Laclau per perseguire operazioni di questo tipo e conquistare un certo consenso – per quanto residuale – nei ceti popolari. Il campo della sinistra – largamente inteso nelle sue multiformi manifestazioni – ha invece largamente tardato tanto nel prendere atto delle conseguenze della depoliticizzazione di massa di cui parlavamo prima, quanto nel cercare di creare partecipazione ed egemonia tramite processi populisti.

L’errore fondamentale della sinistra nel suo complesso (nelle sue forme socialdemocratiche come in quelle più radicali) è stato quello di continuare ad applicare in un periodo di crescente depoliticizzazione categorie ed interpretazioni sviluppate durante un periodo di altissima politicizzazione della società. In questo modo la realtà si è progressivamente allontanata dalla visione che avevamo di essa, con gli esiti drammatici che abbiamo sotto gli occhi. In questo hanno pesato certamente altri fattori – fra cui un’impostazione intellettualistica e moralista della battaglia politica -, ma ciò non toglie che la sinistra italiana sia giunta all’appuntamento della storia largamente attardata nei suoi strumenti di interpretazione della realtà.

Ad essere oggetto degli studi di Thompson fu però anche un altro fenomeno oltre quello già visto della politicità dei ceti popolari settecenteschi: in Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (traduzione decisamente riduttiva di The making of the english working class) – testo forse meno interessante dal punto di vista teorico del precedente, ma di cui è ancora palpabile il portato di innovazione storiografica – ad assurgere a protagonista era il processo di formazione identitario e organizzativo dei ceti popolari inglesi fra il 1780 e il 1830. Questi – complice la crisi dell’egemonia patrizia seguita alla fine degli istituti paternalistici – nel volgere di cinque decenni acquistarono coscienza, pensiero, strategie e strumenti di azione politica. Passarono cioè dall’essere plebi all’essere classe: un cambiamento epocale, avvenuto grazie alla saldatura fra intellettuali radicali e ceti popolari.

Pur con le dovute differenze, il nostro compito è dare l’avvio ad un simile processo. Le masse popolari rimangono l’unico soggetto potenziale di cambiamento progressista presente nella nostra società. A noi sta il compito – certo ambizioso – di ridargli strumenti di pensiero ed azione: perché esse passino dalla disaffezione rassegnata all’azione politica, dall’essere oggetti di processi politici decisi da élite sempre più strette ad emergere come classe coesa e solidale che possa aspirare al governo della società.

I nostri tempi depoliticizzati richiedono però uno sforzo creativo da parte nostra. La coscienza dei ritardi accumulati nell’analisi della realtà – ed in particolare in quella dei meccanismi attuali di creazione di consenso ed egemonia – può essere scoraggiante, ma rende ogni giorno più impellente la necessità di affrontare in modo originale la nostra crisi. L’analisi di Laclau può rivelarsi in questo senso feconda se utilizzata come strumento per la formazione di una nuova coscienza di classe. Ricreare il popolo non significa abbandonare una visione di classe: significa, al contrario, cercare di attualizzare il movimento socialista tramite un innesto populista.

Con la piena coscienza dell’insufficienza del solo pensiero e della riflessione teorica, il nostro primo compito dev’essere quindi quello di lavorare per la ricostruzione di un soggetto sociale portatore di cambiamento – autonomo tanto intellettualmente quanto socialmente dalle classi dirigenti. Anzi: ad esse contrapposto perché ad esse egemonicamente alternativo.

Ripoliticizzare il popolo, ridare un’identità sociale alle masse: la rinascita della sinistra oggi all’ordine del giorno non può che passare per questa via.

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Air France è il vostro modello di società

Articolo scritto per TRed.

Tutti hanno negli occhi le immagini del quasi-linciaggio della dirigenza di Air France, assaltata da una folla di lavoratori a rischio licenziamento. C’è un motivo per cui quelle immagini hanno così colpito l’opinione pubblica europea: non sono scene a cui siamo abituati. Non lo sono da decenni. Quelle immagini richiamano un passato lontano, in cui la conflittualità sociale veniva espressa tramite forme implicite ed esplicite di violenza. Quei tempi – questo è il vero significato della vicenda Air France – si fanno oggi più minacciosamente vicini.

La (presunta) ripresa economica continentale si sta basando su centinaia di migliaia di lavoratori (siano essi dipendenti, autonomi, piccoli imprenditori, atipici) sistematicamente usati come forza produttiva a basso costo e a bassi diritti. Questo sta creando nel ventre della società una situazione di microconflittualità diffusa (in molti casi ridotta alla tragedia individuale) che non riesce ad avere uno sbocco politico di alcun tipo. In primo luogo perché le organizzazioni popolari hanno difficoltà – un po’ per la struttura del mercato del lavoro, un po’ per impreparazione culturale – a unificare delle situazioni geograficamente e funzionalmente distanti e a dargli così uno sbocco politico “costruttivo” così come hanno fatto negli ultimi decenni.

Ma questo succede anche perché dall’altra parte della barricata c’è un blocco sociale per niente intenzionato a cedere un centesimo delle quote di potere o di ricchezza accumulati negli ultimi decenni. Un blocco sociale di ricchi e potenti che nella sua arroganza ha dimenticato che lo stato sociale, la democrazia diffusa e i diritti sul posto di lavoro – più che una concessione delle classi dirigenti ai lavoratori – sono stati storicamente l’unico modo per rendere accettabile ai popoli un sistema economico basato sullo sfruttamento e sulla diseguaglianza.

Oggi in Italia quel sistema sta venendo demolito pezzo per pezzo. Deregolando il diritto del lavoro, picconando sistematicamente il sindacato, proponendo il superamento dei contratti nazionali, togliendo tasse sui ricchi per far pagare la sanità ai poveri, svuotando piano piano la democrazia dall’interno.

Sappiano gli autori di questo lento smantellamento che quello che è successo ad Air France non è che la naturale conseguenza del loro operato. Quella che stanno creando è una società in cui la gente comune è così debole di fronte ai soprusi dei privilegiati da non avere nessuno strumento non violento per far sentire la propria voce. Un modello che chiunque sano di mente dovrebbe voler evitare.

A patto, certo, che quel tipo di società a misura dei potenti non sia esattamente il suo progetto politico.

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