Il fallimento dell’Europa senza popoli

Articolo scritto per TRed.

A chi pensava che la Brexit avrebbe provocato uno shock positivo nel dibattito sull’integrazione europea, queste settimane stanno lasciando l’amaro in bocca. A parte i pruriti antidemocratici degli amici liberali, la risposta dei “federalisti” si è limitata a proposte di nuove politiche (maggiore impegno sui diritti sociali, investimenti pubblici, etc.), che hanno tenuto ben a distanza il vero nocciolo politico del voto inglese: il come e il perché questa unità europea stia fallendo1.

Eppure questo voto dimostra abbastanza chiaramente che la narrativa dell’Unione Europea come strumento di pace2 non è più sufficiente ad assicurargli il consenso dei popoli europei. Tanto meno la barzelletta cosmopolita della generazione Erasmus3 riesce ad attecchire al di fuori di quei sempre più ristretti ceti medi che stanno effettivamente riuscendo a sopravvivere alla globalizzazione: non una gran base sociale, alla prova dei fatti.

I “federalisti” hanno così evitato di parlare della cosa più importante: come convincere i popoli che il progetto europeo sia una cosa utile a loro e non solo ai burocrati e alla finanza. Perché non è il “crescente nazionalismo” il problema: il problema è com’è stata fatta questa Unione Europea. Senza uno straccio di coinvolgimento popolare, calandola dall’alto, pensando che la sua utilità si autodimostrasse. Una sovrastruttura in cui il potere è in mano ad un ambiguo miscuglio di tecnocrati e politici in prepensionamento, mentre il Parlamento eletto conta poco o niente ed enormi trattati commerciali vengono discussi nel più ristretto segreto.

Un’Unione Europea basata su un’utopia che solo un gruppo politico autoreferenziale come pochi avrebbe potuto elaborare: quella di poter costruire un’identità europea in competizione con quelle nazionali. E così oggi, dopo centinaia di miliardi spesi per costruire un’identità nazionale fra gente che parla 35 lingue diverse, ci troviamo con Marine Le Pen alle soglie dell’Eliseo.

Insomma: non un gran successo, quest’Unione Europea costruita da delle élite convinte di poter fare a meno dei popoli.


1. Un atteggiamento speculare a quello delle élite liberali europee, che stanno premendo su un atteggiamento di “lacrime e sangue” contro il Regno Unito per evitare che si mettano in discussione i fondamentali dell’integrazione.

2. Che poi, tipo, in Ucraina non è che sia andata benissimo.

3. Gioia dell’Europa, i miliardi di tasse dei lavoratori spesi per mantenere studenti fuori corso a bere e drogarsi. [Chi scrive c’è stato in Erasmus: non è sicuramente solo così, però ‘sta cosa che gli Erasmus siano in sol dell’Avvenire è lontana anni luce dalla realtà].

Commenti disabilitati

Per una nuova storia dal basso

Articolo scritto per Pandora.

In occasione della prima traduzione francese di Customs in common1 sulle «Annales» è comparso un saggio di Simona Cerutti dal significativo titolo di «Who is below?» («chi è il basso?», con riferimento alla formula thompsoniana dell’history from below, la storia dal basso)2. L’analisi – che verte sulle parole chiave del grande storico inglese – cerca di attualizzare la proposta storiografica di Thompson, il quale – come è noto – evitò durante tutta la sua attività di dare definizioni precise o sistematizzazioni dei suoi concetti base. Da questa traccia emergono spunti, nonché vere e proprie scoperte: fra queste l’inspiegabile (a detta della stessa autrice, coinvolta all’epoca nel processo di traduzione) resa italiana di below con classi popolari3.

L’analisi di Cerutti si snoda lungo i concetti più importanti dello storico inglese, mettendoli in tensione con studi più recenti prevalentemente incentrati sull’età moderna: economia morale, plebe, esperienza, agency/azione vengono così sottoposti ai colpi di una serratissima validazione. Non è questa la sede per sintetizzare integralmente le tesi della storica torinese – e forse una traduzione italiana (ed inglese) di questo importante saggio potrebbe avere una grande utilità. Nondimeno daremo brevemente conto delle sue conclusioni.

La proposta dell’autrice è sostanzialmente quella di affrancare la « storia dal basso » dal suo legame primigenio con la cultura popolare. Cerutti nota infatti come alla prova dei fatti sia praticamente impossibile stabilire una linea di confine fra cultura popolare e cultura delle élite, soprattutto in quelle società moderne in cui erano le azioni a definire i gruppi sociali e non viceversa. L’economia morale diviene quindi una visione politica che – pur storicamente individuabile – non può essere attribuita ad uno specifico gruppo sociale. Essa è “attivata” da attori diversi, che si possono trovare in un momento in una posizione di consumatori e in un altro in una posizione di venditori. La storia dal basso – emancipata così da gruppi sociali che appaiono più come una proiezione anacronistica che come una realtà – diventa la storia delle culture alternative, di quegli istituti e di quelle concezioni sconfitte nel processo storico. L’alterità di tali culture non è quindi correlata ad una particolare posizione sociale, quanto piuttosto ad una tappa nella loro delegittimazione.

Simona Cerutti esemplifica rimandando ai suoi studi sulla competizione di due diversi sistemi giuridici (giustizia statale e giustizia sommaria) nel Piemonte del XVII secolo: nonostante ad una prima analisi la giustizia sommaria (effettivamente “sconfitta” nei primi del Settecento) potesse essere interpretata come un’espressione di una cultura popolare in competizione con una forma giuridica legata alle élite, un maggiore approfondimento ha rivelato come entrambe le forme presentassero caratteri sociali misti – e che la pretesa di “popolarità”, così come in altri casi, fosse stata attribuita più in funzione della sua sconfitta che di un’effettiva realtà. La storia dal basso dovrebbe quindi “riconvertirsi” ad uno studio di queste culture alternative e sconfitte, spesso dimenticate a causa della loro disfatta.

Come è evidente il saggio di Simona Cerutti non si limita quindi ad una semplice verifica della validità delle categorie interpretative di Thompson, ma procede alla definizione di un nuovo oggetto di studio. La solidità delle argomentazioni sulle aporie dei concetti chiave thompsoniani serve così a porre le basi di una proposta storiografica che si distingue in modo notevole dall’impostazione dello storico inglese. Non è certo intenzione di chi scrive aprire una critica filologica basata sugli scritti di Thompson. La particolare struttura del procedere dello storico inglese renderebbe poi alquanto complesso ogni operazione di questo tipo: anche ci fosse l’intento di difendere un’ortodossia, sarebbe alquanto problematico riuscire a distillarne una dall’autore di Povertà della teoria. La prospettiva che traccia la storica torinese è poi – oltre che legittima – particolarmente interessante. Quello che vorrei invece qui abbozzare è la possibilità di un rilancio di una storia dal basso che tenga conto delle critiche espresse dalla professoressa Cerutti.

Per fare questo è però necessario affrontare la principale critica che viene posta alla visione “tradizionale” della history from below: l’impossibilità di collocare in modo preciso la cultura popolare. Sotto ogni punto di vista non è possibile tracciare frontiere fisse e stagne fra le diverse componenti di una società. Ma questo significa forse che sia impossibile individuare componenti sociali diverse all’interno di una medesima società? Nel caso di una risposta positiva si correrebbe certo il concreto rischio di annegare la realtà all’interno di strutture discorsive appiananti. Un’operazione sofisticata, ma controfattuale: il nesso fra esperienze-culture-azioni verrebbe così messo in discussione negando quasi completamente l’importanza del fattore esperienza, che tracciava (e traccia) in modo sostanziale le differenti traiettorie di vita dei diversi individui. Questa sostanziale differenziazione – che ha parte importante nelle condizioni materiali (e, perché no, culturali) degli singoli – non determina certo in modo meccanico culture comuni o di classe. Come certamente la posizione sociale non è per forza predominante nella creazione di identità. Ciò non significa però che gli individui storici non risentano delle loro esperienze nella formazione della loro coscienza. Al contrario, esse tracciano concretamente il campo di possibilità all’interno del quale ogni individuo pensa ed agisce. Negare questo fondamentale assunto significherebbe allontanarsi dal nostro oggetto di studio, la società umana composta da individui storicamente collocati, per avvicinarsi a concezioni intellettualistiche tanto delle collettività quanto dei singoli.

Come individuare quindi queste componenti sociali senza cadere nella trappola dell’anacronismo? È questa la sfida più impegnativa di chiunque voglia intraprendere uno studio di una storia dal basso. Come Thompson ebbe ad affermare, le componenti sociali sono oggetti variabili, dialettici e storici. Non è possibile individuarne con certezza i confini, così come non è possibile attribuirgli caratteristiche stabili nella storia. Esistono nel movimento della storia e in quanto tali il loro valore interpretativo varia in base alla loro aderenza alla realtà storica. Gli individui, quindi, non sono mai interamente riconducibili ad esse. Lo studioso in questo senso deve sviluppare una capacità interpretativa che filtri le proprie inevitabili concezioni con quelle effettivamente rintracciabili dalle fonti storiche. L’eterna questione dell’esistenza delle classi in assenza di una coscienza sociale non può che essere risolta in questo senso: non si tratta né di individuare presunte costruzioni sociali “oggettive” né di limitarsi a leggere le realtà del passato con gli occhi di chi le ha vissute. Partendo dall’esistenza di differenti esperienze di vita è possibile quindi l’individuazione di componenti sociali diverse, intese però come campi di possibilità e di relazioni più che come corpi organici.

All’interno di questa concezione è possibile individuare un basso? È cioè definibile in modo stabile l’esistenza di una componente popolare nelle società umane? Come visto, Cerutti risponde a questa ipotesi in modo negativo, sottolineando il sostanziale interclassismo delle istituzioni e delle culture umane. Certamente sarebbe scorretto ipotizzare l’esistenza di una componente “popolare” stabile, dalle caratteristiche e dai confini immutabili (o comunque comuni nel corso del tempo). Eppure questo non toglie alla categoria di popolare una certa validità storiografica, se correttamente utilizzata. La nostra tesi è che “popolarità” di un individuo, di un gruppo sociale o di un’istituzione si possa definire in base alla sua collocazione rispetto alla distribuzione del potere e della ricchezza all’interno di una società. In questo senso “popolare” viene a corrispondere in larga parte alla categoria di below: inevitabilmente in relazione ad un “alto”, quello delle classi dirigenti. Ma così come le classi dirigenti sono plurali, quelle popolari non possono essere ridotte ad un singolare – magari deterministicamente ribelle e subalterno. In questo senso rimane aperto il problema della cultura popolare. Parlarne in termini unitari appare infatti come sviante rispetto alla complessità del reale. Si possono certo individuare mentalità, istituti, azioni tipicamente popolari – ma ascriverli ad un’unica cultura “popolare” unitaria non fa che ridurne la portata, isolandoli dal resto della società e dalla parte di classi popolari che non li condividevano in parte o del tutto. All’interno di ogni cultura popolare – anche localizzata in un dato e limitato territorio – sono storicamente convissuti istituti, pratiche, concezioni anche in contrasto fra loro: nessuno di essi può essere considerato più popolare degli altri.

La riflessione di Simona Cerutti apre quindi importanti spazi di riflessione sul rinnovamento della « storia dal basso » e sui limiti che ne impediscono uno sviluppo ulteriore. La sua eclissi nel corso degli ultimi decenni si è accompagnata a fenomeni di ridefinizione intellettuale profondamente collegati al mutare della situazione politica nelle società occidentali. Il fruttuoso affermarsi della storia globale ha così spesso coperto il ritorno di visioni del procedere storico profondamente legate ad un’impostazione elitista ed economicista.

Riproporsi oggi il problema di una storia dal basso significa quindi non solo portare avanti una riflessione storiografica, ma anche interrogarsi sul valore politico più complessivo che la nostra disciplina ha assunto negli ultimi decenni. Ridare voce agli esclusi, ai marginali, ai subalterni del passato può così avere una funzione non solamente di rivitalizzazione e pluralizzazione della storiografia occidentale, ma anche di collegamento fra la produzione storica e la realtà quotidiana delle classi popolari di oggi.


1 E.P. Thompson, Customs in common, Merlin Press, 1991. I saggi raccolti in questo volume corrispondono in parte rilevante con la precedente raccolta italiana Società patrizia, cultura plebea. Otto saggi di antropologia storica sull’Inghilterra del Settecento, Torino, Einaudi, 1981.

2 Simona Cerutti, Who is below? E. P. Thompson, historien des sociétés modernes: une relecture, «Annales. Histoire, Sciences Sociales», 2015/4, pp. 931-954.

3 Secondo Cerutti, Thompson associava a below più crowd (folla) e plebs (plebe) che working classes (classi lavoratrici/operaie) e people (popolo).

Commenti disabilitati

La lezione delle amministrative

Commento scritto per I Pettirossi.

Il risultato del primo turno delle amministrative non può certo dirsi soddisfacente per le liste di sinistra che hanno fatto la coraggiosa scelta di usicre dalle coalizioni Pd-centriche. Sui risultati hanno certo pesato dinamiche locali, ma non si può negare che quello delle amministrative sia un segnale da dover cogliere ed interpretare anche nella costruzione nazionale di Sinistra Italiana. Le candidature di sinistra si sono trovate strette fra le liste civetta alleate al Pd, il M5S e il crescente astensionismo. Strette nell’angolo non hanno potuto raccogliere che un risultato marginale, che a livello nazionale potrebbe certo garantigli una dignitosa sopravvivenza – a patto però di non essere nelle condizioni di incidere realmente sulla realtà.

Certo, è un punto di partenza. Ma insufficiente. In questo senso spicca il risultato ottenuto dalla candidatura di Luigi De Magistris a Napoli. Un risultato (e una proposta politica) certo non perfettamente replicabile in ogni realtà italiana, ma che si presta a qualche indicazione. In primo luogo, la presenza di un progetto politico coerente e “accessibile” anche ai non politicizzati: l’ex magistrato ha in questi anni maturato una proposta fortemente autonomistica e populista. Il richiamo al popolo, al decentramento dei poteri: un mix abbastanza bizzarro di libertarismo post-marxista di ascendenza curda (Ocalan) e di suggestioni bolivariane. Da una parte noi, il popolo, dall’altro la mafia, il Pd, i potenti. A questo si è legata una concezione del potere comunale innovativa nel suo porsi perfettamente all’interno della storia del movimento operaio italiano: l’idea che il Comune sia uno strumento di lotta politica e in quanto tale vada trattato. Il tentativo di politicizzare la società – stringendo ed alimentando i movimenti sociali presenti nel territorio – è stato il necessario corollario di questa concezione.

Che direzione prendere, quindi, nella costruzione di un nuovo soggetto di sinistra? La strada rimane stretta. Pensare a scorciatoie giovanilistiche o rottamatrici sarebbe insufficiente – con buona pace di una parte di ceto politico affamato di “prime linee”. Certo, la presenza di un leader riconoscibile faciliterebbe la riconoscibilità dell’area in un’opinione pubblica depoliticizzata. Ma ogni leader è portatore di un progetto politico: ed eccoci tornati al nodo irrisolto della costruzione di Sinistra Italiana. Aggregazione sì, ma attorno a quale progetto politico? L’antirenzismo (conditio sine qua non) non è sufficiente, nel momento che quel fronte è affollato da grillini, leghisti, berlusconiani. D’altro canto la linea identitaria, il richiamo ossessivo alla sinistra-Berlinguer-diritticivili non è assolutamente sufficiente in una società che non funziona più con i punti di riferimento novecenteschi.

La sinistra può rinascere solo se si pone come obiettivo la ri-politicizzazione della società: non la politicizzazione ai nostri simboli (quelli seguiranno) o alla nostra storia, ma una politicizzazione del popolo in quanto popolo. In Italia si è creata una divaricazione impressionante di potere e ricchezze fra le èlite e la gente comune: è questa la frattura su cui costruire, agitare, organizzare. Riconquistare consenso.

Ogni altra ipotesi significherebbe per la sinistra politica una condanna alla marginalità.

Commenti disabilitati

Cacciari si autodenuncia: abbiamo ucciso la sinistra

Articolo scritto per TRed.

Ieri Massimo Cacciari ha rilasciato una lunga intervista all’ex direttore-a-vita de la Repubblica, Ezio Mauro. Con tono autocritico ha dichiarato che voterà Sì al referendum di ottobre (già si sapeva) inanellando però un paio di frasi notevoli, fra cui questa:

“La sinistra perde perché è identificata col sistema vigente, anzi con la sua élite, a cui viene imputata la crisi. Ma così perde la sua ragione di stare al mondo che è ancora e sempre una sola: cercare di cambiare lo stato di cose esistente”.

Una considerazione non scontata, venendo da uno dei protagonisti dello spostamento al centro del mondo socialcomunista italiano. Peccato che appena tre domande prima avesse detto questo:

“Voterò sì, per uno spirito di responsabilità nei confronti del sistema”.

Le due frasi sono talmente in contraddizione da lasciare spiazzati. Eppure sono significative, soprattutto per quei tanti intellettuali con alle spalle una gioventù radicale mutata in un presente al servizio dell’esistente. Che capiscono di aver sbagliato qualcosa – insieme ai tanti caporali del Pci-Pds-Ds dalla memoria deformata -, ma non riescono a staccarsi da una pratica del potere che li ha segnati così profondamente da cambiargli la fisionomia.

Quella che Cacciari ha emesso è un’autodenuncia – tanto inconsapevole quanto vera – su tutta la sua generazione: la “responsabilità nei confronti del sistema” logora. E per la sinistra alla lunga è mortale.

Commenti disabilitati

Vicentini e trevigiani, alzate la testa

Commento scritto per VVox.

I vicentini e i trevigiani sono stati beffati. Milioni di euro scomparsi, presi dai loro portafogli, dai loro risparmi accumulati in anni di duro lavoro. I vicentini e i trevigiani sono stati beffati perché si sono fidati della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Si sono fidati di una stampa silenziosa, di un sistema economico che li rassicurava mentre mangiava sulla loro testa, di politici che hanno preferito tacere piuttosto che disturbare il manovratore. E si sono fidati di una magistratura a dir poco assente e con la tendenza ad approfittare delle cosiddette “porte girevoli” a fine carriera (ben due magistrati in pensione e già in servizio a Vicenza sono stati assunti come amministratori del gruppo Bpvi poco dopo l’inizio della pensione, per dire).

A Vicenza e Montebelluna é successa una cosa nuova: la classe dirigente locale ha fatto bancarotta. Imprenditori, professionisti, politici e giornalisti – tutti quelli che hanno comandato in questi anni – hanno fallito il loro compito. Non hanno più alcun tipo di legittimità. Certo, c’è stato qualche coraggioso: ma sempre fuori dai circuiti ufficiali, sempre emarginato in posizioni irrilevanti. In questo sistema marcio non c’era spazio per il dissenso. Non c’era spazio per chi volesse difendere gli interessi della gente comune. A chi entrava nel sistema veniva chiesto di firmare un patto implicito: di certe cose non si parla, su certe cose non si discute. Potete riparare i marciapiedi, ma non discutere le scelte di lorsignori.

Ora stanno cercando di convincerci che l’unica soluzione è firmargli un’altra cambiale in bianco. Di lasciare la stanza dei bottoni così com’è, con una leggera ritinteggiatura a ricoprire la muffa che ha intaccato le pareti. Ma un sistema marcio come questo è destinato a ricreare le stesse condizioni che hanno portato al dramma della BpVi e di Vb. Possono cambiare i protagonisti, ma le logiche perverse sono destinate a rimanere intatte.

Di fronte ad una classe dirigente fallita – che ha portato la nostra società ad un impoverimento che potrebbe esserle letale (e già lo è per decine di famiglie e imprese) – alla gente comune non rimane che alzarsi in piedi e reclamare quello che è suo. I vicentini e i trevigiani non possono aspettarsi niente da un sistema che li ha traditi e derubati: devono riprendere la parola. Rassegnarsi vuol dire preparare il prossimo scandalo, il prossimo furto.

Vicenza e Montebelluna hanno bisogno dei cittadini senza voce, senza potere e con le tasche svuotate. Perché solo loro possono salvarla dalla decadenza a cui l’ha condannata l’avidità di chi comanda.

Commenti disabilitati

Il voto clientelare non è integrazione

Articolo scritto per TRed.

Le polemiche sul voto “cinese” alle primarie di Milano andranno sicuramente a spegnersi nel giro di qualche ora, così come tutte le polemiche legate alla contingenza. Ma le reazioni alle accuse (spesso sopra le righe) del M5S da parte degli esponenti del Pd dimostrano una concezione piuttosto interessante di come venga concepita l’integrazione dei cittadini stranieri nella democrazia italiana.

A Milano si è verificato un fenomeno che sui famosi “territori” si ripete da anni ad ogni elezione primaria, senza destare grosse polemiche. Un notabile del Pd si accorda con il capo comunità locale di una particolare nazionalità (in questo caso i cinesi) che – in cambio di promesse o anche solo di un rapporto preferenziale – spinge i suoi connazionali ad andare in massa al voto.

I dirigenti del Pd considerano questo meccanismo una dinamica di “integrazione”. E lo è certamente. Ma di chi? Non certo degli stranieri che hanno effettivamente votato, coinvolti solo in forza di una logica clientelare di cui sono spesso le prime vittime (per esempio nel campo del lavoro sfruttato) e completamente all’oscuro del significato politico del proprio voto. Sostanzialmente, non cittadini ma massa da movimentare.

Se si può parlare di un’integrazione, lo si può forse  fare rispetto ai capi comunità (in questo caso del signor Francesco Wu, rappresentante degli imprenditori cinesi di Milano). Ma – anche in questo caso – bisogna ben intendersi di quale integrazione si stia parlando. Non un’integrazione democratica, ma un’integrazione clientelare – d’altro canto perfettamente adatta alla nuova repubblica notabilare sottointesa nel progetto del Partito della Nazione.

Si può essere d’accordo o meno con questo tipo di integrazione. Ma non illudersi (o cercare di illudere nessuno) che quelle centinaia di cinesi che hanno votato ieri a Milano siano il segno di un rafforzamento della democrazia italiana. Perché un’integrazione vera è possibile, ma non passa tramite i capi comunità ed il voto pilotato. E’ possibile – e sta già avvenendo – tramite le lotte per il miglioramento della propria condizione di vita, tramite l’inclusione nelle strutture della società civile. Tramite, insomma, la partecipazione attiva alla vita politica e sociale del nostro paese – di cui il voto informato non è che la conseguenza più naturale.

—- ★ —-

P.S. questo non significa che tutto il voto straniero sia sempre frutto di logiche clientelari. D’altro canto, un ragionamento analogo può essere tracciato per le masse di votanti italiani che si recano alle urne seguendo logiche analoghe.

Commenti disabilitati

A cosa serve vincere un Comune

Articolo scritto per TRed.

La varie anime della sinistra italiana (parlamentare, extraparlamentare, cisgoverntiva, infragovernativa) si preparano alla tornata delle amministrative di quest’anno lambiccandosi fra strategie elettorali e rinnovato ulivismo. Certo, con una legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialista (mortacci sua) non potrebbe essere altrimenti. Ma in questo dibattito si perde qualcosa, e qualcosa di abbastanza centrale: a cosa serve vincere delle elezioni comunali.

La Terza Via all’italiana ha cambiato in modo fondamentale il modo con cui la sinistra si è posta di fronte alla politica municipale. L’esperienza delle “amministrazioni rosse” tanto nel primo Novecento quanto nel secondo Dopoguerra aveva svolto un ruolo fondamentale nel consolidare le conquiste del movimento dei lavoratori. I comuni amministrati dai socialisti e dai comunisti erano la dimostrazione evidente di come delle forze popolari potessero amministrare il potere senza il supporto delle classi dirigenti locali (e – spesso – contro le stesse classi dirigenti locali). Una dimostrazione di autonomia popolare e di autogoverno che strideva non poco con la retorica del “popolo infante” da sempre tipica di liberali e tecnocrati.

Amministrare un comune da sinistra voleva dire proprio questo: dare potere alla gente comune, usarlo per migliorarne le condizioni di vita e per difenderne gli interessi materiali e politici. I consigli comunali (anche delle grandi città) prima e dopo il fascismo erano pieni di operai, artigiani e impiegati anche per questo: a livello locale c’erano delle forze che li rappresentavano e coinvolgevano. La differenza fra una giunta di sinistra e una di destra era quindi ben chiara: il Comune rosso diventava uno strumento di difesa e partecipazione politica dalle gente comune.

Oggi, le forze che si riconducono alla sinistra si dividono in due grandi filoni rispetto al potere comunale. Una parte importante ritiene che la differenza fra destra e sinistra a livello comunale stia nel “buon governo”. I buongovernisti basano la propria visione su due postulati: primo, la sinistra sarebbe più tecnicamente abile (e meno naturalmente corrotta) della destra; secondo, (e qua cito) “a livello locale le differenze politiche non contano”1. Per i buongovernisti le elezioni comunali si limiterebbero insomma ad una questione essenzialmente tecnica.

C’è poi una seconda tendenza, che assegna un ruolo sì politico alla conquista dell’istituzione comunale – ma limitandolo alla difesa dei diritti civili. I civilisti si indignano di fronte alla polemiche xenofobe e omofobe delle giunte di centrodestra. Non solo: ne fanno il motivo ultimo della propria identità politica municipale, quello che li divide dalla destra. Così facendo si chiudono in una dimensione moralistica della politica. Dimensione che certo convince i coinvolti nelle polemiche (comunità minoritarie, per quanto considerevoli) e gli amici del ceto medio progressivo, ma che poco dice a gran parte della popolazione.

Insomma: la sinistra italiana quando parla di politiche municipali parla o con una prospettiva tecnica o con una prospettiva moralistica. La fortuna è stata che la destra si è per anni limitata a fare più o meno la stessa cosa. Le elezioni comunali si sono così spoliticizzate. E con loro l’opinione pubblica locale. L’entrata irruenta della questione profughi (come anche il lento ma costante risorgere del conservatorismo cattolico) ha però cambiato velocemente la situazione. E ora la sinistra si trova a usare argomenti tendenzialmente apolitici di fronte ad una destra che usa argomenti popolari. La battaglia politica si è fatta quindi asimmetrica, e questo non aiuta certo a vincere le elezioni2.

Ecco perché questo 2016 può essere per le sinistre (parlamentari, extraparlamentari, cisgovernative, infragovernative) un anno importante per riflettere su cosa voglia dire conquistare un Comune. Ricordandosi che il motivo per cui è nata è stato proprio quello di incanalare le esigenze, i bisogni e l’autonomia delle classi popolari.

Anche a costo di perdere qualche invito a cena nei salotti buoni o di far storcere il naso a qualche professore di liceo con la passione dei diritti civili.

—- ★ —-

  1. Questo argomento ha permesso un sempre maggiore spostamento di potere verso le figure dei sindaci, a scapito dei partiti. Perché le liste civiche – a meno di non rappresentare un’organizzazione politica autonoma – si limitano in gran parte ad essere liste di fedelissimi del Sindaco in carica, a cui sono legati da rapporti di potere o fedeltà.
  2. Qualche segnale in controtendenza sta arrivando soprattutto da Milano e Roma, dove qualche candidato ha ricominciato a parlare di periferie. Che sia per l’influenza delle vittorie delle coalizioni popolari di Madrid e Barcellona, o che sia perché ormai la questione della diseguaglianza non può più essere tenuta fuori dalla porta poco cambia: è comunque una discontinuità profonda rispetto agli ultimi due decenni di vita municipale.

Commenti disabilitati

« Newer Posts · Older Posts »