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Fra i democrats tutti matti per Richard Ojeda?

Articolo scritto per TRed.

E’ noto il ruolo di TRed nel presentare al pubblico italiano le nuove promesse del socialismo anglosassone prima che diventino famose (e che Domenico Cerabona inizi a scriverne per la stampa radical-chic). Nel lontano luglio 2015 parlammo per la prima volta di Jeremy Corbyn, quando al di qua delle Alpi ancora nessuno considerava questo improbabile vecchino pacifista. Visto che nel 2024 vogliamo rinfacciare a Domenico Cerabona di averne parlato prima di lui, vi presentiamo oggi il primo candidato ufficiale alle primarie democratiche per le presidenziali statunitensi del 2020: l’outsider social-populista Richard Ojeda.

Contrariamente alla glamourissima e ormai celebre (più in Italia che negli Stati Uniti, sospettiamo) neo-deputata Alexandria Ocasio-Cortez, Ojeda non viene dagli Stati Uniti delle minoranze etniche ignorate e degradate. Nonostante sia un quarto messicano, Ojeda rivendica l’esatto opposto: quello di essere un rappresentante della classe lavoratrice bianca che alle presidenziali del 2016 ha massicciamente votato per Trump. Talmente rappresentantivo di quella fetta di elettorato, che lui stesso – da membro del partito democratico – ammette di aver votato Trump nel 2016.

Ma chi è Richard Ojeda? 47enne e senatore del West Virginia (un po’ più che un consigliere regionale per i nostri standard), Ojeda ha iniziato a fare politica da poco. Cresciuto nella contea rurale di Logan (dove i bianchi sono il 95% della popolazione, il reddito medio è circa la metà di quello nazionale e Trump ha preso il 79% alle presidenziali), subito dopo il diploma Ojeda si è arruolato nell’esercito come soldato semplice. Nell’esercito è rimasto 24 anni, congedandosi da pluridecorato nel 2013 con il grado di maggiore. Da soldato ha girato mezzo mondo, partecipando fra le altre cose alle guerre in Iraq e Afghanistan. Nel frattempo ha trovato anche il modo di laurearsi in economia e pedagogia.

Una volta congedato Ojeda torna nella sua Logan dove diventa insegnante per i Junior Reserve Officers’ Training Corps, un insegnamento a metà fra la nostra educazione civica e un corso paramilitare. Di fronte al degrado della sua comunità, fonda un’associazione che si dedica a varie attività di volontariato. Ma inizia anche a pensare alla politica: nel 2014 ci prova con le primarie democratiche per rappresentare il suo distretto alla Camera dei Rappresentanti. Sfida Nick Rahall, un candidato d’apparato piuttosto progressista, deputato dal lontano 1976. Pur ottenendo un più che dignitoso 33,5%, non ce la fa – e alle successive elezioni i democratici perdono per la prima volta un collegio storicamente loro (una buona anticipazione di quello che sarebbe successo nel resto del West Virginia con le presidenziali del 2016).

Gli va meglio nel 2016, quando sfida il senatore statale uscente, vincendo le primarie democratiche con quasi il 59% dei voti. Viene quindi eletto senatore del West Virginia l’8 novembre 2016, lo stesso giorno in cui vota Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America. La corsa di Richard Ojeda non si è fermata però nel 2016: alle elezioni di mid-term della scorsa settimana ha infatti tentato di riconquistare il seggio della Camera dei Rappresentanti perso dai democratici nel 2014. Pur vittorioso alle primarie, alle elezioni l’onda blu (il colore dei democratici) non gli è bastata, fermando la sua corsa al 43,5% dei voti. Un risultato però soddisfacente, considerato che alle elezioni del 2016 il candidato democratico aveva ottenuto il 24%.

Ojeda era fortemente sostenuto dai sindacati del suo distretto, e non a caso: da ex-insegnante e senatore statale a inizio 2018 ha partecipato e sostenuto fortemente la vittoriosa mobilitazione degli insegnanti del West Virginia che ha riportato – dopo un lungo oblio – il movimento sindacale alla ribalta delle cronache nazionali. Anche per questo suo sostegno, Micheal Moore ha deciso di riservagli un posto d’onore nel suo documentario 11/9, cosa che ha sicuramente giovato alla sua riconoscibilità nella sinistra statunitense – insieme a diverse comparsate televisive nel ruolo di “democratico arrabbiato con l’establishment democratico”.

Ojeda fa parte del risorgente movimento socialista Usa? Se nell’intervista con Moore Ojeda si è dichiarato un socialista democratico, non si hanno notizie di suoi rapporti con la principale organizzazione socialista statunitense, i Democratic Socialists of America.

Intanto però la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America è lanciata. Una candidatura dalle possibilità sostanzialmente nulle, ma che nel peggiore dei casi potrà contribuire a spostare il dibattito delle primarie democratiche su un terreno più apertamente populista e – se non socialista – quanto meno sociale.

Sempre che Ojeda non sia un infiltrato della Cia – come sostengono alcuni trotskisti statunitensi. E allora potrebbe pure farcela, via.

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È finito il tempo delle privatizzazioni

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Il crollo del ponte Morandi ha segnato una data storica per gli orientamenti della nostra opinione pubblica. In questo tragico evento una sensibilità largamente presente nella società italiana ha trovato il simbolo attorno a cui condersarsi: nelle rovine del fu-avvenieristico ponte genovese si sta manifestando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti delle privatizzazioni dei beni pubblici, svenduti a partire dagli anni ‘90 ad un’oligarchia affamata di rendite e privilegio.

Non è facile trovare un evento di simile portata simbolica nella recente storia politica europea. Forse l’unico esempio commisurabile è quello del tragico rogo della Grenfell tower (Londra, giugno 2017). Da quel momento in poi, le diseguaglianze di reddito e di condizioni di vita sono balzate al centro del dibattito pubblico britannico. Quello che non era un tema di discussione pubblica, è diventato il tema.

Allo stesso modo, in Italia oggi l’opinione pubblica si esprime in stragrande maggioranza contro dell’inganno delle privatizzazioni, promosse tanto dai governi di centro-sinistra che da quelli di centro-destra. Non per niente, le maggiori forze politiche (M5S, Pd, Lega) non escludono oggi una nazionalizzazione delle concessioni autostradali: una posizione che, fino a qualche anno fa, era condivisa solo dalla sinistra radicale.

Insomma, il vento è cambiato. Il mercato non è più il salvatore dei popoli. Lo Stato ricomincia ad essere visto come la risposta e non come il problema. Non se ne vogliano i liberali: la sbronza degli anni ‘90 prima o poi doveva passare. Ma si interroghino i socialisti: sulla programmazione economica e sull’economia mista si aprono oggi prospettive di consenso impensabili solo fino a qualche anno fa.

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Come non aiutare Salvini

Articolo scritto per TRed.

Sono ormai due mesi che quello che rimane di progressista in Italia è sotto assedio. A condurre l’assedio, per ora vittoriosamente, è il capidanno Matteo Salvini, ministro degli Interni e leader della Lega ex-Nord. Ora, più che un assedio vero e proprio, a me piace pensare così alla situazione politica italiana: gli elettori di Pd, Leu, Pap e sinistra grillina chiusi dentro le alte mura di un piccolo borgo, mentre al di fuori dell’assedio mediatico, le armate verde-blu spadroneggiano nelle ampie praterie dei depoliticizzati – quelli, per capirci, “né di destra né di sinistra”.

Per continuare l’assedio, Salvini si deve limitare a fare una cosa: non attaccare, ma solamente continuare a mettere sotto pressione il piccolo borgo. Ogni due giorni, una sparata. Ogni due giorni una reazione sguaiata da parte degli assediati. Ma, attenzione, quella che proviene dal fortino assediato non è una reazione mirata a cercare aiuto fuori dalle proprie anguste mura. No, è piuttosto una reazione che serve a rinfrancare le proprie sempre più esauste truppe: un attacco che serve non a rompere l’assedio, ma solamente a reggerlo più a lungo.

Questo sta succedendo da due mesi a questa parte in Italia. Salvini provoca, costantemente, non attaccando i suoi oppositori direttamente, ma facendoli prima imbizzarrire e poi delegittimandoli grazie alle loro stesse reazioni.

Esempio pratico: Salvini posta una foto col commento “Tanti amici, tanto onore” [pressione sugli assediati]. Reazione: “visto! Salvini cita il Duce il giorno della sua nascita, è fascista sul serio!” [reazione autoreferenziale degli assediati]. Infine: controreazione vittimista di Salvini, che serve a far pensare alla gente che ogni attacco nei suoi confronti sia pretestuoso, mosso da un antifascismo “ideologico”.

Così i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali della Lega ex-Nord scompaiono: semplicemente, perché chi dovrebbe attaccare su questo punto è troppo soffocato dalle continue e scomposte denunce di razzismo e fascismo. Un argomento antileghista potenzialmente egemonico perde così forza perché schiacciato da un argomento minoritario e autoreferenziale.

Ora, possiamo discutere a lungo se Salvini sia fascista o meno. Non è questo il punto. Il punto è che se qualcuno si fosse messo in testa di far esplodere questa bolla mediatica salvinocentrica, non lo farà certamente certamente accusandolo di essere fascista ogni 3 ore e facendo – così – il suo gioco.

Salvini non è invincibile: si può (e si deve) sconfiggerlo. Ma per far questo, bisogna rompere l’assedio. Bisogna smontare il suo vittimismo. Bisogna tornare nelle praterie, in quella larga fetta di opinione pubblica delusa, impaurita, incazzata e a cui (purtroppo) non interessa assolutamente se Salvini è o non è fascista. Non parlare a noi stessi: parlare a chi da Salvini è sedotto e – per ora – convinto.

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La ripresa per i pochi, il conflitto per i molti

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Qualche giorno fa l’Istat ha certificato una crescita del Pil del 1,5% rispetto al secondo trimestre 2016. Nonostante il Pil italiano rimanga sotto quello pre-crisi del 6%, tanto è bastato perché i (rimanenti) sostenitori delle politiche economiche del magico quartetto Monti-Letta-Renzi-Gentiloni gridassero al miracolo. E, ovviamente, all’ingratitudine popolare per un’austerità considerata come “severa, ma giusta” per far ripartire l’economia.

Eppure la società italiana rimane lungi dall’essere pacificata. La crisi ha creato nuove faglie di conflitto dove prima c’era armonia e consenso sociale. Alcune di queste faglie sono state attivate politicamente: politici/popolo, Nord/Sud, italiani/stranieri, Italia/Unione Europea. Altre, come la distanza crescente di reddito e potere fra classi dirigenti e gente comune, stentano a trovare un interprete politico che le faccia emergere.

Ma perché alla crescita economica non corrisponde una crescita di pacificazione sociale? La spiegazione – senza entrare nei termini macroeconomici – è che questa è una ripresa che funziona per i pochi, non per i molti. E’ una ripresa basata sulla compressione dei salari e sulla precarizzazione del lavoro. Insomma, è una ripresa basata su una competizione al ribasso nel mercato globale, tutta giocata sulla pelle dei lavoratori.

Eppure, non è inverosimile che i dati macroeconomici continueranno ad avere il segno positivo nei prossimi mesi. Una ripresa che può durare, almeno fino alla prossima esplosione. Ma a cui dobbiamo abituarci: il capitalismo globale sta uscendo dalla crisi economica, e ci sta uscendo a destra.

Chi non ama lo stato delle cose dovrà quindi operare una ridefinizione strategica. Per far corrispondere alla ripresa economica per i pochi una crescita di conflitto sociale per i molti. Perché i molti rimarranno comunque tagliati fuori dalla ripresa di chi sta già bene.

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Cinque anni di TRed

Articolo scritto per TRed.

Il 21 febbraio 2012 emetteva i suoi primi vagiti TRed. L’occasione era da subito polemica: sul Corriere della Sera era stata pubblicata una lettera di alcuni “ventenni” a favore di una riforma del lavoro che, sostanzialmente, abbassasse i diritti dei lavoratori “garantiti” e alzasse “un po’“ (cit.) quelli dei non garantiti. Alla fine, come è noto, i diritti sono stati abbassati un po’ a tutti. Una par condicio che forse avrà fatto piacere ai nostri interlocutori immaginari, molti poi transitati per segreterie politiche e ministeriali (beati loro).

Di questo blog avevamo però iniziato a parlare fra di noi da qualche mese. Nonostante la pax bersaniana regnasse apparentemente sovrana – e sembrasse destinata ad una grande vittoria nel giugno 2013 – la marea del renzismo stava montando senza trovare voci (ed argomenti) che riuscissero veramente a fargli da argine. Un blog collettivo, intitolato ad un dinosauro rosso (come i dinosauri di cartone che popolavano polemicamente le Leopolde) ci sembrò un buon punto di partenza.

Molte altre cose sono cambiate nel frattempo. Da due studentelli squattrinati siamo diventati due dottorandi squattrinati (ma solo perché facciamo la bella vita). Il “nostro” Veneto è per entrambi lontano. Il progetto politico in cui militavamo con passione è stato sonoramente sconfitto (dalla storia, prima che da Renzi). Insomma, cinque anni sono lunghi.

Fin qui la nostra piccola, residuale storia. Ma i compleanni, si sa, sono soprattutto un momento di bilancio. E allora la domanda sorge spontanea: l’intento per cui era nato questo blog è stato raggiunto?

La risposta è no. Nel momento di massimo imputridimento del renzismo (uno spavaldo morto che cammina) siamo ancora lontani non solo dalla presenza di una proposta alternativa, ma anche dall’esistenza di centri da cui tale proposta – al tempo stesso non subalterna e vincente – possa emergere. Se attorno a noi molto è cambiato, le ragioni per cui questo spazio è stato creato rimangono.

Se siamo riemersi oggi, a cinque anni giusti dalla nascita di TRed, è quindi per dirvi due cose. Primo, grazie per tutto il pesce. Secondo, noi ci siamo ancora.

E quindi, come sempre, al lavoro e alla lotta.

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Così il No perde

Articolo scritto per TRed.

Nelle ultime settimane una sensazione positiva si è diffusa nel fronte del No al referendum costituzionale. L’impegno parallelo del M5S, della sinistra sociale, di Forza Italia e della Lega Nord contro la riforma invita ad una rassicurante operazione aritmetica: tutta l’opinione pubblica non-renziana è contro, e l’opinione pubblica non-renziana costituisce la larga maggioranza del paese.

Su questo non c’è dubbio. Il Governo gode di un consenso sempre più socialmente limitato a quelle categorie che – bene o male – si stanno salvando dalle conseguenze più pesanti della crisi economica (e che corrispondono in parte al “blocco storico” del Pds-Ds-Pd, con ampi allargamenti al centro). Anche la campagna strumentalmente antipolitica del Pd sta raggiungendo il limite massimo del consenso possibile: condotta dalla forza politica più “sistemica” del paese, serve più a motivare l’elettorato renziano che a conquistare nuovi settori della società.

Il problema è che mentre il Sì sta riuscendo a mobilitare il proprio elettorato potenziale, il No non lo sta facendo. Ed è naturale, in parte: il dissenso verso il Governo si concentra proprio in quei settori della società che più sono portati all’astensione. Ma alla base di questo insuccesso c’è anche l’impostazione generale della campagna del No.

Mirando a mostrare le ineleganze tecniche della riforma e le sue (presunte) naturali conseguenze autoritarie, il No rinuncia di fatto a parlare al suo elettorato naturale per rifugiarsi nel rassicurante steccato dei (sempre meno) politicizzati. Il problema è che gli elettori più naturalmente orientati verso il No non sono interessati né alle finezze dei giuristi né – ahinoi – al destino della democrazia. Sono (o meglio: sarebbero) piuttosto interessati a dare un colpo di coda all’oligarchia europea e italiana che si fa schermo dietro il governo Renzi. A mostrare, per essere più chiari, che ne hanno abbastanza di un sistema politico che non li rappresenta più.

Il risultato del referendum dipenderà soprattutto dalla capacità di mobilitazione dei rispettivi campi. Con un’alta astensione, vincerà chi riuscirà a portare più elettori a votare. Il No in questo momento sta facendo di tutto per non mobilitare i “suoi”. Con il prevedibile risultato che il 4 dicembre vincerà una parte minoritaria del paese, scavando un solco ancora più pericolosamente profondo fra paese legale e paese reale.

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Il fallimento dell’Europa senza popoli

Articolo scritto per TRed.

A chi pensava che la Brexit avrebbe provocato uno shock positivo nel dibattito sull’integrazione europea, queste settimane stanno lasciando l’amaro in bocca. A parte i pruriti antidemocratici degli amici liberali, la risposta dei “federalisti” si è limitata a proposte di nuove politiche (maggiore impegno sui diritti sociali, investimenti pubblici, etc.), che hanno tenuto ben a distanza il vero nocciolo politico del voto inglese: il come e il perché questa unità europea stia fallendo1.

Eppure questo voto dimostra abbastanza chiaramente che la narrativa dell’Unione Europea come strumento di pace2 non è più sufficiente ad assicurargli il consenso dei popoli europei. Tanto meno la barzelletta cosmopolita della generazione Erasmus3 riesce ad attecchire al di fuori di quei sempre più ristretti ceti medi che stanno effettivamente riuscendo a sopravvivere alla globalizzazione: non una gran base sociale, alla prova dei fatti.

I “federalisti” hanno così evitato di parlare della cosa più importante: come convincere i popoli che il progetto europeo sia una cosa utile a loro e non solo ai burocrati e alla finanza. Perché non è il “crescente nazionalismo” il problema: il problema è com’è stata fatta questa Unione Europea. Senza uno straccio di coinvolgimento popolare, calandola dall’alto, pensando che la sua utilità si autodimostrasse. Una sovrastruttura in cui il potere è in mano ad un ambiguo miscuglio di tecnocrati e politici in prepensionamento, mentre il Parlamento eletto conta poco o niente ed enormi trattati commerciali vengono discussi nel più ristretto segreto.

Un’Unione Europea basata su un’utopia che solo un gruppo politico autoreferenziale come pochi avrebbe potuto elaborare: quella di poter costruire un’identità europea in competizione con quelle nazionali. E così oggi, dopo centinaia di miliardi spesi per costruire un’identità nazionale fra gente che parla 35 lingue diverse, ci troviamo con Marine Le Pen alle soglie dell’Eliseo.

Insomma: non un gran successo, quest’Unione Europea costruita da delle élite convinte di poter fare a meno dei popoli.


1. Un atteggiamento speculare a quello delle élite liberali europee, che stanno premendo su un atteggiamento di “lacrime e sangue” contro il Regno Unito per evitare che si mettano in discussione i fondamentali dell’integrazione.

2. Che poi, tipo, in Ucraina non è che sia andata benissimo.

3. Gioia dell’Europa, i miliardi di tasse dei lavoratori spesi per mantenere studenti fuori corso a bere e drogarsi. [Chi scrive c’è stato in Erasmus: non è sicuramente solo così, però ‘sta cosa che gli Erasmus siano in sol dell’Avvenire è lontana anni luce dalla realtà].

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