Archive for TRed

Cinque anni di TRed

Articolo scritto per TRed.

Il 21 febbraio 2012 emetteva i suoi primi vagiti TRed. L’occasione era da subito polemica: sul Corriere della Sera era stata pubblicata una lettera di alcuni “ventenni” a favore di una riforma del lavoro che, sostanzialmente, abbassasse i diritti dei lavoratori “garantiti” e alzasse “un po’“ (cit.) quelli dei non garantiti. Alla fine, come è noto, i diritti sono stati abbassati un po’ a tutti. Una par condicio che forse avrà fatto piacere ai nostri interlocutori immaginari, molti poi transitati per segreterie politiche e ministeriali (beati loro).

Di questo blog avevamo però iniziato a parlare fra di noi da qualche mese. Nonostante la pax bersaniana regnasse apparentemente sovrana – e sembrasse destinata ad una grande vittoria nel giugno 2013 – la marea del renzismo stava montando senza trovare voci (ed argomenti) che riuscissero veramente a fargli da argine. Un blog collettivo, intitolato ad un dinosauro rosso (come i dinosauri di cartone che popolavano polemicamente le Leopolde) ci sembrò un buon punto di partenza.

Molte altre cose sono cambiate nel frattempo. Da due studentelli squattrinati siamo diventati due dottorandi squattrinati (ma solo perché facciamo la bella vita). Il “nostro” Veneto è per entrambi lontano. Il progetto politico in cui militavamo con passione è stato sonoramente sconfitto (dalla storia, prima che da Renzi). Insomma, cinque anni sono lunghi.

Fin qui la nostra piccola, residuale storia. Ma i compleanni, si sa, sono soprattutto un momento di bilancio. E allora la domanda sorge spontanea: l’intento per cui era nato questo blog è stato raggiunto?

La risposta è no. Nel momento di massimo imputridimento del renzismo (uno spavaldo morto che cammina) siamo ancora lontani non solo dalla presenza di una proposta alternativa, ma anche dall’esistenza di centri da cui tale proposta – al tempo stesso non subalterna e vincente – possa emergere. Se attorno a noi molto è cambiato, le ragioni per cui questo spazio è stato creato rimangono.

Se siamo riemersi oggi, a cinque anni giusti dalla nascita di TRed, è quindi per dirvi due cose. Primo, grazie per tutto il pesce. Secondo, noi ci siamo ancora.

E quindi, come sempre, al lavoro e alla lotta.

Annunci

Commenti disabilitati

Così il No perde

Articolo scritto per TRed.

Nelle ultime settimane una sensazione positiva si è diffusa nel fronte del No al referendum costituzionale. L’impegno parallelo del M5S, della sinistra sociale, di Forza Italia e della Lega Nord contro la riforma invita ad una rassicurante operazione aritmetica: tutta l’opinione pubblica non-renziana è contro, e l’opinione pubblica non-renziana costituisce la larga maggioranza del paese.

Su questo non c’è dubbio. Il Governo gode di un consenso sempre più socialmente limitato a quelle categorie che – bene o male – si stanno salvando dalle conseguenze più pesanti della crisi economica (e che corrispondono in parte al “blocco storico” del Pds-Ds-Pd, con ampi allargamenti al centro). Anche la campagna strumentalmente antipolitica del Pd sta raggiungendo il limite massimo del consenso possibile: condotta dalla forza politica più “sistemica” del paese, serve più a motivare l’elettorato renziano che a conquistare nuovi settori della società.

Il problema è che mentre il Sì sta riuscendo a mobilitare il proprio elettorato potenziale, il No non lo sta facendo. Ed è naturale, in parte: il dissenso verso il Governo si concentra proprio in quei settori della società che più sono portati all’astensione. Ma alla base di questo insuccesso c’è anche l’impostazione generale della campagna del No.

Mirando a mostrare le ineleganze tecniche della riforma e le sue (presunte) naturali conseguenze autoritarie, il No rinuncia di fatto a parlare al suo elettorato naturale per rifugiarsi nel rassicurante steccato dei (sempre meno) politicizzati. Il problema è che gli elettori più naturalmente orientati verso il No non sono interessati né alle finezze dei giuristi né – ahinoi – al destino della democrazia. Sono (o meglio: sarebbero) piuttosto interessati a dare un colpo di coda all’oligarchia europea e italiana che si fa schermo dietro il governo Renzi. A mostrare, per essere più chiari, che ne hanno abbastanza di un sistema politico che non li rappresenta più.

Il risultato del referendum dipenderà soprattutto dalla capacità di mobilitazione dei rispettivi campi. Con un’alta astensione, vincerà chi riuscirà a portare più elettori a votare. Il No in questo momento sta facendo di tutto per non mobilitare i “suoi”. Con il prevedibile risultato che il 4 dicembre vincerà una parte minoritaria del paese, scavando un solco ancora più pericolosamente profondo fra paese legale e paese reale.

Commenti disabilitati

Il fallimento dell’Europa senza popoli

Articolo scritto per TRed.

A chi pensava che la Brexit avrebbe provocato uno shock positivo nel dibattito sull’integrazione europea, queste settimane stanno lasciando l’amaro in bocca. A parte i pruriti antidemocratici degli amici liberali, la risposta dei “federalisti” si è limitata a proposte di nuove politiche (maggiore impegno sui diritti sociali, investimenti pubblici, etc.), che hanno tenuto ben a distanza il vero nocciolo politico del voto inglese: il come e il perché questa unità europea stia fallendo1.

Eppure questo voto dimostra abbastanza chiaramente che la narrativa dell’Unione Europea come strumento di pace2 non è più sufficiente ad assicurargli il consenso dei popoli europei. Tanto meno la barzelletta cosmopolita della generazione Erasmus3 riesce ad attecchire al di fuori di quei sempre più ristretti ceti medi che stanno effettivamente riuscendo a sopravvivere alla globalizzazione: non una gran base sociale, alla prova dei fatti.

I “federalisti” hanno così evitato di parlare della cosa più importante: come convincere i popoli che il progetto europeo sia una cosa utile a loro e non solo ai burocrati e alla finanza. Perché non è il “crescente nazionalismo” il problema: il problema è com’è stata fatta questa Unione Europea. Senza uno straccio di coinvolgimento popolare, calandola dall’alto, pensando che la sua utilità si autodimostrasse. Una sovrastruttura in cui il potere è in mano ad un ambiguo miscuglio di tecnocrati e politici in prepensionamento, mentre il Parlamento eletto conta poco o niente ed enormi trattati commerciali vengono discussi nel più ristretto segreto.

Un’Unione Europea basata su un’utopia che solo un gruppo politico autoreferenziale come pochi avrebbe potuto elaborare: quella di poter costruire un’identità europea in competizione con quelle nazionali. E così oggi, dopo centinaia di miliardi spesi per costruire un’identità nazionale fra gente che parla 35 lingue diverse, ci troviamo con Marine Le Pen alle soglie dell’Eliseo.

Insomma: non un gran successo, quest’Unione Europea costruita da delle élite convinte di poter fare a meno dei popoli.


1. Un atteggiamento speculare a quello delle élite liberali europee, che stanno premendo su un atteggiamento di “lacrime e sangue” contro il Regno Unito per evitare che si mettano in discussione i fondamentali dell’integrazione.

2. Che poi, tipo, in Ucraina non è che sia andata benissimo.

3. Gioia dell’Europa, i miliardi di tasse dei lavoratori spesi per mantenere studenti fuori corso a bere e drogarsi. [Chi scrive c’è stato in Erasmus: non è sicuramente solo così, però ‘sta cosa che gli Erasmus siano in sol dell’Avvenire è lontana anni luce dalla realtà].

Commenti disabilitati

Il voto clientelare non è integrazione

Articolo scritto per TRed.

Le polemiche sul voto “cinese” alle primarie di Milano andranno sicuramente a spegnersi nel giro di qualche ora, così come tutte le polemiche legate alla contingenza. Ma le reazioni alle accuse (spesso sopra le righe) del M5S da parte degli esponenti del Pd dimostrano una concezione piuttosto interessante di come venga concepita l’integrazione dei cittadini stranieri nella democrazia italiana.

A Milano si è verificato un fenomeno che sui famosi “territori” si ripete da anni ad ogni elezione primaria, senza destare grosse polemiche. Un notabile del Pd si accorda con il capo comunità locale di una particolare nazionalità (in questo caso i cinesi) che – in cambio di promesse o anche solo di un rapporto preferenziale – spinge i suoi connazionali ad andare in massa al voto.

I dirigenti del Pd considerano questo meccanismo una dinamica di “integrazione”. E lo è certamente. Ma di chi? Non certo degli stranieri che hanno effettivamente votato, coinvolti solo in forza di una logica clientelare di cui sono spesso le prime vittime (per esempio nel campo del lavoro sfruttato) e completamente all’oscuro del significato politico del proprio voto. Sostanzialmente, non cittadini ma massa da movimentare.

Se si può parlare di un’integrazione, lo si può forse  fare rispetto ai capi comunità (in questo caso del signor Francesco Wu, rappresentante degli imprenditori cinesi di Milano). Ma – anche in questo caso – bisogna ben intendersi di quale integrazione si stia parlando. Non un’integrazione democratica, ma un’integrazione clientelare – d’altro canto perfettamente adatta alla nuova repubblica notabilare sottointesa nel progetto del Partito della Nazione.

Si può essere d’accordo o meno con questo tipo di integrazione. Ma non illudersi (o cercare di illudere nessuno) che quelle centinaia di cinesi che hanno votato ieri a Milano siano il segno di un rafforzamento della democrazia italiana. Perché un’integrazione vera è possibile, ma non passa tramite i capi comunità ed il voto pilotato. E’ possibile – e sta già avvenendo – tramite le lotte per il miglioramento della propria condizione di vita, tramite l’inclusione nelle strutture della società civile. Tramite, insomma, la partecipazione attiva alla vita politica e sociale del nostro paese – di cui il voto informato non è che la conseguenza più naturale.

—- ★ —-

P.S. questo non significa che tutto il voto straniero sia sempre frutto di logiche clientelari. D’altro canto, un ragionamento analogo può essere tracciato per le masse di votanti italiani che si recano alle urne seguendo logiche analoghe.

Commenti disabilitati

A cosa serve vincere un Comune

Articolo scritto per TRed.

La varie anime della sinistra italiana (parlamentare, extraparlamentare, cisgoverntiva, infragovernativa) si preparano alla tornata delle amministrative di quest’anno lambiccandosi fra strategie elettorali e rinnovato ulivismo. Certo, con una legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialista (mortacci sua) non potrebbe essere altrimenti. Ma in questo dibattito si perde qualcosa, e qualcosa di abbastanza centrale: a cosa serve vincere delle elezioni comunali.

La Terza Via all’italiana ha cambiato in modo fondamentale il modo con cui la sinistra si è posta di fronte alla politica municipale. L’esperienza delle “amministrazioni rosse” tanto nel primo Novecento quanto nel secondo Dopoguerra aveva svolto un ruolo fondamentale nel consolidare le conquiste del movimento dei lavoratori. I comuni amministrati dai socialisti e dai comunisti erano la dimostrazione evidente di come delle forze popolari potessero amministrare il potere senza il supporto delle classi dirigenti locali (e – spesso – contro le stesse classi dirigenti locali). Una dimostrazione di autonomia popolare e di autogoverno che strideva non poco con la retorica del “popolo infante” da sempre tipica di liberali e tecnocrati.

Amministrare un comune da sinistra voleva dire proprio questo: dare potere alla gente comune, usarlo per migliorarne le condizioni di vita e per difenderne gli interessi materiali e politici. I consigli comunali (anche delle grandi città) prima e dopo il fascismo erano pieni di operai, artigiani e impiegati anche per questo: a livello locale c’erano delle forze che li rappresentavano e coinvolgevano. La differenza fra una giunta di sinistra e una di destra era quindi ben chiara: il Comune rosso diventava uno strumento di difesa e partecipazione politica dalle gente comune.

Oggi, le forze che si riconducono alla sinistra si dividono in due grandi filoni rispetto al potere comunale. Una parte importante ritiene che la differenza fra destra e sinistra a livello comunale stia nel “buon governo”. I buongovernisti basano la propria visione su due postulati: primo, la sinistra sarebbe più tecnicamente abile (e meno naturalmente corrotta) della destra; secondo, (e qua cito) “a livello locale le differenze politiche non contano”1. Per i buongovernisti le elezioni comunali si limiterebbero insomma ad una questione essenzialmente tecnica.

C’è poi una seconda tendenza, che assegna un ruolo sì politico alla conquista dell’istituzione comunale – ma limitandolo alla difesa dei diritti civili. I civilisti si indignano di fronte alla polemiche xenofobe e omofobe delle giunte di centrodestra. Non solo: ne fanno il motivo ultimo della propria identità politica municipale, quello che li divide dalla destra. Così facendo si chiudono in una dimensione moralistica della politica. Dimensione che certo convince i coinvolti nelle polemiche (comunità minoritarie, per quanto considerevoli) e gli amici del ceto medio progressivo, ma che poco dice a gran parte della popolazione.

Insomma: la sinistra italiana quando parla di politiche municipali parla o con una prospettiva tecnica o con una prospettiva moralistica. La fortuna è stata che la destra si è per anni limitata a fare più o meno la stessa cosa. Le elezioni comunali si sono così spoliticizzate. E con loro l’opinione pubblica locale. L’entrata irruenta della questione profughi (come anche il lento ma costante risorgere del conservatorismo cattolico) ha però cambiato velocemente la situazione. E ora la sinistra si trova a usare argomenti tendenzialmente apolitici di fronte ad una destra che usa argomenti popolari. La battaglia politica si è fatta quindi asimmetrica, e questo non aiuta certo a vincere le elezioni2.

Ecco perché questo 2016 può essere per le sinistre (parlamentari, extraparlamentari, cisgovernative, infragovernative) un anno importante per riflettere su cosa voglia dire conquistare un Comune. Ricordandosi che il motivo per cui è nata è stato proprio quello di incanalare le esigenze, i bisogni e l’autonomia delle classi popolari.

Anche a costo di perdere qualche invito a cena nei salotti buoni o di far storcere il naso a qualche professore di liceo con la passione dei diritti civili.

—- ★ —-

  1. Questo argomento ha permesso un sempre maggiore spostamento di potere verso le figure dei sindaci, a scapito dei partiti. Perché le liste civiche – a meno di non rappresentare un’organizzazione politica autonoma – si limitano in gran parte ad essere liste di fedelissimi del Sindaco in carica, a cui sono legati da rapporti di potere o fedeltà.
  2. Qualche segnale in controtendenza sta arrivando soprattutto da Milano e Roma, dove qualche candidato ha ricominciato a parlare di periferie. Che sia per l’influenza delle vittorie delle coalizioni popolari di Madrid e Barcellona, o che sia perché ormai la questione della diseguaglianza non può più essere tenuta fuori dalla porta poco cambia: è comunque una discontinuità profonda rispetto agli ultimi due decenni di vita municipale.

Commenti disabilitati

Ridimensionando le elezioni francesi

Articolo scritto per TRed.

Il dibattito pubblico italiano è scandito da incredibili e inaspettati eventi politici esteri, che ci piombano addosso con la stessa casualità apparente delle calamità naturali. Da essi i nostri commentatori e giornalisti – che spesso di politica estera sanno poco più di niente – sono soliti trarre illuminate e incontrovertibili conclusioni non solo sulla nostra politica interna, ma anche su quella di tutto il continente – fino ad spingersi spesso a discettare sulla natura dell’Occidente stesso e dei suoi valori (sempre inevitabilmente a rischio).

E’ un po’ così che il voto delle regionali francesi si è trasformato in un voto dalla portata simbolica enorme1, che ha ridisegnato l’immagine della politica francese presente nella mente degli italiani. Il problema è – come sempre – che le cose sono un po’ più complesse delle ricostruzioni allarmate di questi giorni. Alcuni aspetti del voto francese sono passati in secondo piano – se non sono stati del tutto ignorati – non incastrandosi perfettamente nella retorica della Francia ormai in preda ad una forma di populismo antieuropeo e xenofobo ormai egemone2. Cerchiamo di elencarli.

1. Il Front National aveva già vinto un’altra competizione elettorale nazionale quest’anno, le dipartimentali di marzo (corrispondenti alle nostre provinciali). In quel contesto il partito di Marine Le Pen aveva ottenuto il 25,2% dei voti al primo turno, non conquistando la qualifica di primo partito solamente perché l’Ump di Sarkozy (oggi Les Républicanes) si era presentato con delle liste che comprendevano formazioni minori. Il risultato di queste regionali – ampiamente prevedibile (e largamente previsto) – non ha che confermato una situazione già consolidata mesi fa. Nessuna novità sorprendente, insomma.

2. Il risultato deve essere rivisto alla luce dell’effettiva partecipazione popolare a questa tornata elettorale. Domenica, si è recato alle urne il 49,9% degli aventi diritto. Il Front National ha ottenuto il 27,7% dei voti espressi. Questi equivalgono a circa il 13,8% del totale degli aventi diritto. Insomma, a votare Le Pen è stato poco più di un elettore su dieci. Le considerazioni sull’egemonia che il partito di estrema destra eserciterebbe sulla società francese vanno considerate alla luce di questo dato: esagerazioni.

3. Nonostante sia certamente vero che il partito della Le Pen intercetti parte importante del voto di quel nuovo “quarto stato” escluso dalla globalizzazione capitalista (definizione calzante di Flavia Perina, che sulla politica estera recupera quell’equilibrio che smarrisce sistematicamente quando tratta di questioni italiane) è altrettanto vero che questo “quarto stato” ha largamente disertato le urne, come d’altro canto la maggioranza dei francesi. Ci sentiamo quindi di rassicurare tutti: i francesi non sono ancora diventati un popolo di xenofobi, razzisti e cripto-fascisti. I ceti popolari – largamente meticci – più che votare Fn, votano astensione.

4. Un ultimo dato emerge dalla lettura dei risultati elettorali: la posizione del Fn sarebbe piuttosto innocua all’interno di un sistema elettorale in cui la rappresentanza avesse la priorità sulla presunta “governabilità”. Domenica la sinistra “plurale” ha raccolto il 35% dei voti, la destra conservatrice il 31%, mentre il Fn si è fermato al 27%. Il problema sta quindi nel sistema elettorale francese a doppio turno, che prevede un premio di maggioranza implicito spaventoso: il Partito Socialista – per capirci – esprime quasi il 50% dei seggi dell’Assemblea Nazionale grazie al 29% dei voti alle elezioni politiche (più o meno lo stesso livello di consenso attuale del Fn). Un sistema ideato per rafforzare il “centro” dello schieramento politico, che ora però rischia di ritorcersi contro i suoi stessi ideatori. Una lezione, questa, che non sembra toccare gli ideatori del nuovo sistema elettorale italiano a doppio turno, che non solo si basa sulla medesima logica di quello francese, ma la potenzia attribuendo il premio di maggioranza a livello nazionale invece che a livello di collegio.

Il voto francese dovrebbe far certamente riflettere. Il pericolo dell’affermazione di un partito di estrema destra (per quanto largamente “normalizzato”) deve sempre mettere in allarme. Ma proprio per questo bisogna evitare generalizzazioni e schematismi che più che spiegare la realtà, la distorcono fino a renderla irriconoscibile. La democrazia europea sta affrontando una sfida di legittimazione – certo – e le proposte liberali in campo (di destra e di sinistra) non sono chiaramente all’altezza. Ma sopravvalutare un pericolo – così come un avversario – è pericoloso tanto quanto sottovalutarlo.

—- ★ —-

1. Questo è certamente anche un riverbero della reazione della politica “ufficiale” francese (in particolare quella progressista), completamente stordita da questi risultati.

2. L’utilizzo del concetto di egemonia sul Front National è piuttosto equivoco. In primo luogo – come vedremo – perché l’influenza che esercita il partito della Le Pen sulla società francese è ancora largamente minoritaria; in secondo luogo perché snatura il concetto di egemonia così come elaborato da Gramsci: non una prevalenza di un partito su un altro, ma il dominio (prima di tutto ideologico) di una classe su un’altra. Quello che invece è evidente è come questi “al lupo, al lupo” abbiano una fondamentale funzione di compattare l’elettorato verso i partiti di “sistema”, non solo in Francia, ma in tutta Europa: in questo caso svolgendo sì una funzione egemonica.

Commenti disabilitati

Air France è il vostro modello di società

Articolo scritto per TRed.

Tutti hanno negli occhi le immagini del quasi-linciaggio della dirigenza di Air France, assaltata da una folla di lavoratori a rischio licenziamento. C’è un motivo per cui quelle immagini hanno così colpito l’opinione pubblica europea: non sono scene a cui siamo abituati. Non lo sono da decenni. Quelle immagini richiamano un passato lontano, in cui la conflittualità sociale veniva espressa tramite forme implicite ed esplicite di violenza. Quei tempi – questo è il vero significato della vicenda Air France – si fanno oggi più minacciosamente vicini.

La (presunta) ripresa economica continentale si sta basando su centinaia di migliaia di lavoratori (siano essi dipendenti, autonomi, piccoli imprenditori, atipici) sistematicamente usati come forza produttiva a basso costo e a bassi diritti. Questo sta creando nel ventre della società una situazione di microconflittualità diffusa (in molti casi ridotta alla tragedia individuale) che non riesce ad avere uno sbocco politico di alcun tipo. In primo luogo perché le organizzazioni popolari hanno difficoltà – un po’ per la struttura del mercato del lavoro, un po’ per impreparazione culturale – a unificare delle situazioni geograficamente e funzionalmente distanti e a dargli così uno sbocco politico “costruttivo” così come hanno fatto negli ultimi decenni.

Ma questo succede anche perché dall’altra parte della barricata c’è un blocco sociale per niente intenzionato a cedere un centesimo delle quote di potere o di ricchezza accumulati negli ultimi decenni. Un blocco sociale di ricchi e potenti che nella sua arroganza ha dimenticato che lo stato sociale, la democrazia diffusa e i diritti sul posto di lavoro – più che una concessione delle classi dirigenti ai lavoratori – sono stati storicamente l’unico modo per rendere accettabile ai popoli un sistema economico basato sullo sfruttamento e sulla diseguaglianza.

Oggi in Italia quel sistema sta venendo demolito pezzo per pezzo. Deregolando il diritto del lavoro, picconando sistematicamente il sindacato, proponendo il superamento dei contratti nazionali, togliendo tasse sui ricchi per far pagare la sanità ai poveri, svuotando piano piano la democrazia dall’interno.

Sappiano gli autori di questo lento smantellamento che quello che è successo ad Air France non è che la naturale conseguenza del loro operato. Quella che stanno creando è una società in cui la gente comune è così debole di fronte ai soprusi dei privilegiati da non avere nessuno strumento non violento per far sentire la propria voce. Un modello che chiunque sano di mente dovrebbe voler evitare.

A patto, certo, che quel tipo di società a misura dei potenti non sia esattamente il suo progetto politico.

Commenti disabilitati

Older Posts »