Archive for politica

Industriali, a quando un esame di coscienza?

Articolo scritto per VVox.

Negli ultimi decenni la voce dei poteri forti si è fatta più discreta, e per una buona ragione: perché mai uscire allo scoperto quando tutti i politici (siano essi leghisti, piddini e ora pure grillini) ripetono come pecore quello che vuoi tu? Per questo la lunga – e noiosa – lettera del presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi al Foglio è un’occasione straordinaria. Vescovi consegna al giornale romano una vera e propria visione del mondo. Lo fa con un esercizio retorico furbo, ma molto poco convincente: prende la generica sfiducia dei suoi aderenti e gli dà il senso che vuole lui. La voce dei veri imprenditori scompare così dietro ad una lettera il cui scopo neanche troppo velato è quello di minacciare la Lega di toglierle il sostegno confindustriale nel caso in cui Tav e autonomia non si sblocchino.

Per noi comuni mortali rimane invece un po’ straniante leggere questa lettera che parla di un’imprenditoria immacolata e animata persino da una “passione amorosa” (accidenti!). Con un colpo di spugna Vescovi cerca così di nascondere i decenni di delocalizzazioni, speculazioni e disastri ambientali di cui il “modello imprenditoriale veneto” si è nutrito a spese della collettività. Quello di Vescovi è un paese in cui scompaiono quelli che ogni mattina si svegliano presto per andare a lavorare, magari per un salario da fame: tutta la ricchezza è prodotta in beata solitudine dagli eroici imprenditori. Il suo è un paese in cui il primo nemico sarebbe la burocrazia, nonostante l’Italia sia fra le nazioni Ocse con meno dipendenti pubblici. Un paese in cui la tassazione sull’impresa sarebbe troppo alta, nonostante le tasse sui profitti in Italia non siano mai state così basse. Un paese in cui investire sarebbe praticamente impossibile, nonostante i continui regali fiscali agli imprenditori fatti a spese dei contribuenti.

Nel paese reale molti imprenditori hanno preferito affrontare la globalizzazione abbassando i salari e i diritti dei propri lavoratori, invece di investire in ricerca e sviluppo. Nonostante la propaganda confindustriale, i dati freschi di Unioncamere confermano che l’imprenditoria veneta ha smesso di investire sull’economia reale e sul territorio, preferendo forse le più redditizie speculazioni finanziarie. Vescovi dimentica poi di citare la morsa fiscale fra le cause della sfiducia degli imprenditori, una piaga resa insostenibile nel nostro territorio dal crollo delle banche popolari. Certo, Vescovi avrà preferito non tirare in ballo Gianni Zonin, che per molti decenni è stato uno dei dominus del sistema imprenditoriale vicentino. D’altro canto, nel mondo al contrario di Vescovi non hanno spazio i tanti imprenditori che in nome del profitto hanno devastato la nostra terra, tanto socialmente quanto ecologicamente.

Dieci anni di crisi economica danno alla lettera di Vescovi un sapore di antico. Per rimettere in sesto la nostra disastrata economia, avremmo bisogno di un’imprenditoria più umile e meno ideologica. Invece la lettera di Vescovi unisce i soliti dogmi del pensiero unico liberale con la pretesa di voler dettare l’agenda economica del paese – ovviamente per i propri interessi di bottega. Un’imprenditoria – quella di Vescovi – ormai del tutto subalterna agli interessi della Germania, sul cui successo pensa stupidamente di poter prosperare per sempre. Un’imprenditoria, insomma, degna di un paese colonizzato. Queste chiacchiere sono andate bene agli italiani e ai veneti per più di trent’anni. Hanno fallito, come ha fallito questa classe dirigente di imprenditori e politici. C’è bisogno di un altro copione, perché quello che ha da offrirci Confindustria non ci ha portato niente di buono.

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Se il sindacato non impara a comunicare

Articolo scritto per Jacobin Italia.

Cgil, Cisl e Uil hanno convocato per sabato 9 febbraio una “grande manifestazione unitaria” a Roma per sostenere le proposte economiche e sociali avanzate in ottobre e del tutto ignorate dal governo gialloverde. Se il merito della mobilitazione pare condivisibile così come la ripresa di un’opposizione sociale a un governo che ha fatto della demagogia conservatrice il suo mestiere, le modalità di lotta e di mobilitazione dei sindacati confederali danno spazio a qualche dubbio. Partiamo da un esempio pratico. È diffusa la convinzione che il sindacato confederale sia stato “tenero” nei confronti dei governi dell’austerità che hanno retto il paese dal 2010 al 2018 (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). In particolare, gli si rimprovera di “non aver manifestato” né contro la legge Fornero né contro il Jobs Act. Inutilmente gli attivisti sindacali rispondono con la lunga lista di mobilitazioni intraprese dal sindacato in quegli anni: il punto è che queste mobilitazioni non hanno inciso sulla percezione pubblica, finendo presto nel dimenticatoio. Certo, si tratta di una dimenticanza comoda per chi vede nelle ultime organizzazioni di massa rimaste in Italia un nemico da abbattere. È però anche il frutto di un problema strutturale di queste mobilitazioni, che si sono dimostrate di per sé incapaci di raggiungere i due obiettivi fondamentali di ogni movimento sociale: conquistare il supporto della popolazione e influenzare il potere politico.

Come rinnovare, dunque, un modello che mostra segni di esaurimento? Non si tratta di una questione che può essere esaurita dal punto di vista teorico, ma qualche indicazione può venire dalle mobilitazioni spontanee che hanno “conquistato” la Francia negli ultimi mesi, i cosiddetti “gilet gialli”. Come ha notato lo storico dei movimenti popolari Gérard Noiriel, il primo motivo del successo di queste mobilitazioni è da individuare nell’enorme copertura che i media tradizionali gli hanno dedicato – tanto prima dell’inizio della mobilitazione quanto nelle settimane successive. Un’ulteriore dimostrazione di come – nonostante la diffusa convinzione l’informazione si sia irrimediabilmente “disintermediata” – i media mainstream (televisioni e siti d’informazione in primis) rimangano strumenti fondamentali nell’orientare l’opinione pubblica e nel dettare l’agenda politica di un paese.

Il sindacato confederale ha negli ultimi due decenni supplito alla sua incapacità di “fare notizia” con la sua forza organizzativa. Le piazze, in pratica, venivano riempite da militanti e attivisti – rispecchiando per altro la composizione anagrafica attuale della militanza sindacale: il “successo” quantitativo della manifestazione veniva così slegato (e idealmente reso autonomo) dalla sua effettiva capacità di guadagnare consenso. Anche per questo in Italia più che altrove la “guerra dei numeri” fra questure e organizzatori ha guadagnato centralità: in una concezione superata, il numero dei partecipanti avrebbe dovuto dimostrare la “forza” della mobilitazione. Il problema è che oggi anche portare in piazza un milione di persone non è sufficiente se non si è capaci di conquistare la “casamatta” dell’informazione mainstream. Insomma, oggi il sindacato (come tutti i movimenti) si trova dipendente dai media in due ambiti fondamentali: la capacità di attrarre in piazza manifestanti lontani dalla propria base militante; la capacità di far entrare la protesta nell’agenda politica nazionale, generando così un circolo virtuoso fra esposizione mediatica e partecipazione popolare.

Pensare di bypassare questo meccanismo non è possibile: l’amara considerazione del rinnovato potere politico di chi controlla i mezzi d’informazione non può rimandare a tempi migliori la necessità dell’azione. L’evidente problema che si pone al sindacato e ai movimenti sociali è quindi quello di rendere accettabile per i media mainstream mobilitazioni che vanno spesso contro gli interessi degli editori e l’impostazione ideologica di gran parte dei giornalisti. Come ha osservato sempre Noiriel, una risposta può trovarsi nella logica economicista che anima i media, mai come oggi “affamati” di notizie che possano fare audience (e click). Ogni mobilitazione deve quindi cercare di avere un’apparenza insolita, inedita, curiosa: la mobilitazione non deve solo “fare notizia”. La mobilitazione deve essere una notizia.

Il sindacato deve quindi appropriarsi dei mezzi di comunicazione ed educare i suoi quadri a utilizzarli a ogni livello. Il ventaglio di media a disposizione è enorme, ognuno con le proprie peculiarità: dai salotti televisivi ai social media, dalle colonne dei giornali locali alle radio regionali. Il sindacato deve affrontare la questione della comunicazione come una questione eminentemente politica: elaborare una strategia nazionale e disporre i propri quadri in una mobilitazione permanente che tenda a occupare lo spazio pubblico. Senza rifiutare la personalizzazione del “portaparola”, una figura necessaria e obbligata fin da quando le masse sono entrare nella politica. Ogni strategia vincente comporta il collegamento tra vicende particolari e problemi generali. Come Salvini, spesso distorcendo la realtà, parla del più piccolo incidente nella gestione dei rifugiati come di un problema politico nazionale, il sindacato dovrebbe prendere ogni singola delocalizzazione, ogni singolo caso di sfruttamento, ogni singolo licenziamento sindacale e renderlo il simbolo di una questione più ampia: l’inversione dei rapporti di forza fra capitale e lavoro nella nostra società.

In tal senso, qualche caso virtuoso di comunicazione sindacale si è visto negli ultimi anni. Il più noto è appena balzato alle cronache nazionali: si tratta del neosegretario generale della Cgil Maurizio Landini. Sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico al momento della sua elezione alla guida della Fiom nel 2010, Landini è riuscito negli anni a guadagnare una credibilità e una riconoscibilità che l’hanno reso il candidato naturale alla successione di Susanna Camusso. Questa evoluzione, avvenuta in poco meno di otto anni, è stata segnata da due momenti principali: prima la battaglia sul piano industriale della Fiat, poi il lancio dell’effimera Coalizione Sociale. In entrambi i casi, la Fiom è riuscita a occupare stabilmente lo spazio pubblico tramite una presenza costante di Landini nei talk show televisivi. Se il fallimento della Coalizione Sociale ha in parte interrotto questa egemonizzazione dell’informazione televisiva, è prevalentemente grazie a quest’ultima che la Fiom ha potuto sostenere in solitaria la “battaglia di Pomigliano” senza essere isolata. I primi giorni della segreteria Landini sembrano segnalare una ripresa dell’attivismo mediatico del neosegretario sulla scena dei talk show nazionali: un primo esperimento i cui frutti potranno essere visibili già durante la manifestazione del 9 febbraio.

Un altro esempio positivo di comunicazione sindacale – “opposto” dal punto di vista politico – è quello della Fim (i metalmeccanici della Cisl) di Marco Bentivogli. Un modello formatosi per reazione a quello di Landini, ma dai tratti non troppo dissimili: estrema personalizzazione della linea politica nella figura del segretario nazionale, utilizzo cospicuo dei media come strumento di propaganda e presenza costante in tutti gli organi di informazione mainstream. Quello che colpisce della strategia della Fim è infatti la pluralità dei mezzi sfruttati: da una parte il segretario Bentivogli gioca il ruolo di opinionista su importanti quotidiani nazionali e diversi talk show televisivi; dall’altra, su Twitter, è ben visibile la presenza strutturata e organizzata della categoria, alimentando la legittimazione della Fim fra i numerosi giornalisti e creatori d’opinione che animano il social network. In questo modo Bentivogli sembra aver imparato la lezione del suo avversario simbolico, portando alle estreme conseguenze la strategia comunicativa del Landini della Coalizione Sociale (e aspirando, forse, a un analogo cursus honorum in Cisl).

Insomma, senza un impegno politico sul piano comunicativo, le manifestazioni sindacali nazionali rischiano di essere delle prove di forza di fronte a uno specchio, quasi del tutto ignorate dai media e quindi sconosciute all’opinione pubblica. Un sindacato generale – e a maggior ragione, un sindacato naturalmente politico come quello confederale – non può non porsi il tema dell’egemonia nella sua attività non strettamente sindacale. Per questo, la comunicazione deve diventare una priorità nelle agende dei sindacalisti. Ovviamente, essa non può sostituire l’elaborazione e la strategia politica – veri elementi fondanti di ogni organizzazione. Ma senza una comunicazione incisiva, anche la migliore strategia politica è destinata al fallimento.

Sarebbe quindi bene che i sindacati – nell’era del governo gialloverde – ricominciassero a ragionare su come, oggi, si forma l’opinione pubblica popolare: a studiarne i meccanismi per poterli sfruttare politicamente. Perché, malgrado tutto, non solo la rivoluzione, ma anche qualsiasi riforma di segno popolare non potrà che passare per la televisione e per gli altri media mainstream.

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Autonomia veneta, l’aiutino statistico di Unioncamere a Zaia

Articolo scritto per VVox.

Pochi ricordano i vaticini formulati da Confindustria in occasione dello sfortunato referendum costituzionale renziano: nel giugno 2016 gli “esperti” economisti del padronato italiano prevedevano che – in caso di sconfitta della riforma costituzionale – il Pil sarebbe crollato di «quattro punti» fra 2017 e 2019, per non parlare dei 600 mila posti di lavoro bruciati dalla mancata riforma costituzionale. Non erano menzionate cavallette, ma poco ci mancava.

Una previsione questa già allora molto discussa, e che oggi appare sempre meno come un contributo tecnico e sempre più come una mossa di campagna elettorale a favore di un politico amato dai poteri forti. Nel Veneto del 2019 si ha l’impressione di rivivere un remake della stessa commedia, con Unioncamere (in foto il presidente Mario Pozza) nella parte di Confindustria e Luca Zaia nel ruolo di Matteo Renzi. Se si facesse l’autonomia della Regione Veneto – dicono gli “esperti” delle Camere di Commercio venete – il Pil veneto esploderebbe del 2,7% (due anni fa dicevano del 2,8%, chissà dove si è perso quello 0,1%). Una cifra considerevole, anche se molto lontana da quel 12% che il direttore di Unioncamere Veneto prevedeva in caso di secessione ad un convegno di indipendentisti veneti ormai quattro anni fa.

Lungi da noi mettere in dubbio la validità dei numeri forniti dalla prestigiosa Unioncamere Veneto – che, certo casualmente, ha appena ricevuto dalla giunta Zaia gli uffici del turismo tradizionalmente assegnati alle province. Gli “esperti” camerali avranno sicuramente tenuto conto degli effetti depressivi provocati dalla rottura dell’unità nazionale, consapevoli che il famoso “residuo fiscale” serve in primo luogo a tenere in piedi il principale mercato delle aziende venete, cioè l’Italia meridionale.

L’esperienza tuttavia indurrebbe a cautela e sobrietà nelle previsioni sugli effetti economici delle riforme politiche. Troppe volte “esperti” e “tecnici” si sono lanciati in vaticini poi duramente smentiti dai fatti. Una cautela e una sobrietà sicuramente necessarie se questi studi servono a contribuire al benessere del nostro territorio, un po’ meno se il loro vero fine è invece quello di rafforzare una parte politica che da sempre si attira la simpatia e il sostegno dei poteri forti della nostra regione.

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La vera emergenza sicurezza? Quella sul lavoro. Veneto maglia nera

Articolo scritto per VVox.

Non bastava la precarietà (l’ultimo dato è che solo il 18% dei nuovi assunti nelle aziende venete con meno di 15 dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato): lavorare nella nostra regione è sempre più rischioso. A certificarlo è una ricerca pubblicata dall’Inail qualche giorno fa. Il Veneto è maglia nera d’Italia, con un incremento del 33% dei morti sul lavoro rispetto al 2017. Un numero un po’ freddo, che inizia a diventare più concreto quando pensiamo alle sessantaquattro persone uscite di casa per andare a lavorare e mai più ritornate: sessantaquattro storie fra loro differenti, ma tutte simile nel dolore per delle morti assurde che non sarebbero mai dovute accadere.

In Veneto aumentano anche gli infortuni sul lavoro. Fra 2017 e 2018 si è avuto un incremento del 2,13% (contro lo 0,3% a livello nazionale): stiamo parlando di ben 63755 incidenti avvenuti nel 2018. Lavorare diventa sempre più pericoloso, e non si tratta di una fatalità. Questi dati sono infatti il frutto del progressivo allentamento dei controlli da parte dello Stato, che ha lasciato spazio a condizioni lavorative sempre meno tutelate. Gli Spisal delle Ulss e gli Ispettorati del lavoro vivono in un perenne stato di sottofinanziamento e sottorganico. E dire che investire sulla sicurezza sul lavoro significa anche meno costi per il sistema sanitario nazionale. Invece la politica guarda altrove.

La regione Veneto nel luglio 2018 ha firmato un protocollo di intesa impegnandosi ad assumere 30 nuovi tecnici Spisal: una promessa ad oggi non mantenuta, nonostante l’urgenza del problema e il bollettino quotidiano di incidenti e morti sul lavoro. Calano così anche i reati contestati alle imprese: uno studio dell’osservatorio 231 ha recentemente ricordato come in Veneto dal 2012 al 2016 i procedimenti a carico delle imprese siano crollati da 57 a 23. Considerato che la gran parte di questi procedimenti (76%) riguardano proprio la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente come nella nostra regione si sia implicitamente deciso di chiudere più di un occhio su questi temi.

La sicurezza sui luoghi di lavoro non interessa d’altro canto solo i lavoratori e i loro cari. I luoghi di lavoro poco sicuri per i lavoratori lo sono spesso anche per le comunità che ci abitano attorno. La vicenda pfas ci ricorda anche di questo risvolto: i livelli di pfas rilevati nel sangue dei dipendenti della Miteni di Trissino sono i più alti del mondo (60 mila nanogrammi per grammo di sangue in media contro un livello “normale” di 3-4 nanogrammi). Studiando 415 dipendenti ed ex-dipendenti dell’azienda di Trissino, il Servizio epidemiologico regionale ha rilevato una mortalità più alta del 50% rispetto al previsto: ben 79 decessi.

Insomma, la sicurezza dei posti di lavoro è un’emergenza vera nella nostra regione e riguarda tutti, indipendentemente dalle attività svolte durante la giornata lavorativa. Ai politici bisogna richiedere un vero impegno che vada al di là delle chiacchiere a cui – purtroppo – la giunta Zaia ci ha abituato. Gli imprenditori devono invece iniziare ad assumersi le proprie responsabilità e, soprattutto, smettere di pensare di competere nel mercato globale sulla pelle dei propri dipendenti. E a noi che viviamo del nostro lavoro spetta invece aumentare la soglia di attenzione su questi temi: perché fra mancanze della politica e insensibilità imprenditoriale, noi stessi – uniti, solidati e forti – siamo la più grande protezione che possiamo avere.

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Se populismo fa rima con socialismo

Articolo scritto per Senso Comune.

Mentre al di qua delle Alpi la sinistra italiana si perde nel nuovo entusiasmante dibattito su sovranismo vs anti-sovranismo, nel resto del continente soffia un nuovo vento: quello del socialismo. Sull’onda dei primi successi dei socialisti statunitensi e dall’esempio di Jeremy Corbyn in Inghilterra, il socialismo sta riprendendo centralità nell’orizzonte politico delle sinistre europee.

La storia non si è d’altro canto fermata con il crollo del comunismo sovietico. La crisi economica ha dimostrato come il capitalismo rimanga un sistema alla radice malato e inefficiente. Il cambiamento climatico invita a pensare a una riconversione ecologica che solo un controllo democratico sull’economia potrà garantire. L’automatizzazione della produzione e la conseguente concentrazione di ricchezze e potere nelle mani di pochi multimiliardari rimette al centro il tema della gestione collettiva e democratica della produzione. Sullo sfondo, infine, si staglia la proiezione globale di una super-potenza quantomeno nominalmente socialista come la Cina. Insomma, tanto per motivi contingenti quanto per ragioni strutturali, il socialismo sta timidamente rimettendo piede nel discorso pubblico occidentale.

Ma il socialismo e il populismo sono compatibili? I marxisti più ortodossi rispondono risolutamente di no: il populismo getterebbe alle ortiche l’analisi di classe proponendo un indefinito popolo come soggetto sociale di cambiamento. Un’indefinitezza che implicherebbe necessariamente ricadute nazionaliste e retrive. Da una prospettiva socialista, il populismo andrebbe quindi rigettato per mettere in campo una strategia basata sull’organizzazione di quegli spezzoni di classe operaia che si trovano nei settori più contraddittori della produzione capitalista (la logistica, per esempio).

Per questi socialisti anti-populisti, poco conta che la costruzione della classe operaia sia storicamente avvenuta tramite processi che oggi potremmo tranquillamente definire populisti. Cosa avevano in comune nella loro quotidianità il bracciante e l’operaio di fabbrica? Ben poco, evidentemente. La classe operaia è nata prima nella testa degli attivisti e dei pensatori socialisti che nella realtà. E per passare dai testi di propaganda all’autocoscienza popolare, l’identità di classe ha dovuto essere costruita linguisticamente e politicamente per decenni. Non si capisce, insomma, perché non si possano mettere in campo analoghe strategie di creazione di identità “populiste” senza per questo tradire l’obiettivo socialista.

Al contrario, c’è chi pensa che il populismo possa essere un orizzonte politico auto-sufficiente. Gli intellettuali e i quadri più sensibili del M5S sono di questo avviso: conseguentemente, rigettano l’elaborazione di una cultura politica che possa dare un respiro di lungo periodo al loro operato. Tale tendenza è però riscontrabile anche in alcuni settori del “populismo democratico” più legato ai percorsi delle sinistre europee. Non per niente, tanto nel loro discorso pubblico quanto nei loro documenti politici, la prospettiva di lungo periodo tanto della France Insoumise e quanto di Podemos rimane un’indefinita democrazia radicale – un’idea di società in cui la centralità del cambiamento socialista viene sommersa da innumerevoli altre priorità.

In questo senso il populismo fine a se stesso rischia di fallire nelle risposte radicali che il nostro tempo reclama. Ernesto Laclau spiegava il populismo come una strategia del “fare politica” che può essere adottata da qualsiasi parte politica, quale che sia il suo gradiente ideologico. Pensare al populismo come a una cultura politica a sé stante vorrebbe dire nel migliore dei casi rinunciare a una prospettiva politica che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Nel peggiore dei casi significherebbe invece trasformarsi nell’ennesima stampella di un sistema strutturalmente malato, piegando una strategia che fa appello al popolo in un soccorso alle oligarchie economiche e sociali che in tale sistema prosperano. Esattamente come il Movimento 5 Stelle si è ritrovato a fare una volta arrivato al governo del paese.

Insomma, socialismo e populismo non sono incompatibili. Anzi, mai come oggi hanno bisogno uno dell’altro. Perché il socialismo senza populismo perde la sua capacità di influenzare la realtà. Mentre il populismo senza il socialismo si trasforma in uno strumento di quelle oligarchie che vorrebbe combattere.

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Fra i democrats tutti matti per Richard Ojeda?

Articolo scritto per TRed.

E’ noto il ruolo di TRed nel presentare al pubblico italiano le nuove promesse del socialismo anglosassone prima che diventino famose (e che Domenico Cerabona inizi a scriverne per la stampa radical-chic). Nel lontano luglio 2015 parlammo per la prima volta di Jeremy Corbyn, quando al di qua delle Alpi ancora nessuno considerava questo improbabile vecchino pacifista. Visto che nel 2024 vogliamo rinfacciare a Domenico Cerabona di averne parlato prima di lui, vi presentiamo oggi il primo candidato ufficiale alle primarie democratiche per le presidenziali statunitensi del 2020: l’outsider social-populista Richard Ojeda.

Contrariamente alla glamourissima e ormai celebre (più in Italia che negli Stati Uniti, sospettiamo) neo-deputata Alexandria Ocasio-Cortez, Ojeda non viene dagli Stati Uniti delle minoranze etniche ignorate e degradate. Nonostante sia un quarto messicano, Ojeda rivendica l’esatto opposto: quello di essere un rappresentante della classe lavoratrice bianca che alle presidenziali del 2016 ha massicciamente votato per Trump. Talmente rappresentantivo di quella fetta di elettorato, che lui stesso – da membro del partito democratico – ammette di aver votato Trump nel 2016.

Ma chi è Richard Ojeda? 47enne e senatore del West Virginia (un po’ più che un consigliere regionale per i nostri standard), Ojeda ha iniziato a fare politica da poco. Cresciuto nella contea rurale di Logan (dove i bianchi sono il 95% della popolazione, il reddito medio è circa la metà di quello nazionale e Trump ha preso il 79% alle presidenziali), subito dopo il diploma Ojeda si è arruolato nell’esercito come soldato semplice. Nell’esercito è rimasto 24 anni, congedandosi da pluridecorato nel 2013 con il grado di maggiore. Da soldato ha girato mezzo mondo, partecipando fra le altre cose alle guerre in Iraq e Afghanistan. Nel frattempo ha trovato anche il modo di laurearsi in economia e pedagogia.

Una volta congedato Ojeda torna nella sua Logan dove diventa insegnante per i Junior Reserve Officers’ Training Corps, un insegnamento a metà fra la nostra educazione civica e un corso paramilitare. Di fronte al degrado della sua comunità, fonda un’associazione che si dedica a varie attività di volontariato. Ma inizia anche a pensare alla politica: nel 2014 ci prova con le primarie democratiche per rappresentare il suo distretto alla Camera dei Rappresentanti. Sfida Nick Rahall, un candidato d’apparato piuttosto progressista, deputato dal lontano 1976. Pur ottenendo un più che dignitoso 33,5%, non ce la fa – e alle successive elezioni i democratici perdono per la prima volta un collegio storicamente loro (una buona anticipazione di quello che sarebbe successo nel resto del West Virginia con le presidenziali del 2016).

Gli va meglio nel 2016, quando sfida il senatore statale uscente, vincendo le primarie democratiche con quasi il 59% dei voti. Viene quindi eletto senatore del West Virginia l’8 novembre 2016, lo stesso giorno in cui vota Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America. La corsa di Richard Ojeda non si è fermata però nel 2016: alle elezioni di mid-term della scorsa settimana ha infatti tentato di riconquistare il seggio della Camera dei Rappresentanti perso dai democratici nel 2014. Pur vittorioso alle primarie, alle elezioni l’onda blu (il colore dei democratici) non gli è bastata, fermando la sua corsa al 43,5% dei voti. Un risultato però soddisfacente, considerato che alle elezioni del 2016 il candidato democratico aveva ottenuto il 24%.

Ojeda era fortemente sostenuto dai sindacati del suo distretto, e non a caso: da ex-insegnante e senatore statale a inizio 2018 ha partecipato e sostenuto fortemente la vittoriosa mobilitazione degli insegnanti del West Virginia che ha riportato – dopo un lungo oblio – il movimento sindacale alla ribalta delle cronache nazionali. Anche per questo suo sostegno, Micheal Moore ha deciso di riservagli un posto d’onore nel suo documentario 11/9, cosa che ha sicuramente giovato alla sua riconoscibilità nella sinistra statunitense – insieme a diverse comparsate televisive nel ruolo di “democratico arrabbiato con l’establishment democratico”.

Ojeda fa parte del risorgente movimento socialista Usa? Se nell’intervista con Moore Ojeda si è dichiarato un socialista democratico, non si hanno notizie di suoi rapporti con la principale organizzazione socialista statunitense, i Democratic Socialists of America.

Intanto però la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America è lanciata. Una candidatura dalle possibilità sostanzialmente nulle, ma che nel peggiore dei casi potrà contribuire a spostare il dibattito delle primarie democratiche su un terreno più apertamente populista e – se non socialista – quanto meno sociale.

Sempre che Ojeda non sia un infiltrato della Cia – come sostengono alcuni trotskisti statunitensi. E allora potrebbe pure farcela, via.

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Veneto ex locomotiva d’Italia: lavoratori troppo precari

Articolo scritto per VVox.

Il Veneto non è più la locomotiva d’Italia. La crisi economica del 2008 ha tracciato un tornante storico nell’economia del nostro territorio: da allora, il Veneto ha perso di competitività rispetto al resto d’Italia. Nel 2017, per capirci, il prodotto interno lordo della nostra regione è cresciuto sostanzialmente allo stesso livello del resto dello stivale (1,6% contro 1,5%), e le previsioni per il 2018 non sono più promettenti. Il primato veneto è ormai ampiamente superato da quello lombardo e – vera novità – dall’Emilia-Romagna, la nuova locomotiva del paese. Questo nonostante il Veneto si confermi una delle regioni più ricche del Paese: il pil pro-capite (indicatore dell’effettiva ricchezza di una società) rimane il 14% più alto della media nazionale.

Come si spiega questa apparente contraddizione fra alto grado di ricchezza e bassa crescita? Una risposta può venire individuata nella strategia impiegata dall’imprenditoria veneta di fronte alla crisi economica. Il modello, per semplificare, si è basato sulla scelta di competere nel mercato globale non investendo in innovazione e ricerca, ma precarizzando il lavoro. I dati a riguardo sono impietosi. I contratti a termine nel 2017 erano circa 140 mila (+22% rispetto all’anno precedente), i contratti di lavoro somministrato 58 mila (+26%), e le attivazioni in apprendistato 13 mila (+28%).

Dati chiarissimi, anche se mai citati nelle fastose assemblee delle Confindustrie venete. Così come mai si parla dell’altro fondamentale aspetto di questa mancata crescita della nostra economia: la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. In questo settore, il Veneto si classifica fra le regioni italiane solo in quinta posizione dietro Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. La nostra regione investe in ricerca solo l’1,1% del suo prodotto interno lordo, contro una media nazionale del 1,4% (il Piemonte, per capirci, investe il 2,2%, poco più della media europea). Questo nonostante non serva certo avere una laurea in economia per capire che l’unico modo per competere in un mercato globale è essere tecnologicamente all’avanguardia.

Insomma, il Veneto post-crisi è affossato dall’effetto combinato della precarizzazione e della mancanza di investimenti. Due aspetti su cui l’imprenditoria veneta dovrebbe interrogarsi molto a fondo. E su cui la politica regionale (forse più interessata alla valorizzazione della “lingua veneta”) dovrebbe chiedere conto agli imprenditori. Nel mercato globale non si può competere sfruttando i lavoratori: si può competere solo investendo in ricerca e sullo sviluppo. Insomma, il contrario di quello che stanno facendo i nostri imprenditori.

Fonti: Rapporto Statistico 2018 (regione Veneto); Cgil Veneto; dati Istat rielaborati da La Repubblica-Affari&Finanza

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