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Autonomia, distrazione di massa da “Venezia Ladrona”

Commento scritto per VVox.

La montagna ha partorito il proverbiale topolino: quarant’anni di lotte indipendentiste, ed il 22 ottobre i lombardi ed i veneti verranno chiamati ad esprimersi su un generico quesito in cui si propone di chiedere al governo nazionale maggiore autonomia. Insomma, tanta agitazione per nulla. Il gotha della Lega Nord esulta e paragona il referendum autunnale ai più celebri esempi scozzesi e catalani. Ma la verità è che la società veneta è rimasta piuttosto fredda di fronte all’annuncio. E per delle buone ragioni.

A sorprendere non è infatti solo la palese inutilità del referendum, ma anche la tempistica e le vere ragioni che hanno spinto i leghisti ad accelerare. Perché i motivi per cui verremo chiamati a votare ad ottobre sono sostanzialmente tutti interni alla Lega Nord e alla sua crisi di consenso. È bene ricordare che, nonostante il risultato di Luca Zaia alle Regionali 2015, la Lega è da anni attestata fra il 15 ed il 20% dei voti veneti, ben lontana dal 30% degli anni Novanta.

Ad una crisi di consenso si aggiunge una crisi di identità: il partito dell’indipendenza padana e veneta si è trasformato in un partito ultra-nazionalista italiano, lasciando spiazzati i militanti storici. La crisi di identità della base leghista chiedeva quindi un segnale rassicurante. Come dire: adesso siamo lingua-in-bocca con gente che vorrebbe ri-annettere la Dalmazia all’italico suolo, ma vogliamo ancora (almeno) l’autonomia.

C’è però un’altra ragione per questa accelerazione, forse più seria. La Lega Nord è ininterrottamente al governo regionale dal 1995. In questi ventidue anni non è cambiata solo la sua posizione sull’indipendenza: è cambiata la stessa natura del partito verde. Dalla sua vocazione di rappresentanza del Veneto profondo e popolare, la Lega Nord ha ceduto ai comitati d’affari, per di più essendo incapace di gestire il potere. La vicenda Pedemontana lo dimostra chiaramente: un pasticcio inenarrabile ed ambiguo, che costerà ai veneti (oltre al pedaggio) un’addizionale Irpef chissà per quanti anni. La Lega che combatteva gli sprechi di “Roma Ladrona”, si è trasformata nella Lega degli sprechi di “Venezia Ladrona”.

Questo i vertici della Lega lo sanno bene. E hanno bene in mente cosa è successo alla Democrazia Cristiana veneta quando da partito popolare si è trasformato in una centrale di spartizione. Serviva quindi un’operazione di distrazione di massa. E cosa meglio di cogliere due piccioni con una fava rispolverando il tema dell’autonomia? Così da far finta di essere ancora la buona vecchia Lega (quella dell’indipendenza dall’Italia, non quella del nazionalismo italiano di Salvini) e al tempo stesso spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla palese incapacità di governare dei leghisti.

Un’operazione perfetta. Peccato che i veneti non siano scemi. E che il crollo delle banche popolari e la mal gestione del potere pubblico stiano cambiando nel profondo le coscienze venete. E così in Veneto si rafforza la silente richiesta di un’alternativa a “Venezia Ladrona”. Una richiesta ancora senza interpreti in grado di interpretarla.

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Mélenchon, il “terzo incomodo”

Articolo pubblicato su Senso Comune.

Le elezioni più imprevedibili del 2017 si arricchiscono di una nuova sorpresa. Dopo aver visto (l’irresistibile?) ascesa dell’ex ministro dell’Economia Emmauel Macron ed il crollo dei Repubblicani di Fillon, la nuova sorpresa delle presidenziali francesi potrebbe avere il nome ed il volto di Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi posizionano infatti il 65enne eurodeputato al terzo posto, a circa il 18% delle intenzioni di voto, davanti ai due candidati dei partiti tradizionali (socialisti e repubblicani) e dietro solo al liberale Macron e alla conservatrice post-fascista Le Pen. Un risultato che – se confermato – sarebbe già di per sé notevole. In primo luogo perché staccherebbe di circa 10 punti il candidato socialista, mai superato “a sinistra” fin dal lontano 1974. In secondo luogo perché in questo modo renderebbe ancora più chiara la divaricazione del fronte progressista francese, diviso fra una candidatura liberale alla Renzi (Macron), e un candidato che con Podemos condivide tanto la radicalità quanto la spietata critica alle oligarchie.

Ma chi è Jean-Luc Mélenchon? Nato a Tangeri nel 1951 da due impiegati statali pieds-noirs, esordisce nel movimento studentesco del ’68 su posizioni trotskiste. Laureatosi in filosofia, si avvicina progressivamente al “nuovo” Partito Socialista, creato nel 1971 da Francois Mitterand. Parallelamente inizia il suo impegno nel mondo del giornalismo, che continua – in diverse forme – fino a tutti gli anni ’90. Nel 1986 – da dirigente locale e affiliato alla corrente mitterandista – viene eletto per il Ps in Senato. In questo periodo inizia anche la sua affiliazione al Grande Oriente di Francia, sulla scia della sua tradizione familiare. Questa appartenenza segna anche il suo peculiare posizionamento politico. Non marxista, Mélenchon si colloca agevolmente in quella tradizione laica, repubblicana e giacobina che tanto peso ha avuto nella sinistra francese.

Alla fine degli anni ’80 risale anche il suo spostamento verso posizioni critiche nei confronti della svolta liberale della presidenza Mitterand (e di tutto il partito). Nel decennio successivo, la sinistra socialista da lui guidata si mantiene attorno al 10% del consenso interno al Ps, accentuando con il tempo la critica all’unificazione europea. La sua lunga marcia nelle istituzioni raggiunge il picco nel 2000, quando diventa Ministro all’Insegnamento Professionale. Durante tutta la sua carriera politica, Mélenchon continua a sedere negli organi rappresentativi dell’Essonne, un piccolo dipartimento della regione parigina. In questo, il suo percorso politico è largamente in linea con quello dei molti altri “notabili” che costituiscono la vera spina dorsale del Partito Socialista: funzionari di partito con un forte radicamento locale e con incarichi politici nazionali. In prima linea per il “no” al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, il suo rapporto con la maggioranza neoliberale del Ps si fa sempre più teso. Dopo la pesante sconfitta della sinistra socialista al congresso del 2008, Mélenchon decide di abbandonare il Ps per fondare il Parti de Gauche (Partito della sinistra), sul modello della Die Linke tedesca. Il nuovo partito non riesce mai a radicarsi elettoralmente ed organizzativamente, ma contribuisce al rafforzamento del Front de Gauche (un cartello di diverse forze di sinistra), che nel 2009 lo elegge in Europarlamento.

Nel 2011 è il candidato del Front de Gauche alle presidenziali, dove si qualifica quarto con poco più dell’11% dei voti. Il risultato – arrivato dopo una campagna elettorale caratterizzata da comizi oceanici – è incoraggiante, ma non rappresenta un boom rispetto ai risultati della sinistra radicale francese, che alle presidenziali esprime tradizionalmente un consenso complessivo di poco meno del 10% dei voti. Negli anni successivi, Mélenchon rimane il leader “informale” del Front de Gauche, caratterizzandosi con posizioni anti-sistema profondamente critiche nei confronti delle classi dirigenti francesi. In questo solco si colloca la sua battente richiesta per una “Sesta Repubblica“, che superi tanto il presidenzialismo quanto l’impianto liberale condiviso sia dal centro-sinistra che dal centro-destra francesi.

Il lungo percorso di Mélenchon nella politica francese – iniziato quasi cinquant’anni fa – arriva quindi alle presidenziali di quest’anno. Pur mal digerito dalla dirigenza del Partito Comunista Francese – azionista di maggioranza del Front de Gauche -, l’eurodeputato riesce ad imporre nuovamente la sua candidatura alle presidenziali, su un programma profondamente ispirato dall’esperienza di Podemos. Per questo lancia un movimento, La France insoumise (“La Francia ribelle”) che rimarca esplicitamente la sua autonomia dai partiti della sinistra tradizionale e si basa su una piattaforma digitale deliberativa. Un movimento che ha saputo piano piano conquistarsi la ribalta nei mezzi di comunicazione tramite un sapiente uso dei social media, e che oggi dichiara ben 385 mila iscritti. Punto chiave del programma di France Insoumise è la convocazione di un’Assemblea Costituente che riformi in senso parlamentarista l’assetto politico francese. Fra le sue proposte emblematiche si situano poi l’abrogazione della Loi Travail (il Jobs Act d’oltralpe, approvato nel 2016 dal governo socialista) e la “riforma democratica” delle istituzioni europee (o, se non possibile, un’uscita ordinata degli Stati nazionali). Il sua programma strizza infine l’occhio agli ambientalisti dispersi dalla diaspora dei Verdi francesi con l’abolizione (a lungo termine) del nucleare e l’instaurazione di una “regola verde”: non consumare più di quello che la natura può produrre. Insomma, si tratta di un programma più di cambiamento istituzionale – contro i “privilegi della casta”, per  usare le sue parole – che di rottura economica.

Con tutte le sue particolarità, la proposta politica di Mélenchon sta sfondando al di fuori dei normali steccati della sinistra radicale. Per quanto i sondaggi siano in questo contesto particolarmente poco affidabili, delineano un trend di crescita notevole, considerato il naturale isolamento di un’area politica tradizionalmente con pochi militanti, pochi eletti e – drammaticamente – pochi soldi. Un populismo democratico che sta riuscendo ad attrarre – con modalità forse più simili all’esperienza statunitense di Sanders che a quella spagnola di Podemos – in particolar modo giovani alle prime esperienze politiche.

Come che vadano le elezioni, Mélenchon ha quindi già contribuito a riposizionare la sinistra radicale francese. Abbandonando la parola d’ordine della gauche per cercare di contendere a Marine Le Pen l’elettorato popolare abbandonato dai socialisti e dai repubblicani, il vecchio politico di professione dell’Essonne è così riuscito ad ottenere un primo risultato significativo, ridisegnando in maniera indelebile i contorni della sua area politica in senso populista. Se le urne confermeranno poi i dati dei sondaggi, Mélenchon si troverà nella migliore posizione per monetizzare politicamente la “pasokizzazione” e la prevedibile balcanizzazione del Partito Socialista. Con l’obiettivo, nel brevissimo periodo, di aumentare la sparuta pattuglia parlamentare del Front de Gauche. E con un occhio alle presidenziali del 2023.

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Cinque anni di TRed

Articolo scritto per TRed.

Il 21 febbraio 2012 emetteva i suoi primi vagiti TRed. L’occasione era da subito polemica: sul Corriere della Sera era stata pubblicata una lettera di alcuni “ventenni” a favore di una riforma del lavoro che, sostanzialmente, abbassasse i diritti dei lavoratori “garantiti” e alzasse “un po’“ (cit.) quelli dei non garantiti. Alla fine, come è noto, i diritti sono stati abbassati un po’ a tutti. Una par condicio che forse avrà fatto piacere ai nostri interlocutori immaginari, molti poi transitati per segreterie politiche e ministeriali (beati loro).

Di questo blog avevamo però iniziato a parlare fra di noi da qualche mese. Nonostante la pax bersaniana regnasse apparentemente sovrana – e sembrasse destinata ad una grande vittoria nel giugno 2013 – la marea del renzismo stava montando senza trovare voci (ed argomenti) che riuscissero veramente a fargli da argine. Un blog collettivo, intitolato ad un dinosauro rosso (come i dinosauri di cartone che popolavano polemicamente le Leopolde) ci sembrò un buon punto di partenza.

Molte altre cose sono cambiate nel frattempo. Da due studentelli squattrinati siamo diventati due dottorandi squattrinati (ma solo perché facciamo la bella vita). Il “nostro” Veneto è per entrambi lontano. Il progetto politico in cui militavamo con passione è stato sonoramente sconfitto (dalla storia, prima che da Renzi). Insomma, cinque anni sono lunghi.

Fin qui la nostra piccola, residuale storia. Ma i compleanni, si sa, sono soprattutto un momento di bilancio. E allora la domanda sorge spontanea: l’intento per cui era nato questo blog è stato raggiunto?

La risposta è no. Nel momento di massimo imputridimento del renzismo (uno spavaldo morto che cammina) siamo ancora lontani non solo dalla presenza di una proposta alternativa, ma anche dall’esistenza di centri da cui tale proposta – al tempo stesso non subalterna e vincente – possa emergere. Se attorno a noi molto è cambiato, le ragioni per cui questo spazio è stato creato rimangono.

Se siamo riemersi oggi, a cinque anni giusti dalla nascita di TRed, è quindi per dirvi due cose. Primo, grazie per tutto il pesce. Secondo, noi ci siamo ancora.

E quindi, come sempre, al lavoro e alla lotta.

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Turismo “volano” di Vicenza? Ma non facciamo ridere

Commento scritto per VVox.

Vicenza è una città in decadenza. A parlare chiaro sono i dati pubblicati dall’ufficio statistico del Comune. Dal 2013 ad oggi la città del Palladio ha perso 3413 abitanti (755 solo nel 2016): è come se un intero isolato della città fosse scomparso in una manciata d’anni. A mancare, soprattutto, sono i nuovi nati: da 907 che erano nel 2013 a 797 nel 2016. La demografia, si sa, è un indice abbastanza preciso della salute di una comunità. La salute di Vicenza non è per niente buona. Certo, il problema non è limitato solamente a Vicenza. La crisi sta colpendo forte tutto il paese. La precarietà a cui sono condannati sempre più italiani impedisce di investire sul futuro proprio e delle proprie relazioni. Però il dato sorprende considerando come il territorio vicentino rimanga – nonostante tutto – una delle zone più forti economicamente d’Italia.

Perché quindi Vicenza si spopola? Le cause della decadenza vanno cercate altrove. Vanno cercate in una mancanza di prospettive della comunità. In pratica: qual è la prospettiva di crescita della città? Fate questa domanda a gran parte di “quelli che contano” e la risposta sarà sempre la stessa. Imprenditori, accademici, politici: Vicenza sostituirà le fabbriche chiuse con il turismo, con la sua bellezza. Perché, al contrario delle fabbriche, la bellezza non può essere delocalizzata per guadagnare più schei. Il turismo è stato il grido disperato dei timonieri berici, mentre la nave – già abbastanza piena di falle per la brillante (ed omertosa) gestione delle banche popolari – iniziava ad imbarcare acqua. E, in effetti, la città ha goduto di una rinascita in questo senso.

Il problema è che il turismo non basta. Vicenza, per quanto eccezionalmente bella, è strutturalmente inadeguata a reggersi solo sul turismo. È troppo piccola e – soprattutto – è circondata da numerose altre città eccezionalmente belle. E quindi la decadenza sta tutta qua: di fronte ad una situazione di crisi, le classi dirigenti della città hanno scelto un modello di sviluppo che non può funzionare. Invece di lavorare per stimolare l’imprenditorialità e la vocazione manifatturiera del territorio, hanno puntato tutto sui servizi e sul turismo. La risposta forse più facile in una fase di scarsezza di risorse pubbliche e private. Ma una risposta che non sta fermando il lento stillicidio che sta spopolando la città.

Vicenza destinata a perdere centralità economica e benessere sociale? Se le cose non cambiano, sicuramente. Purtroppo, dall’alto non arrivano grandi segnali. Fra fusioni in nome del “non ci sono alternative” e gestione efferata dei grandi nodi urbanistici (vedi il primo faraonico piano per la Tav/Tac, che prevedeva di spendere 1,7 miliardi di euro per un’opera che ne chiede meno della metà), non sembra esserci molta cognizione della gravità della situazione. La risposta a questa decadenza – se ci sarà – non potrà che venire dal basso. Da quella parte di società esclusa dagli asfittici circoli del potere politico ed economico della città. Dallo spirito di solidarietà e voglia di fare che soffia a Vicenza. Dalle tante risorse intellettuali e sociali inattive sul piano pubblico. Dai truffati dalla gang della Banca Popolare. Vicenza potrà salvarsi solo se le energie nascoste che la tengono in piedi smetteranno di “farsi governare” e riprenderanno in mano il proprio futuro.

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Vittoria del No, associazioni categoria si chiedano perché

Commento scritto per VVox.

In Veneto i No hanno vinto con il 61,9%. Una vittoria schiacciante, rafforzata da un’incredibile affluenza del 76,6% (alle ultime politiche era stata poco più alta dell’80%, per capirci). Una vittoria potente, corale, di popolo.

Una vittoria della Lega di Salvini? Sarebbe riduttivo. Non solo per lo schieramento ampio schierato sul No (leghisti e forzisti, certo, ma anche grillini e gran parte della sinistra sociale). Ma anche perché segnala chi ha veramente perso in Veneto. Non solo il Pd, nella sua giravolta rottamatrice e liberale. Ma soprattutto l’incredibile ed unanime schieramento di quei “grandi” imprenditori e di quelle burocrazie associative schierati a difesa di una riforma che era – fondamentalmente – simbolo della loro posizione di potere.

Praticamente tutte le associazioni di categoria (e la Cisl, il sindacato più rappresentativo della Regione) erano schierati con la riforma. Questo non è bastato. E in un tempo in cui numerose i richiami alla “crisi della rappresentanza” si fanno quotidiani, viene da chiedersi: e se in crisi fossero i rappresentanti? Se il problema non fossero i corpi intermedi, ma le burocrazie che li guidano?

Il Veneto si è schierato, risolutamente, contro un sistema economico e sociale percepito come lontano e truffaldino (e sulle banche popolari c’era qualcosa di più di una percezione…). Le associazioni di categoria dovrebbero iniziare a farsi qualche domanda sulla parte della barricata in cui dovrebbero stare. Prima che l’onda travolga anche loro.

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Popolo e socialismo

Contributo scritto per la Commissione Progetto di Sinistra Italiana, che sta scrivendo il documento di base del congresso fondativo di Si.

Popolo

Uno degli elementi di continuità della storia del movimento socialista è stato l’individuazione di un preciso soggetto sociale. Questa esigenza nasceva dalla necessità concreta di individuare quella fascia di popolazione che fosse più “materialmente” interessata a sostenere un cambiamento sociale radicale. L’individuazione del proletariato/classe operaia come soggetto storico portatore di cambiamento si è rivelata una scelta fondamentale nello sviluppo dell’impostazione socialista.

I confini di questo soggetto sociale si sono allargati e ristretti nel corso degli ultimi 150 anni: da termine generico per definire i subalterni (“coloro che prestano opera”), la classe operaia si è trasformata in corrispondenza allo sviluppo del fordismo nell’insieme di “persone che lavorano in fabbrica”. Il superamento della centralità fordista nel continente europeo ha indebolito questa definizione, lasciando un vuoto non sanato. I partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a definire il proprio interlocutore non più in base ad una collocazione sociale, ma secondo un’identità politica. Si è così passati dai partiti della classe operaia ai partiti della sinistra: un cambiamento logico di importanza critica nel processo di sradicamento sociale che ci troviamo oggi a fronteggiare.

Questo richiamo ha funzionato finché le società europee hanno mantenuto un alto livello di politicizzazione. Venuto meno quest’ultimo, i partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a parlare a fasce di popolazione sempre più residuali e sempre più rinchiuse all’interno del ceto medio intellettuale. La globalizzazione ha nel frattempo creato un nuovo strato sociale di esclusi (tanto dai processi decisionali quanto da quelli di ridistribuzione delle ricchezze). La capacità delle forze tradizionali della sinistra di rappresentare questa composita (e larga) parte di popolazione è stata ed è sostanzialmente nulla. Pur sedotti dalle proposte di segno antisistemico, gli esclusi sono oggi stabilmente rifugiati nell’astensione, ponendosi al di fuori della base sociale della democrazia. Creando così, fino ad un certo punto paradossalmente, un tipo particolare di sistema politico: una democrazia senza demos, senza popolo.

La (nostra) necessità storica di individuare un soggetto sociale si incrocia quindi con la mancanza di rappresentanza di un ampio stato di popolazione, certamente interessato ad un cambiamento sociale. Il nodo fondamentale è quindi quello di far corrispondere un’adeguata offerta politica a questa domanda di rappresentanza. Un’offerta politica che non può che partire dal diffuso (e motivato) senso di sfiducia popolare verso le classi dirigenti (economiche e politiche).

Scevro dei significati spregiativi assegnatogli dalle classi dirigenti (che a mala pena mascherano il loro disprezzo per tutto ciò che sa di “popolo”), il populismo rappresenta tanto una scelta del soggetto sociale quanto una strategia interpretativa/comunicativa. Una categoria utile tanto alla rinascita della sinistra quanto alla difesa della democrazia: rappresentare il popolo vuol dire reintegrarlo nella democrazia.

Essere populisti significa in questo senso assegnare al popolo un’importanza centrale tanto nella riflessione teorica quanto nell’azione politica. Vuol dire interpretarne le istanze. Vuol dire – in ultima istanza – leggere nella sua ripoliticizzazione la chiave per il rinnovamento della società.

Socialismo

Un riferimento alla (gloriosa) storia del movimento operaio non è sufficiente a definire l’identità politico-culturale di un nuovo partito. Il rischio è quello di inserirsi all’interno del filone di dismissione ideologica inaugurato dai partiti socialisti e comunisti dopo il 1989. Perdendo il fine ultimo della trasformazione sociale, questi si sono tramutati in burocrazie dai programmi minimi, con risultati ben visibili a livello europeo. Perdendo il senso del cambiamento socialista si è persa la motivazione alla militanza, al sacrificio, alla dedizione alla causa. Si è perso – ciò che è più grave – il legame fra socialismo e popolo.

Ma la scelta socialista non è solamente necessaria per una chiara definizione politico-culturale – presupposto comunque di ogni progetto politico egemonico. Il processo di veloce meccanizzazione ed automatizzazione dei processi produttivi sta aprendo nuovi scenari nell’equilibrio fra capitale e lavoro. Questo equilibrio – semplificando – si è storicamente verificato grazie al potere contrattuale dei lavoratori di bloccare la produzione. Gli avanzamenti politici e sociali delle classi popolari sono avvenuti proprio in corrispondenza dell’esercizio di questo potere contrattuale.

L’automatizzazione di settori sempre più ampi della produzione – tanto nell’industria quanto nei servizi – mette in dubbio questo fondamentale principio. L’asimmetria fra élite e popolo rischia di approfondirsi via via che – nella riproduzione del capitale – le prime potranno fare a meno del secondo. In uno scenario in cui i mezzi di produzione potranno funzionare largamente senza lavoratori, la loro proprietà assumerà un’importanza centrale.

La socializzazione ed il superamento del capitalismo tornano così all’ordine del giorno non come una richiesta nostalgica, ma come una proposta di buon senso. Non più dettata da una questione di deferenza alla storia o di predilezione personale, la scelta socialista diventa obbligata per chiunque voglia continuare a perseguire una politica di emancipazione popolare.

L’automatizzazione, che nell’attuale schema capitalista costituisce dunque un pericolo, può d’altro canto rappresentare un’importante occasione se sviluppata in un contesto socialista. In una società socialista, lo sviluppo dell’automatizzazione potrà rappresentare la via per emancipare l’umanità dal lavoro. Il lavoro non scelto liberamente, ripetitivo e logorante rimane uno dei più grandi ostacoli alla realizzazione degli individui. L’automatizzazione può essere un potente mezzo per liberare l’umanità da questo fardello, permettendo a ciascuno di scegliere in che modo concorrere al progresso della propria comunità e della società.

La scelta socialista, quindi, si farà progressivamente più impellente. Una scelta da non confondere con una professione di fede. Porre il socialismo come obiettivo strategico non significa cioè chiudere l’attività politica nei confini socialmente infimi della battaglia ideologica. Al contrario, il socialismo deve rappresentare la direzione ultima di un movimento popolare che parta dalle esigenze della gente comune, innestandole in una visione più ampia. Con il fine (storico) di far riabbracciare popolo e socialismo.

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Così il No perde

Articolo scritto per TRed.

Nelle ultime settimane una sensazione positiva si è diffusa nel fronte del No al referendum costituzionale. L’impegno parallelo del M5S, della sinistra sociale, di Forza Italia e della Lega Nord contro la riforma invita ad una rassicurante operazione aritmetica: tutta l’opinione pubblica non-renziana è contro, e l’opinione pubblica non-renziana costituisce la larga maggioranza del paese.

Su questo non c’è dubbio. Il Governo gode di un consenso sempre più socialmente limitato a quelle categorie che – bene o male – si stanno salvando dalle conseguenze più pesanti della crisi economica (e che corrispondono in parte al “blocco storico” del Pds-Ds-Pd, con ampi allargamenti al centro). Anche la campagna strumentalmente antipolitica del Pd sta raggiungendo il limite massimo del consenso possibile: condotta dalla forza politica più “sistemica” del paese, serve più a motivare l’elettorato renziano che a conquistare nuovi settori della società.

Il problema è che mentre il Sì sta riuscendo a mobilitare il proprio elettorato potenziale, il No non lo sta facendo. Ed è naturale, in parte: il dissenso verso il Governo si concentra proprio in quei settori della società che più sono portati all’astensione. Ma alla base di questo insuccesso c’è anche l’impostazione generale della campagna del No.

Mirando a mostrare le ineleganze tecniche della riforma e le sue (presunte) naturali conseguenze autoritarie, il No rinuncia di fatto a parlare al suo elettorato naturale per rifugiarsi nel rassicurante steccato dei (sempre meno) politicizzati. Il problema è che gli elettori più naturalmente orientati verso il No non sono interessati né alle finezze dei giuristi né – ahinoi – al destino della democrazia. Sono (o meglio: sarebbero) piuttosto interessati a dare un colpo di coda all’oligarchia europea e italiana che si fa schermo dietro il governo Renzi. A mostrare, per essere più chiari, che ne hanno abbastanza di un sistema politico che non li rappresenta più.

Il risultato del referendum dipenderà soprattutto dalla capacità di mobilitazione dei rispettivi campi. Con un’alta astensione, vincerà chi riuscirà a portare più elettori a votare. Il No in questo momento sta facendo di tutto per non mobilitare i “suoi”. Con il prevedibile risultato che il 4 dicembre vincerà una parte minoritaria del paese, scavando un solco ancora più pericolosamente profondo fra paese legale e paese reale.

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