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Fra i democrats tutti matti per Richard Ojeda?

Articolo scritto per TRed.

E’ noto il ruolo di TRed nel presentare al pubblico italiano le nuove promesse del socialismo anglosassone prima che diventino famose (e che Domenico Cerabona inizi a scriverne per la stampa radical-chic). Nel lontano luglio 2015 parlammo per la prima volta di Jeremy Corbyn, quando al di qua delle Alpi ancora nessuno considerava questo improbabile vecchino pacifista. Visto che nel 2024 vogliamo rinfacciare a Domenico Cerabona di averne parlato prima di lui, vi presentiamo oggi il primo candidato ufficiale alle primarie democratiche per le presidenziali statunitensi del 2020: l’outsider social-populista Richard Ojeda.

Contrariamente alla glamourissima e ormai celebre (più in Italia che negli Stati Uniti, sospettiamo) neo-deputata Alexandria Ocasio-Cortez, Ojeda non viene dagli Stati Uniti delle minoranze etniche ignorate e degradate. Nonostante sia un quarto messicano, Ojeda rivendica l’esatto opposto: quello di essere un rappresentante della classe lavoratrice bianca che alle presidenziali del 2016 ha massicciamente votato per Trump. Talmente rappresentantivo di quella fetta di elettorato, che lui stesso – da membro del partito democratico – ammette di aver votato Trump nel 2016.

Ma chi è Richard Ojeda? 47enne e senatore del West Virginia (un po’ più che un consigliere regionale per i nostri standard), Ojeda ha iniziato a fare politica da poco. Cresciuto nella contea rurale di Logan (dove i bianchi sono il 95% della popolazione, il reddito medio è circa la metà di quello nazionale e Trump ha preso il 79% alle presidenziali), subito dopo il diploma Ojeda si è arruolato nell’esercito come soldato semplice. Nell’esercito è rimasto 24 anni, congedandosi da pluridecorato nel 2013 con il grado di maggiore. Da soldato ha girato mezzo mondo, partecipando fra le altre cose alle guerre in Iraq e Afghanistan. Nel frattempo ha trovato anche il modo di laurearsi in economia e pedagogia.

Una volta congedato Ojeda torna nella sua Logan dove diventa insegnante per i Junior Reserve Officers’ Training Corps, un insegnamento a metà fra la nostra educazione civica e un corso paramilitare. Di fronte al degrado della sua comunità, fonda un’associazione che si dedica a varie attività di volontariato. Ma inizia anche a pensare alla politica: nel 2014 ci prova con le primarie democratiche per rappresentare il suo distretto alla Camera dei Rappresentanti. Sfida Nick Rahall, un candidato d’apparato piuttosto progressista, deputato dal lontano 1976. Pur ottenendo un più che dignitoso 33,5%, non ce la fa – e alle successive elezioni i democratici perdono per la prima volta un collegio storicamente loro (una buona anticipazione di quello che sarebbe successo nel resto del West Virginia con le presidenziali del 2016).

Gli va meglio nel 2016, quando sfida il senatore statale uscente, vincendo le primarie democratiche con quasi il 59% dei voti. Viene quindi eletto senatore del West Virginia l’8 novembre 2016, lo stesso giorno in cui vota Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America. La corsa di Richard Ojeda non si è fermata però nel 2016: alle elezioni di mid-term della scorsa settimana ha infatti tentato di riconquistare il seggio della Camera dei Rappresentanti perso dai democratici nel 2014. Pur vittorioso alle primarie, alle elezioni l’onda blu (il colore dei democratici) non gli è bastata, fermando la sua corsa al 43,5% dei voti. Un risultato però soddisfacente, considerato che alle elezioni del 2016 il candidato democratico aveva ottenuto il 24%.

Ojeda era fortemente sostenuto dai sindacati del suo distretto, e non a caso: da ex-insegnante e senatore statale a inizio 2018 ha partecipato e sostenuto fortemente la vittoriosa mobilitazione degli insegnanti del West Virginia che ha riportato – dopo un lungo oblio – il movimento sindacale alla ribalta delle cronache nazionali. Anche per questo suo sostegno, Micheal Moore ha deciso di riservagli un posto d’onore nel suo documentario 11/9, cosa che ha sicuramente giovato alla sua riconoscibilità nella sinistra statunitense – insieme a diverse comparsate televisive nel ruolo di “democratico arrabbiato con l’establishment democratico”.

Ojeda fa parte del risorgente movimento socialista Usa? Se nell’intervista con Moore Ojeda si è dichiarato un socialista democratico, non si hanno notizie di suoi rapporti con la principale organizzazione socialista statunitense, i Democratic Socialists of America.

Intanto però la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America è lanciata. Una candidatura dalle possibilità sostanzialmente nulle, ma che nel peggiore dei casi potrà contribuire a spostare il dibattito delle primarie democratiche su un terreno più apertamente populista e – se non socialista – quanto meno sociale.

Sempre che Ojeda non sia un infiltrato della Cia – come sostengono alcuni trotskisti statunitensi. E allora potrebbe pure farcela, via.

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La Cgil può essere quel soggetto politico che cerca

Da quando mi crescono dei peli sulla faccia, ho sempre frequentato la Cgil. Prima tramite le organizzazioni studentesche, poi da studente-lavoratore e infine da lavoratore precario (per quanto sui generis). Il XVII congresso è però il primo congresso a cui partecipo sul serio. Quindi ho pensato di scrivere due robe a riguardo.

Silenziosamente, si sta svolgendo in questi mesi il congresso nazionale della Cgil. Un momento importante per la società italiana, evidentemente, e non solo perché ad andare a congresso è un’organizzazione a cui quasi un italiano su dieci continua a pagare ogni mese una parte del proprio stipendio o della propria pensione (alla faccia della crisi dei corpi intermedi). È un momento doppiamente importante perché questo congresso andrà a definire la linea politica della Cgil in un tornante decisivo: quello della fine della segreteria di Susanna Camusso, dopo 9 anni di guida corrisposti sostanzialmente alla fase matura (e drammatica) della crisi sociale nel nostro paese.

In questo quasi-decennio iniziato all’indomani della sconfitta del referendum di Pomigliano, la linea politica della Cgil ha subito un mutamento notevole. Dopo aver sostenuto fino a tutto il 2014 le misure dei governi dell’austerità (Monti, Letta, Renzi) – comprese quelle più impopolari fra i lavoratori, come la legge Fornero – il sindacato si è dovuto gioco forza emancipare dal rapporto “storico” (per quanto ereditario, più che sentimentale) con i partiti della sinistra politica, ed in particolare col Pd. La ragione di questo cambiamento sta tutta nel fallimento rovinoso della ricetta socialdemocratica rappresentata da Pierluigi Bersani e Nichi Vendola, associato al sorgere spavaldo del progetto liberale di Matteo Renzi. Un cambiamento – quindi – principalmente imposto da condizioni esterne.

Quasi “costretta” dal crollo della sinistra politica (riformista o radicale che fosse), la Cgil si è trovata per la prima volta nella sua storia a svolgere un ruolo di opposizione sociale senza avere un rapporto organico con l’opposizione politica e parlamentare. I frutti di questa stagione si distinguono per la loro contraddittorietà. La scelta del “no” al referendum costituzionale ha troncato simbolicamente – e in gran parte del territorio nazionale anche sostanzialmente – il rapporto con un Partito Democratico ormai irrimediabilmente neoliberale. In questo frangente, la Cgil è riuscita a “riverberare” temporaneamente quel sentimento popolare che negli anni precedenti non era riuscita a rappresentare. La battaglia sul Jobs Act prima e quella sui voucher poi (per non dimenticare quelle sulla Buona Scuola e sull’articolo 81 della Costituzione), hanno mostrato un coraggio e un’intraprendenza politica che la Cgil difficilmente aveva dimostrato negli anni precedenti.

Eppure, questa nuova intraprendenza si è sempre fermata ad un passo dalla piena coscienza dei compiti che la Cgil deve assumere nell’attuale fase storica. Tutte le battaglie appena elencate sono state battaglie sostanzialmente difensive, in cui la Cgil ha sembrato ispirarsi ad un modello di società simile allo status quo pre-crisi, piuttosto che interrogarsi sulle conseguenze profonde di quello che il sociologo tedesco Wolfgang Streeck ha definito come il “divorzio fra democrazia e capitalismo”. Un divorzio che avrebbe dovuto spingere i quadri sindacali non a ragionare su come poter ottenere un improbabile ristabilimento dell’ordine “socialdemocratico” dei trenta gloriosi (1945-1975), quanto piuttosto alla ripresa di un pensiero che abbia come obiettivo politico il definitivo superamento della contraddizione fra capitale e lavoro a favore del secondo.

La rivoluzione tecnologica è così entrata nel dibattito della Cgil come un elemento oscuro e minaccioso, più che come un’opportunità formidabile se gestita politicamente dal movimento operaio. L’automatizzazione – processo non certo nuovo – è stata così letta in modo contradditorio, senza una visione unificante che potesse legarle nuove battaglie come – per esempio – la riduzione delle giornate lavorative settimanali. Una proposta estremamente chiara e semplice (così come lo erano più di cent’anni fa le otto ore giornaliere), che basterebbe a sciogliere molti dubbi riguardo ai rischi “desertificanti” della rivoluzione tecnologica attualmente in atto. Una proposta che, purtroppo, non ha trovato grandi spazi nella discussione congressuale (nonostante sia da poco diventata la parola d’ordine del movimento sindacale inglese).

Il ritardo della Cgil su queste questioni è però solo il sintomo di un disagio più forte, che ha alla sua base la crisi d’identità che sta da anni consumando dall’interno il sindacato. La cesura (subita, più che voluta) del rapporto con la sinistra politica ha infatti lasciato un vuoto nell’azione e nella mentalità della Cgil. Un vuoto che – ad oggi – nessuno riesce a colmare. Sempre più quadri sindacali scuotono la testa di fronte alla semplice domanda “a cosa serve il sindacato oggi” posta insistentemente dai lavoratori – ed in particolare dai giovani lavoratori. Orfana di una risposta, la Cgil tende a ripiegare sui servizi e sulla rappresentanza dell’esistente, due campi che, purtroppo, garantiscono all’organizzazione a mala pena la sopravvivenza numerica.

Inesorabile come l’inverno si agita nei corridoi delle Camere del Lavoro la questione del “soggetto politico di riferimento”. E non a caso: il rapporto con la politica, e di conseguenza il modo di intendere il ruolo politico del sindacato, rimane per la Cgil una sostanziale incognita. Una questione presente, ma sostanzialmente rimossa dal dibattito pubblico. A maggior ragione oggi, con un governo populista che gode di ampio consenso nelle fila delle classi popolari italiane (e degli iscritti alla Cgil). Un governo contraddittorio, verso cui la Cgil non riesce a capire come porsi. Opposizione, certo, ai provvedimenti antidemocratici, inumani e repressivi. Ma come opporsi a misure – certo simboliche, ma anche per questo importanti – come il decreto “dignità”? E’ evidente che il vecchio modello della relazione “priviligiata” con un singolo soggetto politico non è più attuabile.

Il tema del proprio ruolo nella società del terzo millennio è il tema centrale a cui la Cgil non riesce a rispondere. Eppure, è il tema a cui deve rispondere, se vuole veramente uscire da quella crisi di legittimità che la affligge da decenni. Una riflessione che non può che scaturire nel completamento di quel lento e contraddittorio processo di emancipazione avvenuto durante la segreteria Camusso. Invece di cercare nuovi riferimenti politici nelle innumerevoli correnti della comatosa sinistra politica, la Cgil può e deve assumere essa stessa un ruolo politico più rilevante nello scenario nazionale. Iniziando a pensarsi, sostanzialmente, come soggetto politico oltre che come sindacato.

Ora, il tema non è quello di scimmiottare – con cent’anni di ritardo – la creazione del Labour inglese. Non è su quel piano che oggi la Cgil può trovare terreno fertile. Il sindacato può ritrovare sé stesso solo riabbracciando pienamente la propria natura di sindacato confederale e politico: la propria natura, cioè, di rappresentanza sociale e politica della classe lavoratrice. Di “sindacato generale”, avrebbe detto Bruno Trentin. Non solo sul posto di lavoro o nei servizi, ma anche nella creazione e nella mobilitazione dell’opinione pubblica. Certo, queste cose la Cgil in parte le fa già. A livello locale, i suoi quadri animano i più disparati movimenti sociali – e similarmente a livello nazionale la confederazione non manca di aderire a mobilitazioni antirazziste e antifasciste.

Non si tratta, quindi, di inventarsi niente di nuovo, quanto piuttosto di ampliare e radicalizzare pratiche già esistenti e radicate nella quotidianità della Cgil. Abbracciando, al tempo stesso, la consapevolezza che in Italia non esiste oggi più alcun soggetto politico a cui delegare la rappresentanza politica delle istanze e dei bisogni delle classi popolari.

La Cgil può aspirare a essere forza egemonica e centrale nella politica e nella società italiana. La sua organizzazione, i suoi iscritti, i suoi quadri rimangono uno dei serbatoi di democrazia più importanti del nostro paese. Una di quelle forze che realmente “tengono unite” la nazione e la società italiana. Ma tali energie – ricche di potenzialità se riversate nella società – rischiano di appassire se vincolate al lavoro strettamente sindacale.

Una Cgil pienamente e consapevolmente soggetto politico, quindi. Non per affermare un’inutile “autonomia del sociale” contro una altrettanto inutile “autonomia del politico”. Ma per rispondere fino in fondo al profondo desiderio di rappresentanza che anima oggi le classi popolari italiane. Ridando, al tempo stesso, nuovo senso e nuovo entusiasmo ad un’organizzazione messa all’angolo dalla propria crisi.

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È finito il tempo delle privatizzazioni

Articolo scritto per TRed.

Il crollo del ponte Morandi ha segnato una data storica per gli orientamenti della nostra opinione pubblica. In questo tragico evento una sensibilità largamente presente nella società italiana ha trovato il simbolo attorno a cui condersarsi: nelle rovine del fu-avvenieristico ponte genovese si sta manifestando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti delle privatizzazioni dei beni pubblici, svenduti a partire dagli anni ‘90 ad un’oligarchia affamata di rendite e privilegio.

Non è facile trovare un evento di simile portata simbolica nella recente storia politica europea. Forse l’unico esempio commisurabile è quello del tragico rogo della Grenfell tower (Londra, giugno 2017). Da quel momento in poi, le diseguaglianze di reddito e di condizioni di vita sono balzate al centro del dibattito pubblico britannico. Quello che non era un tema di discussione pubblica, è diventato il tema.

Allo stesso modo, in Italia oggi l’opinione pubblica si esprime in stragrande maggioranza contro dell’inganno delle privatizzazioni, promosse tanto dai governi di centro-sinistra che da quelli di centro-destra. Non per niente, le maggiori forze politiche (M5S, Pd, Lega) non escludono oggi una nazionalizzazione delle concessioni autostradali: una posizione che, fino a qualche anno fa, era condivisa solo dalla sinistra radicale.

Insomma, il vento è cambiato. Il mercato non è più il salvatore dei popoli. Lo Stato ricomincia ad essere visto come la risposta e non come il problema. Non se ne vogliano i liberali: la sbronza degli anni ‘90 prima o poi doveva passare. Ma si interroghino i socialisti: sulla programmazione economica e sull’economia mista si aprono oggi prospettive di consenso impensabili solo fino a qualche anno fa.

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Come si costruisce il programma di una festa “rossa”

Per il quinto anno consecutivo, anche quest’estate una parte importante del mio tempo libero è stata dedicata alla costruzione del programma dei dibattiti di Fornaci Rosse. Il risultato – ottenuto grazie all’impegno di tanti e tante – lo potete trovare qua.

Prima di arrivare al programma, due parole sulla festa. Fornaci Rosse è un festival politico che si svolge nel parco comunale delle Fornaci di Vicenza dal 2014. È organizzato da un ristretto gruppo di ragazzi e ragazze fra i 20 e i 30 anni – gruppo che, è importante precisarlo, non solo si fa a carico di un lavoro impegnativo per i mesi estivi, ma è pure responsabile con le proprie tasche delle eventuali perdite economiche della festa.

In questi anni, lo scopo politico della festa è rimasto sostanzialmente immutato: quello di promuovere gli ideali democratici e socialisti combinando dibattiti, musica, ristorazione e tanto altro. Insomma, legando politica a socialità, militanza a divertimento. Lo scopo politico della festa si può riassumere in una battuta che ci facevamo fra organizzatori qualche anno fa: “A Fornaci Rosse si viene per la birra, ma si rimane per il socialismo”. Se nelle prime edizioni era probabilmente vero il contrario, con gli anni questo si sta effettivamente realizzando. Sempre più gente viene perché invogliata dalla festa nel complesso più che dal programma o dalla singola iniziativa. C’è ancora molta strada da fare, ma il cammino è costante e la meta sempre più vicina.

A questa formula siamo arrivati senza una profonda teorizzazione, fondendo in modo originale le diverse esperienze di militanza da cui il nucleo originale degli organizzatori proveniva: da una parte gli esempi (tipicamente vicentini) della più grande Festambiente d’Italia e (in maniera minore) del festival No Dal Molin; dall’altra quello dei festival universitari organizzati a Padova dalle organizzazioni studentesche. Sullo sfondo un’idea molto poco chiara di cosa fosse una festa de l’Unità: poco chiara perché non ne avevamo mai vista una vera sul serio. Diciamo che da quella vecchia esperienza ci era passato il concetto che per fare una politica popolare ci fosse bisogno di “meno libri e più litri”.

Quello che ne è venuto fuori in questi cinque anni è un modello sostanzialmente unico a livello nazionale, economicamente sostenibile (meteo permettendo) ed estremamente impegnativo per gestione e organizzazione. La festa – che rimane di dimensioni proporzionate ad una realtà come quella di Vicenza – ha avuto un’oggettiva ipertrofia nella sua parte di programmazione dei dibattiti. Mentre ristorazione e programma musicale sono rimasti fondamentalmente immutati nel corso degli anni per investimento e dimensioni (e via via aumentati per qualità), i dibattiti sono triplicati dagli otto del 2014 ai venticinque del 2018. Il programma dei dibattiti ha assunto il ruolo di traino per il resto della festa – senza per questo sostituirsi al resto, ma combinandosi ad esso in modo simbiotico. Per ora, questa ipertrofia è stata coperta da un ampliamento del pubblico dei dibattiti: conservato il nucleo vicentino, Fornaci Rosse sta diventando un appuntamento che attrae gente da tutta la regione.

Insomma, il programma è parte rilevante del modello complesso di Fornaci Rosse, e ogni anno diventa sempre più impegnativo chiuderlo. Le tempistiche della programmazione dei dibattiti sono sostanzialmente queste: nel periodo gennaio-giugno si raccolgono varie idee di tematiche e personalità da invitare; a fine giugno si iniziano a concretizzare i dibattiti, che vengono infine chiusi attorno a Ferragosto (in tempo per un’adeguata diffusione). Avendo a disposizione due spazi dibattiti (uno “minore” da 40 posti a sedere, uno “maggiore” da 100), sarebbe impossibile chiudere il programma prima: le disponibilità sono difficili da incastrare e devono essere assecondate, in un periodo in cui molti relatori potenziali vanno e vengono dalle ferie. Dettaglio non secondario, il budget per questi venticinque dibattiti è praticamente nullo: appena 400€ per portare in festa un’ottantina di relatori. Le restrizioni economiche sono una delle linee guida più importanti nella scelta dei dibattiti: nella valutazione della fattibilità delle singole proposte c’è sempre un ragionamento sulla resa “potenziale” in termini di pubblico coinvolto.

Per riuscire a superare questa complessità, abbiamo messo in campo tre diverse strategie: in primo luogo, la collaborazione con numerose realtà politiche e sociali del territorio. Se la festa riesce ad essere così forte nonostante non abbia alle spalle un’organizzazione propriamente detta, è solo grazie al fatto che moltissime realtà e personalità locali la vedono come una cosa anche loro. Per questo fin da maggio ci arrivano diverse proposte di dibattiti: una parte rilevante del programma è chiusa grazie a questa collaborazione (e questo implica anche – ovviamente – una certa autonomia di chi ci aiuta nella scelta dei relatori). Questo primo modello garantisce poi anche una buona resa in quanto a presenze e genera un circuito positivo di promozione della festa nel complesso.

La seconda strategia di definizione del programma è quella dei “grandi nomi”: personalità di rilievo nazionale (spesso televisivo) che interessino un pubblico vasto. In generale, questa categoria è quella che richiede più impegno e che porta meno risultati: quest’anno, per fare un esempio, delle più di venti personalità invitate ne verranno solo due: Susanna Camusso e Federico Pizzarotti. I canali per arrivarci sono vari, e si basano in gran parte su amicizie e conoscenze dirette. Non potendo attingere al giro dei “conferenzieri” (cioè di quelle tante personalità che chiedono un pagamento per le proprie partecipazioni ai dibattiti) si tratta di un gruppo molto ristretto di persone: in gran parte politici.

Infine, c’è una terza strategia – che si combina con le prime due. È quella dei dibattiti più specificatamente promossi e costruiti dall’organizzazione del festival, cioè dove la nostra linea politica si esprime più largamente. Ovviamente, non è che manchi l’arbitrio dell’organizzazione nelle prime due strategie. Ma ci sono casi in cui a “spingere” siamo soprattutto noi, anche senza collaborazioni. Faccio due esempi sul programma di quest’anno, di cui uno problematico. Parto da quello più semplice da affrontare: quello del dibattito sulla sindacalizzazione dei precari della logistica, in cui verranno portate due esperienze importanti (i rider di Foodora di Bologna e i facchini di Amazon di Milano). È questo un dibattito per noi importante perché vuol dire mettere in evidenza un problema per noi politicamente rilevante: come organizzare il lavoro ai tempi della precarietà selvaggia. Un tema ovviamente “di nicchia”, ma che a noi interessa rendere rilevante.

Altro discorso vale per l’unico dibattito veramente problematico dell’edizione di quest’anno, quello sull’immigrazione che vedrà contrapporsi il deputato-simbolo dell’accoglienza (Erasmo Palazzotto, LeU) ad un deputato salviano (Erik Pretto, Lega). Partiamo da un presupposto: trattare il tema dell’immigrazione era necessario, mai come oggi. Abbiamo deciso – con molte perplessità al nostro interno – di fare un dibattito rappresentando “l’altra” parte piuttosto che una tavola rotonda che coinvolgesse solo esponenti pro-immigrazione. È questa una scelta problematica in primis perché va contro la sensibilità di una parte importante del nostro pubblico: una sensibilità che ritiene che – su questo tema, ma anche più in generale – non si debba dare spazio ad una forza ritenuta razzista e xenofoba.

Scontentare qualcuno è ovviamente inevitabile con un programma articolato come quello di Fornaci Rosse: lo abbiamo già fatto due anni fa invitando il criticabilissimo Massimo D’Alema, che poi ha portato in festa centinaia di persone in una vivacissima intervista. Ma ovviamente questo è un caso diverso: per la prima volta invitiamo un leghista, per di più un salviniano di ferro. Perché lo abbiamo fatto?

L’idea era quella di lanciare un segnale verso quel mondo che vede nell’immigrazione uno dei principali problemi che il paese sta affrontando. Vero o falso che sia, in questi anni l’atteggiamento medio della sinistra (liberale e radicale) è stato quello di rivolgersi verso questa larga fetta di società demonizzandola: definendoli ignoranti, razzisti, “sconfitti dalla globalizzazione” (e quindi rabbiosi, irrazionali – a stento cittadini degni del diritto di voto). Non capendo che quella stessa gente – soprattutto in Veneto – è in parte rilevante costituita dagli stessi disoccupati, precari, sfruttati a cui dovrebbe rivolgersi un progetto democratico e socialista. Non capendo che quella stessa gente lavora fianco a fianco degli immigrati, condividendone spesso le stesse condizioni sociali disagiate: e che per questo non è razzista “per natura”. Non capendo che quella stessa gente potrebbe benissimo rivolgere la propria voglia di cambiamento (e anche la propria rabbia, perché no) contro quelle oligarchie sociali ed economiche che hanno provocato la crisi e che oggi depredano la nostra economia. Insomma, per noi sarebbe un successo politico rilevante far capire anche solo a uno degli (attuali) elettori della Lega che le bandiere rosse che svettano fieramente sui nostri capannoni non sono il simbolo di una sinistra anti-popolare e intellettualmente arrogante. Ma di un’alternativa. Reale, concreta, popolare.

Fornaci Rosse nasce come tentativo di rottura dell’accerchiamento in cui è stretta da decenni la decadente sinistra politica e sociale veneta. Per rompere un accerchiamento, bisogna al tempo stesso rinserrare le proprie fila e infiltrarsi nelle linee nemiche. Preparare la propria parte allo scontro, e contemporaneamente costruire le condizioni per trovare al di fuori del proprio mondo nuove energie e nuovo consenso.

Il programma politico di Fornaci, e tutta la complessa organizzazione che decine di ragazzi e ragazze stanno mettendo in piedi in questi mesi, serve a questo: pensare, promuovere e organizzare l’abbozzo di una società diversa. E, nel farlo, avvicinare sempre più persone che oggi ci vedono come lontani, spesso con malcelata ostilità. Farle dubitare delle loro certezze, convincerle, persuaderle. Cambiare loro cambiando al tempo stesso noi stessi. Perché – come ricordava Togliatti a Mosca davanti al futuro nerbo della resistenza antifascista – i nostri avversari non sono le masse che votano diverso da noi. E il nostro scopo politico non è quello di segnare la nostra distanza da loro, ma quello di conquistarle alla causa socialista e democratica.

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Come non aiutare Salvini

Articolo scritto per TRed.

Sono ormai due mesi che quello che rimane di progressista in Italia è sotto assedio. A condurre l’assedio, per ora vittoriosamente, è il capidanno Matteo Salvini, ministro degli Interni e leader della Lega ex-Nord. Ora, più che un assedio vero e proprio, a me piace pensare così alla situazione politica italiana: gli elettori di Pd, Leu, Pap e sinistra grillina chiusi dentro le alte mura di un piccolo borgo, mentre al di fuori dell’assedio mediatico, le armate verde-blu spadroneggiano nelle ampie praterie dei depoliticizzati – quelli, per capirci, “né di destra né di sinistra”.

Per continuare l’assedio, Salvini si deve limitare a fare una cosa: non attaccare, ma solamente continuare a mettere sotto pressione il piccolo borgo. Ogni due giorni, una sparata. Ogni due giorni una reazione sguaiata da parte degli assediati. Ma, attenzione, quella che proviene dal fortino assediato non è una reazione mirata a cercare aiuto fuori dalle proprie anguste mura. No, è piuttosto una reazione che serve a rinfrancare le proprie sempre più esauste truppe: un attacco che serve non a rompere l’assedio, ma solamente a reggerlo più a lungo.

Questo sta succedendo da due mesi a questa parte in Italia. Salvini provoca, costantemente, non attaccando i suoi oppositori direttamente, ma facendoli prima imbizzarrire e poi delegittimandoli grazie alle loro stesse reazioni.

Esempio pratico: Salvini posta una foto col commento “Tanti amici, tanto onore” [pressione sugli assediati]. Reazione: “visto! Salvini cita il Duce il giorno della sua nascita, è fascista sul serio!” [reazione autoreferenziale degli assediati]. Infine: controreazione vittimista di Salvini, che serve a far pensare alla gente che ogni attacco nei suoi confronti sia pretestuoso, mosso da un antifascismo “ideologico”.

Così i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali della Lega ex-Nord scompaiono: semplicemente, perché chi dovrebbe attaccare su questo punto è troppo soffocato dalle continue e scomposte denunce di razzismo e fascismo. Un argomento antileghista potenzialmente egemonico perde così forza perché schiacciato da un argomento minoritario e autoreferenziale.

Ora, possiamo discutere a lungo se Salvini sia fascista o meno. Non è questo il punto. Il punto è che se qualcuno si fosse messo in testa di far esplodere questa bolla mediatica salvinocentrica, non lo farà certamente certamente accusandolo di essere fascista ogni 3 ore e facendo – così – il suo gioco.

Salvini non è invincibile: si può (e si deve) sconfiggerlo. Ma per far questo, bisogna rompere l’assedio. Bisogna smontare il suo vittimismo. Bisogna tornare nelle praterie, in quella larga fetta di opinione pubblica delusa, impaurita, incazzata e a cui (purtroppo) non interessa assolutamente se Salvini è o non è fascista. Non parlare a noi stessi: parlare a chi da Salvini è sedotto e – per ora – convinto.

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Lo spazio politico aperto dal governo giallo-verde

Articolo scritto per Senso Comune.

Da quando Senso Comune ha lanciato l’ipotesi democratico-populista nel novembre 2016, i temi che gli sono più propri si sono fatti strada in ampi settori del mondo progressista italiano. Gli esempi di Podemos, Mélenchon, Sanders e Corbyn han ridato legittimità a posizioni politiche fino ad allora marginali nella sinistra politica italiana. L’intervento pubblico nell’economia, l’euroscetticismo, il protezionismo, l’opposizione dura alle oligarchie economiche e sociali sono oggi temi con piena cittadinanza nelle discussioni politiche che ancora agitano le macerie della sinistra politica italiana.

Mentre i temi del populismo democratico hanno guadagnato spazio nell’opinione pubblica, lo stesso non si può dire per il dibattito interno ai soggetti che si sono presentati alle ultime elezioni politiche. Il voto del 4 marzo ha dimostrato quanto le varie proposte progressiste abbiano perso centralità nella società italiana: la linea liberal del Pd ha dimostrato di essere ormai residuale in Italia come nel resto d’Occidente; quella sbiaditamente “socialdemocratica” di LeU ha mostrato la sua distanza dai problemi della gente comune; infine quella “plebeista” di Potere al Popolo (pur con alcune innovazioni) si è chiusa in un immaginario e in delle pratiche politiche che le hanno impedito di uscire dagli steccati degli elettori iper-politicizzati di sinistra.

Insomma, il 4 marzo l’ipotesi populista-democratica non ha trovato cittadinanza in nessuna delle liste elettorali progressiste. L’ha parzialmente trovata – neanche troppo paradossalmente – nel tanto disprezzato Movimento 5 Stelle. La scelta di ministri-ombra apertamente keynesiani, l’insistenza su politiche di redistribuzione economica (il “reddito di cittadinanza”) e un discorso apertamente nazionale hanno permesso ai grillini di svuotare Pd, Leu e PaP (tutti orgogliosamente “di sinistra”) del voto di larghi settori progressisti e democratici. Ancor più paradossalmente, qualcosa di simile è successo con la nuova Lega nazionale di Salvini, che con l’abolizione della Fornero e la flat-tax ha sedotto fasce di voto popolare che prima di allora si erano rivolte a sinistra.

Oggi il Pd, LeU e PaP esultano per il governo pentaleghista: tutti e tre sono convinti di poter intercettare le frotte di delusi dalla svolta “di destra” del M5S. Purtroppo, sbagliano. Sbagliano perché nessuno di loro è strutturalmente in grado di intercettare i voti in fuga dalla grande coalizione giallo-verde. A quest’ultimi, il Pd ha da proporre solo l’austerità responsabile, LeU un messaggio politico fuori sincrono, PaP un discorso ribellista incomprensibile per i non politicizzati.

È per questo che è tempo di dare delle gambe all’ipotesi populista-democratica. Mentre Pd, LeU e PaP si preparano ognuno a proprio modo ad un’opposizione “di sinistra” alla grande coalizione giallo-verde, larghi spazi di movimento si aprono per una proposta che sia equidistante tanto dalla Lega che dal Pd, tanto da LeU che dal M5S. Perché, certo, il governo pentaleghista provocherà scontento. Ma non perché sarà (verosimilmente) un governo repressivo o più o meno apertamente razzista. Il governo Salvini-Di Maio deluderà perché non potrà portare fino in fondo la rivoluzione anti-oligarchica richiesta dal voto del 4 marzo.

Ogni passo indietro sull’Unione Europea, ogni regalo alle oligarchie nazionali, ogni politica antipopolare del nuovo governo potrà donare forza e consennso all’ipotesi populista-democratica. Al tempo stesso, ogni stucchevole richiamo all’austerità del Pd, ogni stucchevole gesto di responsabilità nazionale da parte di LeU, ogni stucchevole ribellismo di PaP libererà energie e voti anche all’opposizione.

Insomma, col governo giallo-verde nasce l’occasione di costruire un nuovo polo politico. Prendendo energie, consenso, menti e proposte tanto dall’area di governo che da quella dell’opposizione. Perché – sia chiaro – se nei prossimi cinque anni non riuscirà ad emergere un’opposizione populista-democratica, ci sarà lo spazio perché altre forze ancora più oscure emergano dal magma della società italiana.

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La Cina è vicina? Cosa ci insegna il modello economico cinese

Articolo scritto per Senso Comune.

Uno degli argomenti più forti della controrivoluzione oligarchica che ha investito l’Occidente dagli anni ’70 è sempre stato il “non c’è alternativa”. Non c’è alternativa alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, non c’è alternativa a concentrare le ricchezze nelle mani di pochi, non c’è alternativa a lasciare la finanza a briglie sciolte. Il modello di modernizzazione neoliberale – basato sulla compressione di salari e diritti a vantaggio di una ristretta élite – è stato così presentato come un dato naturale, un’inevitabile soluzione politico-economica per tutte le società che non volessero venir escluse dall’economia globale. Questo mito è stata alimentato e potenziato da un fattore geopolitico non indifferente: la decadenza prima e la scomparsa poi dell’Unione Sovietica.

Con tutte le sue tragiche contraddizioni, l’Urss aveva rappresentato fin dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) un polo alternativo a quello liberal-capitalista capitanato dagli Stati Uniti. I popoli oppressi – dall’Africa all’Estremo Oriente – avevano per decenni guardato a Mosca per cercare un modello di sviluppo economico che permettesse ai loro paesi di emanciparsi politicamente ed economicamente dall’Occidente. E da Mosca era arrivato per decenni ai popoli oppressi quell’aiuto economico ed intellettuale necessario per liberarsi dalla pesante ipoteca occidentale.

Questo meccanismo ha iniziato ad inclinarsi proprio in corrispondenza di quella reazione delle borghesie occidentali tante volte evocata come “rivoluzione neoliberale”. La crisi del modello sovietico – iniziata negli anni ’70 – è stata tanto politica quanto economica. Politica perché il modello istituzionale creato dall’Urss è stato incapace di riformarsi, generando la guida confusa e autodistruttiva di Gorbachev. Economica perché il dirigismo economico centralizzato ha via via mostrato i suoi pesanti limiti a soddisfare i bisogni di una società avanzata come quella sovietica.

La mancanza a livello globale di alternative reali e credibili al modello capitalista ha così aperto la strada – in quasi tutto il mondo – al vento della rivoluzione neoliberale. Sottolineo questo quasi, perché una parte del mondo questa reazione l’ha subita in modo particolarissimo: la Cina. Dopo la morte di Mao Tze Tung e la presa del potere di Deng Xiaoping, questo paese-continente ha intrapreso la strada del superamento del modello economico dirigista di matrice sovietica.

In occidente, la liberalizzazione del mercato interno cinese e la sua progressiva apertura al mercato globale hanno fatto maturare la convinzione che la Cina avesse abbandonato la sua vocazione socialista. Una convinzione comoda a legittimare la svolta liberale di tutte le forze politiche occidentali. Le riforme della dirigenza cinese sono state così lette come un’ulteriore conferma dell’impossibilità di una alternativa economica al capitalismo imperante. Una convinzione questa che si è facilmente legata – soprattutto nella sinistra europea che stava imbracciando a piene mani la “Terza via” blairiana – alla critica all’autoritarismo politico imposto dal Partito Comunista alla società cinese. La Cina si è così trasformata nell’immaginario collettivo nella patria di un cripto-capitalismo autoritario, senza conflitti interni e con una classe dirigente comunista solo nel nome.

E mentre questo immaginario si rafforzava, la realtà evolveva e ci lasciava senza strumenti per interpretare cosa stava veramente cambiando in un paese che ospita un quinto del genere umano. I cinesi sono così comparsi all’improvviso nelle nostre vite quotidiane come temibili competitori nel mercato globale e abili catalizzatori delle volontà delocalizzatrici delle élites occidentali. Poi, piano piano, hanno conquistato il ruolo di “ladri di tecnologie” e di potenza regionale in ascesa. Fino ad arrivare oggi ad essere una potenza globale riconosciuta e temuta, che si permette di fare shopping fra i gioielli di famiglia europei sopravvissuti alla crisi e all’austerità. Un paese avanzato, che dopo aver sradicato l’ignoranza e la fame dal suo territorio, può permettersi di contendere il primato tecnologico agli Stati Uniti sinofobici di Donald Trump.

Come è stato possibile questo grande salto in avanti di un paese fino a qualche decennio fa sottosviluppato e povero? Accontentandosi delle spiegazioni dei nostri amati liberali occidentali, la risposta sarà sempre e solamente una: perché è una feroce dittatura comunista. E noi – pur non essendo parte degli amati liberali occidentali – non negheremo certo il ruolo della repressione nel contesto cinese. Essa c’è, e ha sicuramente contribuito a mantenere in piedi il paese nonostante le sue enormi contraddizioni interne. Ma se ci limitassimo ad esse, non potremmo comprendere le conquiste della Cina contemporanea.

Il vero segreto del modello cinese è stato un altro: un’economia di mercato a guida pubblica. L’enorme Partito Comunista Cinese (90 milioni di iscritti) ha in questi decenni guidato un’economia mista, in cui il settore pubblico ha assunto un ruolo attivo nella direzione del settore cooperativo e privato, orientandoli a servizio dell’interesse nazionale. Certo, è stata permesso lo sviluppo di gruppi capitalistici privati. Ma ad essi è stata lasciata una libertà di movimento limitata dal rispetto delle linee guida di sviluppo indicate dal Governo. E dopo la grande liberalizzazione degli anni ’80 e ’90, il settore privato ha cominciato a regredire lasciando spazio ad una nuova avanzata del settore pubblico e cooperativo.

Questa capacità di controllo pubblico sull’economia (definita dal Pcc come “economia socialista di mercato”) ha permesso alla società cinese di sviluppare le proprie potenzialità in modo coerente e razionale. Lontana dalle bolle finanziarie del capitalismo occidentale, l’economia cinese ha dimostrato la capacità di focalizzarsi prima sull’accumulazione di capitale economico e tecnologico, per poi passare ad investimenti massicci – e, di nuovo, guidati – nei settori a maggiore produttività. Ecco come siamo arrivati alla Cina di oggi: tramite lo sviluppo di un’economia mista a guida pubblica.

Certo, questo vorticoso processo di modernizzazione ha creato contraddizioni sociali e – soprattutto – livelli di diseguaglianza interna assolutamente non-socialisti. Ma essi erano difficilmente evitabili per un paese che volesse recuperare un gap economico così forte in così poco tempo. Non per niente, la dirigenza cinese ha impostato oggi la lotta alla corruzione (fonte primaria della diseguaglianza interna) come sua priorità politica. La Cina si è trasformata oggi nel più grande campo della lotta di classe mondiale. Una lotta di classe i cui esiti non scontati imprimeranno un segno distintivo al XXI secolo e che avviene tutta all’interno del Partito Comunista. Il quale, non a caso, tende ad essere un fattore di compromesso più che di repressione nei crescenti conflitti sociali che agitano il paese.

Con tutte le sue particolarità, la Cina di oggi rappresenta quello che l’Unione Sovietica ha rappresentato per gran parte del Novecento. Un modello economico alternativo a quello capitalista statunitense (e alle sue propagazioni democratiche in Europa e autoritarie in gran parte del resto del mondo). Un modello di economia mista a guida pubblica funzionale all’avanzamento tecnologico dell’umanità.

Un modello che già oggi mostra all’Europa capitalista che un’alternativa economica non solo è possibile, ma è anche preferibile. Starà quindi a noi capire capire se e come questa alternativa possa essere adattata alle nostre insopprimibili aspirazioni democratiche.

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