Archive for politica

Per un europeismo dei lavoratori

Il 15 maggio 2019 la Cgil Vicenza mi ha chiesto di aprire la discussione della sua Assemblea Generale dedicata alle incipienti elezioni europee. Quello che segue è il testo della mia relazione.

Per la mia generazione, la generazione dei giovani lavoratori, l’Unione Europea è una grande contraddizione. L’Unione Europea è quella che ci permette di fare i finesettimana di vacanze a Barcellona, ma l’Unione Europea è anche quella che con la sua austerità ci obbliga a emigrare a Londra per trovare un lavoro. L’Unione Europea è quella che ci ha permesso di “internazionalizzarci” portandoci in Erasmus, ma è la stessa che rende sempre più drammaticamente periferica la nostra terra. L’Unione Europea è il “Ce lo chiede l’Europa”, ma è anche il “Nel resto d’Europa non funziona così”.

Insomma, per la mia generazione, l’Unione Europea significa un groviglio di emozioni, sensazioni e posizioni difficilmente districabile. E infatti, quando poi diventa l’argomento di conversazione fra coetanei, difficilmente si manifestano posizioni intermedie o scale di grigio: chi ha più goduto di questa “apertura” continentale tende a difenderla a spada tratta, mentre chi invece non ha avuto alcun vantaggio o ben pochi vantaggi da essa tende invece a sottolinearne il carattere centralista e oligarchico. Insomma, la mia generazione si divide piuttosto nettamente fra chi “Vorrebbe che fossimo più europei” e chi “Vorrebbe che ci fosse meno Bruxelles” nella sua vita.

Nella mia personalissima esperienza, un evento è stato centrale nella mia concezione di Unione Europea: la crisi greca del 2015. Fino a quel momento, i lati positivi dell’integrazione europea erano stati parti integranti della mia vita: avevo potuto, fin da adolescente, viaggiare facilmente per il continente e compiere alcune esperienze che più che di studio erano state di svago e di crescita umana; nello stesso 2015, per altro, avevo potuto passare un periodo di studio a Parigi con il programma Erasmus. Certo, negli anni precedenti mi aveva più che infastidito quel ritornello di “ce lo chiede l’Europa” che aveva accompagnato le riforme dei governi dell’austerità (da Monti a Renzi, per capirci), ma niente che potesse seriamente incrinare la mia fede in questa Unione Europea.

Come tanti altri, d’altro canto, ero e rimango convinto delle necessità alla base dell’integrazione europea. La “collaborazione fra popoli” può sembrare uno slogan vuoto per chi – come la mia generazione – vede la guerra come un’evenienza lontana e quasi impossibile. Senza alcun dubbio, se oggi possiamo vantare un passato di pace in questo angolo di mondo, lo dobbiamo anche agli esperimenti di collaborazione fra stati come l’Unione Europea o – su scala ancora più vasta – le Nazioni Unite. Al tempo stesso, la fine della breve egemonia degli Stati Uniti sul globo, con l’emergere di un mondo multipolare, rende molto più necessaria di prima la creazione di un polo europeo che possa agire in autonomia e indipendenza non solo dagli Stati Uniti, ma anche dalla Russia e della Cina. Infine, è certo vero che la grande sfida del surriscaldamento globale necessita di strutture decisionali più ampie dei piccoli stati-nazionali europei. In questo senso, è bene ricordare che l’Unione Europea ha giocato negli ultimi anni un ruolo più che positivo in questo ambito, per esempio promuovendo l’importante accordo sul clima della conferenza di Parigi del 2015. Insomma, era e rimane a mio parere innegabile la necessità e l’utilità di procedere ad un’integrazione continentale in Europa. E fino al 2015, devo dire che non mi ero mai seriamente posto il problema di quanto questa  specifica integrazione europea rispettasse gli stessi principi che i suoi padri fondatori avevano stabilito.

Poi è arrivata l’estate 2015: è arrivata la crisi greca. È arrivato il caso di questo piccolo popolo piegato con cinismo ad un destino di impoverimento e umiliazione, colpevole solo di aver chiesto un’eccezione alla rigidissima e ideologica austerità imposta da Bruxelles. Di fronte alla sofferenza di una nazione intera che chiedeva di poter sperimentare una politica economica diversa, le autorità comunitarie (con il sostegno di quelle italiane, è giusto ricordarlo) non solo hanno fatto orecchie da mercante: hanno deciso di “far pesare” tutto il loro potere. Un potere non basato su una legittimazione democratica, un potere non derivato da una volontà popolare, ma dal peso e dalla forza stringente del denaro. La Grecia e il suo parlamento legittimamente eletto hanno così dovuto piegarsi ad una logica intimamente slegata dal concetto di democrazia, ai diktat di quella troika di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni: la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea. Non a caso, due organismi espressione di un potere finanziario, e da un organismo – la Commissione Europea – che non rappresenta i popoli europei, ma solo i suoi governi.

Certo, qualcuno dirà, il debito pubblico greco non l’aveva fatto Bruxelles: l’aveva fatto Atene. Un ragionamento simile siamo d’altro canto abituati sentirlo quotidianamente dai commentatori italiani sul nostro, di debito pubblico.  E, chiaramente, il debito pubblico non si crea da solo, ed è un bel problema. Ma il punto non è se ci fosse o meno in quel momento un problema in Grecia: il punto è il modo in cui le istituzioni europee hanno affrontato il problema greco. E per me – come per molti altri – il modo è stato estremamente rivelatorio di quali effettivamente siano le logiche incarnate da questa integrazione europea. Delle logiche contradditorie, come già detto, che hanno sicuramente molti risvolti positivi, ma che in ultima istanza tendono a sostituire la sovranità democratica degli stati membri con una sovranità che non deriva il proprio potere da logiche democratiche ma da una forza economica ben rappresentata dalla “collaborazione” con il Fondo Monetario Internazionale, cioè il vero e proprio bastione dell’ideologia dell’austerità a livello globale. La crisi greca, insomma, mi ha fatto finalmente rendere conto della distanza fra l’Europa che vorrei e l’Europa che effettivamente è. Fra l’Europa dei padri fondatori e l’Europa dei vari Juncker.

La stessa logica greca si è poi manifestata in modo forte in Italia non solo in occasione dei vari “ce lo chiede l’Europa” già ricordati, per giustificare tagli sempre più profondi ai servizi pubblici, ma pure – in modo forse più grave – l’anno scorso, nella formazione del governo Conte. In quell’occasione, per chi non lo ricordasse, una serie di pressioni “informali” da parte delle autorità comunitarie e di non meglio precisati “mercati” spinsero il presidente della Repubblica Italiana a far ritirare il nome di Paolo Savona da possibile ministro dell’Economia in quanto “troppo euroscettico”. Un’ingerenza a mio parere assolutamente inaccettabile nei processi democratici di uno stato membro come l’Italia. E questo lo dico senza alcuna simpatia verso il governo Conte o verso il professor Paolo Savona, il quale (al di là della roboante propaganda leghista) più che come ministro della Repubblica verrà probabilmente ricordato dalla storia come uno dei presidenti di quell’enorme buco nero di risorse pubbliche che è stato il Mose di Venezia.

Ora, qualcuno potrebbe anche affermare che la sovranità democratica si può mettere in discussione, che può essere sacrificata a vantaggio – per esempio – di una politica economica rigorosa. Cioè, qualcuno potrebbe anche dire: “accetto che a decidere siano delle istituzioni non democratiche se questo ha dei vantaggi concreti”. È una logica che comprendo, e che spesso si sente fare anche a qualche intellettuale democratico (o presunto tale). Il problema, però, è che come sempre nella storia, se le decisioni politiche vengono prese da organi che non rappresentano il popolo, cioè che non sono responsabili di fronte al popolo, inevitabilmente le decisioni prese finiscono per fare gli interessi non della gente comune, ma dei grandi poteri economici. Perché se chi decide non è espressione del popolo, inevitabilmente le sue decisioni saranno influenzate da chi se lo può permettere, cioè da chi ha disposizione potere e denaro.

Anche così si spiega, per esempio, perché – contro ogni logica economica e di buon senso – le istituzioni europee hanno deciso di rispondere alla grande crisi del 2008 con una serie di ricette economiche basate sul taglio della spesa pubblica. Guardate, questa non è stata una scelta solo ideologica, anche se una certa ideologia liberale ha sicuramente avuto il suo peso nel determinarla. Tagliare la spesa pubblica, infatti, significa in primo luogo privatizzare e liberalizzare spazi dell’economia che prima erano regolati dalla logica del bene comune e non da quella profitto. Privatizzare e liberalizzare significa aprire nuovi spazi alla speculazione di quel mercato che secondo qualcuno dovrebbe “autoregolarsi” – salvo poi esplodere ciclicamente in crisi disastrose. Insomma, non si può spiegare l’austerità solo come un vezzo ideologico di qualcuno. L’austerità si può comprendere fino in fondo solo se si tiene conto di chi se ne approfitta materialmente. E chi se ne è approfittato in Europa e nel nostro paese dai tagli allo stato sociale e dalla deregolamentazione dell’economia sono stati la finanza e i grandi poteri economici. L’Unione Europea, questa Unione Europea, ha imposto un’ideologia economica non funzionale a presunti “interessi generali” come hanno cercato di farci credere: l’austerità è andata e va contro agli interessi della gente comune e dei lavoratori, mentre favorisce quelli dei privilegiati e dei grandi poteri economici. Questo dobbiamo averlo sempre in testa.

Anche così si spiega l’impennata della diseguaglianza nel nostro paese, come in tutto il continente. Anche così si spiega perché nel nostro paese il 60% più “povero” (cioè le classi popolari e medie: quelle rappresentate in questa sala) possiedono solo il 18,8% della ricchezza nazionale netta. Anche così si spiega perché l’1% più ricco del nostro paese possiede 240 volte la ricchezza detenuta dal 20% degli italiani più poveri. Da dieci anni a questa parte in questo paese si tagliano servizi pubblici e si comprime la spesa in una corsa insensata che per altro non abbassa il deficit, e questo è il risultato: i ricchi diventano sempre più ricchi; i lavoratori sempre più poveri e sfruttati.

Le politiche economiche imposte dall’Unione Europea non sono però l’unica stortura che questa integrazione europea ha manifestato dallo scoppio della grande crisi economica in poi. C’è anche un altro elemento su cui vale la pena riflettere, e che riguarda il processo di integrazione dei paesi dell’est nel mercato unico europeo. Questi paesi uscivano devastati dalla brutale transizione al capitalismo impostagli dal Fondo Monetario Internazionale negli anni ’90. Erano paesi con un Pil pro capite ridicolo rispetto a quello dell’Europa Occidentale e questa disparità avrebbe quindi invitato a maggiore prudenza. Perché invece si è deciso di ampliare senza alcuna gradualità l’Unione a est? A che interessi materiali ha risposto questa scelta politica? Non certo agli interessi dei lavoratori occidentali, che si sono trovati a dover competere al ribasso con dei lavoratori disposti a lavorare a prezzi irrisori, con una sicurezza sul lavoro ridicola e – dulcis in fundo – con degli standard ecologici grotteschi.

L’espansione a est dell’Unione Europea ha invece favorito i grandi gruppi economici e quegli imprenditori ormai slegati da qualsiasi logica di radicamento territoriale e vogliosi di portare le loro industrie dove i lavoratori erano meno pagati e – soprattutto – meno organizzati. A beneficiare di questo allargamento è stata poi l’industria manifatturiera tedesca e scandinava, che ha potuto delocalizzare nei paesi dell’Europa dell’est – cioè a due passi – le produzioni a minor valore aggiunto.

A questo proposito, vorrei menzionare un dato e un caso molto concreti, per non rimanere sull’astratto. Il primo dato è che oggi il salario medio dei lavoratori polacchi è più basso di quello dei lavoratori cinesi. E lo stesso discorso potrebbe essere fatto per molte aree dell’Est Europa: con la sola differenza che mentre la Cina è dall’altra parte del mondo, questi paesi sono ad un tiro di schioppo da noi e soprattutto sono dentro il mercato unico europeo. Ormai da molti anni, gli economisti fanno presente che un mercato unico non può reggere con una tale diversità al suo interno, cioè con dei lavoratori pagati in Polonia 300€ al mese per fare lo stesso lavoro che in Italia fa guadagnare 1500€.

Quanto sia perversa questa logica lo dimostra un secondo esempio, ancora più concreto e riguardante, purtroppo, un’azienda vicentina, la Lovato Gas. Un’azienda storica, con uno stabilimento nuovo di zecca ed efficiente dal punto di vista economico. Un’azienda delocalizzata da un giorno all’altro in Romania, dentro il mercato comune europeo, lasciando a casa decine di lavoratori altamente qualificati. Disperdendo così una ricchezza che andava ben al di là del solo valore economico dell’azienda, e che riguardava anche decenni di tecnologia e di maestranze. Ricordo ancora oggi le comparsate dei politici leghisti e “sovranisti” al presidio permanente dei lavoratori della Lovato. Tutti dicevano che la proprietà non poteva certo comportarsi in quel modo, che era uno scandalo. Nessuno, però, che mettesse in discussione le ragioni strutturali alla base di una delocalizzazione di questo tipo. Nessuno cioè che ponesse in dubbio quelle logiche di libero scambio che permettono agli imprenditori di spostare stabilimenti, merci e capitali senza dover rispondere non solo ai propri lavoratori, ma pure alle comunità locali e a chi le rappresenta. Guarda caso, i protagonisti di quelle comparsate tragicomiche sono gli stessi che oggi riempiono i comizi di “Prima l’Italia” e “Prima gli italiani”: sovranisti con i poveracci che cercano fortuna in mare, ma ben ossequiosi con quegli imprenditori che delocalizzano in Romania le nostre fabbriche.

L’allargamento a est ha favorito quindi chi aveva i capitali, lasciando esposto invece chi vive del proprio lavoro. In questo senso, questa integrazione europea ha fatto passare l’idea che sia naturale che non ci siano controlli o limiti allo spostamento di merci e capitali, a tutto svantaggio tanto dei lavoratori occidentali che hanno perso lavoro e diritti qua, quanto a svantaggio di quei lavoratori orientali costretti a lavorare in condizioni schiavistiche nei paesi in via di sviluppo. Si è fatta così passare l’idea che fosse inevitabile questa globalizzazione, una globalizzazione che al tempo stesso non pone alcun limite alla circolazione dei capitali e delle merci, mentre fa morire in mare quegli uomini e quelle donne che scappano proprio dalle conseguenze di questa economia sballata e delle sue diseguagliane globali. In questa globalizzazione, le frontiere sono cose ben concrete per i poveracci, mentre sono diventate una mera linea sul mappamondo per i privilegiati e per i loro capitali in perenne fuga. È tempo di rendersi conto che i vecchi dogmi liberali, per cui il mercato si regola da solo e non deve essere controllato in alcun modo, hanno fallito miseramente. Il loro unico successo è stato dare più possibilità di arricchimento a chi era già ricco, più potere a chi aveva già potere.

Non dobbiamo quindi nasconderci che dietro all’europeismo di molti è facile rintracciare degli interessi sociali ristretti e che poco hanno a che fare con quelli dei lavoratori. E, guardate, questa semplice presa d’atto non implica mezzo passo indietro rispetto al nostro europeismo, che anzi, ne esce a mio parere rafforzato. Per essere concreto, faccio riferimento alla posizione recentemente assunta da Luciano Vescovi, presidente della Confindustria di Vicenza, in una lettera al quotidiano liberale Il Foglio. In questa lettera, Vescovi spiegava abbastanza chiaramente le ragioni del suo europeismo: l’Unione Europea per lui servirebbe soprattutto a garantire l’integrazione di quella che lui considera la “parte sana del paese” (il Nord-Est) nel mercato centro-europeo, ed in particolare in quello tedesco. E se questo non andasse bene – ha ribadito in un’intervista a Repubblica pochi giorni fa -, beh, cosa ci sorprendiamo che gli imprenditori veneti portano i loro investimenti e i loro capitali altrove? Chiaramente dietro questo europeismo si nasconde un interesse di bottega molto ristretto, anche se abilmente mascherato dietro alla retorica dell’interesse generale e territoriale.

Un europeismo questo che – verrebbe da dire – trasformerebbe volentieri il Veneto in un lander della Repubblica Federale Tedesca, archiviando senza troppi problemi la nostra unità nazionale. Una posizione che d’altro canto si rispecchia nell’appoggio totale che le oligarchie economiche venete hanno dato al progetto della cosiddetta autonomia regionale, un progetto capace di provocare (secondo l’analisi dell’economista Gianfranco Viesti) una vera e propria “secessione silenziosa” dal resto d’Italia. Un progetto questo che coraggiosamente la Cgil ha deciso di osteggiare, ben consapevole che se oggi ci sbarazziamo del sud, domani la logica è che lasciamo indietro le aree povere del nord e, dopodomani, a essere il vero obiettivo di questo egoismo sociale dall’alto saranno i diritti e le conquiste dei lavoratori, a partire dai servizi e dalla sanità pubblica.

Noi dobbiamo dire con forza che il nostro europeismo è diverso. Che il nostro europeismo non vuole spaccare l’Italia lasciando indietro chi è più debole. Dobbiamo affermare con determinazione che il nostro europeismo non serve ai grandi poteri economici e ai privilegiati, ma a chi vive orgogliosamente del proprio lavoro. Il nostro compito, di noi lavoratori, è quello di creare un europeismo al servizio di chi ogni giorno si sveglia presto per andare a lavorare e a produrre quella ricchezza, quelle merci e quei servizi che qualche imprenditore veneto pensa di produrre da solo grazie alla sua geniale “imprenditorialità”!

E allora, oggi lo stimolo che vorrei dare al mio sindacato, alla Cgil, è quello di perseguire con determinazione la via di un europeismo dei lavoratori. Non che questo lavoro non sia già stato iniziato, anzi. Ma come in ogni cosa si potrebbe sempre fare di più. Perché gli ideali che menzionavo all’inizio del mio intervento, oggi non potrebbero essere più lontani dalla realtà di questa integrazione europea. Dobbiamo renderci conto che oggi non basta più un generico “le istituzioni europee devono essere cambiate”, perché su quello sono tutti d’accordo: sovranisti, liberali, conservatori e progressisti. Oggi quello di cui hanno bisogno i lavoratori italiani e europei è che i sindacati, queste grandi organizzazioni di autodifesa popolare, scendano in campo con un’azione politica incisiva e concreta per cambiare le cose. Prendendo atto che l’integrazione europea – per come è stata fatta fino ad oggi – ha fatto principalmente gli interessi di chi sta in alto e non quelli di chi sta in basso. Ha fatto gli interessi dei poteri economici e delle oligarchie, non dei lavoratori e delle lavoratrici. Dobbiamo renderci conto che deve prendere atto che affermare questa semplice cosa non significa ripiegare nel nazionalismo o nel sovranismo, ma significa anzi dare la più forte risposta possibile a questi fenomeni. Dobbiamo renderci conto che senza essere franchi su cosa è oggi l’Unione Europea, sulle sue enormi storture, non potremo mai sconfiggere il sovranismo e il nazionalismo.

Se vogliamo veramente garantire un futuro al sogno dell’integrazione europea non possiamo che essere spietatamente critici nei confronti delle attuali istituzioni comunitarie. Non perché ci piace criticare o perché vorremmo tornare ai confini militarizzati al Brennero: ma perché questa è la più necessaria condizione alla formazione di un vero europeismo dei lavoratori e della gente comune. Prendere le distanze da quello che è stato, accettare anche un’autocritica rispetto agli errori compiuti, è il primo passo per andare avanti, per costruire un’Europa unita e solidale.

Paradossalmente, cosa vogliamo è già ben chiaro nei tanti e ben elaborati documenti del sindacato europeo: vogliamo mettere fine alla concorrenza sleale all’interno del mercato comune, mettendo in riga quei grandi paradisi fiscali che oggi sono i paesi cosiddetti “sovranisti” dell’est Europa (in primis quell’Ungheria di Orban tanto amata dal nostro ministro dell’Interno, dove oggi i lavoratori sono obbligati a fare gli straordinari senza possibilità di discussione). Vogliamo che si metta fine alla libertà galoppante che è garantita ai grandi capitali e alla finanza: le delocalizzazioni indiscriminate devono finire, perché ogni delocalizzazione non è solo una scelta economica che riguarda un’impresa: è una scelta politica che riguarda tutta una comunità. Vogliamo che venga messa fine alla politica ideologica dell’austerità che purtroppo è incastonata nei trattati costitutivi dell’Unione Europea e – da qualche anno grazie ad una maggioranza che andava da Bersani a Salvini – pure nella nostra Costituzione repubblicana. Vogliamo che la Commissione Europea sia dipendente non più dai governi nazionali, ma da un Parlamento rappresentativo dei popoli europei. Vogliamo che l’Europa sia un veicolo di pace e non di destabilizzazione dell’aree vicine, come purtroppo è stato recentemente con l’Ucraina, qualche anno fa con la Libia e negli anni ’90 con la Iugoslavia. L’integrazione europea rimane un grande strumento geopolitico: ma deve essere usato per la pace, non per portare la guerra dove non c’è.

Per mettere in campo questo ambizioso progetto politico di ricostruzione dell’Europa unita, il sindacato deve essere in grado di promuovere battaglie d’avanguardia. Deve essere in grado non solo di coordinarsi a livello continentale su singole vertenze come già fa, ma anche di promuovere scioperi di categoria e generali a livello europeo. Deve rivendicare con forza la fine delle intollerabili diseguaglianze salariali all’interno del mercato unico, nello stesso modo in cui il sindacato italiano negli anni ’60 del secolo scorso ha combattuto le disparità salariali che frammentavano il nostro paese.

Certo, mi rendo conto di quanto sia arduo coordinare l’azione di centinaia di sindacati sparsi per tutto il continente, ognuno con una propria sensibilità e le sue pratiche sindacali. Ma dobbiamo renderci conto che il sindacato è l’ultima arma veramente rimasta in mano ai lavoratori e alla gente comune per cambiare l’Europa. E ogni giorno che passa diventa più necessario e più impellente un europeismo dei lavoratori che sia alternativo tanto al sovranismo anti-popolare degli Orban quanto all’europeismo liberale dei grandi poteri economici. È chiaro a tutti che il solo luogo dove possa svilupparsi questo nuovo europeismo è il sindacato – dove già oggi si organizza la parte più cosciente e combattiva dei popoli europei.

Il 26 maggio noi tutti ci recheremo a votare per comporre il nuovo Parlamento Europeo. Ed è giusto, che nelle nostre preferenze, noi lavoratori teniamo ben a mente chi nel corso della sua carriera politica ha difeso i nostri interessi e chi invece – al di là delle chiacchiere – si è sempre fatto strumento degli interessi dei privilegiati. Votiamo, ma avendo ben presente che la battaglia per un’Europa solidale e unita è appena iniziata. Stiamo parlando di un’impresa storica, quella di invertire i rapporti di forza di un processo che ancora può essere raddrizzato, che ancora vale la pena tentare di raddrizzare. Un’altra integrazione europea è possibile, ma non possiamo aspettarci che a farla sia qualcun altro. L’unico modo per creare un’Unione Europea dalla parte dei lavoratori, l’unico modo per difendere i nostri interessi e i nostri diritti è con la lotta, è con l’azione politica dei lavoratori organizzati nel sindacato.

Sarà una lunga marcia. Ma è una marcia, io credo, che vale la pena percorrere.

Annunci

Commenti disabilitati

Variati: oggi Bruxelles, nel 2020 sfida (debole) a Zaia

Articolo scritto per VVox.

Nella nostra regione, una delle sfide più interessanti delle prossime europee sarà tutta interna alle liste del Partito Democratico. Dando per certo lo sfondamento della Lega in tutta la regione – a danno non solo del M5S, ma anche di Forza Italia -, poco rimarrebbe da attendere dalle urne. Se non fosse che dalle liste democratiche potrebbe emergere il principale sfidante di Luca Zaia alle elezioni regionali dell’anno prossimo.

Quarto in lista dietro ad un romano e a due emiliani è riuscito infine a piazzarsi – dopo essersi “fatto pesare” annunciando un fugace ritiro della sua candidatura – Achille Variati, già due volte sindaco di Vicenza (1990-1995; 2008-2018), presidente dell’omonima provincia (2014-2018) e consigliere regionale (1995-2008). Politico di lunghissimo corso, Variati esce così dal letargo politico iniziato l’anno scorso con la fine del suo mandato di sindaco. Letargo certo per modo dire, considerato che nel frattempo Variati è rimasto tanto presidente dell’Unione delle Province d’Italia quanto membro della governance della potente Cassa Depositi e Prestiti.

Ma come si intreccia la candidatura alle Europee con la partita delle regionali del 2020? Nei post che hanno segnato il suo ritorno su Facebook, è chiaro come Variati cerchi di far passare la sua candidatura in un’ottica di “rappresentanza degli interessi del Veneto in Europa”. Una chiave di lettura obbligata per cercare di raccogliere consenso anche nel resto della regione: fortissimo nella sua provincia di origine, Variati sconta il suo essere relativamente conosciuto al di fuori della stessa. Cercare di far passare la propria candidatura come rappresentativa dell’intera regione è uno dei pochi modi con cui Variati può sperare di approdare al Parlamento Europeo: in un’elezione in cui il Partito Democratico vedrà calare drammaticamente tanto i voti quanto i seggi, Variati si trova a competere con candidature più forti della sua, in quanto più “diffuse” sul territorio: non solo i tre nomi che lo precedono in lista, ma anche quello della sua ex-vicesindaco Alessandra Moretti.

Eppure, dietro la necessità di venetizzarsi si può leggere anche un altro obiettivo: quello di costruire la propria candidatura alle regionali dell’anno prossimo. Una candidatura che sarebbe stata molto più complicata nel caso Variati non avesse accettato la sfida delle Europee. Ma che, nel caso dalle Europee uscisse vincente, diventerebbe una scelta quasi obbligatoria per il disastrato Partito Democratico veneto. Se invece si fosse tirato indietro, Variati avrebbe rischiato di scomparire dai radar, magari assumendo il poco entusiasmante profilo di un politico ultra-sessantenne incapace di rassegnarsi alla pensione. La candidatura alle Europee appare, invece, come un vero e proprio all-in, un gesto di vitalità di un politico le cui ambizioni non sembrano per niente esaurirsi con Bruxelles.

Ora, il fronte anti-leghista veneto potrebbe forse gioire da questo ritorno in campo dell’ex-sindaco di Vicenza. Senza alcun dubbio, il nome di Variati è il miglior nome che l’opposizione regionale possa ad oggi contrapporre a quello di Luca Zaia. Però, c’è un però. Negli ultimi quindici anni, il centro-sinistra regionale ha visto il suo consenso diminuire ad ogni tornata elettorale, al di là del contesto nazionale. Un lento dissanguamento contraddistinto da candidati presidente incapaci di interpretare la radicalità dei problemi della nostra regione dopo quasi trent’anni di dominio forza-leghista.

Achille Variati sarebbe il terzo candidato in fila a non rispondere al cambiamento che chiedono con sempre più forza i veneti, per di più in un momento in cui le conseguenze disastrose di questo dominio stanno presentando il conto fra inquinamento e sanità al disastro. Variati è un politico abile, accorto e saggio. Figlio degno della grande tradizione del cristianesimo democratico. Eppure, oggi questo non basta più. Oggi, è necessaria una rottura col passato, una rottura che sappia dire delle parole nuove sul modello di sviluppo veneto incensato da trent’anni da un coro bipartisan in cui, ahinoi, Variati ha sempre avuto un ruolo di importante corista.

Augurando tutta la fortuna possibile al coraggioso Variati per la sua sfida europea, sarebbe forse il tempo che l’opposizione veneta al leghismo riuscisse a chiudere con il suo passato di compromissione coi poteri forti, riaprendosi alla rappresentanza dei veneti comuni.

Perché, fra banche crollate e fiumi nauseabondi, i veneti comuni hanno oggi veramente bisogno di un’opposizione radicale e combattiva.

Commenti disabilitati

Industriali, a quando un esame di coscienza?

Articolo scritto per VVox.

Negli ultimi decenni la voce dei poteri forti si è fatta più discreta, e per una buona ragione: perché mai uscire allo scoperto quando tutti i politici (siano essi leghisti, piddini e ora pure grillini) ripetono come pecore quello che vuoi tu? Per questo la lunga – e noiosa – lettera del presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi al Foglio è un’occasione straordinaria. Vescovi consegna al giornale romano una vera e propria visione del mondo. Lo fa con un esercizio retorico furbo, ma molto poco convincente: prende la generica sfiducia dei suoi aderenti e gli dà il senso che vuole lui. La voce dei veri imprenditori scompare così dietro ad una lettera il cui scopo neanche troppo velato è quello di minacciare la Lega di toglierle il sostegno confindustriale nel caso in cui Tav e autonomia non si sblocchino.

Per noi comuni mortali rimane invece un po’ straniante leggere questa lettera che parla di un’imprenditoria immacolata e animata persino da una “passione amorosa” (accidenti!). Con un colpo di spugna Vescovi cerca così di nascondere i decenni di delocalizzazioni, speculazioni e disastri ambientali di cui il “modello imprenditoriale veneto” si è nutrito a spese della collettività. Quello di Vescovi è un paese in cui scompaiono quelli che ogni mattina si svegliano presto per andare a lavorare, magari per un salario da fame: tutta la ricchezza è prodotta in beata solitudine dagli eroici imprenditori. Il suo è un paese in cui il primo nemico sarebbe la burocrazia, nonostante l’Italia sia fra le nazioni Ocse con meno dipendenti pubblici. Un paese in cui la tassazione sull’impresa sarebbe troppo alta, nonostante le tasse sui profitti in Italia non siano mai state così basse. Un paese in cui investire sarebbe praticamente impossibile, nonostante i continui regali fiscali agli imprenditori fatti a spese dei contribuenti.

Nel paese reale molti imprenditori hanno preferito affrontare la globalizzazione abbassando i salari e i diritti dei propri lavoratori, invece di investire in ricerca e sviluppo. Nonostante la propaganda confindustriale, i dati freschi di Unioncamere confermano che l’imprenditoria veneta ha smesso di investire sull’economia reale e sul territorio, preferendo forse le più redditizie speculazioni finanziarie. Vescovi dimentica poi di citare la morsa fiscale fra le cause della sfiducia degli imprenditori, una piaga resa insostenibile nel nostro territorio dal crollo delle banche popolari. Certo, Vescovi avrà preferito non tirare in ballo Gianni Zonin, che per molti decenni è stato uno dei dominus del sistema imprenditoriale vicentino. D’altro canto, nel mondo al contrario di Vescovi non hanno spazio i tanti imprenditori che in nome del profitto hanno devastato la nostra terra, tanto socialmente quanto ecologicamente.

Dieci anni di crisi economica danno alla lettera di Vescovi un sapore di antico. Per rimettere in sesto la nostra disastrata economia, avremmo bisogno di un’imprenditoria più umile e meno ideologica. Invece la lettera di Vescovi unisce i soliti dogmi del pensiero unico liberale con la pretesa di voler dettare l’agenda economica del paese – ovviamente per i propri interessi di bottega. Un’imprenditoria – quella di Vescovi – ormai del tutto subalterna agli interessi della Germania, sul cui successo pensa stupidamente di poter prosperare per sempre. Un’imprenditoria, insomma, degna di un paese colonizzato. Queste chiacchiere sono andate bene agli italiani e ai veneti per più di trent’anni. Hanno fallito, come ha fallito questa classe dirigente di imprenditori e politici. C’è bisogno di un altro copione, perché quello che ha da offrirci Confindustria non ci ha portato niente di buono.

Commenti disabilitati

Se il sindacato non impara a comunicare

Articolo scritto per Jacobin Italia.

Cgil, Cisl e Uil hanno convocato per sabato 9 febbraio una “grande manifestazione unitaria” a Roma per sostenere le proposte economiche e sociali avanzate in ottobre e del tutto ignorate dal governo gialloverde. Se il merito della mobilitazione pare condivisibile così come la ripresa di un’opposizione sociale a un governo che ha fatto della demagogia conservatrice il suo mestiere, le modalità di lotta e di mobilitazione dei sindacati confederali danno spazio a qualche dubbio. Partiamo da un esempio pratico. È diffusa la convinzione che il sindacato confederale sia stato “tenero” nei confronti dei governi dell’austerità che hanno retto il paese dal 2010 al 2018 (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). In particolare, gli si rimprovera di “non aver manifestato” né contro la legge Fornero né contro il Jobs Act. Inutilmente gli attivisti sindacali rispondono con la lunga lista di mobilitazioni intraprese dal sindacato in quegli anni: il punto è che queste mobilitazioni non hanno inciso sulla percezione pubblica, finendo presto nel dimenticatoio. Certo, si tratta di una dimenticanza comoda per chi vede nelle ultime organizzazioni di massa rimaste in Italia un nemico da abbattere. È però anche il frutto di un problema strutturale di queste mobilitazioni, che si sono dimostrate di per sé incapaci di raggiungere i due obiettivi fondamentali di ogni movimento sociale: conquistare il supporto della popolazione e influenzare il potere politico.

Come rinnovare, dunque, un modello che mostra segni di esaurimento? Non si tratta di una questione che può essere esaurita dal punto di vista teorico, ma qualche indicazione può venire dalle mobilitazioni spontanee che hanno “conquistato” la Francia negli ultimi mesi, i cosiddetti “gilet gialli”. Come ha notato lo storico dei movimenti popolari Gérard Noiriel, il primo motivo del successo di queste mobilitazioni è da individuare nell’enorme copertura che i media tradizionali gli hanno dedicato – tanto prima dell’inizio della mobilitazione quanto nelle settimane successive. Un’ulteriore dimostrazione di come – nonostante la diffusa convinzione l’informazione si sia irrimediabilmente “disintermediata” – i media mainstream (televisioni e siti d’informazione in primis) rimangano strumenti fondamentali nell’orientare l’opinione pubblica e nel dettare l’agenda politica di un paese.

Il sindacato confederale ha negli ultimi due decenni supplito alla sua incapacità di “fare notizia” con la sua forza organizzativa. Le piazze, in pratica, venivano riempite da militanti e attivisti – rispecchiando per altro la composizione anagrafica attuale della militanza sindacale: il “successo” quantitativo della manifestazione veniva così slegato (e idealmente reso autonomo) dalla sua effettiva capacità di guadagnare consenso. Anche per questo in Italia più che altrove la “guerra dei numeri” fra questure e organizzatori ha guadagnato centralità: in una concezione superata, il numero dei partecipanti avrebbe dovuto dimostrare la “forza” della mobilitazione. Il problema è che oggi anche portare in piazza un milione di persone non è sufficiente se non si è capaci di conquistare la “casamatta” dell’informazione mainstream. Insomma, oggi il sindacato (come tutti i movimenti) si trova dipendente dai media in due ambiti fondamentali: la capacità di attrarre in piazza manifestanti lontani dalla propria base militante; la capacità di far entrare la protesta nell’agenda politica nazionale, generando così un circolo virtuoso fra esposizione mediatica e partecipazione popolare.

Pensare di bypassare questo meccanismo non è possibile: l’amara considerazione del rinnovato potere politico di chi controlla i mezzi d’informazione non può rimandare a tempi migliori la necessità dell’azione. L’evidente problema che si pone al sindacato e ai movimenti sociali è quindi quello di rendere accettabile per i media mainstream mobilitazioni che vanno spesso contro gli interessi degli editori e l’impostazione ideologica di gran parte dei giornalisti. Come ha osservato sempre Noiriel, una risposta può trovarsi nella logica economicista che anima i media, mai come oggi “affamati” di notizie che possano fare audience (e click). Ogni mobilitazione deve quindi cercare di avere un’apparenza insolita, inedita, curiosa: la mobilitazione non deve solo “fare notizia”. La mobilitazione deve essere una notizia.

Il sindacato deve quindi appropriarsi dei mezzi di comunicazione ed educare i suoi quadri a utilizzarli a ogni livello. Il ventaglio di media a disposizione è enorme, ognuno con le proprie peculiarità: dai salotti televisivi ai social media, dalle colonne dei giornali locali alle radio regionali. Il sindacato deve affrontare la questione della comunicazione come una questione eminentemente politica: elaborare una strategia nazionale e disporre i propri quadri in una mobilitazione permanente che tenda a occupare lo spazio pubblico. Senza rifiutare la personalizzazione del “portaparola”, una figura necessaria e obbligata fin da quando le masse sono entrare nella politica. Ogni strategia vincente comporta il collegamento tra vicende particolari e problemi generali. Come Salvini, spesso distorcendo la realtà, parla del più piccolo incidente nella gestione dei rifugiati come di un problema politico nazionale, il sindacato dovrebbe prendere ogni singola delocalizzazione, ogni singolo caso di sfruttamento, ogni singolo licenziamento sindacale e renderlo il simbolo di una questione più ampia: l’inversione dei rapporti di forza fra capitale e lavoro nella nostra società.

In tal senso, qualche caso virtuoso di comunicazione sindacale si è visto negli ultimi anni. Il più noto è appena balzato alle cronache nazionali: si tratta del neosegretario generale della Cgil Maurizio Landini. Sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico al momento della sua elezione alla guida della Fiom nel 2010, Landini è riuscito negli anni a guadagnare una credibilità e una riconoscibilità che l’hanno reso il candidato naturale alla successione di Susanna Camusso. Questa evoluzione, avvenuta in poco meno di otto anni, è stata segnata da due momenti principali: prima la battaglia sul piano industriale della Fiat, poi il lancio dell’effimera Coalizione Sociale. In entrambi i casi, la Fiom è riuscita a occupare stabilmente lo spazio pubblico tramite una presenza costante di Landini nei talk show televisivi. Se il fallimento della Coalizione Sociale ha in parte interrotto questa egemonizzazione dell’informazione televisiva, è prevalentemente grazie a quest’ultima che la Fiom ha potuto sostenere in solitaria la “battaglia di Pomigliano” senza essere isolata. I primi giorni della segreteria Landini sembrano segnalare una ripresa dell’attivismo mediatico del neosegretario sulla scena dei talk show nazionali: un primo esperimento i cui frutti potranno essere visibili già durante la manifestazione del 9 febbraio.

Un altro esempio positivo di comunicazione sindacale – “opposto” dal punto di vista politico – è quello della Fim (i metalmeccanici della Cisl) di Marco Bentivogli. Un modello formatosi per reazione a quello di Landini, ma dai tratti non troppo dissimili: estrema personalizzazione della linea politica nella figura del segretario nazionale, utilizzo cospicuo dei media come strumento di propaganda e presenza costante in tutti gli organi di informazione mainstream. Quello che colpisce della strategia della Fim è infatti la pluralità dei mezzi sfruttati: da una parte il segretario Bentivogli gioca il ruolo di opinionista su importanti quotidiani nazionali e diversi talk show televisivi; dall’altra, su Twitter, è ben visibile la presenza strutturata e organizzata della categoria, alimentando la legittimazione della Fim fra i numerosi giornalisti e creatori d’opinione che animano il social network. In questo modo Bentivogli sembra aver imparato la lezione del suo avversario simbolico, portando alle estreme conseguenze la strategia comunicativa del Landini della Coalizione Sociale (e aspirando, forse, a un analogo cursus honorum in Cisl).

Insomma, senza un impegno politico sul piano comunicativo, le manifestazioni sindacali nazionali rischiano di essere delle prove di forza di fronte a uno specchio, quasi del tutto ignorate dai media e quindi sconosciute all’opinione pubblica. Un sindacato generale – e a maggior ragione, un sindacato naturalmente politico come quello confederale – non può non porsi il tema dell’egemonia nella sua attività non strettamente sindacale. Per questo, la comunicazione deve diventare una priorità nelle agende dei sindacalisti. Ovviamente, essa non può sostituire l’elaborazione e la strategia politica – veri elementi fondanti di ogni organizzazione. Ma senza una comunicazione incisiva, anche la migliore strategia politica è destinata al fallimento.

Sarebbe quindi bene che i sindacati – nell’era del governo gialloverde – ricominciassero a ragionare su come, oggi, si forma l’opinione pubblica popolare: a studiarne i meccanismi per poterli sfruttare politicamente. Perché, malgrado tutto, non solo la rivoluzione, ma anche qualsiasi riforma di segno popolare non potrà che passare per la televisione e per gli altri media mainstream.

Commenti disabilitati

Autonomia veneta, l’aiutino statistico di Unioncamere a Zaia

Articolo scritto per VVox.

Pochi ricordano i vaticini formulati da Confindustria in occasione dello sfortunato referendum costituzionale renziano: nel giugno 2016 gli “esperti” economisti del padronato italiano prevedevano che – in caso di sconfitta della riforma costituzionale – il Pil sarebbe crollato di «quattro punti» fra 2017 e 2019, per non parlare dei 600 mila posti di lavoro bruciati dalla mancata riforma costituzionale. Non erano menzionate cavallette, ma poco ci mancava.

Una previsione questa già allora molto discussa, e che oggi appare sempre meno come un contributo tecnico e sempre più come una mossa di campagna elettorale a favore di un politico amato dai poteri forti. Nel Veneto del 2019 si ha l’impressione di rivivere un remake della stessa commedia, con Unioncamere (in foto il presidente Mario Pozza) nella parte di Confindustria e Luca Zaia nel ruolo di Matteo Renzi. Se si facesse l’autonomia della Regione Veneto – dicono gli “esperti” delle Camere di Commercio venete – il Pil veneto esploderebbe del 2,7% (due anni fa dicevano del 2,8%, chissà dove si è perso quello 0,1%). Una cifra considerevole, anche se molto lontana da quel 12% che il direttore di Unioncamere Veneto prevedeva in caso di secessione ad un convegno di indipendentisti veneti ormai quattro anni fa.

Lungi da noi mettere in dubbio la validità dei numeri forniti dalla prestigiosa Unioncamere Veneto – che, certo casualmente, ha appena ricevuto dalla giunta Zaia gli uffici del turismo tradizionalmente assegnati alle province. Gli “esperti” camerali avranno sicuramente tenuto conto degli effetti depressivi provocati dalla rottura dell’unità nazionale, consapevoli che il famoso “residuo fiscale” serve in primo luogo a tenere in piedi il principale mercato delle aziende venete, cioè l’Italia meridionale.

L’esperienza tuttavia indurrebbe a cautela e sobrietà nelle previsioni sugli effetti economici delle riforme politiche. Troppe volte “esperti” e “tecnici” si sono lanciati in vaticini poi duramente smentiti dai fatti. Una cautela e una sobrietà sicuramente necessarie se questi studi servono a contribuire al benessere del nostro territorio, un po’ meno se il loro vero fine è invece quello di rafforzare una parte politica che da sempre si attira la simpatia e il sostegno dei poteri forti della nostra regione.

Commenti disabilitati

La vera emergenza sicurezza? Quella sul lavoro. Veneto maglia nera

Articolo scritto per VVox.

Non bastava la precarietà (l’ultimo dato è che solo il 18% dei nuovi assunti nelle aziende venete con meno di 15 dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato): lavorare nella nostra regione è sempre più rischioso. A certificarlo è una ricerca pubblicata dall’Inail qualche giorno fa. Il Veneto è maglia nera d’Italia, con un incremento del 33% dei morti sul lavoro rispetto al 2017. Un numero un po’ freddo, che inizia a diventare più concreto quando pensiamo alle sessantaquattro persone uscite di casa per andare a lavorare e mai più ritornate: sessantaquattro storie fra loro differenti, ma tutte simile nel dolore per delle morti assurde che non sarebbero mai dovute accadere.

In Veneto aumentano anche gli infortuni sul lavoro. Fra 2017 e 2018 si è avuto un incremento del 2,13% (contro lo 0,3% a livello nazionale): stiamo parlando di ben 63755 incidenti avvenuti nel 2018. Lavorare diventa sempre più pericoloso, e non si tratta di una fatalità. Questi dati sono infatti il frutto del progressivo allentamento dei controlli da parte dello Stato, che ha lasciato spazio a condizioni lavorative sempre meno tutelate. Gli Spisal delle Ulss e gli Ispettorati del lavoro vivono in un perenne stato di sottofinanziamento e sottorganico. E dire che investire sulla sicurezza sul lavoro significa anche meno costi per il sistema sanitario nazionale. Invece la politica guarda altrove.

La regione Veneto nel luglio 2018 ha firmato un protocollo di intesa impegnandosi ad assumere 30 nuovi tecnici Spisal: una promessa ad oggi non mantenuta, nonostante l’urgenza del problema e il bollettino quotidiano di incidenti e morti sul lavoro. Calano così anche i reati contestati alle imprese: uno studio dell’osservatorio 231 ha recentemente ricordato come in Veneto dal 2012 al 2016 i procedimenti a carico delle imprese siano crollati da 57 a 23. Considerato che la gran parte di questi procedimenti (76%) riguardano proprio la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente come nella nostra regione si sia implicitamente deciso di chiudere più di un occhio su questi temi.

La sicurezza sui luoghi di lavoro non interessa d’altro canto solo i lavoratori e i loro cari. I luoghi di lavoro poco sicuri per i lavoratori lo sono spesso anche per le comunità che ci abitano attorno. La vicenda pfas ci ricorda anche di questo risvolto: i livelli di pfas rilevati nel sangue dei dipendenti della Miteni di Trissino sono i più alti del mondo (60 mila nanogrammi per grammo di sangue in media contro un livello “normale” di 3-4 nanogrammi). Studiando 415 dipendenti ed ex-dipendenti dell’azienda di Trissino, il Servizio epidemiologico regionale ha rilevato una mortalità più alta del 50% rispetto al previsto: ben 79 decessi.

Insomma, la sicurezza dei posti di lavoro è un’emergenza vera nella nostra regione e riguarda tutti, indipendentemente dalle attività svolte durante la giornata lavorativa. Ai politici bisogna richiedere un vero impegno che vada al di là delle chiacchiere a cui – purtroppo – la giunta Zaia ci ha abituato. Gli imprenditori devono invece iniziare ad assumersi le proprie responsabilità e, soprattutto, smettere di pensare di competere nel mercato globale sulla pelle dei propri dipendenti. E a noi che viviamo del nostro lavoro spetta invece aumentare la soglia di attenzione su questi temi: perché fra mancanze della politica e insensibilità imprenditoriale, noi stessi – uniti, solidati e forti – siamo la più grande protezione che possiamo avere.

Commenti disabilitati

Se populismo fa rima con socialismo

Articolo scritto per Senso Comune.

Mentre al di qua delle Alpi la sinistra italiana si perde nel nuovo entusiasmante dibattito su sovranismo vs anti-sovranismo, nel resto del continente soffia un nuovo vento: quello del socialismo. Sull’onda dei primi successi dei socialisti statunitensi e dall’esempio di Jeremy Corbyn in Inghilterra, il socialismo sta riprendendo centralità nell’orizzonte politico delle sinistre europee.

La storia non si è d’altro canto fermata con il crollo del comunismo sovietico. La crisi economica ha dimostrato come il capitalismo rimanga un sistema alla radice malato e inefficiente. Il cambiamento climatico invita a pensare a una riconversione ecologica che solo un controllo democratico sull’economia potrà garantire. L’automatizzazione della produzione e la conseguente concentrazione di ricchezze e potere nelle mani di pochi multimiliardari rimette al centro il tema della gestione collettiva e democratica della produzione. Sullo sfondo, infine, si staglia la proiezione globale di una super-potenza quantomeno nominalmente socialista come la Cina. Insomma, tanto per motivi contingenti quanto per ragioni strutturali, il socialismo sta timidamente rimettendo piede nel discorso pubblico occidentale.

Ma il socialismo e il populismo sono compatibili? I marxisti più ortodossi rispondono risolutamente di no: il populismo getterebbe alle ortiche l’analisi di classe proponendo un indefinito popolo come soggetto sociale di cambiamento. Un’indefinitezza che implicherebbe necessariamente ricadute nazionaliste e retrive. Da una prospettiva socialista, il populismo andrebbe quindi rigettato per mettere in campo una strategia basata sull’organizzazione di quegli spezzoni di classe operaia che si trovano nei settori più contraddittori della produzione capitalista (la logistica, per esempio).

Per questi socialisti anti-populisti, poco conta che la costruzione della classe operaia sia storicamente avvenuta tramite processi che oggi potremmo tranquillamente definire populisti. Cosa avevano in comune nella loro quotidianità il bracciante e l’operaio di fabbrica? Ben poco, evidentemente. La classe operaia è nata prima nella testa degli attivisti e dei pensatori socialisti che nella realtà. E per passare dai testi di propaganda all’autocoscienza popolare, l’identità di classe ha dovuto essere costruita linguisticamente e politicamente per decenni. Non si capisce, insomma, perché non si possano mettere in campo analoghe strategie di creazione di identità “populiste” senza per questo tradire l’obiettivo socialista.

Al contrario, c’è chi pensa che il populismo possa essere un orizzonte politico auto-sufficiente. Gli intellettuali e i quadri più sensibili del M5S sono di questo avviso: conseguentemente, rigettano l’elaborazione di una cultura politica che possa dare un respiro di lungo periodo al loro operato. Tale tendenza è però riscontrabile anche in alcuni settori del “populismo democratico” più legato ai percorsi delle sinistre europee. Non per niente, tanto nel loro discorso pubblico quanto nei loro documenti politici, la prospettiva di lungo periodo tanto della France Insoumise e quanto di Podemos rimane un’indefinita democrazia radicale – un’idea di società in cui la centralità del cambiamento socialista viene sommersa da innumerevoli altre priorità.

In questo senso il populismo fine a se stesso rischia di fallire nelle risposte radicali che il nostro tempo reclama. Ernesto Laclau spiegava il populismo come una strategia del “fare politica” che può essere adottata da qualsiasi parte politica, quale che sia il suo gradiente ideologico. Pensare al populismo come a una cultura politica a sé stante vorrebbe dire nel migliore dei casi rinunciare a una prospettiva politica che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Nel peggiore dei casi significherebbe invece trasformarsi nell’ennesima stampella di un sistema strutturalmente malato, piegando una strategia che fa appello al popolo in un soccorso alle oligarchie economiche e sociali che in tale sistema prosperano. Esattamente come il Movimento 5 Stelle si è ritrovato a fare una volta arrivato al governo del paese.

Insomma, socialismo e populismo non sono incompatibili. Anzi, mai come oggi hanno bisogno uno dell’altro. Perché il socialismo senza populismo perde la sua capacità di influenzare la realtà. Mentre il populismo senza il socialismo si trasforma in uno strumento di quelle oligarchie che vorrebbe combattere.

Commenti disabilitati

Older Posts »