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Per una patria delle autonomie municipali

Articolo scritto per Senso Comune.

 Una delle tante incontestabili verità del dibattito pubblico italiano riguarda il modo in cui i poteri sono ripartiti fra gli enti locali. La litania che sentiamo ripetere da anni è che, sostanzialmente, le regioni rappresentino l’unica forma di autonomia locale possibile. Tanto è vero che le province, radicate nel tessuto storico italiano da quasi due secoli, sono state spazzate via (nella sostanza) senza neanche troppo dibattito. Eppure vale la pena fermarsi un attimo su questo tema, che nulla ha di scontato.

Le regioni – tranne quelle a statuto speciale – sono un organo previsto dalla Costituzione repubblicana del ’48 (così come le province e i comuni). La loro applicazione ha tardato però fino al 1970: i partiti di governo, infatti, ritenevano poco utile istituire enti locali che in parte sarebbero finiti in mano al Partito Comunista (che, infatti, era particolarmente a favore delle regioni). Insomma, una storia perfettamente inserita nel clima di guerra fredda in cui la Repubblica ha vissuto nei suoi primi decenni di vita.

Nel 1970 le Regioni sono state finalmente istituite, ed hanno oggi alle loro spalle quasi cinquant’anni di vita: un periodo sufficiente per iniziare a formulare qualche giudizio. Bisogna però menzionare almeno due altri passaggi importanti nella storia delle regioni italiane. In primo luogo, il 1995. In quell’anno, fra le rovine della Prima Repubblica, venne approvata la legge Tatarella che modificava il sistema elettorale delle regioni a statuto ordinario in senso straordinariamente presidenzialista e maggioritario. È stato questo un passaggio importante, perché ha rafforzato in maniera inedita il ruolo dell’esecutivo regionale sopra quello delle assemblee regionali democraticamente elette. Il secondo passaggio fondamentale è stato il 2001, quando la riforma costituzione promossa dal Governo Amato (ma elaborata da quello D’Alema) ha ampliato le competenze regionali, formalizzandole anche dal punto di vista costituzionale.

Cosa ha provocato questa accelerazione regionalista? In primo luogo, a partire dal 1970 si è insediata a capo delle regioni una classe politica che per decenni ha cercato una motivazione per giustificare la propria esistenza. Grazie alla generosità di questa classe politica, gli studi sull’importanza amministrativa delle regioni, sulla storia “primordiale” di ogni regione, sul dialetto (passato da locale – come sempre era stato – a “regionale”) si sono così moltiplicati. Si sa, tutte le identità collettive di massa sono in qualche modo delle “comunità immaginate”, costruite in gran parte da attori politici. Nel caso delle identità regionali, questo sforzo di creazione di identità è stato particolarmente impressionante, considerate le energie economiche ed intellettuali spese. Le istituzioni regionali sono così riuscite a creare piano piano delle identità regionali prima largamente inesistenti, o comunque non attivate politicamente. Questo sforzo, portato avanti inizialmente dai partiti tradizionali (Dc, Pci e Psi in particolare), ha avuto un incredibile ritorno di fiamma con la nascita di movimenti politici indipendentisti e regionalisti – che specialmente nell’Italia settentrionale sono riusciti a sostituirsi ai vecchi partiti di governo.

L’altro fattore che ha facilitato l’affermarsi del regionalismo è stato il progressivo crescere di potere dell’Unione Europea. La Comunità Europea prima e l’Unione Europea poi hanno storicamente individuato nelle regioni l’organo amministrativo “perfetto” a cui gli stati nazionali avrebbero dovuto prima o dopo uniformarsi. In controluce, possiamo individuare anche qua il peso dell’egemonia politica della Repubblica Federale Tedesca, l’unico stato europeo organizzato nel secondo dopoguerra in senso regionale. Ma l’Unione Europea ha avuto anche un motivo più strettamente politico per alimentare i regionalismi: molto semplicemente, essi minano la forza politica degli stati-nazionali, che dell’Unione Europea sono il principale competitor. Non per caso i regionalismi sono stati per lungo tempo la punta più avanzata del movimento per l’integrazione europea: la loro forza si è basata sull’Unione Europea tanto quanto quella dell’Unione Europea si è basata sulla loro funzione anti-statale. Non si tratta per forza di una dinamica negativa: essa può essere negativa o positiva a seconda dei regionalismi/nazionalismi in questione.

Ritornando al caso italiano, il regionalismo si è alimentato con un uso mitologico della storia della Penisola. I regionalisti hanno infatti individuato negli stati pre-unitari le origini ultime delle regioni come unità politiche, culturali e perfino nazionali. Ovviamente, la storia si rivela – alla prova dei fatti – sempre più complessa dei suoi usi (ed abusi) politici. Non è questo il luogo per passare in rassegna la mitologia del regionalismo italiano, per altro parecchio differenziata. Basti sottolineare come gli stati pre-unitari fossero completamente privi di identità nazionale intesa in senso moderno, anche in una fase primordiale. Non per niente il Risorgimento fu praticamente in tutta Italia – e qua risiede un altro mito da sfatare – un processo storico che coinvolse ampie strati della popolazione. Una Rivoluzione tradita, certo, pagata sulla propria pelle proprio da quei contadini meridionali che erano insorti contro i Borboni per la divisione delle terre promessa da Garibaldi. Ma non si è certo trattato di un processo storico imposto in punta di baionetta dai Savoia, come vorrebbero i regionalisti.

D’altro canto, considerati nella loro esistenza politica, gli stati regionali pre-unitari erano molto diversi da quello che sono oggi le regioni. Essi erano puntellati di autonomie locali – di carattere feudale, oligarchico e perfino popolare – che si auto-amministravano quasi completamente. Il potere statale si limitava nei periodi ordinari all’estrazione di risorse sotto forma di tasse, all’emissione di moneta e alla politica estera. Una realtà difficilmente immaginabile al giorno d’oggi, in cui l’amministrazione ed il potere pubblico si basano sull’uniformazione e la centralizzazione statale affermatesi nell’Ottocento.

I regionalisti, immersi nella loro mitologia, non riescono però a vedere come gli stati pre-unitari fossero enti in cui il centro politico aveva pochissimo potere sulle comunità locali. E, stupidamente, oggi chiedono un regionalismo fortemente accentrato, in cui a decidere tutto è il potere centrale. In Veneto, per esempio, la regione ha proibito alla provincia di Belluno di tenere un proprio referendum sull’autonomia, in questo caso realmente locale, analogo proprio a quello che Zaia sta promuovendo per la regione (cioè per se stesso).

Insomma, la mitologia regionalista (si) inganna sul passato, e nel far questo difende i privilegi delle oligarchie del presente. Questo però non significa che l’autonomia locale non sia da perseguire e coltivare. Portare il potere verso la gente comune, renderla responsabile del proprio destino è stato l’impegno di generazioni di democratici. Il problema è che le regioni – soprattutto quelle da milioni di abitanti – non potranno mai avere questo ruolo di promozione del potere popolare.

Il perché è presto detto: basta guardare alla storia di questi cinquant’anni di governo regionale. Si tratta di una storia di sprechi, scandali, accentramento di potere, grandi opere imposte dall’alto sulle comunità locali. E non potrebbe essere altrimenti. Le regioni – per come si sono configurate fino ad oggi – rappresentano, sostanzialmente, dei piccoli Stati nello Stato. Con tutti i difetti di uno Stato, ma senza nessuno dei suoi pregi. Perché mentre lo Stato nazionale ha un’opinione pubblica corrispondente – che, bene o male, esercita un controllo popolare sul potere -, i mini-stati regionali non li controlla nessuno. Nella vita di ogni giorno, la gente è interessata (quando riesce ad interessarsi) a due livelli: uno di comunità (comune o aggregazione di comuni); ed uno statale, remoto ma fondamentale nella vita di ogni giorno (lo Stato nazionale). Le oligarchie regionali rimangono così a gestire un potere di fatto statale senza alcun controllo dal basso. E da qui derivano gli scandali, i disastri, gli sprechi a cui le regioni ci hanno abituato.

Una vera autonomia locale, insomma, non potrà mai essere regionale. Se questa verrà non potrà che essere municipale o – tutt’al più – provinciale. Solo a questo livello il potere politico corrisponde ad un vero controllo popolare. Basti pensare alla sanità: perché un servizio così centrale nella vita di ogni giorno non può essere governato da cittadini eletti a livello di Asl invece che da nominati dall’amministrazione regionale? Un’autonomia municipale risponderebbe poi ad una della caratteristiche di “lungo periodo” della storia della penisola italiana, quell’orgoglio municipale (da sempre bollato dagli oligarchi come “campanilismo”) che è un fattore profondamente radicato nelle comunità locali.

Certo, l’autonomia municipale non garantirebbe da sola un potere politico articolato in termini popolari e democratici. Rimane aperta – per esempio – la questione del presidenzialismo senza contrappesi dei comuni attuali. E rimane impellente la necessità di inserire in Costituzione la consultazione delle comunità locali per ogni opera pubblica che ne interessi il territorio. Ma se veramente vogliamo costruire una democrazia in cui a contare sia la gente comune e non le oligarchie, non potremo che passare sopra il cadavere delle regioni. Per una patria in cui le autonomie municipali siano la colonna fondante del potere popolare.

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Gang Bank alla veneta, ringraziamo la classe dirigente cialtrona

Commento scritto per VVox.

E così la vicenda popolari sembra essere arrivata alla sua conclusione: Banca Intesa si papperà le parti buone (che rimangono cospicue) di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Lo Stato – cioè noi, i cittadini – si prenderà e liquiderà la parte “tossica”. Una spesa di 5,3 miliardi di euro, con la possiblità di arrivare fino a 17 miliardi. Insomma, ogni italiano spenderà fino a 300 euro per ripianare i passivi lasciati delle gang bank venete, mentre Banca Intesa – in cambio del suo grazioso interessamento – si prenderà tutti gli attivi. Quanti dipendenti cadranno nella parte “bad” dell’operazione non è ancora noto, ma si parla sicuramente di migliaia di lavoratori in esubero o prepensionamento.

Certo, stiamo parlando di una disgrazia coltivata da decenni. La gestione “allegra” delle popolari venete avrebbe provocato comunque conseguenze terribili per l’economia reale, prima o dopo. L’azzeramento del valore delle azioni, d’altro canto, è stato solo il primo passo di questo tsunami economico. In capo alle persone che hanno diretto (e “sorvegliato”) le popolari rimarrà per sempre la responsabilità morale di aver portato la nostra economia al disastro. Insomma, il danno viene da lontano.

Ma oggi al danno si è aggiunta anche la beffa. Lo Stato nazionalizza le perdite e regala gli attivi al privato. Per di più, due banche con un radicamento secolare nel territorio vengono vendute ad un conglomerato internazionale che non ha nessun tipo di interesse a sostenere lo sviluppo locale. E qua alla responsabilità delle dirigenze economiche venete se ne aggiunge un’altra altrettanto grave. I nostri politici (di ogni colore) non si sono limitati a mancare completamente al loro ruolo di sorveglianza democratica sull’economia, lasciando che le popolari venissero gestite in modo folle.

Se il problema si limitasse al loro decennale silenzio a riguardo, non parleremmo di niente di nuovo. Quello che invece lascia basiti è la totale incapacità dei politici veneti di incidere sulla gestione del disastro. La Lega Nord, un partito che un tempo si vantava di essere il partito “del territorio”, oggi testimonia per l’ennesima volta sua totale incapacità di fare gli interessi della collettività. Cosa avrebbe dovuto fare Zaia? Fosse stato necessario, avrebbe dovuto incatenarsi a Palazzo Chigi pur di evitare che saltasse la soluzione della fusione “veneta” fra le due banche. Ma forse era troppo preoccupato a convocare referendum-truffa sull’autonomia.

Un’altra bella mano ce l’ha data poi l’Unione Europea, cruciale nel far saltare il progetto di banca unica veneta. Sono stati infatti i solerti burocrati di Bruxelles a bandire l’ipotesi di un’unificazione sotto l’egida dello Stato italiano, mentre il nostro orgoglioso governo nazionale ha piegato la testa a questo diktat così poco vantaggioso. La loro motivazione rimane però alquanto bizzarra: a Bruxelles avrebbero considerato un “aiuto di Stato” la creazione di una banca pubblica d’investimento territoriale, mentre la statalizzazione della sola parte “marcia” gli va a puntino. La verità è che questa Unione Europea è incompatibile con ogni ipotesi di controllo popolare della finanza, anche solo di breve periodo. Viva il mercato finanziario, sembrano suggerirci i nostri amici eurocrati. Solo che da queste parti abbiamo ormai ben presente cosa diventano le banche quando non sono sottoposte ad un reale controllo democratico.

E insomma, la svendita delle banche venete verrà ricordata come l’ennesima tegola su di un territorio già piegato dalla crisi economica. I responsabili di questo fallimento – politici, manager ed illuminati imprenditori – continueranno a lavarsene le mani. Per loro, d’altro canto, la colpa del disastro è di tutti, quindi in fondo non è di nessuno. Di sicuro non è loro – quelli che dovevano gestire, controllare e sorvegliare affinché non si arrivasse a questo punto. Anzi, fra qualche tempo ritorneranno pure a spiegarci come si fa girare l’economia, come si “innova”, come si tutela il territorio. Solo che ormai è abbastanza chiaro che – se veramente vogliamo tutelare la nostra economia e le nostre comunità – l’unica cosa sensata da fare sarebbe liberarci della loro arroganza e della loro cialtroneria.

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Autonomia, distrazione di massa da “Venezia Ladrona”

Commento scritto per VVox.

La montagna ha partorito il proverbiale topolino: quarant’anni di lotte indipendentiste, ed il 22 ottobre i lombardi ed i veneti verranno chiamati ad esprimersi su un generico quesito in cui si propone di chiedere al governo nazionale maggiore autonomia. Insomma, tanta agitazione per nulla. Il gotha della Lega Nord esulta e paragona il referendum autunnale ai più celebri esempi scozzesi e catalani. Ma la verità è che la società veneta è rimasta piuttosto fredda di fronte all’annuncio. E per delle buone ragioni.

A sorprendere non è infatti solo la palese inutilità del referendum, ma anche la tempistica e le vere ragioni che hanno spinto i leghisti ad accelerare. Perché i motivi per cui verremo chiamati a votare ad ottobre sono sostanzialmente tutti interni alla Lega Nord e alla sua crisi di consenso. È bene ricordare che, nonostante il risultato di Luca Zaia alle Regionali 2015, la Lega è da anni attestata fra il 15 ed il 20% dei voti veneti, ben lontana dal 30% degli anni Novanta.

Ad una crisi di consenso si aggiunge una crisi di identità: il partito dell’indipendenza padana e veneta si è trasformato in un partito ultra-nazionalista italiano, lasciando spiazzati i militanti storici. La crisi di identità della base leghista chiedeva quindi un segnale rassicurante. Come dire: adesso siamo lingua-in-bocca con gente che vorrebbe ri-annettere la Dalmazia all’italico suolo, ma vogliamo ancora (almeno) l’autonomia.

C’è però un’altra ragione per questa accelerazione, forse più seria. La Lega Nord è ininterrottamente al governo regionale dal 1995. In questi ventidue anni non è cambiata solo la sua posizione sull’indipendenza: è cambiata la stessa natura del partito verde. Dalla sua vocazione di rappresentanza del Veneto profondo e popolare, la Lega Nord ha ceduto ai comitati d’affari, per di più essendo incapace di gestire il potere. La vicenda Pedemontana lo dimostra chiaramente: un pasticcio inenarrabile ed ambiguo, che costerà ai veneti (oltre al pedaggio) un’addizionale Irpef chissà per quanti anni. La Lega che combatteva gli sprechi di “Roma Ladrona”, si è trasformata nella Lega degli sprechi di “Venezia Ladrona”.

Questo i vertici della Lega lo sanno bene. E hanno bene in mente cosa è successo alla Democrazia Cristiana veneta quando da partito popolare si è trasformato in una centrale di spartizione. Serviva quindi un’operazione di distrazione di massa. E cosa meglio di cogliere due piccioni con una fava rispolverando il tema dell’autonomia? Così da far finta di essere ancora la buona vecchia Lega (quella dell’indipendenza dall’Italia, non quella del nazionalismo italiano di Salvini) e al tempo stesso spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla palese incapacità di governare dei leghisti.

Un’operazione perfetta. Peccato che i veneti non siano scemi. E che il crollo delle banche popolari e la mal gestione del potere pubblico stiano cambiando nel profondo le coscienze venete. E così in Veneto si rafforza la silente richiesta di un’alternativa a “Venezia Ladrona”. Una richiesta ancora senza interpreti in grado di interpretarla.

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Mélenchon, il “terzo incomodo”

Articolo pubblicato su Senso Comune.

Le elezioni più imprevedibili del 2017 si arricchiscono di una nuova sorpresa. Dopo aver visto (l’irresistibile?) ascesa dell’ex ministro dell’Economia Emmauel Macron ed il crollo dei Repubblicani di Fillon, la nuova sorpresa delle presidenziali francesi potrebbe avere il nome ed il volto di Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi posizionano infatti il 65enne eurodeputato al terzo posto, a circa il 18% delle intenzioni di voto, davanti ai due candidati dei partiti tradizionali (socialisti e repubblicani) e dietro solo al liberale Macron e alla conservatrice post-fascista Le Pen. Un risultato che – se confermato – sarebbe già di per sé notevole. In primo luogo perché staccherebbe di circa 10 punti il candidato socialista, mai superato “a sinistra” fin dal lontano 1974. In secondo luogo perché in questo modo renderebbe ancora più chiara la divaricazione del fronte progressista francese, diviso fra una candidatura liberale alla Renzi (Macron), e un candidato che con Podemos condivide tanto la radicalità quanto la spietata critica alle oligarchie.

Ma chi è Jean-Luc Mélenchon? Nato a Tangeri nel 1951 da due impiegati statali pieds-noirs, esordisce nel movimento studentesco del ’68 su posizioni trotskiste. Laureatosi in filosofia, si avvicina progressivamente al “nuovo” Partito Socialista, creato nel 1971 da Francois Mitterand. Parallelamente inizia il suo impegno nel mondo del giornalismo, che continua – in diverse forme – fino a tutti gli anni ’90. Nel 1986 – da dirigente locale e affiliato alla corrente mitterandista – viene eletto per il Ps in Senato. In questo periodo inizia anche la sua affiliazione al Grande Oriente di Francia, sulla scia della sua tradizione familiare. Questa appartenenza segna anche il suo peculiare posizionamento politico. Non marxista, Mélenchon si colloca agevolmente in quella tradizione laica, repubblicana e giacobina che tanto peso ha avuto nella sinistra francese.

Alla fine degli anni ’80 risale anche il suo spostamento verso posizioni critiche nei confronti della svolta liberale della presidenza Mitterand (e di tutto il partito). Nel decennio successivo, la sinistra socialista da lui guidata si mantiene attorno al 10% del consenso interno al Ps, accentuando con il tempo la critica all’unificazione europea. La sua lunga marcia nelle istituzioni raggiunge il picco nel 2000, quando diventa Ministro all’Insegnamento Professionale. Durante tutta la sua carriera politica, Mélenchon continua a sedere negli organi rappresentativi dell’Essonne, un piccolo dipartimento della regione parigina. In questo, il suo percorso politico è largamente in linea con quello dei molti altri “notabili” che costituiscono la vera spina dorsale del Partito Socialista: funzionari di partito con un forte radicamento locale e con incarichi politici nazionali. In prima linea per il “no” al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, il suo rapporto con la maggioranza neoliberale del Ps si fa sempre più teso. Dopo la pesante sconfitta della sinistra socialista al congresso del 2008, Mélenchon decide di abbandonare il Ps per fondare il Parti de Gauche (Partito della sinistra), sul modello della Die Linke tedesca. Il nuovo partito non riesce mai a radicarsi elettoralmente ed organizzativamente, ma contribuisce al rafforzamento del Front de Gauche (un cartello di diverse forze di sinistra), che nel 2009 lo elegge in Europarlamento.

Nel 2011 è il candidato del Front de Gauche alle presidenziali, dove si qualifica quarto con poco più dell’11% dei voti. Il risultato – arrivato dopo una campagna elettorale caratterizzata da comizi oceanici – è incoraggiante, ma non rappresenta un boom rispetto ai risultati della sinistra radicale francese, che alle presidenziali esprime tradizionalmente un consenso complessivo di poco meno del 10% dei voti. Negli anni successivi, Mélenchon rimane il leader “informale” del Front de Gauche, caratterizzandosi con posizioni anti-sistema profondamente critiche nei confronti delle classi dirigenti francesi. In questo solco si colloca la sua battente richiesta per una “Sesta Repubblica“, che superi tanto il presidenzialismo quanto l’impianto liberale condiviso sia dal centro-sinistra che dal centro-destra francesi.

Il lungo percorso di Mélenchon nella politica francese – iniziato quasi cinquant’anni fa – arriva quindi alle presidenziali di quest’anno. Pur mal digerito dalla dirigenza del Partito Comunista Francese – azionista di maggioranza del Front de Gauche -, l’eurodeputato riesce ad imporre nuovamente la sua candidatura alle presidenziali, su un programma profondamente ispirato dall’esperienza di Podemos. Per questo lancia un movimento, La France insoumise (“La Francia ribelle”) che rimarca esplicitamente la sua autonomia dai partiti della sinistra tradizionale e si basa su una piattaforma digitale deliberativa. Un movimento che ha saputo piano piano conquistarsi la ribalta nei mezzi di comunicazione tramite un sapiente uso dei social media, e che oggi dichiara ben 385 mila iscritti. Punto chiave del programma di France Insoumise è la convocazione di un’Assemblea Costituente che riformi in senso parlamentarista l’assetto politico francese. Fra le sue proposte emblematiche si situano poi l’abrogazione della Loi Travail (il Jobs Act d’oltralpe, approvato nel 2016 dal governo socialista) e la “riforma democratica” delle istituzioni europee (o, se non possibile, un’uscita ordinata degli Stati nazionali). Il sua programma strizza infine l’occhio agli ambientalisti dispersi dalla diaspora dei Verdi francesi con l’abolizione (a lungo termine) del nucleare e l’instaurazione di una “regola verde”: non consumare più di quello che la natura può produrre. Insomma, si tratta di un programma più di cambiamento istituzionale – contro i “privilegi della casta”, per  usare le sue parole – che di rottura economica.

Con tutte le sue particolarità, la proposta politica di Mélenchon sta sfondando al di fuori dei normali steccati della sinistra radicale. Per quanto i sondaggi siano in questo contesto particolarmente poco affidabili, delineano un trend di crescita notevole, considerato il naturale isolamento di un’area politica tradizionalmente con pochi militanti, pochi eletti e – drammaticamente – pochi soldi. Un populismo democratico che sta riuscendo ad attrarre – con modalità forse più simili all’esperienza statunitense di Sanders che a quella spagnola di Podemos – in particolar modo giovani alle prime esperienze politiche.

Come che vadano le elezioni, Mélenchon ha quindi già contribuito a riposizionare la sinistra radicale francese. Abbandonando la parola d’ordine della gauche per cercare di contendere a Marine Le Pen l’elettorato popolare abbandonato dai socialisti e dai repubblicani, il vecchio politico di professione dell’Essonne è così riuscito ad ottenere un primo risultato significativo, ridisegnando in maniera indelebile i contorni della sua area politica in senso populista. Se le urne confermeranno poi i dati dei sondaggi, Mélenchon si troverà nella migliore posizione per monetizzare politicamente la “pasokizzazione” e la prevedibile balcanizzazione del Partito Socialista. Con l’obiettivo, nel brevissimo periodo, di aumentare la sparuta pattuglia parlamentare del Front de Gauche. E con un occhio alle presidenziali del 2023.

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Cinque anni di TRed

Articolo scritto per TRed.

Il 21 febbraio 2012 emetteva i suoi primi vagiti TRed. L’occasione era da subito polemica: sul Corriere della Sera era stata pubblicata una lettera di alcuni “ventenni” a favore di una riforma del lavoro che, sostanzialmente, abbassasse i diritti dei lavoratori “garantiti” e alzasse “un po’“ (cit.) quelli dei non garantiti. Alla fine, come è noto, i diritti sono stati abbassati un po’ a tutti. Una par condicio che forse avrà fatto piacere ai nostri interlocutori immaginari, molti poi transitati per segreterie politiche e ministeriali (beati loro).

Di questo blog avevamo però iniziato a parlare fra di noi da qualche mese. Nonostante la pax bersaniana regnasse apparentemente sovrana – e sembrasse destinata ad una grande vittoria nel giugno 2013 – la marea del renzismo stava montando senza trovare voci (ed argomenti) che riuscissero veramente a fargli da argine. Un blog collettivo, intitolato ad un dinosauro rosso (come i dinosauri di cartone che popolavano polemicamente le Leopolde) ci sembrò un buon punto di partenza.

Molte altre cose sono cambiate nel frattempo. Da due studentelli squattrinati siamo diventati due dottorandi squattrinati (ma solo perché facciamo la bella vita). Il “nostro” Veneto è per entrambi lontano. Il progetto politico in cui militavamo con passione è stato sonoramente sconfitto (dalla storia, prima che da Renzi). Insomma, cinque anni sono lunghi.

Fin qui la nostra piccola, residuale storia. Ma i compleanni, si sa, sono soprattutto un momento di bilancio. E allora la domanda sorge spontanea: l’intento per cui era nato questo blog è stato raggiunto?

La risposta è no. Nel momento di massimo imputridimento del renzismo (uno spavaldo morto che cammina) siamo ancora lontani non solo dalla presenza di una proposta alternativa, ma anche dall’esistenza di centri da cui tale proposta – al tempo stesso non subalterna e vincente – possa emergere. Se attorno a noi molto è cambiato, le ragioni per cui questo spazio è stato creato rimangono.

Se siamo riemersi oggi, a cinque anni giusti dalla nascita di TRed, è quindi per dirvi due cose. Primo, grazie per tutto il pesce. Secondo, noi ci siamo ancora.

E quindi, come sempre, al lavoro e alla lotta.

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Turismo “volano” di Vicenza? Ma non facciamo ridere

Commento scritto per VVox.

Vicenza è una città in decadenza. A parlare chiaro sono i dati pubblicati dall’ufficio statistico del Comune. Dal 2013 ad oggi la città del Palladio ha perso 3413 abitanti (755 solo nel 2016): è come se un intero isolato della città fosse scomparso in una manciata d’anni. A mancare, soprattutto, sono i nuovi nati: da 907 che erano nel 2013 a 797 nel 2016. La demografia, si sa, è un indice abbastanza preciso della salute di una comunità. La salute di Vicenza non è per niente buona. Certo, il problema non è limitato solamente a Vicenza. La crisi sta colpendo forte tutto il paese. La precarietà a cui sono condannati sempre più italiani impedisce di investire sul futuro proprio e delle proprie relazioni. Però il dato sorprende considerando come il territorio vicentino rimanga – nonostante tutto – una delle zone più forti economicamente d’Italia.

Perché quindi Vicenza si spopola? Le cause della decadenza vanno cercate altrove. Vanno cercate in una mancanza di prospettive della comunità. In pratica: qual è la prospettiva di crescita della città? Fate questa domanda a gran parte di “quelli che contano” e la risposta sarà sempre la stessa. Imprenditori, accademici, politici: Vicenza sostituirà le fabbriche chiuse con il turismo, con la sua bellezza. Perché, al contrario delle fabbriche, la bellezza non può essere delocalizzata per guadagnare più schei. Il turismo è stato il grido disperato dei timonieri berici, mentre la nave – già abbastanza piena di falle per la brillante (ed omertosa) gestione delle banche popolari – iniziava ad imbarcare acqua. E, in effetti, la città ha goduto di una rinascita in questo senso.

Il problema è che il turismo non basta. Vicenza, per quanto eccezionalmente bella, è strutturalmente inadeguata a reggersi solo sul turismo. È troppo piccola e – soprattutto – è circondata da numerose altre città eccezionalmente belle. E quindi la decadenza sta tutta qua: di fronte ad una situazione di crisi, le classi dirigenti della città hanno scelto un modello di sviluppo che non può funzionare. Invece di lavorare per stimolare l’imprenditorialità e la vocazione manifatturiera del territorio, hanno puntato tutto sui servizi e sul turismo. La risposta forse più facile in una fase di scarsezza di risorse pubbliche e private. Ma una risposta che non sta fermando il lento stillicidio che sta spopolando la città.

Vicenza destinata a perdere centralità economica e benessere sociale? Se le cose non cambiano, sicuramente. Purtroppo, dall’alto non arrivano grandi segnali. Fra fusioni in nome del “non ci sono alternative” e gestione efferata dei grandi nodi urbanistici (vedi il primo faraonico piano per la Tav/Tac, che prevedeva di spendere 1,7 miliardi di euro per un’opera che ne chiede meno della metà), non sembra esserci molta cognizione della gravità della situazione. La risposta a questa decadenza – se ci sarà – non potrà che venire dal basso. Da quella parte di società esclusa dagli asfittici circoli del potere politico ed economico della città. Dallo spirito di solidarietà e voglia di fare che soffia a Vicenza. Dalle tante risorse intellettuali e sociali inattive sul piano pubblico. Dai truffati dalla gang della Banca Popolare. Vicenza potrà salvarsi solo se le energie nascoste che la tengono in piedi smetteranno di “farsi governare” e riprenderanno in mano il proprio futuro.

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Vittoria del No, associazioni categoria si chiedano perché

Commento scritto per VVox.

In Veneto i No hanno vinto con il 61,9%. Una vittoria schiacciante, rafforzata da un’incredibile affluenza del 76,6% (alle ultime politiche era stata poco più alta dell’80%, per capirci). Una vittoria potente, corale, di popolo.

Una vittoria della Lega di Salvini? Sarebbe riduttivo. Non solo per lo schieramento ampio schierato sul No (leghisti e forzisti, certo, ma anche grillini e gran parte della sinistra sociale). Ma anche perché segnala chi ha veramente perso in Veneto. Non solo il Pd, nella sua giravolta rottamatrice e liberale. Ma soprattutto l’incredibile ed unanime schieramento di quei “grandi” imprenditori e di quelle burocrazie associative schierati a difesa di una riforma che era – fondamentalmente – simbolo della loro posizione di potere.

Praticamente tutte le associazioni di categoria (e la Cisl, il sindacato più rappresentativo della Regione) erano schierati con la riforma. Questo non è bastato. E in un tempo in cui numerose i richiami alla “crisi della rappresentanza” si fanno quotidiani, viene da chiedersi: e se in crisi fossero i rappresentanti? Se il problema non fossero i corpi intermedi, ma le burocrazie che li guidano?

Il Veneto si è schierato, risolutamente, contro un sistema economico e sociale percepito come lontano e truffaldino (e sulle banche popolari c’era qualcosa di più di una percezione…). Le associazioni di categoria dovrebbero iniziare a farsi qualche domanda sulla parte della barricata in cui dovrebbero stare. Prima che l’onda travolga anche loro.

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