Archive for cultura

Quando la leva funzionava come in Hunger Games

Catchingfire_04384

Ogni anno – in occasione degli Hunger Games – ogni distretto di Panem riuniva nella propria piazza tutti i giovani fra i 12 e i 18 anni per la selezione dei “tributi” da mandare a Capitol. Si tratta della Mietitura, che tanto nei film quanto nei libri costituisce il vero motore drammatico dell’azione. Un inviato del governo procedeva a pescare due schede (una per un ragazzo e una per una ragazza) di fronte ai possibili tributi. Gli estratti venivano presi in consegna e mandati agli Hunger Games.

Nel 1806 le autorità del Regno d’Italia (uno stato fantoccio dell’Impero napoleonico che comprendeva Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) decisero di cambiare il modo di selezione dei coscritti per l’esercito, che prima avveniva meccanicamente per data di nascita. Ogni anno – verso gennaio – riunivano presso le municipalità (gli attuali comuni) tutti i possibili coscritti fra i 20 ed i 25 anni alla presenza delle autorità civili e religiose del paese (verrà poi precisato che questi dovevano vestire “l’alta uniforme”). Da un’urna si estraevano tante schede quanti coscritti lo Stato chiedeva alla singola municipalità: i fortunati si aggiudicavano 4 anni di servizio militare lontani da casa, con l’eventualità non troppo lontana di finire sul fronte ad accrescere la gloria imperiale. Come in Hunger Games (dove Katniss si offre volontaria per salvare la sorella) c’era la possibilità di trovarsi un sostituto.

Al contrario di Hunger Games però, i coscritti avevano tutta la possibilità di darsi alla macchia nel viaggio che li separava dalla caserma a cui erano assegnati. Opportunità a cui fecero ricorso decine di migliaia di giovani che poca voglia avevano di farsi sequestrare da uno stato straniero ai propri interessi e alle propria comunità.

Fonte: Franco Della Peruta, Esercito e società nell’Italia napoleonica. Dalla Cisalpina al Regno d’Italia, Milano, Franco Angeli, 1988.

Commenti disabilitati

Su “Mozzarella Stories” di Eduardo De Angelis

Piccola premessa: dietro di me erano seduti, al mio arrivo, due simpatici signori, che proprio non sono riusciti ad aspettare la fine del film per scambiarsi i loro innumerevoli commenti. Quindi, tenete conto del fatto che il mio parere potrebbe essere stato leggermente modificato in peggio dalla loro molestissima presenza.

Allora, il film di oggi è Mozzarella Stories, di un altro “giovane” regista italiano, per altro esordiente. Non sarà granché, ma degli ultimi tre film che il signor Cinema Odeon mi ha proposto, due erano opere prime. La morale è che il nuovo cinema italiano si sta facendo spazio, che il rinnovamento culturale in un paese gerontocratico, bla-bla-bla. Molto bene.

Passando al film, sullo sfondo sta la storia di un mondo, quello dell’imprenditoria casearia (in questo caso, per l’appunto, la produzione di mozzarelle) che passa dal successo di fine anni ’90 alla crisi portata dalla concorrenza di nuovi attori economici, in questo caso i cinesi. Il tema mi sembra trattato in modo piuttosto autentico, con tanto di intolleranza partenopea e integrazione strisciante dei nuovi venuti.

In questo contesto vive un gruppo di personaggi, con le loro bassezze e i loro problemi, che seguiremo fino alle varie farse finali, condite con un po’ di sana tragedia, nella migliore tradizione italiana. Alcuni rapporti fra i personaggi sono piuttosto interessanti, altri un po’ sacrificati all’altare della commedia. Si ride, poco, ma si ride. Non si piange per niente, invece. Gli attori fanno il loro lavoro, niente di più, niente di meno. Una perplessità: ad un certo punto, viene introdotta una storia piuttosto effimera e lunga, che trovo giustificata solo nella prospettiva di una citazione di Palombella Rossa di Moretti. Cioè, per quanto riguarda la pallamano e compagnia. Mah.

Conclude la composizione una bella morale sul senso della vita, di cui potevamo anche fare a meno. Musiche pessime (in tutta la lunga scena iniziale la musica rendeva incomprensibile le conversazioni). Voto: 6,5.

CRITICA DELLE CRITICHE
Mah, un po’ tutte le critiche che ho letto buttano dentro una forte influenza di Kusturica, che oltre ad essere il coproduttore è quello che ha fatto in modo che sto film passasse da medio a lungo metraggio, da quello che ho capito. Io sta forte influenza proprio non ce l’ho vista. Ma sarà che di cinema, io, non ci capisco un cazzo.

Lascia un commento

Su “Diciotto anni dopo” di Edoardo Leo

Filmstudio di oggi ci proponeva “Diciotto anni dopo“, regia di Edoardo Leo. A grandi linee, la trama è questa: dopo 18 anni (ma dai) dalla morte della madre, due fratelli si ritrovano per il funerale del padre. Il fatto è che, per motivi che via via verranno chiariti, non si parlano da allora e, per volontà del defunto, dovranno compiere un viaggio in macchina da Roma a Palmi, in Calabria. Il film si incentra quindi sui complessi rapporti personali che negli anni si sono intrecciati fra i due fratelli e fra il fratello di Roma e sua moglie. Chiaro era l’intento del regista di alleggerire questi temi pesantucci con continue (e spesso non efficacissime) battute e gag, spingendo il pubblico ad emozionarsi per una scena drammatica e, subito dopo, a ridere di gusto. I personaggi principali recitano piuttosto bene, ad eccezione di Eugenia Costantini: tanto figa quanto cagna. Oddio, non darei neanche tutta la colpa a lei, poraccia, dato che si trovava nei panni del personaggio più caricaturale che si potesse inserire per vivacizzare il rapporto fratello-fratello, ma insomma, la sua recitazione è una delle note stonate del film. Cioè, secondo me volevano ottenere la tipica tipa figa e strana, quando invece hanno ottenuto una tipa figa sì (diamo a Cesare quel che è di Cesare), ma francamente insopportabile nella sua sentenziosità. Sempre a lei è legato il “colpo di scena” finale, na roba da prendere, alzarsi e uscire dal cinema, se non fosse che è collocato nella penultima scena.

In definitiva, “Diciotto anni dopo” mi è piaciucchiato. Anche se, mi viene da dire, un tema così complesso come il rapporto fra i due fratelli è stato trattato forse troppo superficialmente, anche per non cadere nella pura “drammaticità”. E forse è proprio questo che non mi ha convinto: il collocarsi del film a metà strada fra commedia e tragedia, senza prendere con convinzione né l’una né l’altra strada. Scelta anche coraggiosa, certo, ma che forse avrebbe richiesto un po’ di più maestria ed esperienza di quella dell’esordiente regista Leo. Voto: 6/7 (ma senza colpo di scena finale sarebbe stato un sette pieno).

P.S. comunque la Costantini la perdoniamo e la perdoneremo sempre per un motivo: Boris.

Comments (3)