Come si costruisce il programma di una festa “rossa”

Per il quinto anno consecutivo, anche quest’estate una parte importante del mio tempo libero è stata dedicata alla costruzione del programma dei dibattiti di Fornaci Rosse. Il risultato – ottenuto grazie all’impegno di tanti e tante – lo potete trovare qua.

Prima di arrivare al programma, due parole sulla festa. Fornaci Rosse è un festival politico che si svolge nel parco comunale delle Fornaci di Vicenza dal 2014. È organizzato da un ristretto gruppo di ragazzi e ragazze fra i 20 e i 30 anni – gruppo che, è importante precisarlo, non solo si fa a carico di un lavoro impegnativo per i mesi estivi, ma è pure responsabile con le proprie tasche delle eventuali perdite economiche della festa.

In questi anni, lo scopo politico della festa è rimasto sostanzialmente immutato: quello di promuovere gli ideali democratici e socialisti combinando dibattiti, musica, ristorazione e tanto altro. Insomma, legando politica a socialità, militanza a divertimento. Lo scopo politico della festa si può riassumere in una battuta che ci facevamo fra organizzatori qualche anno fa: “A Fornaci Rosse si viene per la birra, ma si rimane per il socialismo”. Se nelle prime edizioni era probabilmente vero il contrario, con gli anni questo si sta effettivamente realizzando. Sempre più gente viene perché invogliata dalla festa nel complesso più che dal programma o dalla singola iniziativa. C’è ancora molta strada da fare, ma il cammino è costante e la meta sempre più vicina.

A questa formula siamo arrivati senza una profonda teorizzazione, fondendo in modo originale le diverse esperienze di militanza da cui il nucleo originale degli organizzatori proveniva: da una parte gli esempi (tipicamente vicentini) della più grande Festambiente d’Italia e (in maniera minore) del festival No Dal Molin; dall’altra quello dei festival universitari organizzati a Padova dalle organizzazioni studentesche. Sullo sfondo un’idea molto poco chiara di cosa fosse una festa de l’Unità: poco chiara perché non ne avevamo mai vista una vera sul serio. Diciamo che da quella vecchia esperienza ci era passato il concetto che per fare una politica popolare ci fosse bisogno di “meno libri e più litri”.

Quello che ne è venuto fuori in questi cinque anni è un modello sostanzialmente unico a livello nazionale, economicamente sostenibile (meteo permettendo) ed estremamente impegnativo per gestione e organizzazione. La festa – che rimane di dimensioni proporzionate ad una realtà come quella di Vicenza – ha avuto un’oggettiva ipertrofia nella sua parte di programmazione dei dibattiti. Mentre ristorazione e programma musicale sono rimasti fondamentalmente immutati nel corso degli anni per investimento e dimensioni (e via via aumentati per qualità), i dibattiti sono triplicati dagli otto del 2014 ai venticinque del 2018. Il programma dei dibattiti ha assunto il ruolo di traino per il resto della festa – senza per questo sostituirsi al resto, ma combinandosi ad esso in modo simbiotico. Per ora, questa ipertrofia è stata coperta da un ampliamento del pubblico dei dibattiti: conservato il nucleo vicentino, Fornaci Rosse sta diventando un appuntamento che attrae gente da tutta la regione.

Insomma, il programma è parte rilevante del modello complesso di Fornaci Rosse, e ogni anno diventa sempre più impegnativo chiuderlo. Le tempistiche della programmazione dei dibattiti sono sostanzialmente queste: nel periodo gennaio-giugno si raccolgono varie idee di tematiche e personalità da invitare; a fine giugno si iniziano a concretizzare i dibattiti, che vengono infine chiusi attorno a Ferragosto (in tempo per un’adeguata diffusione). Avendo a disposizione due spazi dibattiti (uno “minore” da 40 posti a sedere, uno “maggiore” da 100), sarebbe impossibile chiudere il programma prima: le disponibilità sono difficili da incastrare e devono essere assecondate, in un periodo in cui molti relatori potenziali vanno e vengono dalle ferie. Dettaglio non secondario, il budget per questi venticinque dibattiti è praticamente nullo: appena 400€ per portare in festa un’ottantina di relatori. Le restrizioni economiche sono una delle linee guida più importanti nella scelta dei dibattiti: nella valutazione della fattibilità delle singole proposte c’è sempre un ragionamento sulla resa “potenziale” in termini di pubblico coinvolto.

Per riuscire a superare questa complessità, abbiamo messo in campo tre diverse strategie: in primo luogo, la collaborazione con numerose realtà politiche e sociali del territorio. Se la festa riesce ad essere così forte nonostante non abbia alle spalle un’organizzazione propriamente detta, è solo grazie al fatto che moltissime realtà e personalità locali la vedono come una cosa anche loro. Per questo fin da maggio ci arrivano diverse proposte di dibattiti: una parte rilevante del programma è chiusa grazie a questa collaborazione (e questo implica anche – ovviamente – una certa autonomia di chi ci aiuta nella scelta dei relatori). Questo primo modello garantisce poi anche una buona resa in quanto a presenze e genera un circuito positivo di promozione della festa nel complesso.

La seconda strategia di definizione del programma è quella dei “grandi nomi”: personalità di rilievo nazionale (spesso televisivo) che interessino un pubblico vasto. In generale, questa categoria è quella che richiede più impegno e che porta meno risultati: quest’anno, per fare un esempio, delle più di venti personalità invitate ne verranno solo due: Susanna Camusso e Federico Pizzarotti. I canali per arrivarci sono vari, e si basano in gran parte su amicizie e conoscenze dirette. Non potendo attingere al giro dei “conferenzieri” (cioè di quelle tante personalità che chiedono un pagamento per le proprie partecipazioni ai dibattiti) si tratta di un gruppo molto ristretto di persone: in gran parte politici.

Infine, c’è una terza strategia – che si combina con le prime due. È quella dei dibattiti più specificatamente promossi e costruiti dall’organizzazione del festival, cioè dove la nostra linea politica si esprime più largamente. Ovviamente, non è che manchi l’arbitrio dell’organizzazione nelle prime due strategie. Ma ci sono casi in cui a “spingere” siamo soprattutto noi, anche senza collaborazioni. Faccio due esempi sul programma di quest’anno, di cui uno problematico. Parto da quello più semplice da affrontare: quello del dibattito sulla sindacalizzazione dei precari della logistica, in cui verranno portate due esperienze importanti (i rider di Foodora di Bologna e i facchini di Amazon di Milano). È questo un dibattito per noi importante perché vuol dire mettere in evidenza un problema per noi politicamente rilevante: come organizzare il lavoro ai tempi della precarietà selvaggia. Un tema ovviamente “di nicchia”, ma che a noi interessa rendere rilevante.

Altro discorso vale per l’unico dibattito veramente problematico dell’edizione di quest’anno, quello sull’immigrazione che vedrà contrapporsi il deputato-simbolo dell’accoglienza (Erasmo Palazzotto, LeU) ad un deputato salviano (Erik Pretto, Lega). Partiamo da un presupposto: trattare il tema dell’immigrazione era necessario, mai come oggi. Abbiamo deciso – con molte perplessità al nostro interno – di fare un dibattito rappresentando “l’altra” parte piuttosto che una tavola rotonda che coinvolgesse solo esponenti pro-immigrazione. È questa una scelta problematica in primis perché va contro la sensibilità di una parte importante del nostro pubblico: una sensibilità che ritiene che – su questo tema, ma anche più in generale – non si debba dare spazio ad una forza ritenuta razzista e xenofoba.

Scontentare qualcuno è ovviamente inevitabile con un programma articolato come quello di Fornaci Rosse: lo abbiamo già fatto due anni fa invitando il criticabilissimo Massimo D’Alema, che poi ha portato in festa centinaia di persone in una vivacissima intervista. Ma ovviamente questo è un caso diverso: per la prima volta invitiamo un leghista, per di più un salviniano di ferro. Perché lo abbiamo fatto?

L’idea era quella di lanciare un segnale verso quel mondo che vede nell’immigrazione uno dei principali problemi che il paese sta affrontando. Vero o falso che sia, in questi anni l’atteggiamento medio della sinistra (liberale e radicale) è stato quello di rivolgersi verso questa larga fetta di società demonizzandola: definendoli ignoranti, razzisti, “sconfitti dalla globalizzazione” (e quindi rabbiosi, irrazionali – a stento cittadini degni del diritto di voto). Non capendo che quella stessa gente – soprattutto in Veneto – è in parte rilevante costituita dagli stessi disoccupati, precari, sfruttati a cui dovrebbe rivolgersi un progetto democratico e socialista. Non capendo che quella stessa gente lavora fianco a fianco degli immigrati, condividendone spesso le stesse condizioni sociali disagiate: e che per questo non è razzista “per natura”. Non capendo che quella stessa gente potrebbe benissimo rivolgere la propria voglia di cambiamento (e anche la propria rabbia, perché no) contro quelle oligarchie sociali ed economiche che hanno provocato la crisi e che oggi depredano la nostra economia. Insomma, per noi sarebbe un successo politico rilevante far capire anche solo a uno degli (attuali) elettori della Lega che le bandiere rosse che svettano fieramente sui nostri capannoni non sono il simbolo di una sinistra anti-popolare e intellettualmente arrogante. Ma di un’alternativa. Reale, concreta, popolare.

Fornaci Rosse nasce come tentativo di rottura dell’accerchiamento in cui è stretta da decenni la decadente sinistra politica e sociale veneta. Per rompere un accerchiamento, bisogna al tempo stesso rinserrare le proprie fila e infiltrarsi nelle linee nemiche. Preparare la propria parte allo scontro, e contemporaneamente costruire le condizioni per trovare al di fuori del proprio mondo nuove energie e nuovo consenso.

Il programma politico di Fornaci, e tutta la complessa organizzazione che decine di ragazzi e ragazze stanno mettendo in piedi in questi mesi, serve a questo: pensare, promuovere e organizzare l’abbozzo di una società diversa. E, nel farlo, avvicinare sempre più persone che oggi ci vedono come lontani, spesso con malcelata ostilità. Farle dubitare delle loro certezze, convincerle, persuaderle. Cambiare loro cambiando al tempo stesso noi stessi. Perché – come ricordava Togliatti a Mosca davanti al futuro nerbo della resistenza antifascista – i nostri avversari non sono le masse che votano diverso da noi. E il nostro scopo politico non è quello di segnare la nostra distanza da loro, ma quello di conquistarle alla causa socialista e democratica.

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