Turismo “volano” di Vicenza? Ma non facciamo ridere

Commento scritto per VVox.

Vicenza è una città in decadenza. A parlare chiaro sono i dati pubblicati dall’ufficio statistico del Comune. Dal 2013 ad oggi la città del Palladio ha perso 3413 abitanti (755 solo nel 2016): è come se un intero isolato della città fosse scomparso in una manciata d’anni. A mancare, soprattutto, sono i nuovi nati: da 907 che erano nel 2013 a 797 nel 2016. La demografia, si sa, è un indice abbastanza preciso della salute di una comunità. La salute di Vicenza non è per niente buona. Certo, il problema non è limitato solamente a Vicenza. La crisi sta colpendo forte tutto il paese. La precarietà a cui sono condannati sempre più italiani impedisce di investire sul futuro proprio e delle proprie relazioni. Però il dato sorprende considerando come il territorio vicentino rimanga – nonostante tutto – una delle zone più forti economicamente d’Italia.

Perché quindi Vicenza si spopola? Le cause della decadenza vanno cercate altrove. Vanno cercate in una mancanza di prospettive della comunità. In pratica: qual è la prospettiva di crescita della città? Fate questa domanda a gran parte di “quelli che contano” e la risposta sarà sempre la stessa. Imprenditori, accademici, politici: Vicenza sostituirà le fabbriche chiuse con il turismo, con la sua bellezza. Perché, al contrario delle fabbriche, la bellezza non può essere delocalizzata per guadagnare più schei. Il turismo è stato il grido disperato dei timonieri berici, mentre la nave – già abbastanza piena di falle per la brillante (ed omertosa) gestione delle banche popolari – iniziava ad imbarcare acqua. E, in effetti, la città ha goduto di una rinascita in questo senso.

Il problema è che il turismo non basta. Vicenza, per quanto eccezionalmente bella, è strutturalmente inadeguata a reggersi solo sul turismo. È troppo piccola e – soprattutto – è circondata da numerose altre città eccezionalmente belle. E quindi la decadenza sta tutta qua: di fronte ad una situazione di crisi, le classi dirigenti della città hanno scelto un modello di sviluppo che non può funzionare. Invece di lavorare per stimolare l’imprenditorialità e la vocazione manifatturiera del territorio, hanno puntato tutto sui servizi e sul turismo. La risposta forse più facile in una fase di scarsezza di risorse pubbliche e private. Ma una risposta che non sta fermando il lento stillicidio che sta spopolando la città.

Vicenza destinata a perdere centralità economica e benessere sociale? Se le cose non cambiano, sicuramente. Purtroppo, dall’alto non arrivano grandi segnali. Fra fusioni in nome del “non ci sono alternative” e gestione efferata dei grandi nodi urbanistici (vedi il primo faraonico piano per la Tav/Tac, che prevedeva di spendere 1,7 miliardi di euro per un’opera che ne chiede meno della metà), non sembra esserci molta cognizione della gravità della situazione. La risposta a questa decadenza – se ci sarà – non potrà che venire dal basso. Da quella parte di società esclusa dagli asfittici circoli del potere politico ed economico della città. Dallo spirito di solidarietà e voglia di fare che soffia a Vicenza. Dalle tante risorse intellettuali e sociali inattive sul piano pubblico. Dai truffati dalla gang della Banca Popolare. Vicenza potrà salvarsi solo se le energie nascoste che la tengono in piedi smetteranno di “farsi governare” e riprenderanno in mano il proprio futuro.

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