Popolo e socialismo

Contributo scritto per la Commissione Progetto di Sinistra Italiana, che sta scrivendo il documento di base del congresso fondativo di Si.

Popolo

Uno degli elementi di continuità della storia del movimento socialista è stato l’individuazione di un preciso soggetto sociale. Questa esigenza nasceva dalla necessità concreta di individuare quella fascia di popolazione che fosse più “materialmente” interessata a sostenere un cambiamento sociale radicale. L’individuazione del proletariato/classe operaia come soggetto storico portatore di cambiamento si è rivelata una scelta fondamentale nello sviluppo dell’impostazione socialista.

I confini di questo soggetto sociale si sono allargati e ristretti nel corso degli ultimi 150 anni: da termine generico per definire i subalterni (“coloro che prestano opera”), la classe operaia si è trasformata in corrispondenza allo sviluppo del fordismo nell’insieme di “persone che lavorano in fabbrica”. Il superamento della centralità fordista nel continente europeo ha indebolito questa definizione, lasciando un vuoto non sanato. I partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a definire il proprio interlocutore non più in base ad una collocazione sociale, ma secondo un’identità politica. Si è così passati dai partiti della classe operaia ai partiti della sinistra: un cambiamento logico di importanza critica nel processo di sradicamento sociale che ci troviamo oggi a fronteggiare.

Questo richiamo ha funzionato finché le società europee hanno mantenuto un alto livello di politicizzazione. Venuto meno quest’ultimo, i partiti socialisti e comunisti hanno iniziato a parlare a fasce di popolazione sempre più residuali e sempre più rinchiuse all’interno del ceto medio intellettuale. La globalizzazione ha nel frattempo creato un nuovo strato sociale di esclusi (tanto dai processi decisionali quanto da quelli di ridistribuzione delle ricchezze). La capacità delle forze tradizionali della sinistra di rappresentare questa composita (e larga) parte di popolazione è stata ed è sostanzialmente nulla. Pur sedotti dalle proposte di segno antisistemico, gli esclusi sono oggi stabilmente rifugiati nell’astensione, ponendosi al di fuori della base sociale della democrazia. Creando così, fino ad un certo punto paradossalmente, un tipo particolare di sistema politico: una democrazia senza demos, senza popolo.

La (nostra) necessità storica di individuare un soggetto sociale si incrocia quindi con la mancanza di rappresentanza di un ampio stato di popolazione, certamente interessato ad un cambiamento sociale. Il nodo fondamentale è quindi quello di far corrispondere un’adeguata offerta politica a questa domanda di rappresentanza. Un’offerta politica che non può che partire dal diffuso (e motivato) senso di sfiducia popolare verso le classi dirigenti (economiche e politiche).

Scevro dei significati spregiativi assegnatogli dalle classi dirigenti (che a mala pena mascherano il loro disprezzo per tutto ciò che sa di “popolo”), il populismo rappresenta tanto una scelta del soggetto sociale quanto una strategia interpretativa/comunicativa. Una categoria utile tanto alla rinascita della sinistra quanto alla difesa della democrazia: rappresentare il popolo vuol dire reintegrarlo nella democrazia.

Essere populisti significa in questo senso assegnare al popolo un’importanza centrale tanto nella riflessione teorica quanto nell’azione politica. Vuol dire interpretarne le istanze. Vuol dire – in ultima istanza – leggere nella sua ripoliticizzazione la chiave per il rinnovamento della società.

Socialismo

Un riferimento alla (gloriosa) storia del movimento operaio non è sufficiente a definire l’identità politico-culturale di un nuovo partito. Il rischio è quello di inserirsi all’interno del filone di dismissione ideologica inaugurato dai partiti socialisti e comunisti dopo il 1989. Perdendo il fine ultimo della trasformazione sociale, questi si sono tramutati in burocrazie dai programmi minimi, con risultati ben visibili a livello europeo. Perdendo il senso del cambiamento socialista si è persa la motivazione alla militanza, al sacrificio, alla dedizione alla causa. Si è perso – ciò che è più grave – il legame fra socialismo e popolo.

Ma la scelta socialista non è solamente necessaria per una chiara definizione politico-culturale – presupposto comunque di ogni progetto politico egemonico. Il processo di veloce meccanizzazione ed automatizzazione dei processi produttivi sta aprendo nuovi scenari nell’equilibrio fra capitale e lavoro. Questo equilibrio – semplificando – si è storicamente verificato grazie al potere contrattuale dei lavoratori di bloccare la produzione. Gli avanzamenti politici e sociali delle classi popolari sono avvenuti proprio in corrispondenza dell’esercizio di questo potere contrattuale.

L’automatizzazione di settori sempre più ampi della produzione – tanto nell’industria quanto nei servizi – mette in dubbio questo fondamentale principio. L’asimmetria fra élite e popolo rischia di approfondirsi via via che – nella riproduzione del capitale – le prime potranno fare a meno del secondo. In uno scenario in cui i mezzi di produzione potranno funzionare largamente senza lavoratori, la loro proprietà assumerà un’importanza centrale.

La socializzazione ed il superamento del capitalismo tornano così all’ordine del giorno non come una richiesta nostalgica, ma come una proposta di buon senso. Non più dettata da una questione di deferenza alla storia o di predilezione personale, la scelta socialista diventa obbligata per chiunque voglia continuare a perseguire una politica di emancipazione popolare.

L’automatizzazione, che nell’attuale schema capitalista costituisce dunque un pericolo, può d’altro canto rappresentare un’importante occasione se sviluppata in un contesto socialista. In una società socialista, lo sviluppo dell’automatizzazione potrà rappresentare la via per emancipare l’umanità dal lavoro. Il lavoro non scelto liberamente, ripetitivo e logorante rimane uno dei più grandi ostacoli alla realizzazione degli individui. L’automatizzazione può essere un potente mezzo per liberare l’umanità da questo fardello, permettendo a ciascuno di scegliere in che modo concorrere al progresso della propria comunità e della società.

La scelta socialista, quindi, si farà progressivamente più impellente. Una scelta da non confondere con una professione di fede. Porre il socialismo come obiettivo strategico non significa cioè chiudere l’attività politica nei confini socialmente infimi della battaglia ideologica. Al contrario, il socialismo deve rappresentare la direzione ultima di un movimento popolare che parta dalle esigenze della gente comune, innestandole in una visione più ampia. Con il fine (storico) di far riabbracciare popolo e socialismo.

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