La lezione delle amministrative

Commento scritto per I Pettirossi.

Il risultato del primo turno delle amministrative non può certo dirsi soddisfacente per le liste di sinistra che hanno fatto la coraggiosa scelta di usicre dalle coalizioni Pd-centriche. Sui risultati hanno certo pesato dinamiche locali, ma non si può negare che quello delle amministrative sia un segnale da dover cogliere ed interpretare anche nella costruzione nazionale di Sinistra Italiana. Le candidature di sinistra si sono trovate strette fra le liste civetta alleate al Pd, il M5S e il crescente astensionismo. Strette nell’angolo non hanno potuto raccogliere che un risultato marginale, che a livello nazionale potrebbe certo garantigli una dignitosa sopravvivenza – a patto però di non essere nelle condizioni di incidere realmente sulla realtà.

Certo, è un punto di partenza. Ma insufficiente. In questo senso spicca il risultato ottenuto dalla candidatura di Luigi De Magistris a Napoli. Un risultato (e una proposta politica) certo non perfettamente replicabile in ogni realtà italiana, ma che si presta a qualche indicazione. In primo luogo, la presenza di un progetto politico coerente e “accessibile” anche ai non politicizzati: l’ex magistrato ha in questi anni maturato una proposta fortemente autonomistica e populista. Il richiamo al popolo, al decentramento dei poteri: un mix abbastanza bizzarro di libertarismo post-marxista di ascendenza curda (Ocalan) e di suggestioni bolivariane. Da una parte noi, il popolo, dall’altro la mafia, il Pd, i potenti. A questo si è legata una concezione del potere comunale innovativa nel suo porsi perfettamente all’interno della storia del movimento operaio italiano: l’idea che il Comune sia uno strumento di lotta politica e in quanto tale vada trattato. Il tentativo di politicizzare la società – stringendo ed alimentando i movimenti sociali presenti nel territorio – è stato il necessario corollario di questa concezione.

Che direzione prendere, quindi, nella costruzione di un nuovo soggetto di sinistra? La strada rimane stretta. Pensare a scorciatoie giovanilistiche o rottamatrici sarebbe insufficiente – con buona pace di una parte di ceto politico affamato di “prime linee”. Certo, la presenza di un leader riconoscibile faciliterebbe la riconoscibilità dell’area in un’opinione pubblica depoliticizzata. Ma ogni leader è portatore di un progetto politico: ed eccoci tornati al nodo irrisolto della costruzione di Sinistra Italiana. Aggregazione sì, ma attorno a quale progetto politico? L’antirenzismo (conditio sine qua non) non è sufficiente, nel momento che quel fronte è affollato da grillini, leghisti, berlusconiani. D’altro canto la linea identitaria, il richiamo ossessivo alla sinistra-Berlinguer-diritticivili non è assolutamente sufficiente in una società che non funziona più con i punti di riferimento novecenteschi.

La sinistra può rinascere solo se si pone come obiettivo la ri-politicizzazione della società: non la politicizzazione ai nostri simboli (quelli seguiranno) o alla nostra storia, ma una politicizzazione del popolo in quanto popolo. In Italia si è creata una divaricazione impressionante di potere e ricchezze fra le èlite e la gente comune: è questa la frattura su cui costruire, agitare, organizzare. Riconquistare consenso.

Ogni altra ipotesi significherebbe per la sinistra politica una condanna alla marginalità.

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