Il voto clientelare non è integrazione

Articolo scritto per TRed.

Le polemiche sul voto “cinese” alle primarie di Milano andranno sicuramente a spegnersi nel giro di qualche ora, così come tutte le polemiche legate alla contingenza. Ma le reazioni alle accuse (spesso sopra le righe) del M5S da parte degli esponenti del Pd dimostrano una concezione piuttosto interessante di come venga concepita l’integrazione dei cittadini stranieri nella democrazia italiana.

A Milano si è verificato un fenomeno che sui famosi “territori” si ripete da anni ad ogni elezione primaria, senza destare grosse polemiche. Un notabile del Pd si accorda con il capo comunità locale di una particolare nazionalità (in questo caso i cinesi) che – in cambio di promesse o anche solo di un rapporto preferenziale – spinge i suoi connazionali ad andare in massa al voto.

I dirigenti del Pd considerano questo meccanismo una dinamica di “integrazione”. E lo è certamente. Ma di chi? Non certo degli stranieri che hanno effettivamente votato, coinvolti solo in forza di una logica clientelare di cui sono spesso le prime vittime (per esempio nel campo del lavoro sfruttato) e completamente all’oscuro del significato politico del proprio voto. Sostanzialmente, non cittadini ma massa da movimentare.

Se si può parlare di un’integrazione, lo si può forse  fare rispetto ai capi comunità (in questo caso del signor Francesco Wu, rappresentante degli imprenditori cinesi di Milano). Ma – anche in questo caso – bisogna ben intendersi di quale integrazione si stia parlando. Non un’integrazione democratica, ma un’integrazione clientelare – d’altro canto perfettamente adatta alla nuova repubblica notabilare sottointesa nel progetto del Partito della Nazione.

Si può essere d’accordo o meno con questo tipo di integrazione. Ma non illudersi (o cercare di illudere nessuno) che quelle centinaia di cinesi che hanno votato ieri a Milano siano il segno di un rafforzamento della democrazia italiana. Perché un’integrazione vera è possibile, ma non passa tramite i capi comunità ed il voto pilotato. E’ possibile – e sta già avvenendo – tramite le lotte per il miglioramento della propria condizione di vita, tramite l’inclusione nelle strutture della società civile. Tramite, insomma, la partecipazione attiva alla vita politica e sociale del nostro paese – di cui il voto informato non è che la conseguenza più naturale.

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P.S. questo non significa che tutto il voto straniero sia sempre frutto di logiche clientelari. D’altro canto, un ragionamento analogo può essere tracciato per le masse di votanti italiani che si recano alle urne seguendo logiche analoghe.

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