A cosa serve vincere un Comune

Articolo scritto per TRed.

La varie anime della sinistra italiana (parlamentare, extraparlamentare, cisgoverntiva, infragovernativa) si preparano alla tornata delle amministrative di quest’anno lambiccandosi fra strategie elettorali e rinnovato ulivismo. Certo, con una legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialista (mortacci sua) non potrebbe essere altrimenti. Ma in questo dibattito si perde qualcosa, e qualcosa di abbastanza centrale: a cosa serve vincere delle elezioni comunali.

La Terza Via all’italiana ha cambiato in modo fondamentale il modo con cui la sinistra si è posta di fronte alla politica municipale. L’esperienza delle “amministrazioni rosse” tanto nel primo Novecento quanto nel secondo Dopoguerra aveva svolto un ruolo fondamentale nel consolidare le conquiste del movimento dei lavoratori. I comuni amministrati dai socialisti e dai comunisti erano la dimostrazione evidente di come delle forze popolari potessero amministrare il potere senza il supporto delle classi dirigenti locali (e – spesso – contro le stesse classi dirigenti locali). Una dimostrazione di autonomia popolare e di autogoverno che strideva non poco con la retorica del “popolo infante” da sempre tipica di liberali e tecnocrati.

Amministrare un comune da sinistra voleva dire proprio questo: dare potere alla gente comune, usarlo per migliorarne le condizioni di vita e per difenderne gli interessi materiali e politici. I consigli comunali (anche delle grandi città) prima e dopo il fascismo erano pieni di operai, artigiani e impiegati anche per questo: a livello locale c’erano delle forze che li rappresentavano e coinvolgevano. La differenza fra una giunta di sinistra e una di destra era quindi ben chiara: il Comune rosso diventava uno strumento di difesa e partecipazione politica dalle gente comune.

Oggi, le forze che si riconducono alla sinistra si dividono in due grandi filoni rispetto al potere comunale. Una parte importante ritiene che la differenza fra destra e sinistra a livello comunale stia nel “buon governo”. I buongovernisti basano la propria visione su due postulati: primo, la sinistra sarebbe più tecnicamente abile (e meno naturalmente corrotta) della destra; secondo, (e qua cito) “a livello locale le differenze politiche non contano”1. Per i buongovernisti le elezioni comunali si limiterebbero insomma ad una questione essenzialmente tecnica.

C’è poi una seconda tendenza, che assegna un ruolo sì politico alla conquista dell’istituzione comunale – ma limitandolo alla difesa dei diritti civili. I civilisti si indignano di fronte alla polemiche xenofobe e omofobe delle giunte di centrodestra. Non solo: ne fanno il motivo ultimo della propria identità politica municipale, quello che li divide dalla destra. Così facendo si chiudono in una dimensione moralistica della politica. Dimensione che certo convince i coinvolti nelle polemiche (comunità minoritarie, per quanto considerevoli) e gli amici del ceto medio progressivo, ma che poco dice a gran parte della popolazione.

Insomma: la sinistra italiana quando parla di politiche municipali parla o con una prospettiva tecnica o con una prospettiva moralistica. La fortuna è stata che la destra si è per anni limitata a fare più o meno la stessa cosa. Le elezioni comunali si sono così spoliticizzate. E con loro l’opinione pubblica locale. L’entrata irruenta della questione profughi (come anche il lento ma costante risorgere del conservatorismo cattolico) ha però cambiato velocemente la situazione. E ora la sinistra si trova a usare argomenti tendenzialmente apolitici di fronte ad una destra che usa argomenti popolari. La battaglia politica si è fatta quindi asimmetrica, e questo non aiuta certo a vincere le elezioni2.

Ecco perché questo 2016 può essere per le sinistre (parlamentari, extraparlamentari, cisgovernative, infragovernative) un anno importante per riflettere su cosa voglia dire conquistare un Comune. Ricordandosi che il motivo per cui è nata è stato proprio quello di incanalare le esigenze, i bisogni e l’autonomia delle classi popolari.

Anche a costo di perdere qualche invito a cena nei salotti buoni o di far storcere il naso a qualche professore di liceo con la passione dei diritti civili.

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  1. Questo argomento ha permesso un sempre maggiore spostamento di potere verso le figure dei sindaci, a scapito dei partiti. Perché le liste civiche – a meno di non rappresentare un’organizzazione politica autonoma – si limitano in gran parte ad essere liste di fedelissimi del Sindaco in carica, a cui sono legati da rapporti di potere o fedeltà.
  2. Qualche segnale in controtendenza sta arrivando soprattutto da Milano e Roma, dove qualche candidato ha ricominciato a parlare di periferie. Che sia per l’influenza delle vittorie delle coalizioni popolari di Madrid e Barcellona, o che sia perché ormai la questione della diseguaglianza non può più essere tenuta fuori dalla porta poco cambia: è comunque una discontinuità profonda rispetto agli ultimi due decenni di vita municipale.
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