Il vicolo cieco del vecchio schema tra ulivisti e identitari

Articolo scritto con Tommaso Nencioni per il manifesto.

Nell’analisi dei ripetuti passi indietro compiuti dalla sinistra del nostro Paese, non si possono certo trascurare le responsabilità di gruppi dirigenti provenienti da una stagione non solo archiviata, ma annegata in un vasto mare di sconfitte l’una all’altra concatenate. In questo contesto viene da chiedersi che senso abbia anche solo ipotizzare la riproposizione idealizzata di un centro-sinistra in salsa ulivista, come se il quadrilatero delimitato da privatizzazioni, guerre umanitarie, destrutturazione del lavoro e infeudamento della sovranità democratica non rappresentasse un consuntivo sufficiente a dichiararne il fallimento. All’interno di quel recinto — sarebbe ormai l’ora di prenderne atto — non solo si è consumato il lento sacrificio della sinistra storica sull’altare della governabilità, ma il Paese intero ha iniziato a subire un’asfissia della quale ora paghiamo intero il conto, al di là dalla retorica del “governo dei migliori” che ha accompagnato per un ventennio quell’esperimento.

Dall’altro lato, l’arroccamento neo-identitario mostra ormai da tempo la corda, nell’impossibilità di riproporre o solo di gestire un blocco storico reduce da trent’anni di sconfitte, ed assottigliato fino all’afasia e l’invisibilità da errori tattici e cambiamenti epocali nelle strutture sociali e nel senso comune.

A ben vedere entrambi questi atteggiamenti — quello della riproposizione, spesso strumentalmente rivolta alla autopreservazione del ceto politico, dello schema ulivista, così come quello della centralità identitaria — si rivelano profondamente inattuali in una società in cui sempre minore impatto hanno sulla vita degli individui e dei lavoratori gli schemi di politicizzazione tipici dei “trenta gloriosi” post-Seconda Guerra Mondiale. I due secoli inaugurati dalla presa della Bastiglia e chiusi dalla caduta del Muro sono stati contraddistinti dall’inedito incontro tra masse e politica. Le esigenze dall’alto di costruzione dello Stato-nazione sono state innervate nelle spinte dal basso della lotta di classe e del socialismo, una miscela formidabile e dagli esiti non scontati. Ma, in assenza di una netta inversione di tendenza, questi due secoli sono destinati a risolversi in una parentesi, di fronte a quella ricaduta nella pre-modernità che largamente ci si prospetta, con la cura dei poveri affidata alle chiese di religioni in conflitto e i progetti di cambiamento appannaggio di isolati e dileggiati utopisti sociali.

Né a rinsaldare il circolo virtuoso può essere invocata – pure questa è la lezione degli ultimi anni – la funzione catartica della “società civile”. L’autonomia del sociale, senza l’egemonia del politico è facile preda dei disegni di disarticolazione innescati dai centri del potere delle élite mercatiste.

Di fronte a questa realtà, la sinistra è afona. Non solo: nella sua confusione, è pure cieca. Non avendo elaborato fino in fondo il lutto della società ad alta politicizzazione (a cui era corrisposto il suo apogeo negli anni ‘70), essa si limita a frammentarsi e ricomporsi su progetti politici che si scontrano con la propria inattualità. Ed è invece proprio dalle sfide del tempo presente che può sorgere una cultura politica unitaria che sia la degna erede del movimento operaio e del multiforme pensiero socialista. Nel tempo della depoliticizzazione di massa, l’unità tanto rincorsa della sinistra non può che scaturire dalla convergenza verso l’obiettivo di ri-politicizzare il popolo: di ridargli un’identità, un’organizzazione, un’autonomia rispetto alle classi dirigenti e alla loro pervasiva ideologia.

La sinistra per come noi la conosciamo trasse la propria origine dalla creazione di spazi (ideologici e fisici) popolari ed alternativi a quelli delle classi dirigenti. Grazie a questo particolare fenomeno già a partire dal Settecento entrò in crisi la società “ad una classe”: in cui cioè i ceti popolari erano talmente subalterni all’ideologia patrizia da esprimere la propria politicità solamente secondo i moduli del paternalismo delle classi dominanti. Le rivolte e le azioni politiche popolari si limitavano quindi a difendere gli spazi concessi dall’alto, senza avanzare proposte e rivendicazioni positive.

In quel tipo di società, «l’insubordinazione dei poveri era un inconveniente, non una minaccia» (E. P. Thompson). Parole che risuonano terribilmente attuali, soprattutto se affiancate ai moti che nell’ultimo decennio hanno infiammato le periferie delle metropoli inglesi e francesi — storicamente anticipatrici delle tendenze continentali. In quelle stesse periferie è oggi massimo il livello di astensione, così come massima è l’incapacità di raccogliere consenso della sinistra politica.

Quell’autonomia dei ceti popolari sviluppatasi negli ultimi due secoli va oggi esaurendosi e restringendosi drammaticamente. L’insoddisfazione verso lo stato delle cose e l’organizzazione sociale viene espressa sempre più nelle forme dell’arrangiarsi apolitico e dello scoppio di rabbia impulsivo e inconcludente. In una società nuovamente “ad una classe”, dove i ceti popolari sono sempre più integrati nell’ideologia delle classi dominanti, il rischio è di limitarsi ad un ruolo di testimonianza moralistica — che poco ha a che fare con i bisogni e le prospettive popolari. Se un’unità può essere trovata, essa non può che fondarsi sulla risposta a questo inedito fenomeno di depoliticizzazione di massa, che mina le stesse radici storiche della sinistra politica.

Senza dei ceti popolari coscienti della propria posizione sociale e politica, non può esistere una sinistra. Allora eccola la premessa da cui ripartire, su cui ritrovare l’unità delle forze intellettuali e sociali che all’ideologia neoliberale imperante non si vogliono piegare: ridare ai ceti popolari identità ed autonomia di fronte a delle classi dirigenti sempre più avide di ricchezza e di potere. In una formula: ricostruire il popolo per ricostruire la sinistra.

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