Ridimensionando le elezioni francesi

Articolo scritto per TRed.

Il dibattito pubblico italiano è scandito da incredibili e inaspettati eventi politici esteri, che ci piombano addosso con la stessa casualità apparente delle calamità naturali. Da essi i nostri commentatori e giornalisti – che spesso di politica estera sanno poco più di niente – sono soliti trarre illuminate e incontrovertibili conclusioni non solo sulla nostra politica interna, ma anche su quella di tutto il continente – fino ad spingersi spesso a discettare sulla natura dell’Occidente stesso e dei suoi valori (sempre inevitabilmente a rischio).

E’ un po’ così che il voto delle regionali francesi si è trasformato in un voto dalla portata simbolica enorme1, che ha ridisegnato l’immagine della politica francese presente nella mente degli italiani. Il problema è – come sempre – che le cose sono un po’ più complesse delle ricostruzioni allarmate di questi giorni. Alcuni aspetti del voto francese sono passati in secondo piano – se non sono stati del tutto ignorati – non incastrandosi perfettamente nella retorica della Francia ormai in preda ad una forma di populismo antieuropeo e xenofobo ormai egemone2. Cerchiamo di elencarli.

1. Il Front National aveva già vinto un’altra competizione elettorale nazionale quest’anno, le dipartimentali di marzo (corrispondenti alle nostre provinciali). In quel contesto il partito di Marine Le Pen aveva ottenuto il 25,2% dei voti al primo turno, non conquistando la qualifica di primo partito solamente perché l’Ump di Sarkozy (oggi Les Républicanes) si era presentato con delle liste che comprendevano formazioni minori. Il risultato di queste regionali – ampiamente prevedibile (e largamente previsto) – non ha che confermato una situazione già consolidata mesi fa. Nessuna novità sorprendente, insomma.

2. Il risultato deve essere rivisto alla luce dell’effettiva partecipazione popolare a questa tornata elettorale. Domenica, si è recato alle urne il 49,9% degli aventi diritto. Il Front National ha ottenuto il 27,7% dei voti espressi. Questi equivalgono a circa il 13,8% del totale degli aventi diritto. Insomma, a votare Le Pen è stato poco più di un elettore su dieci. Le considerazioni sull’egemonia che il partito di estrema destra eserciterebbe sulla società francese vanno considerate alla luce di questo dato: esagerazioni.

3. Nonostante sia certamente vero che il partito della Le Pen intercetti parte importante del voto di quel nuovo “quarto stato” escluso dalla globalizzazione capitalista (definizione calzante di Flavia Perina, che sulla politica estera recupera quell’equilibrio che smarrisce sistematicamente quando tratta di questioni italiane) è altrettanto vero che questo “quarto stato” ha largamente disertato le urne, come d’altro canto la maggioranza dei francesi. Ci sentiamo quindi di rassicurare tutti: i francesi non sono ancora diventati un popolo di xenofobi, razzisti e cripto-fascisti. I ceti popolari – largamente meticci – più che votare Fn, votano astensione.

4. Un ultimo dato emerge dalla lettura dei risultati elettorali: la posizione del Fn sarebbe piuttosto innocua all’interno di un sistema elettorale in cui la rappresentanza avesse la priorità sulla presunta “governabilità”. Domenica la sinistra “plurale” ha raccolto il 35% dei voti, la destra conservatrice il 31%, mentre il Fn si è fermato al 27%. Il problema sta quindi nel sistema elettorale francese a doppio turno, che prevede un premio di maggioranza implicito spaventoso: il Partito Socialista – per capirci – esprime quasi il 50% dei seggi dell’Assemblea Nazionale grazie al 29% dei voti alle elezioni politiche (più o meno lo stesso livello di consenso attuale del Fn). Un sistema ideato per rafforzare il “centro” dello schieramento politico, che ora però rischia di ritorcersi contro i suoi stessi ideatori. Una lezione, questa, che non sembra toccare gli ideatori del nuovo sistema elettorale italiano a doppio turno, che non solo si basa sulla medesima logica di quello francese, ma la potenzia attribuendo il premio di maggioranza a livello nazionale invece che a livello di collegio.

Il voto francese dovrebbe far certamente riflettere. Il pericolo dell’affermazione di un partito di estrema destra (per quanto largamente “normalizzato”) deve sempre mettere in allarme. Ma proprio per questo bisogna evitare generalizzazioni e schematismi che più che spiegare la realtà, la distorcono fino a renderla irriconoscibile. La democrazia europea sta affrontando una sfida di legittimazione – certo – e le proposte liberali in campo (di destra e di sinistra) non sono chiaramente all’altezza. Ma sopravvalutare un pericolo – così come un avversario – è pericoloso tanto quanto sottovalutarlo.

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1. Questo è certamente anche un riverbero della reazione della politica “ufficiale” francese (in particolare quella progressista), completamente stordita da questi risultati.

2. L’utilizzo del concetto di egemonia sul Front National è piuttosto equivoco. In primo luogo – come vedremo – perché l’influenza che esercita il partito della Le Pen sulla società francese è ancora largamente minoritaria; in secondo luogo perché snatura il concetto di egemonia così come elaborato da Gramsci: non una prevalenza di un partito su un altro, ma il dominio (prima di tutto ideologico) di una classe su un’altra. Quello che invece è evidente è come questi “al lupo, al lupo” abbiano una fondamentale funzione di compattare l’elettorato verso i partiti di “sistema”, non solo in Francia, ma in tutta Europa: in questo caso svolgendo sì una funzione egemonica.

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