Il soggetto sociale nella società depoliticizzata: fra popolo e classe

Testo della mia relazione al seminario Popolo, organizzazione, cultura politica. Per rinnovare la sinistra (Roma, 6 novembre 2015) organizzato dalla rivista Pandora.

In una collettanea pubblicata nel 1981 sotto il titolo di Società patrizia, cultura plebea, lo storico E.P. Thompson descrisse i caratteri fondamentali della cultura politica dei ceti popolari inglesi del Settecento. Questi – secondo lo storico britannico – erano immersi all’interno della cultura egemonica delle classi dirigenti del tempo: non vedevano i caratteri del proprio sfruttamento, non riuscivano a ragionare in termini strategici e si limitavano a difendere gli istituti paternalistici che mitigavano la loro misera condizione.

In questo scenario la loro lotta politica si limitava a scoppi improvvisi e inconcludenti, in cui ad assumere un ruolo di primo piano non era il conflitto fra proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori, ma quello fra consumatori e intermediari. Ad essere presi d’assalto – insomma – non erano i castelli dei signori feudali, quanto piuttosto i carri degli esattori delle tasse e le case dei venditori di grani. Per le classi dirigenti del tempo – dice Thompson – «l’insubordinazione dei poveri era un inconveniente; non una minaccia». La società era quindi composta di fatto da un’unica classe cosciente di se stessa (il patriziato) e per questo egemone su delle plebi completamente subalterne al modo di pensare di quest’ultima.

Questa era la politicità dei ceti popolari del Settecento. La domanda che vi e mi voglio porre in questa occasione è: come esprimono la propria politicità i ceti popolari europei del nostro tempo? E’ evidente come – in termini che si sono sicuramente amplificati durante gli anni di crisi – la partecipazione di questi alla vita politica si sia ridotta enormemente. Se non è sufficiente considerare i dati dell’astensione decomposti per posizione sociale, basta guardare a quanti parlamentari e consiglieri regionali siano effettivamente espressione – al di là degli schieramenti politici – dell’esperienza e della vita quotidiana della “gente comune”. Le evanescenti strutture di partito – e in misura minore ma significativa, anche le organizzazioni sindacali – sono ostaggio di militanti espressione di un ceto medio (una volta si sarebbe detto di “una piccola borghesia”) che le rende largamente non rappresentative delle istanze popolari.

Quella in cui viviamo – ed è questa una contraddizione solo apparente – è quindi una democrazia senza popolo, in cui il mantenimento degli istituti rappresentativi si accompagna ad uno svuotamento sostanziale della rappresentanza popolare tanto in termini numerici quanto funzionali. Un sistema politico che – dalla prospettiva popolare – si riduce al polo del cratos, del potere coercitivo esercitato in funzione della posizione sociale e professionale. Un potere in ultima istanza con scarsa (se non nulla) legittimità popolare.

La condizione dei ceti popolari inglesi del Settecento non è certo assimilabile a quella vissuta da quelli attuali, ma presenta alcune singolari analogie. Come le loro omologhe settecentesche, le “nostre” masse popolari non sono sprovviste di politicità, pur essendo in larga parte depoliticizzate: sono certamente capaci di azioni politiche concrete, ma queste sono prive di una strategia che vada al di là della quotidianità e principalmente difensive. Se nel XVIII secolo a suscitare gli la rabbia del mobs era la sistematica violazione del tradizionale assetto economico-sociale da parte di classi dirigenti sempre più sedotte dall’ottica capitalistica, oggi a suscitare simili “fiammate” di mobilitazione sono in modo particolare le violazioni dell’ordine socialdemocratico costituitesi sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Gli istituti di quel peculiare patto sociale fra capitale e lavoro – ormai uno sbiadito ricordo nella prassi del potere europeo – rimangono ancora percepiti come “giusti” nel senso comune: la crescente richiesta di una maggiore distribuzione della ricchezza e del potere rimanda nella mentalità popolare ad un periodo meno iniquo, una sorta di lontana “epoca d’oro” dove i politici e i potenti servivano il popolo invece che taglieggiarlo con tasse e corruzione.

Andando ancora più a fondo, possiamo osservare come l’ottica del consumatore sia ritornata a ricoprire un ruolo primario nella mentalità politica popolare: le grandi jacqueries che nel decennio passato hanno infiammato le periferie londinesi e parigine – da sempre anticipatorie delle tendenze continentali – hanno avuto come unico esito concreto l’appropriazione da parte dei rivoltosi di beni di consumo (oltre a qualche arresto). Così come i contadini che si sentivano defraudati di un loro diritto tradizionale assaltavano i granai e redistribuivano i pani, così il nuovo sottoproletariato urbano ha violato le vetrine dei negozi “simbolo” della modernità capitalista per trarne degli oggetti sentiti come di prima necessità, ma non accessibili economicamente.

In questi giorni ricorre il decennale dei moti di Parigi (a cui fecero seguito, nel 2011, quelli inglesi): sarebbe l’occasione propizia per procedere ad un approfondimento di questi fenomeni. E’ interessante, per esempio, come in entrambi i casi a suscitare i disordini fu l’uccisione di piccoli criminali espressione proprio di quel sottoproletariato urbano ad alto livello di depoliticizzazione. Così come nel Settecento la comunità di paese manifestava (anche violentemente) la propria unità di fronte alle aggressioni esterne, allo stesso modo la banlieue francese è insorta proprio per un atto di simile natura: alla solidarietà di paese del Settecento fa riscontro oggi una solidarietà smaterializzata della periferia?

Al di là dell’interpretazione di questi moti, la depoliticizzazione non corrisponde quindi ad una mancanza di politicità tout cout: essa si manifesta piuttosto in una ricaduta in modalità e mentalità che potremmo definire “prepolitiche”. Le jacqueries che ho citato sono – ovviamente – da considerarsi solo come un caso estremo, indicativo però dei modi in cui le parti più deboli delle società continentali esprimono la propria sfiducia in quella macchina di miti che è l’attuale sistema politico-economico. Se questi scoppi sono puntuali e limitati, alla loro base sta però la stessa mentalità che alimenta fenomeni a più bassa (ma continua) intensità come l’astensione elettorale e la disillusione verso ogni attività politica mirata a ribaltare la propria condizione. Il popolo ha perso la coscienza dei propri interessi e gli strumenti (organizzativi e ideologici) per difendersi dall’ingordigia delle classi dirigenti, ma non ha perso la necessità di esprimere la propria politicità. Essa, semplicemente, si disperde in mille rivoli, alimentando lo stesso cima di rassegnazione sociale che alimenta il fenomeno della depoliticizzazione.

Ma come è possibile portare avanti una politica popolare se quello che chiamiamo popolo non ha coscienza di sé e quindi – in sostanza – non esiste? Una risposta può venire dalla riflessione di Ernesto Laclau sul populismo, la cui genealogia verrà trattata (sicuramente meglio di come potrei far io) da De Vanna nella sua relazione. Premetto: in questo contesto di Laclau non interessa né la prospettiva politica ultima (la democrazia radicale) né i tratti più strettamente ontologici del suo pensiero. Cercherò quindi di costeggiare le polemiche che si sono negli anni accumulate nei confronti della sua riflessione, andando direttamente al punto: che cos’è e come funziona il populismo per Laclau.

In ogni società sono presenti delle istanze sociali a cui il potere politico non riesce a dare risposta: la mancanza di servizi pubblici, il disagio per così dire esistenziale del disoccupato, la volontà di difendere la propria comunità da un’opera pubblica dannosa per l’ambiente e così via. Queste istanze variano ovviamente nel tempo, oltre ad avere una diversa valenza nella vita dei singoli individui (possono, cioè, essere percepite o meno). Pur avendo quindi una natura in primo luogo soggettiva ed individuale, esse hanno la possibilità di legarsi fra loro creando un bisogno sociale diffuso (che Laclau definisce domanda sociali). Se questi bisogni diffusi rimangono senza risposta, essi si trasformano nella materia prima del populismo. Queste domande senza risposta si prestano infatti ad essere legate in un’unica struttura narrativa, che ha la funzione di significante vuoto: la xenofobia – così come la sfiducia verso la casta – possono così unire in sé la rabbia del disoccupato all’insicurezza percepita, il disappunto per la mancanza di servizi pubblici con la resistenza ad una decisione calata dall’alto.

Laclau chiama questi significanti vuoti catene equivalenziali. Esse possono essere concetti, ma anche persone: l’esempio classico (ed in un certo senso limite) è quello di Peron – al quale in un frangente storico ben preciso si richiamavano contemporaneamente tanto le borghesie urbane argentine quanto i gruppi di giovani guerriglieri marxisti rintanati sulle Ande. Fenomeni simili vengono però individuati anche nell’azione politica del Pci togliattiano così come in quella della Lega Nord di Umberto Bossi. Il populismo consiste quindi per Laclau nella costruzione discorsiva di queste catene equivalenziali: una volta messe in campo, esse creano identità fra persone che vivono esperienze quotidiane diverse fra di loro: sono generatrici, in sostanza, di popoli.

Questa operazione di costruzione del politico – come risulta evidente dagli esempi pratici citati – non ha un colore politico predefinito, ma può essere utilizzata tanto in senso progressivo quanto conservatore. La destra europea (tanto nella sua versione liberale e moderata à la Cameron quanto in quella reazionaria e xenofoba stile Le Pen) non ha avuto bisogno di un Laclau per perseguire operazioni di questo tipo e conquistare un certo consenso – per quanto residuale – nei ceti popolari. Il campo della sinistra – largamente inteso nelle sue multiformi manifestazioni – ha invece largamente tardato tanto nel prendere atto delle conseguenze della depoliticizzazione di massa di cui parlavamo prima, quanto nel cercare di creare partecipazione ed egemonia tramite processi populisti.

L’errore fondamentale della sinistra nel suo complesso (nelle sue forme socialdemocratiche come in quelle più radicali) è stato quello di continuare ad applicare in un periodo di crescente depoliticizzazione categorie ed interpretazioni sviluppate durante un periodo di altissima politicizzazione della società. In questo modo la realtà si è progressivamente allontanata dalla visione che avevamo di essa, con gli esiti drammatici che abbiamo sotto gli occhi. In questo hanno pesato certamente altri fattori – fra cui un’impostazione intellettualistica e moralista della battaglia politica -, ma ciò non toglie che la sinistra italiana sia giunta all’appuntamento della storia largamente attardata nei suoi strumenti di interpretazione della realtà.

Ad essere oggetto degli studi di Thompson fu però anche un altro fenomeno oltre quello già visto della politicità dei ceti popolari settecenteschi: in Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (traduzione decisamente riduttiva di The making of the english working class) – testo forse meno interessante dal punto di vista teorico del precedente, ma di cui è ancora palpabile il portato di innovazione storiografica – ad assurgere a protagonista era il processo di formazione identitario e organizzativo dei ceti popolari inglesi fra il 1780 e il 1830. Questi – complice la crisi dell’egemonia patrizia seguita alla fine degli istituti paternalistici – nel volgere di cinque decenni acquistarono coscienza, pensiero, strategie e strumenti di azione politica. Passarono cioè dall’essere plebi all’essere classe: un cambiamento epocale, avvenuto grazie alla saldatura fra intellettuali radicali e ceti popolari.

Pur con le dovute differenze, il nostro compito è dare l’avvio ad un simile processo. Le masse popolari rimangono l’unico soggetto potenziale di cambiamento progressista presente nella nostra società. A noi sta il compito – certo ambizioso – di ridargli strumenti di pensiero ed azione: perché esse passino dalla disaffezione rassegnata all’azione politica, dall’essere oggetti di processi politici decisi da élite sempre più strette ad emergere come classe coesa e solidale che possa aspirare al governo della società.

I nostri tempi depoliticizzati richiedono però uno sforzo creativo da parte nostra. La coscienza dei ritardi accumulati nell’analisi della realtà – ed in particolare in quella dei meccanismi attuali di creazione di consenso ed egemonia – può essere scoraggiante, ma rende ogni giorno più impellente la necessità di affrontare in modo originale la nostra crisi. L’analisi di Laclau può rivelarsi in questo senso feconda se utilizzata come strumento per la formazione di una nuova coscienza di classe. Ricreare il popolo non significa abbandonare una visione di classe: significa, al contrario, cercare di attualizzare il movimento socialista tramite un innesto populista.

Con la piena coscienza dell’insufficienza del solo pensiero e della riflessione teorica, il nostro primo compito dev’essere quindi quello di lavorare per la ricostruzione di un soggetto sociale portatore di cambiamento – autonomo tanto intellettualmente quanto socialmente dalle classi dirigenti. Anzi: ad esse contrapposto perché ad esse egemonicamente alternativo.

Ripoliticizzare il popolo, ridare un’identità sociale alle masse: la rinascita della sinistra oggi all’ordine del giorno non può che passare per questa via.

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