Classe ‘74: affinità e divergenze fra Alexis Tsipras e Matteo Orfini

Articolo scritto per TRed.

Domenica 20 settembre, Alexis Tsipras ha vinto per la terza volta in un anno una competizione elettorale nel suo paese, dedicando il proprio successo alle “classi lavoratrici” greche. Sabato 19 settembre, Matteo Orfini – commentando la vicenda Colosseoha spiegato come sarebbe meglio se i lavoratori non ricorressero a “forme di lotta” estreme come la convocazione autorizzata di assemblee sindacali per discutere dei propri problemi. Nel pomeriggio, il Governo da lui convintamente sostenuto ha approvato un decreto di urgenza per limitare i diritti sindacali dei lavoratori della cultura (da mesi – guarda caso – sull’orlo della mobilitazione sindacale).

Eppure Tsipras e Orfini hanno molte più cose in comune di quelle che si potrebbe pensare. Non sono solo coetanei (nati a qualche settimana di distanza nel 1974), ma condividono lo stesso retroterra politico-culturale. Entrambi sono cresciuti negli anni ’90 in un ambiente post-comunista, all’indomani dell’incredibile shock psicologico della caduta dell’Unione Sovietica. Entrambi si sono formati umanamente ed intellettualmente all’interno di strutture di partito. Entrambi sono legati sentimentalmente all’esperienza del comunismo europeo-occidentale.

Ma Tsipras e Orfini rappresentano due evoluzioni molto diverse di quell’eurocomunismo teorizzato da Berlinguer e Marchais più o meno all’altezza dei loro primi vagiti. Il primo ne rappresenta un’evoluzione radicale e vincente. Il secondo una moderata e perdente.

Certo, non esistono culture politiche che non evolvano e mutino. Ed è per questo che ci si augura che Orfini – e il notevole gruppo dirigente che lo segue – possa imparare dal “cugino” Tsipras la distanza che separa il realismo togliattiano dal cinismo dalemiano. E a ricordarsi poi che nella tradizione a cui ora “ironicamente” si richiama l’esercizio del potere era considerato non come uno strumento di affermazione personale o un gioco di abilità, ma come uno strumento di partecipazione ed emancipazione popolare.

Che, insomma, impari che la vittoria non passa né per la subalternità né per il politicismo, ma abbia invece come presupposti inevitabili tanto l’orgogliosa e radicale rivendicazione delle proprie idee quanto il legame (reale, non solamente verbale) cogli interessi popolari.

Annunci

I commenti sono chiusi.