Fuori dal Pd. Nel mare aperto di un nuovo progetto

Riporto qui integralmente il documento Fuori dal Pd. Nel mare aperto di un nuovo progetto in cui si spiegano le motivazioni della uscita dal Partito Democratico mia e di alcuni compagni della Provincia di Vicenza.

Premesse
Dopo una lunga, approfondita e dolorosa riflessione abbiamo valutato che il nostro percorso all’interno del Partito Democratico sia definitivamente concluso. Lasciamo – in quel partito – tanti amici e compagni con cui abbiamo condiviso anni di convinta militanza, passione politica e civile, attività di base e impegni di governo. Siamo peraltro certi che in nulla verranno scalfite le relazioni di amicizia e gli affetti profondi che attengono a consolidati amicali. Del resto i Partiti non sono entità teleologiche (anche se, disgraziatamente, possono diventarlo), ma meri strumenti per rappresentare interessi e concretizzare ideali, soggetti quindi all’usura, alla degenerazione e alla consunzione. Dovunque si militi è essenziale mantenere il sentimento profondo del primato della persona umana e della sua dignità: in questo senso la nostra scelta deve essere vissuta da tutti non come un evento traumatico, ma come un momento di arricchimento complessivo della società vicentina, un contributo a quel processo di emancipazione delle persone e del popolo in cui sta il senso vero della Storia e dell’azione politica.

Il cambiamento genetico del Pd diventato l’ultima incarnazione del moderatismo italiano
Il Pd era nato per unire tutte le culture progressiste della tradizione politica italiana fondendole e armonizzandole nel convincimento profondo che ognuna di queste fosse portatrice di una peculiarità tale da creare una proposta innovativa per il Paese. Ma in questo ultimo anno e mezzo è stata scientemente pianificata una strategia di liquidazione del Pd per come l’avevamo pensato, costruito e anche amato cambiandone il dna e trasformandolo in una “cosa” del tutto diversa dalle originarie ambizioni e ragioni. Gli ingredienti di questa mutazione genetica sono molteplici:
• la concentrazione del potere nella figura del “Segretario-Presidente del Consiglio” a cui tutto si delega e che è delitto contestare;
• la mutazione del Pd da partito di tutte le famiglie progressiste italiane in “Partito pigliatutto” e in “Partito della Nazione” in cui i ceti dominanti e privilegiati hanno fatto sporadiche incursioni prima, hanno esercitato un penetrante condizionamento poi e infine hanno realizzato un completo assoggettamento;
• le continue violenze verbali, forzature e irrisioni nei confronti di chi dissente da questa strategia;
• la creazione di piccole, mediocri, meschine consorterie di potere la cui unica virtù è la fedeltà al Capo, l’Uomo Nuovo portatore del Verbo;
• la perdita di ogni principio di criticità e di ogni senso dialettico nel timore dell’emarginazione;
• la fagocitazione del Centro prima e la disinvoltura con cui in molte realtà territoriali si è accettato, lusingato, cercato l’elettorato di destra e ahimè – anche i ceti dirigenti della Destra,
• l’opera di “disintermediazione” cioè di destrutturazione dei corpi intermedi considerati non tanto attori della coesione sociale quanto quali ostacolo ad una pericolosa operazione plebiscitaria che da spazio alla società liquida e molecolare ed esalta gli individualismi.
Ebbene tutte questi accadimenti ci fanno dire che il Pd – tradendo sé stesso – è diventato l’ultima incarnazione del moderatismo italiano. Come tale non può più essere il partito in cui militiamo.

Le tappe della reformatio in pejus: il Jobs Act, l’Italicum, lo Sblocca Italia, la c.d. riforma della scuola
Il nemico in questi ultimi anni è stata esplicitamente la Sinistra, i suoi valori fondanti, le sue organizzazioni, il suoi gruppi dirigenti. Complice la disintegrazione della rappresentanza politica del Centro-Destra italiano si è volutamente perseguito la strategia di rottamare tutto e tutti in una furia iconoclasta demolitrice di persone, princìpi, ideali, luoghi di rappresentanza, simboli, narrazioni etiche all’insegna della sostituzione del conflitto Destra/Sinistra con il conflitto Nuovo/Vecchio in cui il Vecchio stava sempre a Sinistra e il Nuovo è andato costruendosi inseguendo gli interessi dell’elettorato di destra. Il che ha determinato certamente alcune vittorie elettorali, ma ha anche prodotto disaffezione e delusione nelle fasce elettorali più attente ai contenuti delle politiche e meno permeabili alla seduzione degli annunci, ai ricatti emozionali e alla superficialità degli approcci. La curvatura neo-moderata del Pd a guida totalitaria si è evidenziata marcatamente su quattro questioni:
1. Il Jobs Act ha alterato in maniera inaccettabile lo Statuto dei Lavoratori: l’eliminazione della garanzia del reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo è stato di fatto un regalo a Confindustria che nessun governo di Destra aveva mai osato fare; la libertà di licenziamento rappresenta uno sfregio allo spirito della nostra Carta Costituzionale che considera il lavoro come un diritto. Per avviare un circuito virtuoso di aumento della nostra base occupazionale è necessario il varo di un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile da finanziare attraverso un’imposta sulle grandi ricchezze finanziarie (che è mancato). Ma di patrimoniali non c’è traccia. Come non c’è traccia di politiche severe di contrasto dell’evasione fiscale
2. L’Italicum ha rappresentato uno sfregio istituzionale in primo luogo perché su una “legge di sistema” non si è cercata un’ampia convergenza parlamentare e in secondo luogo perché è stata approvata tramite l’irrituale ricorso alla fiducia e con la sola maggioranza di un Parlamento eletto proprio sulla base del Porcellum dichiarato incostituzionale in quanto espressione di un iniquo meccanismo di rappresentanza. Ma la soluzione trovata – i capilista bloccati – allontana gli eletti dagli elettori. La trasposizione sul livello nazionale del sistema elettorale comunale – che a livello locale ha assegnato ai sindaci poteri quasi podestarili – è un grave errore: non garantirà la governabilità e comprimerà in modo inaccettabile la rappresentanza del voto popolare. Si è voluta fare una legge pienamente inserita in quell’ottica plebiscitaria, dirigistica e esecutivistica su cui è imperniata l’attuale stagione politica. E le contraddizioni di competenze e la vacuità di ruolo del nuovo Senato peggiorano l’architettura istituzionale complessiva.
3. Lo “Sblocca Italia” con le sue scelte dissennate a favore delle trivellazioni, della deregulation per il consumo del suolo e delle facili concessioni per Autostrade contiene un modello energetico vecchio, superato, privo di lungimiranza, accentratore, scarsamente attento ai diritti delle future generazioni, frutto di una politica scarsamente inclusiva e non rispettosa della sostenibilità ambientale, tanto è vero che le associazioni ambientaliste hanno denunciato non esserci mai stato nella storia della Repubblica un provvedimento così aggressivo nei confronti dell’ambiente.
4. La riforma della scuola, o pseudo tale, sta trasformando la prima agenzia educativa del Paese in una azienda qualsiasi, concentrando potere e discrezionalità nella sola figura del Dirigente scolastico. Una riforma che tocca poco le necessità formative degli studenti; una riforma che non ha visto coinvolti fattivamente, in fase di elaborazione, gli operatori del settore. Non può essere accettata una riforma che di fatto crea disuguaglianze sociali profonde fra il nord e il sud, fra zone più o meno ricche persino nella stessa città, perché è quello che accadrà delegando al privato l’onere del sostegno economico della scuola. Una riforma andava fatta, ma coinvolgendo nel processo elaborativo chi la scuola la fa e la vive, e fondata su un aumento dell’obbligo scolastico, sulla stabilizzazione in numero sufficiente dei precari e sulla centralità degli studenti e dei loro bisogni formativi.
Ci si chiede: ove stanno i valori della Sinistra in queste quattro fondamentali aspetti che riguardano momenti fondanti del vivere civile quali il lavoro, le istituzioni, l’ambiente e la scuola?

In mare aperto per una Sinistra del Terzo millennio
La crisi economica più grave del secolo ha prodotto un impoverimento generalizzato, ha arrestato crescita e sviluppo, ha attuato una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto. Si è sgretolato il paradigma neoliberista fondato sull’assioma di un mercato operante al di fuori dell’intervento regolatore dei pubblici poteri e sul restringimento continuo del ruolo della politica, sulla forza magicamente risolutiva della finanza e sulla compressione dei diritti dei lavoratori. Il superamento del feticcio del liberismo assoluto apre la strada ad una nuova “narrazione” fondata sulla critica radicale del capitalismo finanziario.
Si apre una fase storica in cui il discorso pubblico deve sempre più fondarsi sulla giustizia sociale e l’uguaglianza; non solo uguaglianza delle opportunità, ma uguaglianza sostanziale in termini di diritti sociali, redistribuzione delle risorse e dei redditi perché non basta eguagliare i punti di partenza, ma è necessario – come scolpisce la nostra Costituzione – “rimuovere gli ostacoli” che impediscono nei fatti il pieno dispiegarsi della personalità. E’ necessario dare una rappresentanza a chi è colpito dalla crisi: disoccupati, percettori di bassi redditi, precari, imprenditori strozzati dalle restrizioni creditizie e dalla rapacità delle banche. Il conflitto capitale/lavoro è in parte superato: oggi il discrimine Destra/Sinistra si articola anche lungo la faglia Alto/Basso ed Elite/Popolo.
L’austerity imposta dalle gerarchie europee deve essere sottoposta ad una critica radicale – come hanno fatto nuove e significative esperienze politiche del Sud Europa – e debbono essere varate politiche economiche, monetarie e fiscali orientate allo sviluppo, agli investimenti e allo stimolo della domanda nell’ottica di un’Europa unita politicamente (il sogno degli Stati Uniti d’Europa), ma con decisori legittimati dai popoli e non autodesignati. L’orizzonte di una società più equa ed inclusiva e quindi multietnica, multiculturale e multireligiosa, l’estensione dei diritti civili e la centralità dell’ambiente completano gli architravi progettuali di una Sinistra 3.0, una Sinistra del Terzo Millennio, moderna, giovane, attiva con modalità partecipative e decisionali del tutto innovative. Noi ci crediamo e daremo una mano. C’è bellezza in questo percorso e noi siamo determinati – come dice Tennyson nel suo Ulisse – “forti nella volontà di combattere, cercare, trovare e di non cedere”.

Matteo Cocco, Stefano Poggi, Gigi Poletto, Keren Ponzo, Angelo Turato, Gino Zanni

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