Recensione: “Mare Mostrum” di Alessio Mannino

Articolo scritto per Pandora – rivista di teoria e politica.

Alessio Mannino, Mare Mostrum. Immigrazione: bugie e tabù, Arianna Editrice, Cesena 2014, 96 pg., 9,80€

L’emergere (utilissimo ai ceti dirigenti) di una nuova destra che fa della xenofobia il suo punto qualificante dovrebbe spingerci ad interrogarci con più profondità sul tema dell’immigrazione e del modello di società multiculturale che prospettiamo. Il libro di Mannino è un’ottima occasione: non perché si basi su presupposti simili ai nostri, quanto piuttosto perché – affrontando il tema da una posizione inconsueta – impedisce di cadere in accettazioni o condanne totali e pregiudiziali.

Ma partiamo dal principio. L’agile pamphlet, pubblicato nel 2014 da Arianna Editrice, non è un’inchiesta (come si potrebbe dedurre dal titolo) e neanche un saggio politico. In qualche modo, è entrambe le cose. Basandosi su una letteratura giornalistica e filosofico-politica, l’autore alterna vividi affreschi della condizione “proletaria” degli immigrati in Italia a considerazioni di natura più schiettamente politica.

Uso il termine proletario intenzionalmente, uniformandomi al lessico di Mannino. In effetti, è difficile usare un termine diverso dopo la carrellata di “casi umani” che l’autore snocciola nel primo capitolo.  All’origine di questo nuovo proletariato, secondo l’autore, sta la globalizzazione – un «processo multisecolare» la cui caratteristica principale risiederebbe nell’«abbattimento dei confini che impediscono a beni, prodotti, capitali e uomini di circolare a proprio profitto»1.

In questo scenario (cerco qui di sintetizzare l’analisi di Mannino) l’immigrato è da una parte oggetto della volontà del capitale, che ne provoca gli spostamenti al fine di abbassare il costo del lavoro e creare un nuovo «esercito industriale di riserva»; dall’altra parte è soggetto di un’auto-illusione, che lo porta a cercare il benessere materiale nell’Occidente al prezzo di perdere la propria identità.

E’ convinzione dell’autore infatti che lo sradicamento dalla propria «patria» porti, sul medio periodo, inevitabilmente alla perdita della propria identità etnica. Non una cosa granché positiva, a parere di Mannino, che descrive lo stato delle società occidentali (e in particolare di quella italiana) in termini per niente lusinghieri: società stanche e debosciate, piegate dall’«alienante cultura del profitto e del consumo»2.

A questo punto arriva naturale e coerente l’attacco ai difensori della «mescolanza» e dell’«immigrazionismo astratto» (personificati dal presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini), secondo cui «l’immigrato ci è utile perché aggiunge alla nostra la sua cultura di provenienza, [… ed è quindi] apripista del radioso avvenire»3. La verità sta, per l’autore, all’esatto opposto: i fenomeni di migrazione contribuiscono piuttosto all’appiattimento delle differenze in una sorta di cultura unica post-identitaria, utile solamente alle logiche consumistiche («il meticciato»).

A questo punto Mannino – menati fendenti a destra e (soprattutto) a manca – non si sottrae al doveroso tentativo di abbozzare un modello alternativo. Arriviamo quindi al nucleo se vogliamo più ideologico del pamphlet: è il cosiddetto “differenzialismo”, una «società di comunità» basata sulla coesistenza di diversi diritti etnici, simile al sistema medievale degli stati – di cui l’autore (da inguaribile antimodernista) si dichiara ammiratore. In questo sistema comunitarista Mannino sostiene che i vari popoli potrebbero conservare i propri sistemi di valore e le proprie identità.

Se questo è l’orizzonte ideologico, sul breve periodo la proposta è più concreta: da una parte ius solis per i nati di seconda generazione e piena cittadinanza (senza fasi intermedie stile “consigli degli immigrati”) abbassata a cinque anni di residenza per le prime generazioni; dall’altra istituzione di severe quote di immigrazione in termini numerici e geografici: sarebbe conveniente, per l’autore, favorire alcuni popoli rispetto ad altri in funzione di principi di affinità culturale e convenienza geopolitica.

A questo punto avrete capito perché ho definito “inconsuete” queste posizioni: non è usuale avere a che fare con un pensiero che è contemporaneamente anticapitalista (al punto di essere tout court antimodernista) e, al tempo stesso, molto interessato alle identità etniche4. Se la prima caratteristica ci avvicina in qualche modo a Mannino, la seconda ci trova piuttosto distanti.

L’uso che fa l’autore della categoria di “popolo” ci lascia infatti piuttosto tiepidi per la sua astrattezza: le identità etniche non sono dati stabili nella storia e esistono solo in funzione di una logica, appunto, differenziale. In altri termini: le identità etniche sorgono e deperiscono solo in funzione dei rapporti con analoghe e contrapposte identità etniche. Non ci persuade, poi, l’idea né della repentina assimilazione degli immigrati nella cultura consumistica, né la visione catastrofistica che l’autore ha delle società occidentali. L’identità etnica degli individui e dei gruppi non è un dato: viene rielaborata ogni giorno ed è sottoposta a mutamenti, contraddizioni, modifiche; muterebbe, insomma, in ogni caso. Anche se i “popoli” non si spostassero.

L’impostazione dell’autore schiaccia inoltre l’identità degli individui esclusivamente sul dato etnico, tralasciando quello sub-culturale e, soprattutto, sociale. La proposta di società delle comunità lascia infine inevaso il tema di quello che Mannino ritiene la causa ultima del fenomeno: senza aver superato la globalizzazione capitalista non si capisce come un’organizzazione istituzionale (anche se “etica”, in qualche modo) alternativa a quella attuale potrebbe evitare un analogo processo di assimilazione prospettato da Mannino.

Nondimeno, questo libro ha la funzione di porre l’attenzione sulla vastità del problema e soprattutto sull’inadeguatezza delle risposte date dalla sinistra europea degli ultimi vent’anni. In particolare, è necessaria una forte presa di coscienza sulla nostra impreparazione rispetto al modello di società multiculturale ormai in essere in tutta Europa. Certo, questa lacuna ha origini storiche: il pensiero socialista continentale è nato e cresciuto all’interno di progetti nazionali omogenei, in contemporanea alla formazione di stati-nazione che proprio sull’omogeneità etnica hanno basato la propria esistenza.

Avendo però a che fare ad un ritorno a delle società in cui convivono identità etniche diverse sarebbe inadeguato prospettare una soluzione in cui le nuove nazioni dei territori europei assumano la nostra storia e i nostri valori5. Una soluzione è quella prospettata da Mannino. Un’altra – per alcuni versi simile – potrebbe venire da quella tratteggiata (pur in una situazione piuttosto differente) dal segretario del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) Abdullah Öcalan.

Si tratta di quel “confederalismo democratico”6 nel nome del quale i curdi-siriani hanno vittoriosamente difeso la città di Kobane contro le milizie dello Stato Islamico. Un modello in cui al forte decentramento dei poteri si coniuga il rispetto per le diverse identità etniche e il rifiuto della logica che appiattisce l’umano al dato economico. Il tutto in un modello istituzione che prevede il rifiuto del nesso fra nazionale e Stato.

Tornando a noi, il pregio maggiore del libro di Mannino è quello di rivelare nitidamente come siano inadeguate le due risposte tradizionali del rifiuto xenofobo e – simmetricamente – del “buonismo”7. Si può non condividere la verve polemica e parte dell’impostazione generale, ma il suo valore sta proprio nel presentare il problema in un’ottica che esce dai tradizionali e inadeguati schemi interpretativi. Un metodo che saremo costretti ad usare anche noi, se vogliamo veramente cercare di ricostruire un pensiero socialista popolare e democratico.

—- ★ —-

1. Pg. 10.

2. Pg. 53.

3. Ibidem.

4. Per associazione, mi vengono in mente due esempi molto diversi fra loro: una posizione radical-conservatrice (di cui, nella seconda metà del Novecento si sono fatti paladini soprattutto i gruppi neo-fascisti); e una posizione socialdemocratica conservatrice come quella del Blue Labour inglese, movimento che da qualche anno propone con moderato successo il ritorno alle comunità, la chiusura dell’immigrazione e il rifiuto della logica neoliberale (cfr. il loro manifesto The Labour Tradition and the Politics of Paradox, Oxford London Seminars, London 2001).

5. Il fallimento del modello di integrazione francese sta lì a testimoniarlo.

6. Cfr. Abdullah Ocalan, Democratic Confederalism, International Initiative Edition, Cologne 2011. Anche in versione francese e spagnola.

7. Categoria d’altro canto tipicamente borghese.

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