Senza popolo, niente democrazia

Articolo scritto per TRed.

Il dato dell’affluenza in Emilia Romagna (37,6%) e Calabria (44%) dovrebbe far evitare inutili trionfalismi a chiunque (purtroppo, non lo fa). Del significato di una democrazia senza popolo si potrebbe parlare a lungo. II demos che dovrebbe esercitare il potere ha una duplice facciata: è “popolo” inteso come la collettività onnicomprensiva dei cittadini, ma è anche – contemporaneamente – il “popolo” inteso in contrapposizione con le élite economiche e politiche. E’ la massa di quegli individui che vive del proprio lavoro e non del lavoro altrui. E’, in sostanza, la classe lavoratrice (chiamiamola working class, se l’inglesismo fa meno paura).

In entrambe le accezioni, un paese in cui il “popolo” non partecipa all’esercizio del potere non si può definire una democrazia. Senza demos, niente democrazia. E se il dato dell’affluenza rappresenta una certificazione della non partecipazione di gran parte dei cittadini alla gestione del potere, lo stesso rappresenta nitidamente anche la diserzione e la sfiducia dei lavoratori per questa democrazia. Fanno notizia le periferie delle grandi città, ma non serve andare a Tor Sapienza per palpare l’umore della classe lavoratrice italiana. Basta parlare con un lavoratore.

Sarebbe però sbagliato pensare che negli italiani si sia spenta la fiaccola della volontà di partecipazione politica. Lasciamo questo giudizio a qualche incipriato liberale, contento di una politica finalmente libera dall’influenza del “popolo bue”. I lavoratori e le lavoratrici sono stati scientificamente allontanati dalla politica “istituzionale”, ma la loro carica di politicità, la loro voglia di incidere sul proprio destino e su quello collettivo, non si è spenta.

Certo: la politica “istituzionale” è ormai prerogativa quasi esclusiva di una classe privilegiata (economicamente e socialmente) di tecnici e notabili. L’operazione, per le classi dirigenti, potrebbe sembrare compiuta. E invece, proprio nel momento in cui sembra che “finalmente” il popolo abbia restituito il potere alle élite, ecco che il popolo si rende conto della truffa. E inizia, in mille forme diverse, a reclamare ciò che è suo.

Siamo contenti di questa situazione? No. Certo che no. Ci rendiamo conto che l’esito di questo processo potrebbe essere disastroso. Ma questo è il tempo in cui viviamo. E se vogliamo fare politica dalla parte di quel popolo sfiduciato e lontano dal potere di cui ci riempiamo la bocca, beh, dobbiamo renderci conto della gravità della situazione.

Il nostro è un tempo di transizione, in cui a grandi incertezze corrispondono grandi possibilità. Possibilità di riconsegnare il potere al popolo, di far progredire i diritti sociali e politici, di avanzare verso una società di cittadini liberi e uguali dove la cooperazione e la solidarietà trionfino sull’ingordigia e l’avarizia dei potenti.

Le condizioni sono poste. Questo è il tempo dell’azione.

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P.S. avremmo voluto scrivere qualcosa sul fatto che il cambiamento della struttura istituzionale italiana iniziato negli anni ‘90 è stato uno dei più efficaci strumenti di “allontanamento” del popolo dalla politica. La scelta di leggi elettorali imperniate sulla scelta del capo dell’esecutivo invece che sulla scelta del proprio rappresentante nelle assemblee legislative ha sul lungo periodo insterilito le differenze politiche. Ad ogni livello (comunale, regionale e nazionale) l’inevitabile spinta verso il centro del maggioritario di coalizione ha reso impercepibili le differenze politiche fra schieramenti e culture politiche. Questo non ha aiutato. Ci ritorneremo.

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