Sinistra Pd: molte fazioni, nessuna identità

Articolo scritto per TRed.

Dopo le dimissioni di Stefano Fassina c’è un certo fermento in quella parte del Pd che non si vuole (o non riesce a farsi) assimilare dalla proposta liberale di Matteo Renzi.

La posta in gioco è quel 18% ottenuto da Gianni Cuperlo alle primarie (che diventa un rispettabile 39,5% fra gli iscritti). Una minoranza corposa, che ha bisogno di essere rappresentata – anche per evitare quella “scissione silenziosa” da molti paventata1.

La nostra impressione è però che tutte le proposte attualmente in campo per “riempire” la Sinistra Pd condividano lo stesso deficit di partenza: nessuna di esse riesce a definirsi con chiarezza.

Esattamente, qual è la nostra proposta sul lungo-medio termine? Qual è la nostra identità? Qual è la nostra visione del mondo e, in fin dei conti, la nostra impostazione ideologica?

Perché la destra del Pd, quella che ha sfondato alle primarie, queste cose ce le ha ben chiare in testa. E questo crea un’asimmetria che certo non favorisce i progetti alternativi a quello liberale – che nel Pd si presenta differenziato in due proposte solo superficialmente contrapposte: quella lettiana e quella renziana.

Ora. Se a questo sommiamo il fatto che moltissimi dei quadri intermedi che hanno sostenuto Cuperlo non hanno ben chiaro cosa li differenzi, nella pratica comune quanto nell’impostazione ideologica, dai renziani e dai lettiani2 (che in questa confusione tornano anacronisticamente ad essere “i democristiani”, contro “noi comunisti”), si capisce perché la Sinistra Pd abbia tale difficoltà a fare proselitismo dentro e fuori dal Partito.

Siamo “progressisti”? Siamo “di sinistra”? Anche i renziani dicono di esserlo – e hanno tutto il diritto di farlo, trattandosi di definizioni più che generiche.

C’è bisogno di dare un nome, una definizione e una forma coerente a tutto questo fermento. Senza non potremo sorprenderci di non essere capiti.

E noi questo nome, questa definizione e questa forma coerente vorremmo fosse “socialismo”. Una parola bandita dal discorso pubblico, schiacciata al malandatissimo socialismo europeo3. Una parola però con una forza evocativa, un significato e una storia che non possono essere cancellati. Anzi: possono essere riempiti di nuovo significato, possono essere riabilitati con l’azione e il pensiero di una generazione di nuovi socialisti, eredi delle lotte delle grandi culture politiche del movimento operaio.

Possiamo rimandare quanto vogliamo questo tema, come abbiamo fatto negli ultimi 5 anni, ma prima o poi dovremo affrontarlo. E’ tempo di ricominciare ad essere orgogliosi delle nostre idee; perché continuando a nasconderci nella paura di apparire “minoritari” (e lo siamo, cari compagni, lo siamo) il nostro destino non è quello di risorgere, ma quello di estinguerci, più o meno lentamente.

E noi, francamente, non ci stiamo.

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1. “Scissione silenziosa” che, a nostro parere, è un fenomeno più che decennale: si sente particolarmente adesso perché la massa in scissione si è praticamente esaurita.

2. Rimandiamo a riguardo alle considerazioni dello scienziato politico olandese Cas Muddle sullo stato delle socialdemocrazie europee, in particolare: “Io non sono molto ottimista circa le possibilità per gli attuali partiti socialdemocratici di riuscire nel processo di ringiovanimento della socialdemocrazia stessa. Prima di tutto perché trent’anni di Terza Via se non hanno avuto conseguenze elettorali, certo hanno avuto conseguenze nella vita dei partiti interessati. Nel senso che molti degli attuali quadri socialdemocratici hanno conosciuto solo la Terza Via e la seguono convintamente. In secondo luogo i partiti socialdemocratici sono diventati partiti di potere e pensano soprattutto alle poltrone. Un riorientamento verso i valori socialdemocratici avrà tempi lunghi, ma conseguenze a breve (tipo sconfitte elettorali e resistenze politiche).

3. Socialismo europeo che a breve non potrà comunque più essere un campo di battaglia, visto che il Pd renziano aderirà in pompa magna al nuovo Partito dei Socialisti e dei Democratici Europei al congresso di marzo. In ogni caso, il fatto che l’adesione al Pse sia stata, negli ultimi anni, il nostro principale argomento è significativo, visto come sta messo il socialismo europeo (cioè quasi peggio di noi). Rimandiamo a riguardo, oltre all’articolo della nota 2, a questo articolo di Tommaso Nencioni per il Manifesto.

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