Il tempo dell’azione. (ovvero “dei Forconi e di noi”)

Articolo scritto per TRed.

Siamo al settimo giorno di protesta dei forconi, e tutto fa pensare questo movimento sia ancora lontano dalla smobilitazione1. Per ora la sinistra si è divisa fra (giuste) denunce di infiltrazioni della destra estrema, (giuste) denunce ai modi violenti dei manifestanti, (giuste) analisi della composizione sociale.

Ora però dobbiamo fare un passo in avanti, passare dall’analisi all’azione. Se c’è una cosa che ci preoccupa dei forconi è che stanno riuscendo a fare quello che noi (vuoi per subalternità, vuoi per pigrizia, vuoi per impreparazione) non siamo riusciti a fare: stanno incanalando la tensione sociale in una narrazione politica, gli stanno dando parole d’ordine, la stanno orientando.

In sintesi, stanno facendo quello che la sinistra ha sempre fatto: mobilitare, organizzare e guidare il dissenso sociale. Solo che lo stanno facendo su un programma e su una piattaforma che di sinistra non è. Sappiamo bene, ne siamo convinti, che il problema dell’Italia non è lo Stato, non sono i partiti, non sono i sindacati2. Il problema dell’Italia è che in ogni comunità si annida una diseguaglianza sociale insostenibile, con pochi privilegiati (gli stessi che stanno iniziando a finanziare il movimento dei Forconi) che nuotano nel lusso mentre – poche centinaia di metri – migliaia di famiglie non hanno un reddito e affogano in una inedita povertà, in una spaventosa precarietà.

Siamo convinti delle nostre ragioni. Il problema è che lo siamo solo noi. E rischiamo (noi, quello che rimane della sinistra, la stessa democrazia) di essere travolti per colpa della nostra inazione. Quindi, agiamo.

Usciamo dalle nostre sezioni, dalle nostre Camere del Lavoro, dal ceto medio intellettuale. Scendiamo dalle nostre cattedre, abbandoniamo radical-chicchismo e paure di scomunica dai benpensanti giornali ed editorialisti.

Torniamo in mezzo a chi soffre, a chi ha bisogno disperato bisogno tanto di un posto di lavoro quanto di qualcosa in cui credere: torniamo in mezzo al popolo.

E torniamoci subito, prima che sia troppo tardi3. Sperimentiamo nuove (o antiche, vedete voi) forme di protesta: presidi, accampate,. Troviamo sistemi per avvicinare e sensibilizzare persone diverse da noi, facce nuove, storie nuove. Non contro i forconi, ma contro l’ingiustizia e il privilegio4.

Agitiamo, organizziamo. Dal basso. Gli italiani hanno bisogno di noi tanto quanto noi abbiamo bisogno di loro.

—- ★ —-

1. Un movimento ideologicamente e moralmente determinato di sottoccupati e lavoratori autonomi, per di più con un supporto logistico ed economico, può durare anche mesi.

2. Che poi, bisogna tener conto che questa mobilitazione è in perfetta continuità con quel pensiero che in Italia è assolutamente egemone, con quello che gli italiani si sentono ripetere (senza contraddittorio) da decenni. I forconi crescono su un terreno arato e seminato per trent’anni da grandi mezzi di comunicazione, da partiti di destra e di sinistra, perfino da grandi forze sindacale.

3. Cari lettori di TRed, noi vi conosciamo. Siete in gran parte studenti, quindi strutturalmente sottoccupati (nel senso che avete tanto tempo libero che vi potete gestire come volete). Ora state tornando nelle vostre case per le vacanze di Natale: un’ottima occasione per fare qualcosa. Coordinatevi, sentite il sindacato, sentite il partito, sentite chi volete. Siate il perno della mobilitazione nella vostra città, nel vostro paese. Insomma, almeno fino alla Befana.

4. “Parole antiche”, ma non quanto quelle dei Forconi. Lo stesso metodo di lotta (l’occupazione dei caselli autostradali) è un già-visto: per dire, la rivolta dei camionisti e dei negozianti che precedette il golpe militare anti-socialista in Cile nel ’73 iniziò con l’occupazione ad oltranza dei caselli autostradali.

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