Come battere Renzi

Articolo scritto per TRed.

Ci pare che dalle nostre parti ci sia già rassegnati a perdere il prossimo Congresso del Pd. Ora, non viviamo sulla Luna: sappiamo benissimo qual è la situazione e quali sono i rapporti di forza esistenti. Però non ci pare il caso di non combatterla, questa battaglia. Quindi, ecco qualche suggerimento non-richiesto su come non uscirne con le ossa rotte.

Sapere chi fronteggiamo. Ci proponiamo di battere un leader carismatico che propone un sistema di valori e di lessico (merito, opportunità, etc.) che gli italiani si sentono inculcare da 20 anni senza contraddittorio. Per vincere, non possiamo essere una variante rossiccia dello stesso sistema di valori.

Sapere che il campo di gioco non è il nostro. La procedura plebiscitaria con cui si sceglierà il nuovo segretario del Pd non fa certo il gioco di chi la pensa come noi, come non l’ha mai fatto nella storia. Le primarie si adattano perfettamente ad una platea elettorale che si mobilita solo in occasione di forti campagne stampa. E la stampa, com’è noto, ha un certo debole per i candidati che si ripromettono di non toccare gli interessi economici dei propri editori.

Sapere che non siamo pronti. Siamo tutto tranne che pronti. Non riusciamo a contrapporre al liberalismo di Renzi una controproposta per il semplice motivo che non ce l’abbiamo pronta. Sarebbe servito un lavoro coraggioso di ridefinizione politico-culturale. Non si è fatto, si farà, ma adesso non c’è tempo. Quindi, la strategia per i prossimi mesi dev’essere prima di tutto quella di sfruttare le contraddizioni della proposta dell’avversario: iniziamo col mostrare che Renzi non è la novità, ma è la replica di quella sinistra liberale che ci ha portato fino a dove siamo oggi.

Essere spregiudicati. La forza dello stile di Renzi sta, oltre nella chiarezza (vedi dopo), nell’essere uscito dagli schemi di prudenza burocratica in cui la sinistra si è incagliata negli ultimi decenni. Il Partito è decisamente broken, si fonda su una serie di illusioni ottiche sempre più vuote. Per come stiamo messi non abbiamo nulla da perdere (se non le nostre catene). Cattiveria, cattiveria, cattiveria.

Guardare al popolo. Ci sono categorie sociali a cui non parliamo da anni e che sono moderatamente in fase di sofferenza (è un eufemismo dire che berrebbero volentieri nettare dal cranio di qualsivoglia dirigente del Pd). Parliamo di precari, cassintegrati e disoccupati. Ma parliamo anche delle classi popolari indebolite dalla distruzione del sistema sociale italiano (di cui siamo stati e siamo, sempre moderatamente, complici e protagonisti). Sono una marea. Riuscissimo a mobilitarne qualcuno facendogli capire che il problema non sono i dirigenti da rottamare ma il fatto che i ricchi si sono arricchiti mentre loro hanno perso quote di benessere faremmo del bene a noi stessi, oltre che a loro. Sì, stiamo consigliando di ricominciare a fare quel discreto populismo sociale che la sinistra storica ha sempre fatto, prima di scegliere come riferimento sociale i raffinati ceti-medi-progressivi (un saluto ai professori che ci leggono).

Essere uniti. La destra del Partito (te lo ricordi Valter?) è unita e compatta su un candidato estremamente carismatico. La sinistra invece, per ora, è divisa su due candidati (Cuperlo e Civati) non fortissimi mediaticamente e portatori di due proposte politiche in fin dei conti complementari. E’ un’assurdità. Sarebbe opportuno che si mettessero d’accordo. Magari per sostenere qualcuno che può giocarsela sul serio. (Barca, sei molto bravo, ma se ti gettassi nella mischia invece di stare fuori a guardare col ditino alzato saresti un po’ più utile alla causa).

Essere, coraggiosamente, noi stessi. Dobbiamo smetterla di aver paura degli editoriali del Corriere della Sera e de La Repubblica. Siamo di sinistra, e lo siamo sul serio. Non dobbiamo avere paura di stare dalla parte degli ultimi, e non dobbiamo aver paura di stare contro il privilegio sociale. Non è necessario abbinare a ogni mezza affermazione di sinistra una dichiarazione di fedeltà al (presunto) progetto originario del Pd. Perché la nostra proposta politica è una proposta politica di parte, dentro la società e dentro il Partito. Siamo poco moderni, anacronistici e legati ad un passato ormai tramontato? Se per modernità intendono questo crogiolo di individualismo, sfruttamento e ingiustizie in cui viviamo ogni giorno sì, siamo antimoderni. Vogliamo un’altra società, lottiamo per un’altra società. Siamo diversi. E dobbiamo esserne orgogliosi.

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