Il classismo al contrario del Pd

Articolo scritto per TRed, il blog della sinistra che spaventa i moderati.

Abbiamo deciso di spaventare i moderati inserendo nel titolo la parola “classismo”, e pensiamo di esserci riusciti.

Ciò detto, quello che vogliamo denunciare con nettezza in questo articolo è uno dei punti più critici del nostro amato Partito: la composizione sociale. Ora, negli ultimi anni abbiamo avuto un gran dire a definirci un “partito popolare“. Essere un partito popolare implica, oltre ad avere una base di massa – o quasi, anche il comprendere al proprio interno fasce sociali in posizione di debolezza economica. E’ quello che dovrebbe essere un partito progressista: un partito a base sociale interclassista che riesce a dare alle tensioni sociali (soprattutto in tempo di grossa crisi) obiettivi progressivi (non progressisti, che è n’altra cosa).

Ora, è evidente che dal punto di vista elettorale questo il Pd non sia riuscito a farlo. Qua abbozziamo due possibili motivazioni:

1. la base di attivisti del Pd comprende in gran parte settori di società che la crisi ha toccato solo marginalmente. Studenti, statali, pensionati, professionisti, professori, (pochi) impiegati. Dalle nostre conoscenze, nessun cassaintegrato o disoccupato o lavoratore precario frequenta le sezioni (ops) del Pd. Se a questo aggiungiamo il fatto che il meccanismo di trasmissione verticale (dalla base ai dirigenti) si è completamente inceppato – e quindi i dirigenti poco o nulla sanno delle tensioni che agitano la base elettorale, e viceversa – capiamo perché non ci siamo resi conto sul serio di quello che stava succedendo nella pancia del paese. In sintesi: uno dei problemi del Pd è di essere in gran parte composto – dagli attivisti ai dirigenti – da membri di quella che possiamo definire classe media intellettuale.[1]

2. di conseguenza nel Pd le sensibilità, i linguaggi e le priorità di quella classe hanno un peso sproporzionato rispetto al suo reale peso elettorale. Il meccanismo non è automatico – ed è tutto più complicato, ma proviamo ad applicarlo all’ultima sfortunata campagna elettorale. Se ci pensate, quello che ha fatto e detto il Pd negli ultimi mesi (e negli ultimi anni – comprese le primarie) ha soddisfatto perfettamente le richieste di quella fascia di popolazione che abbiamo definito classe media intellettuale, lasciando piuttosto indifferenti quelli che avevano da pensare ad arrivare a fine del mese – che infatti si sono rivolti altrove. Ed è ovvio: mentre noi ci riempivamo la bocca di parlamentarie, di Italia Giusta, di responsabilità e di democrazia interna, i nostri avversari ripetevano due cose chiarissime e nettissime: “abbatteremo le tasse” (Pdl+Lega) e “tutti a casa” (M5S).

Qual è la morale di questa analisi? In primo luogo che non abbiamo ricoperto il nostro ruolo naturale in un periodo di crisi economica (dare alla tensione sociale crescente sbocchi democratici e progressivi). In secondo luogo che o ricominciamo a parlare con le classi popolari e con quei cittadini incazzati perché un anno fa vivevano meglio, oppure siamo destinati a rinchiuderci nel nostro fortino sociale di classe media intellettuale: tutte anime belle, ma di sicuro non sufficienti ad una forza politica per incidere sul processo storico.

1. tempo fa avevamo confrontato la formazione sociale delle classi dirigenti dei partiti della Prima Repubblica con quella di quelli attuali: I dirigenti del Pd e la nuova «scuola della classe operaia».
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