Una strategia per il Pd Veneto

Articolo scritto per LetteraPd (giornalino del Partito Democratico di Bassano del Grappa).

La cosa peggiore che possiamo fare è dare per scontato che il Veneto sia una regione di destra, una regione conservatrice. Negli ultimi vent’anni la nostra strategia si è basata su questo assunto: la sinistra, in Veneto, è strutturalmente minoritaria. E’ innegabile: la Lega e Forza Italia sono riusciti a creare un formidabile blocco sociale sulle rovine della Dc veneta, unendo in una compatta proposta politica il malessere delle classi popolari di fronte ai fenomeni portati dalla globalizzazione (immigrazione, calo del benessere, precarizzazione) all’irresponsabilità e all’individualismo di un certo capitalismo veneto e di una parte delle classi dirigenti urbane. Poche forze politiche erano riuscite a mettere insieme operai, commercialisti, imprenditori e artigiani sotto le stesse bandiere e farli sentire tutti ugualmente rappresentati. Lega e Forza Italia ce l’hanno fatta, hanno steso un’egemonia nuova su una regione lasciata priva di riferimenti politici dalla decadenza e dalla fine della Democrazia Cristiana.

In questo scenario, la sinistra veneta ha annaspato. Durante il lento percorso che ha portato i vari progressismi italiani (cattolico, socialista, comunista, liberale) verso il partito unico, gli eredi di Pci e Dc hanno abbandonato il campo di gioco. Si sono seduti sull’egemonia forza-leghista, hanno pensato che la risposta adeguata non fosse ricompattare i propri riferimenti sociali per cercare di lanciare una controffensiva culturale, prima che politica: no, la soluzione era “aprirsi oltre ai nostri steccati tradizionali”. E mentre provavamo a pescare elettori fra gli artigiani e gli imprenditori candidando artigiani e imprenditori (sic), non ci accorgevamo che gli steccati tradizionali – non più presidiati – si svuotavano. La verità è che l’egemonia incontrastata delle destre venete non si spiegherebbe senza la simmetrica tendenza alla subalternità delle sinistre venete.

Non si spiegherebbe però neanche senza una vicinanza di interessi delle classi dirigenti venete (locali, provinciali e regionali) alle sensibilità portate avanti dai partiti di Berlusconi e di Bossi: dalla gestione clientelare della cosa pubblica alla giustificazione dell’evasione fiscale, la destra veneta ha prima di tutto risposto agli interessi economici delle classi dirigenti della nostra regione.

E le classi dirigenti della nostra regione hanno amabilmente ricambiato mettendo a disposizione delle stesse destre gli strumenti con cui si orienta materialmente l’opinione pubblica della nostra regione: giornali, televisioni locali, corpi intermedi – tutti schierati compattamente in difesa degli ideali e degli interessi cari a Lega e Pdl. E così – magia! – la sinistra veneta si trovò mesta a rimuginare sui dipendenti pubblici e sugli operai che votavano a destra.

Ma per quel poco che rifletteva (ed era ben poco), la sinistra veneta arrivava sempre alla stessa conclusione: Lega e Forza Italia ci battono perché loro hanno capito lo spirito del Veneto. Senza rendersi conto che era lo spirito del Veneto, lasciato covare per un anni, ad aver creato Lega Nord e Forza Italia, e non il contrario.

E quindi via di sindaci sceriffi, di federalismo, di questione settentrionale: la sinistra veneta ha per vent’anni fatto la brutta copia della destra veneta. Senza governare, però.

E senza prendere in mano quei pochi strumenti che aveva per sovvertire la sensibilità maggioritaria: l’organizzazione e la rappresentatività sociale. Si è deciso che l’organizzazione fosse uno strumento novecentesco, e che la rappresentatività sociale andasse sostituita con il semplice buon governo. Solo che senza organizzazione un’associazione politica sarà sempre influenzata da chi controlla i media (in questo caso, le classi dirigenti economiche), e senza rappresentatività sociale i partiti tendono a diventare oligarchie che si autoconservano. Per non parlare del buon governo, ovvero l’idea che esista un solo modo per governare bene salvaguardando l’interesse generale: un anno di governo tecnico ha dimostrato che la situazione è un po’ più complicata di questa visione – limitarsi alla buona e normale amministrazione (ovvero: non rubare e gestire quello che si ha) è ben diverso dal governare bene.

Alla nostra generazione, quindi, si presenta un doppio e parallelo impegno: da una parte riuscire a elaborare un organico programma culturale, politico e ideale con cui sfidare – finalmente autonomi – la destra veneta; dall’altra ricostruire un’organizzazione radicata e popolare, con cui ricominciare ad intessere proficui rapporti con i nostri naturali riferimenti sociali (ovvero quelli che sono naturalmente portati all’ipotesi progressista).

Il clima ci è stranamente favorevole: l’egemonia forza-leghista traballa come non mai, e la crisi economica ridefinisce completamente assetti sociali stratificati. Si aprono nuovi spazi – anche conflittuali – per l’azione progressista e riformista. Facciamo in modo che ad occuparli sia il Partito Democratico.

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