Le ragioni della nostra nostalgia

Articolo scritto per TRed, il blog della sinistra che torna avanti.

Fra le accuse più squalificanti del linguaggio politico attuale c’è quella di “voler tornare alla Prima Repubblica”. Questa accusa, al pari di “sei rimasto al ‘900”, presuppone un’idea di modernità a senso unico: come se la realtà attuale e quella del passato fossero fenomeni unitari e quindi facilmente leggibili e valutabili.

Di questo magari parleremo un’altra volta, perché il tema di oggi è diverso: ci vogliamo chiedere, ed è in parte un lavoro di introspezione, perché in una realtà così unanime nel voler rinnegare il passato politico nazionale stia crescendo una generazione di (verosimilmente) futuri intellettuali e dirigenti politici che invece guardano al passato non solo in modo non completamente negativo, ma anche con un velo di nostalgia.

Non neghiamo di essere fra questi. Ma il fenomeno ci pare più complessivo e in qualche modo soprendentemente spontaneo. Questo blog non sarebbe possibile senza lo scambio proficuo di opinioni con nostri coetanei che negli anni hanno elaborato delle posizioni molti simili (e in qualche modo eretiche) senza avere dei contatti, anche solo indiretti. Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di capirci qualcosa.

L’opinione comune e negativa sulla Prima Repubblica porta avanti una visione semplicistica di cinquant’anni di storia italiana: i partiti occupano il potere e degenerano in corruzione e clientelarismo, i governi cadono ogni tre mesi, i socialisti e i democristiani rubano, i comunisti non rubano ma vivono fuori dal mondo e sono pagati coi rubli di Mosca.

Tutte queste contraddizioni sarebbero poi sfociate in Tangentopoli, grande momento di purificazione collettiva, destinato ad aprire una nuova fase della politica italiana (che poi non si sarebbe realizzata per colpa di Berlusconi a destra e di D’Alema a sinistra nell’interpretazione ricorrente degli ultimi vent’anni – ma qua stiamo divagando).

Bene. Questa visione si basa però su un inghippo logico non trascurabile. Molti di noi (a sinistra, si intende) sono cresciuti col mito fondativo della Resistenza e della Costituzione Repubblicana. Come sia possibile che ad un così positivo periodo ne sia succeduto uno così negativo è la prima domanda che porta il giovane ad riconsiderare (ed approfondire) la storia della Prima Repubblica.

Ma questo, oggettivamente, non basterebbe. Ci sono due fenomeni più profondi, e forse meno spiegabili razionalmente, che hanno inciso sulla formazione di questa nostalgia. Da una parte c’è su scala continentale una crescente nostalgia del periodo del compromesso socialdemocratico (1945-1979), nei paesi dell’est come in quelli dell’ovest (a riprova dell’unitarietà delle fasi politiche continentali). Che questa nostalgia cresca nel momento in cui il paradigma neoliberale (1979-oggi) mostra le sue drammatiche contraddizioni non ci deve sorprendere.

Dall’altra parte c’è una ragione più italiana: quando la Prima Repubblica è finita, a subentrarle è stata una Seconda Repubblica con dei caratteri originali che altro non sono che l’esito delle degenerazioni precedenti (affarismo, clientelismo, individualismo, opportunismo, cinismo, etc.).

Noi ci troviamo a fare i conti con una politica che non ci piace e che basa orgogliosamente le proprie origini sulla discontinuità rispetto al periodo precedente.[1] Quindi non c’è da sorprendersi se, di fronte alla realtà che abbiamo davanti e che non ci piace cerchiamo nel suo interlocutore dialettico (la Prima Repubblica) un modello alternativo.

E, a quel punto, non c’è partita. Alle figure prive di qualità a noi contemporanee contrapponiamo la tembra morale e l’intellettualità di figure come Moro, Togliatti, De Gasperi, Nenni, Spadolini. Alla democrazia fondata sull’apparenza televisiva contrapponiamo la democrazia popolare dei grandi partiti di massa e di opinione. Al pensiero unico dell’egemonia neoliberale contrapponiamo il pluralismo degli scontri ideologici fra comunisti, cattolico-democratici, socialisti, liberaldemocratici. Alla politica come strumento di affermazione personale contrapponiamo le esperienze di vita dei dirigenti repubblicani.

La nostra nostalgia, lungi dal distrarci dalle sfide della contemporaneità, è per noi una guida verso una politica diversa, verso una politica migliore. Sappiamo quali erano i problemi e le tendenze negative della Prima Repubblica, e senza di esse non potremmo capire la continuità della Seconda in cui siamo cresciuti e di cui ci sforziamo di vedere i lati positivi. Sappiamo anche che la realtà era più sfaccettata, che non era certo tutta rose e fiori.

Ma dalla nostra nostalgia noi traiamo le forze morali per risollevarci, per immaginare una politica migliore. Quindi, vi prego, lasciatecela questa nostalgia. Se poi questo nostro piccolo vezzo ci aiuterà o meno ad affrontare le sfide del futuro, beh, quello sarà solo il tempo a dimostrarlo.


1. questo si chiama nuovismo, ed è comune tanto alla destra populista tanto a quello che D’Alema nel suo ultimo libro definisce ulivismo radicale.

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