Il Pd e le due sinistre italiane

Articolo scritto per TRed.

Chi iniziasse a leggere Pensare la sinistra, con la sua bella copertina rossa e la sua grafica vagamente social-realista, senza ulteriori informazioni sul testo e sugli autori, potrebbe sentirsi spiazzato. E ora vi spiegheremo il perché.

Pensare la sinistra – tra equità e libertà (Laterza, 2012) raccoglie gli atti di un convegno tenuto presso la casa editrice nel febbraio dell’anno scorso. A promuoverlo due economisti che vanno verso i sessanta, Pietro Reichlin e Aldo Rustichini. Iniziativa sicuramente meritoria, quella di imbastire un convegno su cosa voglia dire essere di sinistra oggi, invitando una serie di importanti personalità del mondo accademico (economisti, filosofi, scienziati politici)1 e politico-economico.

La perplessità deriva però dal documento di base della discussione, in cui l’ignaro lettore si imbatte appena aperto il libro. Ad accoglierlo sono infatti una serie di affermazioni che lasciano assai perplessi. Le riassumiamo qua brevemente.

L’eugualitarismo liberale, come lo chiamano gli autori, predica i seguenti principi: che le diseguaglianze sono tali e quindi ingiuste solo se immeritate (pg 27), che il privato – mosso dalla logica del profitto – è naturalmente migliore del pubblico (pg 50), che il servizio sanitario nazionale è ingiusto in quanto deresponsabilizza gli utenti (pg 58), che la difesa delle pensioni è corporativa e quindi ingiusta (pg 60), che la democrazia non è sempre il metodo migliore per fare le scelte politiche (pg 61 e non sto scherzando), che le basse tasse universitarie italiane danneggiano i poveri e quindi sono ingiuste (pg 85).2

Uno, dopo aver letto tutto d’un fiato queste 100 pagine, un po’ confuso rimane. A rinfrancarlo arrivano gli interventi della platea, quasi tutti molto critici (segnaliamo quelli di Revelli, Messori e Tocci).3

L’impressione finale è quella che questo testo delinei nitidamente non una sinistra, bensì due sinistre con apparati ideologici molto differenti. Lettura della crisi economica e delle sue motivazioni, questione degli interessi particolari e dell’interesse nazionale, interpretazione del funzionamento reale della società: su questi temi fondamentali la differenza politica fra le due visioni è abissale e, per certi versi, non sintetizzabile.

Qualche mese fa Mario Tronti su l’Unità prendeva atto del fallimento delle due sinistre degli ultimi 20 anni: quella contestatrice (ovvero quella radicale) e quella liberista (ovvero quella riformista). E proponeva che la distinzione venisse superata.

Era una suggestione corretta, ma dopo qualche mese ci pare già anacronistica. Se l’importanza politica di quelle due sinistre è stata superata nei fatti (nonostante la persistenza – secondo noi ineniminabile – di una sinistra contestatrice), l’uscita di scena dell’ottica del “tutti contro Berlusconi” insieme all’aggravarsi della crisi economica ha portato alla ribalta un’altra netta biforcazione, forse ancora più netta della precedente: il delinearsi di una sinistra sociale e di (o “contro”) una sinistra liberale.

Distinzione che si è concretizzata anche nelle ultime primarie nazionali, che hanno sparigliato l’assetto correntizio del Pd bipolarizzando la discussione interna: da una parte – e si semplifica – i sostenitori delle politiche in linea con l’esperienza delle Terze Vie liberali con le parole d’ordine di merito e libertà, dall’altra i sostenitori di una revisione delle stesse politiche all’insegna delle parole d’ordine di lavoro e moralità. Una divisione netta, che forse non è neanche stata troppo colta dall’elettorato.4

Le primarie dei parlamentari hanno poi contribuito ad accellerare il processo, con i candidati renziani che hanno quasi sempre agito in ottica di area politico-culturale. Adesso, a bocce temporaneamente ferme, possiamo osservare come nel Pd il peso della sinistra liberale sia diminuito rispetto al passato. La creazione di un centro liberale, d’altronde, mette in dubbio la permanenza stessa dei liberali dentro al Pd (perché stare in un partito in minoranza quando ce n’è un altro che dice esattamente le stesse cose che dici tu?). Al tempo stesso, la sinistra sociale, che raccoglie esponenti di matrici diverse – smentendo nei fatti l’accusa di socialdemocratizzazione – inizia ad elaborare un linguaggio comune per analisi e priorità.

Come andrà a finire questo processo di biforcazione non lo sappiamo. I nodi politici, per ora rimandati dalle imminenti elezioni, verranno prima o poi al pettine. E’ però conveniente che entrambe le parti in causa prendano atto delle loro differenze e delle loro particolarità, uscendo dall’ottica di reciproca scomunica per una collaborazione che può essere anche feconda, sul breve periodo. Poi si vedrà.


1. A quanto pare gli storici non vanno più di moda.

2. Che poi le tasse universitarie italiane siano già fra le più alte d’Europa evidentemente non li tange – o forse non li soddisfa.

3. Perfino Petruccioli non si perde in una difficile difesa delle tesi dei due economisti, e anzi, produce invece una riflessione lucida (e urgente) su ambito e oggetto della sinistra italiana.

4. E si fa gentilmente notare che Renzi, candidato con grande appeal personale, impostando la campagna (e quindi prendendo voti) sul tema della rottamazione è comunque riuscito ad arrivare solo al 35% al primo turno e al 39% al secondo turno. Al netto della rottamazione e del bel faccino di Renzi, si può ben vedere qual è il peso elettorale del pensiero liberale nel nostro elettorato (nonostante gli squilli di tromba).

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