Preferenze no, primarie per i parlamentari sì? Bah.

Post scritto per TRed.

Anche ieri il nostro segretario (e candidato premier alle primarie per tutta una serie di ragioni che Giacomo Bottos riassume bene in questo post) ha ripetuto sulla legge elettorale un principio su cui (quasi) tutto il Partito Democratico converge: no alle preferenze. Creano mostri, portano a una competizione dentro i partiti invece che fra i partiti, aumentano in modo esponenziale i costi delle campagne elettorali, eccetera eccetera.

Tutte cose vere, e non per niente in Europa i candidati alle assemblee rappresentative nazionali non vengono selezionati da nessuna parte con le preferenze. L’alternativa quindi che il Pd propone è quella dei collegi uninominali (in cui però l’aver vinto non implica l’elezione al seggio, che sarebbe troppo semplice, in effetti).

A questa proposta si affianca, implicitamente, l’idea che i candidati nei vari collegi uninominali verrebbero scelti attraverso primarie aperte. E questo a maggior ragione se poi si andasse al voto col Porcellum.

A noi pare di essere davanti ad un controsenso non indifferente. Da una parte si dice di no alle preferenze perché queste potrebbero essere influenzate da ragioni extra-politiche (infiltrazioni criminali, influenze di corpi intermedi radicati socialmente, investimenti economici eccessivi), dall’altra però si auspica che la selezione dei candidati nei collegi (o nei listini bloccati) avvenga attraverso le preferenze di una platea ancora più ridotta e indistinta (almeno con la preferenza personale alle politiche si è sicuri che quel voto vada al partito) e quindi ancora di più influenzabile.

Che fare dunque? Per esempio, per uscire da questo vortice di contraddizioni, si potrebbe decidere di rimettere in piedi la baracca (cioè il Pd). Perché un partito che comprende dentro di sé le punte più avanzate della società che vuole rappresentare non ha bisogno di delegare fuori da sé la scelta di un candidato. E magari, una platea di sinceri iscritti (sì, chiaro, bisognerebbe aggiornare i metodi di tesseramento) è in grado più di una massa senza contorni di scegliere un parlamentare che rappresenti bene loro stessi, il loro mondo e il loro modo di pensare.

Certo. Tutto questo richiede tempo e pazienza. E quindi va ben, ci stanno anche le primarie per i parlamentari l’anno prossimo. Però con la coscienza che queste non sono la soluzione ai nostri problemi, quanto piuttosto una scorciatoia per recuperare credibilità. Una scorciatoia che, come tutte le scorciatoie, il problema non lo risolve: il problema lo evita. E non quello che serve alla democrazia italiana.

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