Queste primarie senza senso

Post scritto per TRed.

Dichiarazione preliminare: ormai abbiamo preso un treno, e quel treno non si può fermare. Questo post non vuole quindi contribuire alle crescenti denunce del popolo del uèb (in parte notevole formato da politici di lungo corso, giornalisti che senza vicinanza alla politica non sarebbero mai stati giornalisti, parlamentari paracadutati senza merito alcuno – tutti uniti nel topos della “gente che denuncia l’oligarchia”) sul presunto tentativo di bloccare le primarie del centrosinistra. No, non pensiamo sarebbe utile. Più banalmente, qua cerchiamo di riportare in auge un’abitudine che, nella politica contemporanea, a volte sfugge di mano: quella dell’analisi politica, scevra per quanto possibile di emozionismi e irrazionalismi comunicativi.

Beh, allora, la prima domanda che ci dobbiamo fare è perché stiamo facendo le primarie per decidere il candidato premier del centrosinistra. Domanda particolarmente interessante, a dirla tutta, visto che è in atto la discussione su una nuova legge elettorale che quasi sicuramente supererà la logica coalizionale: non si voterà più una maggioranza governativa, ma una lista (coerentemente con l’impianto costituzionale repubblicano). Ora, che Pd, Sel, Psi, Verdi e Api si candidino tutti nella stessa lista alle prossime elezioni, pare piuttosto improbabile. Il rischio quindi è di eleggere sto benedetto capo della coalizione, per poi scoprire o che la coalizione non esiste più, o che la coalizione non è proprio più prevista dalla legge elettorale (se Dio vuole). Oppure, e facciamo finta che non stia già succedendo, di far saltare tutte le possibili bozze di legge elettorale non coerenti con l’impianto delle nostre primarie di coalizione.

Al di là di questo, dentro il Partito Democratico, due sono i filoni per cui si motivano queste primarie. Il primo si divide in un’orgogliosa motivazione pubblica (“è un sacrificio per riavvicinare la società alla politica”), che in parte copre una motivazione più politica (“darebbero una nuova legittimazione popolare a Bersani”). Ora, entrambe non sono risposte sensate, o meglio, sono scorciatoie: il rapporto fra società e politica non si riavvicina facendo ogni anno e mezzo delle primarie, si riavvicina riformando le strutture della politica che non funzionano, che non riescono più a “comprendere” pezzi di società. In questo caso: i partiti. Nel caso in questione, il Partito Democratico, che è pure il partito organizzato più democraticamente e trasparentemente in Italia, certo, ma che qualche problemino non risolto continua ad avercelo. Sulla legittimazione di Bersani, beh, se pensiamo che il modo per rafforzarla sia organizzare periodicamente plebisciti sul suo nome, viene da chiedersi cosa faremmo se, putacaso, andassimo al governo: primarie di conferma ogni anno? Sarebbe divertente.

Il secondo filone è invece ancora meno sensato razionalmente, e quindi politicamente: è il filone di quelli a cui Bersani non piace. Non è sensanto razionalmente perché semplicemente non ha come obiettivo la razionalità politica, bensì la volontà di riprendersi l’egemonia perduta sul centrosinistra. Fra questi svettano alte personalità politiche, le stesse alte personalità che nel 2008 insistettero per mettere all’articolo 3 dello Statuto del Pd l’identità fra segretario e candidato premier, per poi chiedere dal 2009 in poi una deroga a questa norma, arrivando infine nel 2012 a suggerire al Pd di evitare direttamente di candidare un suo iscritto per sostenere l’uscente Monti. Un percorso, come è evidente, ispirato dalla più stretta razionalità politica. Beh, questo filone, in pieno spirito irrazionalistico (che, in fondo, è parte del suo progetto politico) sostanzialmente dice: “è la gente che deve decidere!”. Che volete, basterebbe dire che la gente ha già votato nel 2009, e non son passati cent’anni, ne son passati tre. O dire che beh, bisognerebbe capire chi è questa gente, perché alle ultime primarie nazionali del Pd sono andati a votare 3 milioni di elettori, e il Pd da solo l’anno prima aveva preso 12 milioni di voti. Mancano 9 milioni di elettori, di gente, alla lista. Oppure si potrebbe chiedere a lor signori come pensano che la gente (quella che dovremmo rappresentare) possa mai appassionarsi ad un dibattito sulle “regole delle primarie del centrosinistra”. E ci fermiamo qui, che è meglio.

Tirando le somme: non c’era alcun motivo razionale (e quindi politico) per cui fare queste primarie, e le motivazioni che ora si adducono sono quantomeno deboli. Queste primarie non hanno un senso.

Ma ormai si fanno e vabbè, guardiamo il lato positivo: sai mai che per una fantastica eterogenesi dei fini daranno una mano al Pd (o al centrosinistra, vallo a capire). Però, lezione per il futuro: un partito esiste anche e soprattutto per riflettere sulle posizioni e sulle scelte politiche, non solo per prenderle mascherando interessi particolari (in questo caso, simmetricamente: una rilegittimazione e la possibilità di una rivincita) con motivazioni fuffose. Perché, come dice l’insopportabile e odiatissimo Vasco Rossi:

Sai cosa penso? Che se non ha un senso, domani arriverà, domani arriverà lo stesso.

Però magari quel senso, che arriverà domani, non sarà esattamente un senso gradito. O utile per la nostra parte.

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