[TRed legge le cose noiose al posto vostro] Il rapporto Cnel sul mercato del lavoro

Post scritto per TRed, il blog della sinistra che okkupa la home dell’Unità.

Inauguriamo l’ennesima rubrica giurissica: TRed legge le cose noiose al posto vostro. Oggi abbiamo letto il rapporto del CNEL sul mercato del lavoro in Italia (per chi non lo sapesse, il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e Lavoro, che fa tanto compromesso capitale-lavoro, quindi ci piace molto). Qui una piccola lista delle cose che abbiamo capito e che ci hanno sorpreso. Buon divertimento.

1. Si parla tanto del calo di produttività del nostro paese, e i dati sono in linea con questa interpretazione (p. 27). L’Italia negli anni ’70 aveva un indice di produttività del lavoro (cioè “l’output per ora lavorata, settore manifatturiero”) pari a 6.5, ora ce l’ha pari a 0.5. Nello stesso periodo la Germania è passata da 4.0 a 1.8. Insomma, la tendenza è europea, ma noi siamo calati in proporzione moltissimo. Perché? Il rapporto risponde così: “[…] nel settore industriale, si è osservato anche un rallentamento del processo di accumulazione di capitale fisico. I ritardi negli investimenti potrebbero spiegare in parte il ritardo tecnologico accumulato dall’industria italiana nel corso degli anni duemila, e quindi indirettamente la debolezza della Ptf”. Ovvero: gran parte del ritardo accumulato deriva dalla mancanza di investimenti.

2. Un bel grafico (p. 57) rappresenta lo storico della percentuale di cittadini italiani in età attiva (15-64 anni) sul totale. Beh, dal ’93 al ’02 la tendenza è stata estremante negativa, passando dal 39.3% circa al 38.3% circa. Poi la tendenza si è invertita radicalmente, e nel 2011 si è arrivati al 39.7% circa. Inutile dire che questa positiva inversione di tendenza è stata possibile solo grazie ai forti fenomeni di immigrazione.

3. C’è poi una tabella sulla struttura settoriale dell’occupazione dei paesi europei (p. 100). In Italia, i lavoratori nel settore dell’industria sono il 19,4% del totale, contro i 16% dell’area Euro. Nei servizi sono occupati il 68.8% del totale dei lavoratori italiani (contro il 73.3% dell’area Euro). Per quanto riguarda il peso degli impiegati nella Pubblica Amministrazione ci sono sorprese (e ne parliamo dopo), intanto guardando ai lavoratori dell’istruzione possiamo dire che siamo in linea col resto dell’Europa: noi siamo al 6.2% del totale, il resto d’Europa al 6.3%. C’è da dire che in Svezia la percentuale degli occupati nell’istruzione è pari al 9.8% del totale dei lavoratori (ah, la socialdemocrazia).

4. Interessante è poi capire come i vari settori pesano nelle macro-categorie sociali (p. 103): uomini/donne, italiani/stranieri. Nell’industria è impiegato il 25.5% dei lavoratori (uomini) italiani e il 28.3% dei lavoratori (uomini) stranieri. Nelle costruzioni l’11.4% dei lavoratori (uomini) italiani contro il 26.0% dei lavoratori (uomini) stranieri. Nel settore della sanità e istruzione gli stranieri non battono palla, mentre vi sono impiegate il 26.9% delle lavoratrici italiane. Il 51.3% delle lavoratrici straniere sono impiegate in “servizi sociali e alle persone”. Per dire.

5. Quali occupazioni sono cresciute di più (p. 107)? Fra il 2004 e il 2011 le occupazioni che hanno aumentato di più la propria quota sul totale (variazione >3% all’anno) sono state: “impiegati addetti alla raccolta, controllo, conservazione e recapito della documentazione” (immaginiamo aumento dovuto all’espandersi degli acquisti online) e “impiegati addetti alle funzioni di segreteria e alle macchine da ufficio” (misteri). Quelle che si sono ridotte di più invece (variazione >-3% all’anno): “Impiegati addetti alla gestione amministrativa, contabile e finanziaria”, “Imprenditori e responsabili di piccole aziende” (ciao settore produttivo basato sulla piccola azienda), “Membri dei corpi legislativi e di governo, dirigenti ed equiparati dell’amministrazione pubblica, nellamagistratura, nei servizi di sanità, istruzione e ricerca” (e di questo parliamo al prossimo punto).

6. Che è il punto più gustoso. Partiamo dal grafico (p. 143) che indica la variazione della quota di lavoratori del pubblico sul totale in Italia: dal ’80 (16.4% circa sul totale) il dato cresce velocemente fino al ’92 (si arriva al 18.8% circa), per poi decrescere altrettanto velocemente. Nel 2011 si arriva a circa il 16.6% dei lavoratori impiegati nel settore pubblico, dato mai così basso dal 1982. Ma questo non deve bastare (e basterebbe a smentire gran parte delle cose che si dicono sulla “pervasività del pubblico” in Italia), perché poi c’è il confronto col resto d’Europa (p. 146). Il pubblico impiego (cioè solo la Pubblica Amministrazione) nel 2008 (quindi pre-crisi) si attestava in questo modo: media Ocse poco sopra al 15% sul totale degli occupati, Italia 14,5% circa, Grecia (quella che sta fallendo “perché ha assunto troppa gente nel pubblico”) 8%! Senza citare altri i dati, vi basti poi sapere che l’Italia sta sotto sia agli Stati Uniti che all’Inghilterra.

7. L’altra faccia della medaglia è che il pubblico italiano ha il dato di anzianità più alto di tutti i paesi Ocse (p. 154): quasi il 49% degli occupati nel pubblico ha più di 50 anni. Ma questo è soprattutto dovuto al fatto (p. 156) che per primi dieci anni del nuovo millennio il tasso di cessazione nel pubblico è sempre stato qualche punto più alto del tasso di assunzione (nel 2010 hanno smesso di lavorare nel pubblico il 3.9% dei lavoratori totali, ma ne sono stati assunti solo il 2.0%; nel 2003 il 2.7% ha smesso di lavorare a fronte di un 1.1% di nuovi assunti). Si chiama “blocco del turn over”, per gli amici “decimazione”.

8. Ma il gentile Cnel ci fornisce anche il dato percentuale su base regionale (p. 158), e anche qui: sorprese! Nel 2010, le regioni col maggiore rapporto impiegati nel pubblico su popolazione totale sono la Val D’Aosta, il Trentino-Alto Adige e il Lazio. La Sicilia si attesta più o meno sulle percentuali della Toscana, l’Emilia Romagna su quelle della Puglia. Le regioni col rapporto minore sono Veneto, Piemonte e Lombardia. Però, insomma, il fatto che Toscana e Sicilia abbiano più o meno le stesse percentuali fa capire che l’indicatore non ponderato col livello di servizi offerti vale poco.

9. E per voi, cari studentelli che state progettando il vostro futuro, il dato (p. 191) sulle professioni con più domanda non soddisfatta! I “controllori e tecnici del traffico aereo” non si trovano nel 97% dei casi, i “copritetti ed assimilati” nell’89%, i “trivellatori e sondatori di pozzi petroliferi, di gas naturale” nel 68.4% (e ci credo). A voi la scelta.

10. Altro dato interessante, da sfoggiare nelle innumerevoli discussioni su che università dia meno lavoro: il tasso di disoccupazione nel 2011 dei laureati nel 2007, per tipo di laurea conseguita. Prendiamo la laurea a ciclo unico: il gruppo Letterario si attesta ad un ottimo 27.8% di disoccupati dopo 4 anni dalla laurea, quello Geo-biologico insegue al 26.8% tallonato da quello giuridico al 26.3% (e qua vorremmo aprire una piccola parentesi, cari amici che studiano Giurisprudenza: quelli che si laureano in Scienze Politiche sono disoccupati al 20.5%, cioè molto molto molto meno di voi. Meno spocchia e preparate le vanghe).

11. Chiudiamo con l’indicatore di rigidità nella regolamentazione dei rapporti di lavoro nei paesi Ocse (p. 231), quello che indica che livello protezione hanno i lavoratori dal licenziamento (considerando 0=protezione bassa; 6=protezione alta). Noi, fra i grandi paesi (per popolazione e dimensione) siamo i più bassi, esclusi Uk e Usa. La Germania è al 2.12, la Francia al 3.04, la Spagna al 2.98. Noi all’1.89.

Ah, ma giusto, dimenticavo, il nostro modello è la Danimarca: un decimo degli abitanti rispetto a noi, Pil pro capite che è il 50% in più del nostro, una superficie da regione italiana. E il tasso di cui sopra al 1.50. Dai su, c’è ancora da flessibilizzare il mondo del lavoro!

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