I dirigenti del Pd e la nuova «scuola della classe operaia»

Post scritto per TRed, il blog della sinistra che vale.

Per quasi tre anni, fino al gennaio 1951, fui immerso nel lavoro politico, nella realtà di base del partito, nella realtà sociale circostante, in tutta l’area della città e della provincia di Napoli. Ma quel che ne fece per me una stagione suggestiva e ricca come poche fu la conoscenza ravvicinata del mondo delle fabbriche, dei lavoratori dell’industria, la frequentazione quotidiana dei quadri operai del Pci (e della Cgil). La formula, riferita ai giovani intellettuali di estrazione borghese, dell’«andare alla scuola della classe operaia» era, come ora ci sembra evidente, di sapore ideologico e mitologico; ma si tradusse per me (e per altri) in un’esperienza autentica di accrescimento personale, di arricchimento culturale, morale, umano e non solo politico. Era, soprattutto, un modo di atteggiarsi rispetto al lavoro, era un naturale impulso di solidarietà e di lotta per il cambiamento, era un senso del concreto e dell’essenziale, che coglievo nel rapporto con quei compagni di partito, non pochi dei quali divennero anche degli amici.

Con queste parole il futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in “Dal Pci al socialismo europeo” (2005) descrive la sua formazione politica e umana all’interno della federazione del Pci partenopeo nel secondo dopoguerra.

Oggi la scuola della classe operaia non c’è più, e chissà se esiste ancora una classe operaia. Gli operai della gioventù di Napolitano però, quelli ci sono ancora, ma hanno un nome diverso: sono quei lavoratori che rischiano il posto di lavoro o che l’hanno già perso, per non parlare di quelli che lavorano talmente male (per salario, diritti, stabilità) che se li chiami lavoratori magari s’incazzano pure. Spesso cittadini senza solidità economica alle spalle, cittadini in preda ad una rabbia sociale incocludente, perché senza sbocco politico.

Ecco, oggi, il più grande partito progressista italiano ha un problema: con questa categoria di cittadini non riesce più a parlare. Perché i suoi dirigenti, ad ogni livello, il disagio sociale, la vita degli ultimi, la vita dei deboli, sanno a malapena cosa sia. Perché quella vita magari non l’hanno mai vissuta, venendo dai ceti medi. Magari perché sono figli di quella generazione di lavoratori che ha garantito alla propria prole la possibilità di un netto avanzamento sociale. Magari perché ad un certo punto della propria ascesa politica hanno smesso di preoccuparsi di quello che i loro padri (politici e biologici) chiamavano popolo. D’altronde, questo fantomatico popolo contava numericamente e culturalmente sempre meno, e poi già da un pezzo aveva smesso di votarli, rifugiandosi nell’apoliticità o in fugaci fenomeni di populismo.

Ora però, questo popolo, queste masse di diseredati di cui parlavano le canzoni dei loro padri (o nonni), si sta riformando. O forse, non essendo mai veramente sparito, si sta più semplicemente risvegliando. E di nuovo si pone a tutti questi dirigenti (e intellettuali) il problema di fargli capire che questo grande partito progressista esiste proprio per difendere i loro interessi (e non solo quelli del buon vecchio ceto medio intellettuale). Di fargli capire che questo grande partito progressista (che è grande, diciamocelo) esiste proprio per loro.

E dunque. Come facevano i partiti popolari con «la scuola della classe operaia»: ributtiamoci nel disagio sociale, parliamo meno con giornalisti vanagloriosi o spin doctor parascientifici e più con la gente che vogliamo rappresentare. Perché abbiamo un bel dire di essere il “partito dei deboli“, se poi non sappiamo manco chi sono, come vivono e cosa vogliono, questi deboli.

Che poi, sai mai che da queste batteglie fra cinquant’anni venga fuori un altro Presidente della Repubblica bravo come questo.

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