Il motivo per cui il Pd lascia tutti insoddisfatti.

Post scritto per TRed, il blog della sinistra che (psico)analizza.

A ben vedere, le critiche che si sentono in giro sul Pd hanno tutte un minimo comune denominatore: il Pd è “troppo” o è “troppo poco”. E’ troppo di sinistra, è troppo poco di sinistra. E’ troppo giustizialista, è troppo poco giustizialista. E’ troppo liberista, è troppo poco liberista. E così andando. Provateci: pensate ad ogni critica che arriva al Pd e cambiate l’aggettivo. Funziona sempre.

Ora, che un partito scontenti sia alla sua destra che alla sua sinistra è intrinseco nel suo essere “parte”. Il problema però si pone quando a criticare il partito con argomenti diametralmente opposti sono i suoi stessi militanti e dirigenti. Per dire: sul ruolo dello Stato, diversi dirigenti nazionali di spicco fanno dichiarazioni esattamente simmetriche. E’ una situazione peculiare, su temi di fondo come questi.

Qual è il problema, dunque?

Ora, quando degli individui si aggregano in un partito, lo fanno per conseguire un fine comune1. Nella prassi poi, si distinguono una strategia di medio termine e diverse tattiche di breve o brevissimo termine, funzionali a raggiungere gli scopi precedente. Se vogliamo pensare ad una metafora per descrivere questa situazione, possiamo pensare a fine, strategia e tattiche come ai diversi livelli del moto ondoso: si parte da una superficie di onde che muta costantemente e velocemente (tattiche), si scende ad un livello inferiore in cui il moto è meno rapido (strategia), per calare infine in quelle acque talmente profonde che il loro movimento è quasi impercettibile (fine).

Sia la Dc che il Pci avevano un fine largamente condiviso, che era chiaro ed esplicitato nella loro denominazione o nei primi articoli dei loro statuti2per la Dc il fine era la formazione di una società che fosse ispirata ai principi cattolici, per il Pci il fine era la formazione di una società socialista. Cosa fossero una “democrazia ispirata ai principi cattolici” e una “società socialista” era oggetto di discussione, ma su obbiettivi a lungo termine le sfumature di significato difficilmente potevano diventare oggetto di spaccature reali3.

Quello su cui si dividevano al loro interno erano invece le strategie e le tattiche. Sia nella Dc che nel Pci le strategie erano, di fatto, oggetto di discussione e di formazione di maggioranze. Togliatti4 riuscì ad imporre la strategia del gradualismo riformista come prassi per il raggiungimento del socialismo solo in virtù del suo carisma e del centralismo democratico. Moro, dieci anni più tardi, riuscì ad imporre nei quadri e nelle gerarchie cattoliche la strategia delle convergenze democratiche (l’apertura al Psi – un’idea traumatica per la Dc tanto quanto il passaggio da “rivoluzione” a “riforme” per il Pci post-resistenziale) solo grazie ad una spregiudicata campagna di consenso e ad anni di lente e parziali aperture.

Per quanto riguarda invece le tattiche di breve e brevissimo periodo, le posizioni interne si differenziavano anche nettamente fra le varie personalità (anche se, c’è da dire, la tendenza alla sintesi – obbligata nel Pci, auspicata nella Dc – aiutava spesso a trovare la quadra, come si suol dire).

Nel Pd invece? Beh, qui arriviamo al nocciolo del problema. Il Pd ha una genesi molto particolare. Nasce più sull’onda di un movimento di opinione scomposto ed eterogeneo che su una reale riflessione intellettuale e politica. Il risultato è che tutti quelli che hanno aderito al Pd vi hanno aderito convinti che il Pd corrispondesse alla loro idea di Pd, col risultato di avere un solo partito e mille auto-proiezioni di esso. Questa situazione è abbastanza chiara a posteriori (con i diversi dirigenti che per legittimare le loro idee simmetricamente contrastanti si rifanno oggi ad altrettante “idee originarie del Pd“), ma si poteva intravedere anche a priori, confrontando le differenze (e le omissioni) dei due documenti che i Democratici di Sinistra e La Margherita approvarono prima di fondare il nuovo partito.

E quindi ora ci troviamo con un partito con all’interno idee divergenti, oltre che per le tattiche e la strategia (come è naturale), pure per il fine. E gli effetti sono ben visibili nel profilo pubblico del Pd, la cui peculiarità è proprio quella di non avere un profilo pubblico preciso e netto. Ma non potrebbe essere altrimenti.

E allora, di fronte ad un campo liberal-conservatore in movimento, è tempo che il Pd, i suoi militanti, i suoi dirigenti, i suoi intellettuali, riflettano profondamente e coraggiosamente sul fine comune della loro attività politica. Se questa sfida verrà ulteriormente rimandata, come è stato fatto negli ultimi vent’anni, il rischio è duplice.

Da una parte il concretizzarsi del fallimento del progetto politico di aggregazione dei progressismi italiani. Dall’altra, l’ulteriore rafforzarsi di quei giovani dirigenti rampanti che, formatisi in anni di profonda disillusione, surrogano la loro pochezza ideale e intellettuale con una dose costante di doping comunicativo. Dimenticandosi che la politica si fa per un fine, non per la propria fama.


  1. Se vi piace Renzi, da qui in avanti siete autorizzati a sostituire il termine “fine” col termine “mission”.
  2. Per il Pci: “Gli operai, i lavoratori e gli intellettuali di avanguardia italiani che operano in modo conseguente per il rinnovamento socialista della società italiana formano una organizzazione di lotta volontaria e democratica: il Partito comunista italiano” (Articolo 1, Statuto del Partito Comunista Italiano, 1972)
  3. Il Pci stesso era nato nel ’21 da una divergenza di strategia, non di fine (rivoluzione contro riforme, per arrivare al socialismo). La Dc conservò, nonostante interpretazioni estremamente diverse del fine di società cristiana, la sua unità per quasi 50 anni, per poi dividersi quando la cattolicità non fu più un fattore politico rilevante. L’unica parvenza di scissione si ebbe con la nascita nel ’70 del Movimento Politico dei Lavoratori, il cui fine di società cattolica era così simile a quello di società socialista che nel ’72 confluì nel Psi. 
  4. Palmiro Togliatti di cui, almeno noi, ricordiamo oggi il 48° anniversario di morte. E’ paradossale che nel momento in cui gran parte dello schieramento politico si sbraccia per celebrare un padre della patria come Alcide De Gasperi, la sinistra dimentichi i “propri” padri della patria. Quindi: “Il compagno Togliatti è morto! Evviva il compagno Togliatti!” 

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