Chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso dal partito leggero

Post scritto per TRed.

Vorrei partire da questo tweet, oltre che per l’autorevolezza del suo autore, anche per la semplità schematica (dovuta, immagino, ai 140 caratteri) del suo contenuto: primarie => apertura alla società.

Preventivamente, meglio precisare che il professor Rodriguez ha un’idea di partito un tantino diversa dalla nostra, e un tantino più complicata del tweet che cito sopra. Ma non è dell’idea di partito che voglio parlare, quanto delle sue conseguenze pratiche.

Si dice: con le primarie un partito è aperto e scalabile, perché assegna agli elettori la possibilità di scegliere la classe dirigente e la sua leadership. E ancora: gli iscritti non sono più rappresentativi della base elettorale e, nei fatti, rappresentano una fascia troppo ristretta di popolazione per garantire una vera legittimazione popolare.

Sono argomentazioni intriganti, e hanno anche un loro lato di validità. Sono innegabili fenomeni (parziali, ma sempre più presenti) di burocratizzazione, oligarchizzazione e feudalizzazione della struttura-partito. Per non parlare della preoccupante atrofizzazione del suo reale peso nella società. Ma chiediamoci: le primarie sono la risposta a queste tendenze? Le primarie hanno “aperto” il partito alla società?

Guardandoci attorno la risposta ci pare evidente: no. Hanno avuto effetti positivi, hanno creato entusiasmo, ma non hanno risolto questi problemi. E’ evidente come negli ultimi anni queste tendenze e distorsioni non soltanto non siano regredite, ma (anzi!) si siano perfino ampliate. E di qui anche la motivazione più strutturale della sfiducia nella forma-partito.

Dunque, quali sono stati gli effetti reali del “partito leggero”?

Innanzitutto, le primarie sono state un ottimo strumento per salvaguardare le oligarchie1 che controllano (ad ogni livello) il partito: assegnando ai cittadini-elettori la funzione di scegliere la classe dirigente, hanno contemporaneamente permesso di mantenere intatti i meccanismi degenerati che isolano il partito dalla società: a conti fatti, il ruolo dell’iscritto reale2 si è ulteriormente ristretto, a favore di un indefinito cittadino-elettore, mentre il nucleo di potere interno reale (quei patti di sindacato presenti a tutti i livelli) è rimasto immutato. In pratica, è avvenuta una grande operazione di distrazione dai reali rapporti di forza operanti: mentre si affermava ai quattro venti che si stava “aprendo il partito”, dietro il palcoscenico tutto rimaneva immutato, compreso il ruolo minimale degli iscritti, semplice forza-lavoro da domare e ammansire alla bisogna.

Si è poi legata la scelta degli organi dirigenti (Assemblea Nazionale e Assemblee Regionali) ai risultati delle primarie. Peccato che a fare i listini bloccati con cui si sono eletti i delegati siano stati i comitati promotori delle mozioni: cioè sempre la stessa oligarchia di pochi dirigenti e amministratori3 che, in ultima istanza, controllano anche una parte maggioritaria delle tessere (cosa diversa dagli iscritti reali).

Infine, parliamo della presunta scalabilità garantita dalle primarie. La tesi è che, riuscendo a bypassare i meccanismi di controllo dell’oligarchia interna (che, come abbiamo visto, non vengono toccati) il partito sia realmente “aperto alla società”. Ma, chiediamoci, chi è questa “società” che può ambire a “scalare”, “controllare” e “verificare” il partito?

Beh, la stragrande maggioranza dei cittadini (e degli elettori) non ha gli strumenti per compiere realmente queste azioni. Non ce li ha, né ce li può avere (in verità i partiti stessi servirebbero a superare questa debolezza strutturale).

E allora chi è questa “società”? Nei fatti, non è che una parte molto ristretta di popolazione. Quella parte che, guarda caso, da anni ribadisce l’ideologia della “sana società civile”: un ristretto ceto di intellettuali, opinionisti, giornalisti, imprenditori. In pratica, l’opposto di quei “deboli” che un partito progressista dovrebbe rappresentare e difendere.

Verrebbe quasi da concludere che l’effetto principale del “partito leggero” (e delle primarie a questo modello associate) abbiano fatto gli interessi di due oligarchie, a discapito della democraticità sostanziale del campo progressista. A incidere sulla linea politica del Pd hanno continuato ad essere sempre gli stessi, da una parte un’oligarchia di iscritti-dirigenti-eletti, dall’altra un’oligarchia di intellettuali e ricchi imprenditori.

In ultima istanza, la forma ibrida leggero-pesante che abbiamo ereditato si è rivelata uno strumento di conservazione degli interessi di strette oligarchie privilegiate, e le primarie non sono servite a scardinare questo meccanismo. Continuiamo a usarle pure (non che fare congressi con questo tipo di tessere renda appetibile il Pd ai cittadini, sia chiaro), ma prendiamo coscienza del fatto che continuando così non combiniamo nulla.

E non risolviamo nessuno dei nostri problemi.


  1. Oligarchia è qui usato senza alcuna valenza negativa. In ogni organizzazione umana c’è una parte dirigente, e non ve lo stiamo a dire certo noi. Il problema è che la reale parte dirigente del Pd, e questo a tutti i livelli, spesso agisce in modo poco trasparente e autonomo rispetto al resto del partito. 
  2. Qua si va a idealtipi, perché la realtà è più complessa. E’ impossibile distinguere con un criterio di oggettività il militante dal simpatizzante, figurarsi il simpatizzante dall’iscritto coatto (ovvero l’iscritto non contro la sua volontà, ma indipendentemente dalla sua volontà). Un criterio più funzionale sarebbe quello comparativo del “si iscriverebbe se il metodo di tesseramento fosse simile a quello dei partiti europei“? 
  3. Che poi, con tutto il rispetto per gli iscritti-amministratori, siamo convinti che essere eletti in un organo rappresentativo sia un onore, ma non per forza un merito. Ci piacerebbe un po’ meno di retorica sul mandato popolare ai singoli. Anche perché i singoli, senza Partito, negli organi rappresentativi non entrerebbero.

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