Perché il liberismo non è di sinistra

Post scritto per TRed, il blog della sinistra a cui piace farsi odiare.

Dice Matteo Renzi:

“Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo, ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore”

E’ una posizione rispettabile, con una genealogia (tipicamente italiana) ben definita. Certo, mettere sullo stesso piano Zingales e Blair indica una certa superficialità (forse anche ricercata) riguardo a cosa sia stata l’esperienza del New Labour inglese, ma questo non è il punto.1

Il punto è il concetto politico, molto forte, espresso in questa dichiarazione: il liberismo è di sinistra, in Italia come in Europa. Bene.

Cos’è il liberismo? Il liberismo è un insieme di posizioni di natura economica, politica e sociale che sostengono la necessità, per quanto possibile, di liberare l’iniziativa individuale da ogni vincolo di natura esterna, sia esso lo Stato o qualsivoglia altra associazione umana (cartelli finanziari, corporazioni, etc). Il tutto per assicurare la maggiore felicità del consesso umano nel suo complesso. E fin qui ci siamo.

In Italia questa sensibilità politico-culturale è stata, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in netta minoranza nella società e nella cultura: albergava nell’ideologia dei partiti laici di centro (Pli e Pri prevalentemente) e in qualche settore minoritario del socialismo liberale (fra cui alcuni nuclei di intellettuali post-azionisti). Com’è noto, i due maggiori partiti (Dc e Pci) furono nella teoria e nella pratica contrari a questo principio, spinti com’erano dall’ideologia e dalla pratica verso lo statalismo, inteso come coscienza della necessità dello Stato di intervenire nella vita economica e sociale del Paese.

Col crepuscolo della Prima Repubblica, il liberismo riemerse trionfalmente dal suo percorso carsico, attecchendo sia a destra che a sinistra. Nel campo progressista, due furono le principali legittimazioni di questo rientro in grande stile: una esterna (l’affermarsi in tutta la sinistra europea di una revisione del paradigma socialdemocratico classico, in crisi dagli anni ’70)2 e una interna (la mal gestione della cosa pubblica e delle sue appendici economiche da parte dei partiti di governo). Da allora, il liberismo è stato la cultura ufficiale di gran parte delle classi dirigenti italiane, fossero esse economiche, politiche o culturali. Certo, con sfumature anche profondamente diverse, ma sempre condividendo lo stesso humus intellettuale.

Ora, tornando a Renzi e alla sua dichiarazione, non ce la sentiamo di emettere una scomunica. Come abbiamo detto prima, la sua è una sensibilità legittima anche nel campo progressista, con delle solide radici storiche. Ma questo però non ci vieta di dissentire.

E dissentiamo primariamente per una ragione teorico-metodologica: se l’obiettivo (l’utopia, se vogliamo) del movimento progressista è quello di migliorare la società eliminando le ingiustizie in essa presenti, la leva dello Stato non può essere aprioristicamente scartata. Solo lo Stato infatti ha la forza storica di intervenire per correggere le dinamiche distorte provocate dal mercato e dall’economia. E solo lo Stato, cioè la (quasi) totalità dei cittadini consociati, può garantire il bene comune rispetto al bene individuale.

Ma c’è una seconda obiezione di natura pratica: il nuovo liberismo in salsa italiana avrebbe esiti progressisti? Guardando alla “grande stagione delle privatizzazioni” degli anni ’90 ci viene qualche dubbio. E verso cosa si orienterebbe questo liberismo di sinistra? Un’ulteriore deregolamentazione del mercato e dei diritti? La privatizzazione delle aziende municipalizzate?3 Spiegatecelo, parliamone. Ma attenti, privatizzazione e liberalizzazione non per forza equivalgono a progresso sociale.

Infine, una piccola nota a piè di pagina. L’Italia e l’Europa non “sono state distrutte dal liberismo” (sic) nel limite in cui a un’idea non si può imputare un processo storico. L’Italia e l’Europa “sono state distrutte” da degli esseri umani, che hanno strumentalmente usato le ideologie liberiste per giustificare le proprie azioni, interessati o meno che fossero a difendere degli interessi economici individuabili.

Ergersi oggi a paladini del liberismo quindi non vuol dire solo avere una certa confusione riguardo a quale dovrebbe essere la priorità di un movimento progressista in tempi di recessione. Ergersi oggi a paladini del liberismo vuol dire innanzitutto legittimare quelli che dicono che destra e sinistra sono ormai la stessa cosa. Perché se il nostro paradigma politico-culturale è lo stesso di quelli che hanno difeso e aumentato la disuguaglianza sociale degli ultimi 20 anni, non ci si può poi lamentare che i cittadini non percepiscano l’alternativa progressista che noi costituiamo.

E se i cittadini non la percepiscono, questa alternativa progressista, facile che se ne trovino un’altra di alternativa, magari populista, magari reazionaria.

P.S. per chiarezza precisiamo che il termine “liberismo” viene qui inteso nel suo uso corrente e accademico: cioè come corrispettivo di quello che in inglese viene chiamato neoliberalism (scuola di Chicago e compagnia, per capirci). Quindi, non si parla del “liberismo” in senso crociano (insieme delle dottrine economiche del liberalismo), un significato ormai desueto. Che fatica.


  1. Su come vengano recepite in Italia le idee che provengono dall’estero ne ha scritto molto bene Livio Ricciardelli qua
  2. Ci sarebbe veramente molto da dire su quanto questa crisi fosse più percepita che reale. Lo faremo in un altro post. Qui basti fare un esempio: gli stati sociali scandinavi sono stati dati per morti per un decennio, confondendo una crisi congiunturale per una crisi strutturale (vedi per esempio questo articolo de La Repubblica del ’91). In verità, il modello entrò in crisi negli anni ’80, si riformò negli ’90 e adesso funziona ancora benissimo: in Svezia, per esempio, la percentuale di popolazione coperta dal welfare state è maggiore che negli anni ’60. 
  3. Ma allora verrebbe da chiedersi dove fossero questi Cuor di Leone delle privatizzazioni progressiste dopo i referenda dell’anno scorso.. 

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