Quello che manca al Pd non è una formalità, ma una questione di qualità

Post scritto per TRed.

“Io sto bene, io sto male, io non so dove stare”
Cccp – Io sto bene

Scrive Scalfarotto: “La cosa peggiore che potrebbe fare il PD a questo punto sarebbe interpretare il buon dato del voto amministrativo come un invito alla continuità. Come a dire: tutto va bene, quindi procediamo come se nulla fosse”. E noi siamo perfettamente d’accordo.

Aggiunge Scalfarotto: la discontinuità che ci richiede la società è una discontinuità generazionale. Semplificando: “facce nuove”. E noi, da militanti del Pd, siamo ben coscienti di questa richiesta, ormai non rinviabile. Anzi, non ci sarebbe dispiaciuto se i nostri dirigenti trenta-quarantenni fossero stati in grado di prendere in mano il Partito anni fa. Ma questo non è successo.

E ora ci troviamo in mezzo ad una crisi sociale ed economica di una gravità mai sperimentata nella storia repubblicana. Una crisi economica che sta lasciando a casa ogni mese decine di migliaia di lavoratori. Una crisi economica che minaccia chi il lavoro già ce l’ha (magari precario), e non include chi il lavoro non ce l’aveva neanche prima.

Ora, in mezzo a questo devasto, la priorità del Pd è il ricambio generazionale? O forse, tenendo ferma l’irrimandabile necessità di valorizzare i giovani dirigenti1, la priorità del Pd dovrebbe essere forse un’altra?

Pensiamo ad un serio tentativo di “prendere la leadership” sui temi della crisi occupazionale, del lavoro, della crescita, della difesa dello stato sociale. Con un occhio alla campagna di Hollande in Francia e a quello che sta facendo Milliband in Inghilterra. With you in tough time, con te nei momenti difficili, questo è lo slogan del Labour da qualche mese.

Eric Hobsbawm (il più grande storico dell’età contemporanea) ha detto qualche settimana fa in una bella intervista:

“La sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”.

Giriamo questa riflessione ai molti che non perdono occasione per rilanciare il rinnovamento generazionale del nostro Partito, dimenticandosi costantemente l’enorme questione sociale che invece si sta creando nel nostro Paese.

Con una piccola postilla: a chi rischia il suo posto di lavoro, o a chi l’ha già perso, che il Pd faccia o meno il “ricambio generazionale” non gliene può fregare di meno. E infatti, e questo è il punto, quando va a votare si rivolge ad altri, che magari hanno una proposta vaga e indefinita, ma che almeno danno uno sfogo preciso (i “partiti magnaschei“) alla rabbia sociale che cresce fuori dalla “classe media istruita“.

Cioè, guarda un po’, quella parte di società da cui la sinistra italiana ha divorziato decenni fa, troppo impegnata in dibattiti autoreferenziali su alleanze e primarie, lasciandola in balia di una demagogia strisciantemente conservatrice.


  1. Che per altro dovrebbe avvenire naturalmente tramite le annunciate primarie per il Parlamento, se i “giovani” nei territori saranno pronti a vincerle. 
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