Intervista a Gianni Cuperlo

Intervista fatta per TRed, il blog della sinistra che vede l’ombra di D’Alema nelle foto che fa.

Gianni Cuperlo e Palmiro

Una nuova intervista giurassica, dopo quella a Pippo Civati. Stavolta abbiamo intervistato Gianni Cuperlo, e come al solito siamo riusciti a chiedergli metà di quello che avremmo voluto.

L’11 dicembre 1988, a pagina 8, La Repubblica titolava: “Un anti-burocrate conquista la Fgci”. Si parlava di te. Da ultimo segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana (e da primo della Sinistra Giovanile), che messaggio ti senti di dare ai Giovani Democratici?

Bah, guarda, non ho la presunzione di poter dare messaggi. Io non mi sono mai pentito di aver dedicato degli anni della mia gioventù all’impegno politico in un’organizzazione giovanile.  E devo dire che col senno di poi quell’esperienza è stata per me, e per chi l’ha condivisa con me, un’esperienza di grandissimo valore formativo, soprattutto dal punto di vista della passione civile. E secondo me può essere così ancora oggi, anzi, a maggior ragione in un tempo attraversato da tante contraddizioni e conflitti che investono più che in passato le giovani generazioni condannate ad una condizione di precarietà, non solo nel rapporto col mercato del lavoro, ma in termini quasi esistenziali. Un’organizzazione come i Giovani Democratici, che in nome della propria autonomia interviene nelle cose della politica, io la trovo un fattore assolutamente utile e quasi necessario.

Tu che vivesti da protagonista la transizione fra Pci e Pds, come giudichi la scelta di allora, da parte della classe dirigente post-berlingueriana, di abbandonare il comunismo senza però approdare definitivamente alla socialdemocrazia europea?

Ma sai, col senno di oggi è abbastanza facile dire che fu un errore. Cioè, io penso che noi tutti dobbiamo riconoscere ad Achille Occhetto, che fu da segretario l’artefice di quella svolta, il coraggio (alcuni hanno detto l’incoscienza) di aver portato il Pci oltre le Colonne d’Ercole della sua storia e della sua tradizione. Lo si fece nel nome di una cultura altra e da questo punto di vista la domanda è intelligente: probabilmente allora noi avremmo dovuto tematizzare diversamente il nodo della sinistra europea e dell’approdo ad una cultura di matrice socialista e socialdemocratica. Però devi ricordare che si era al punto più basso del rapporto fra noi e i socialisti, e per questo e per altre questioni interne ed esterne quell’operazione avrebbe incontrato enormi difficoltà. Però oggi non possiamo dirci pentiti, perché abbiamo fondato un partito in cui confluiscono le diverse tradizioni del riformismo italiano, fra cui anche quelle di matrice socialista e laburista. E’ una sfida che ci mette in rapporto oggi con quella sinistra europea con la quale per altro non abbiamo mai interrotto i rapporti e che ci consente di andare a Parigi con il nostro segretario Bersani a firmare un documento programmatico con l’Spd tedesco e il Ps francese.

A proposito, ieri [domenica 20 maggio – NdR] Francesco Verducci sull’Unità rilanciava l’idea di un partito europeo comprendente l’attuale gruppo socialista e il Pd. Secondo te è possibile compiere questa operazione da fuori il Pse?

Guarda, noi siamo già incamminati su quella strada. A Strasburgo e a Bruxelles noi sediamo nel gruppo dei Socialisti e Democratici Europei. E’ del tutto evidente che il Pd si colloca nel campo delle forze progressiste e di matrice riformista che in Europa sfidano il blocco conservatore delle destre. Poi le formule di questo rapporto io penso che si possano discutere. Rispetto molto quelle esperienze, quelle culture, quelle personalità che rivendicano una loro storia e una loro tradizione e che non accettano di portarle avanti semplicemente dentro l’alveo del socialismo europeo. Sono però abbastanza convinto che il lavoro che si è avviato proseguirà nei mesi e negli anni futuri e che questa casa comune dei Socialisti e dei Democratici sia destinata a rafforzarsi ancora. E ad aumentare di volumetria e a costruire un piano dopo l’altro, anziché a ridursi. Il problema non è guardare agli anni che abbiamo davanti con lo sguardo rivolto all’indietro, ma con uno sguardo compitamente consapevole che dobbiamo costruire qualcosa di nuovo.

Sempre rimanendo sul Pd, che ovviamente non può limitarsi ad essere una riedizione del socialismo (sennò tanto valeva farlo), non pensi che nella sua fase costituente sia mancata una riflessione politico-culturale approfondita? Perché a pensare a com’era il Pd quattro anni fa, a com’è adesso e a quanti altri nodi debbano ancora essere risolti, il dubbio un po’ viene.

Sì, sono piuttosto d’accordo con questa fotografia. Diciamo che noi abbiamo sorretto la nascita di un nuovo partito sulla premessa di fondere le diverse tradizioni del riformismo italiano, sapendo però che questa fusione rendeva complicato affrontare alcuni nodi di carattere culturale e identitario. E la scelta che è stata fatta a quel punto è stata quella di posticipare, di rinviare, di aggirare quegli ostacoli, pensando che affrontare una discussione sull’identità del nuovo soggetto avrebbe potuto determinare delle divisioni. Non è stata una scelta appagante, perché alla fine rinviare i problemi non li risolve, e prima o dopo li devi affrontare.

A novembre, prendendo la parola ad un’assemblea di Rifare l’Italia, davanti ad una platea di dirigenti trenta-quarantenni, hai esordito dicendo: “Vi porto i saluti dello Spi [il sindacato dei pensionati della Cgil – NdR]”. Voi cinquantenni non rischiate di rimanere un po’ schiacciati fra gli inossidabili sessantenni e questi trenta-quarantenni?

Beh certo, però questo avviene anche per responsabilità un po’ nostra. Cioè, non è colpa solo di quelli che c’erano prima e non hanno sufficiente spazio a quelli che venivano dopo. Quando una generazione non è in grado di acquisire delle responsabilità nel momento in cui sarebbe giusto che le acquisisse la responsabilità principale è sua che non è in grado di prendersela.

Tornando sul politico-culturale, nelle scorse settimane noi di TRed ci siamo chiesti se la categoria politica “riformismo” sia ancora attuale. Cioè, nel 2012, è qualificante definirsi riformisti? O lo diciamo solo perché siamo abituati a dirlo?

No, è legittimo definirsi riformisti, ma non è più sufficiente. Non basta. Bisogna entrare nel merito di quali sono le riforme. Prendi questa crisi: questa crisi c’è chi la paga e c’è chi l’ha prodotta. E’ difficile dare l’etichetta di riformisti ad entrambe le categorie. C’è chi la crisi la porta sulle spalle, con le conseguenze che ha determinato in termini di impoverimento, di disuguaglianze. E c’è invece chi ha teorizzato che la diseguaglianza dovesse essere una leva sulla quale agire per determinare una nuova lunga stagione di crescita e di benessere. Quindi, anche se i membri di entrambe le categorie tendono a definirsi riformisti, bisogna che la politica abbia la capacità di entrare sempre nel merito dei contenuti delle riforme. Perché il termine, come dici tu, è di per sé molto generico e quasi onnicomprensivo: difficile trovare qualcuno che non si definisca riformista. Ma la difficoltà inizia quando si passa dalla qualifica al contenuto della stessa qualifica. E noi abbiamo fatto il Pd per offrire un punto di vista sulle riforme che deve essere consapevole delle difficoltà che abbiamo davanti, ma anche molto radicale, come insegnano le leadership più forti nel campo democratico mondiale, quella americana e quella francese.1

A proposito, non sarebbe opportuno che il Partito Democratico cercasse di orientare la crescente tensione sociale verso obiettivi progressisti?

Io penso che questo in qualche modo lo stiamo facendo. L’azione che Bersani ha impresso con la sua segreteria in questi anni è andata esattamente in questa direzione. Chiaro che se noi dovessimo tornare al governo non potremmo tornarci con le medesime ricette di cinque o di dieci anni fa. Dovremmo tornarci con una forte autonomia, e anche con il coraggio di introdurre delle proposte che forse in passato sarebbero potute apparire come eretiche. Per esempio, io penso che Hollande vada nella direzione giusta nel momento in cui dichiara che introdurrà un’aliquota del 75% sui redditi superiori al milione di euro. Direzione giusta verso la quale dovremmo andare anche noi.

Ultima domanda. Secondo te non c’è stata negli ultimi decenni una certa subalternità politica dei partiti nei confronti di altri soggetti sociali (per esempio sindacati, organi di stampa, poteri economici, etc.)?

Beh, ma sono cose diverse. I sindacati sono una risorsa della democrazia. Mi ha sempre colpito un discorso di Obama durante la campagna elettorale del 2008 nella quale il candidato democratico riconobbe un’importanza fondamentale al ruolo dei corpi sociali intermedi, a partire dai sindacati. E lo fece con una chiarezza che mi sarebbe piaciuto sentire in tanti momenti da leader di governo europei e italiani. Invece, i mezzi di informazione, se parliamo dell’Italia, seguono una parabola molto particolare, anche alla luce di quello che è stato il conflitto di interesse ventennale del leader della destra italiana. Quanto ai poteri economici, c’è chi ha teorizzato una condizione di strutturale subalternità della politica agli interessi della grande economia. Per la serie: l’economia decide, la politica esegue. Ma i risultati della crisi ci dicono che è una ricetta che non porta da nessuna parte. C’è quindi la necessità urgente di recuperare un’autonomia della politica, se vogliamo che la prossima sfida per il governo metta in campo quell’alternativa radicale di cui parlavamo prima.


  1. Nota del redattore: possiamo dire serenamente che questa risposta non ci ha soddisfatto. Ovvero: noi non mettiamo in dubbio la possibilità che si possa essere “riformisti nel modo in cui piace a noi“, noi mettiamo in dubbio l’utilità di definire quel “modo che piace a noi” con una categoria politica ormai equivoca, in quanto onnicomprensiva nel contesto politico attuale. C’è da dire, in difesa di Cuperlo, che l’intervistatore forse non è riuscito a formulare la domanda nel modo più chiaro possibile. Anzi, in effetti è andata proprio così. 
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