Giannini, la legge elettorale e l’antica arte del proporre cose inapplicabili

Post scritto per TRed.

Oggi su Repubblica lo stimato Massimo Giannini si diletta sul tema della legge elettorale (Il doppio turno è la soluzione), che come è noto è un tema ci appassiona non poco.

Oltre al tradizionale rimprovero al Pd reo di “non cavalcare con forza il maggioritario a doppio turno” (nota bene: di doppio turno si sta parlando da una settimana solo grazie al Pd che l’ha rilanciato – vedi ad esempio le dichiarazioni di Bersani, Franceschini, Finocchiaro, Violante – ma vabbè) il nostro Giannini si lancia in una squalifica di tutte le proposte per ora elaborate, definendole indiscriminatamente “se possibile anche peggiori della porcata calderoliana“.

La soluzione è solo una quindi: un bel doppio turno “alla francese”. Ora, si sa che in Italia si tende a parlare più o meno a sproposito dei modelli degli altri paesi, quindi è utile fare una breve sintesi del sistema elettorale “alla francese”.

Lasciando perdere l’elezione presidenziale, che in Italia (per ora) non interessa, funziona così: il paese è diviso in tanti collegi quanti i seggi da assegnare, e in ogni seggio ogni partito candida un solo candidato. Se al primo turno uno di questi riesce a prendere più del 50%, bene: è eletto. Ma non succede quasi mai. Si va quindi al secondo turno a cui accedono tutti i candidati che al primo turno hanno preso di più del 12,5% dei voti degli aventi diritto (non dei votanti). Chi prende più voti al secondo turno, vince.

Storicamente in Francia al secondo turno passavano quattro candidati, e a quel punto in qualche collegio succedeva che da Parigi imponessero ai candidati dei due partiti maggiori (Ps e Ump) di ritirarsi e di sostenere i candidati dei partiti minori (Fn, FdG, Udf, etc.) con cui si sono fatti accordi nazionali. Ora invece al secondo turno passano generalmente solo due candidati, e infatti, nell’Assemblea Nazionale che sta andando al rinnovo, i due partiti maggiori sommati (Ump e Ps) hanno l’86% dei seggi.

Lo ammettiamo: a noi questo sistema (uninominale a doppio turno eventuale, per gli amici) non dispiace. Ma abbiamo qualche dubbio sulla sua reale importabilità nel contesto italiano. Primo: essendo un sistema che premia contemporaneamente il radicamento territoriale e la presenza nazionale, favorirebbe enormemente il Pd, non poco la Lega, in parte (aleatoria) il Pdl e (forse) il M5S, mentre massacrerebbe Idv, Udc e Sel. De facto, converrebbe solo al Pd (che non per niente lo propone).

Secondo: Giannini dice che fra i due turni si dovrebbero comporre le coalizioni, salvaguardando quindi il bipolarismo. Come, non si sa. Perché in quasi nessun collegio i partiti medi attuali riuscirebbero a superare lo sbarramento del 12,5% degli aventi diritto (probabilmente neanche uno sbarramento analogo sui voti espressi, per quello). Il bipolarismo quindi si formerebbe a livello di collegio (quasi ovunque sarebbe un “Pd vs ??”), con esiti poco prevedibili a livello nazionale, ma di sicuro non bipolari. Poi, perché sarebbe alquanto difficile che da Roma i partiti maggiori (Pd e Pdl) riuscissero a imporre ai propri militanti e ai propri elettori di convergere su un candidato di un partito minore in interi collegi. Che poi, incidentalmente, sarebbe anche poco coerente con tutto quello che Repubblica e i suoi editorialisti hanno predicato negli ultimi vent’anni sul rapporto trasparente fra “società civile” e “società politica”.

Terzo problema, derivato dai precedenti: trovare una maggioranza parlamentare favorevole a questa proposta. E scusateci se è poco.

In conclusione, ci piacerebbe capire come Giannini pensi di superare queste tre questioni. Ma ci accontenteremmo anche solo di capire se il nostro, prima di mettersi a scrivere questo bell’editoriale, abbia valutato la reale applicabilità della sua proposta nello scenario politico italiano.

In tutta sincerità, noi si ha qualche dubbio a riguardo.

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