Perché oggi tutti si dicono riformisti (e perché potremmo anche smetterla)

Post scritto per TRed, il blog della sinistra che pontifica.

«Mi sono rotto il cazzo del “più grande partito riformista d’Europa”» 
Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo

L’11 novembre 2006, in una sala conferenze del centro storico di Vicenza (ora diventata un ristorante di sushi), Giuseppe Vacca venne informato della presenza nelle prime file della platea di alcuni dirigenti dell’allora Forza Italia, venuti per assistere alla presentazione del suo ultimo libro: “Il Riformismo italiano, dalla fine della guerra fredda alle sfide future”. Il presidente dell’Istituto Gramsci cortesemente rispose: “Ah beh, giusto che in sala ci siano anche i riformisti di destra”.

Questa affermazione lasciò piuttosto perplesso il sottoscritto nella sua versione quindicenne: perché un termine come riformista, da me sempre associato alla sinistra, veniva attribuito a gente di destra? Da allora mi sono chiesto più volte che senso abbia oggi la categoria riformista, e quello che segue è un po’ il risultato di 6 anni di divagazioni mentali sotto la doccia.

Allora, partiamo dal principio. Nei primi anni del novecento il termine riformista indicava quella parte di socialisti che, guidati da Filippo Turati, ritenevano che la via maestra per il socialismo fosse cambiare le istituzioni dall’interno tramite un processo riformatore, piuttosto che dall’esterno attraverso un’azione rivoluzionaria. Questi (forti soprattutto nei settori cooperativi e sindacali) ebbero la maggioranza del Psi almeno fino al congresso di Reggio Emilia del 1912, quando furono sconfitti dai massimalisti. Parentesi: massimalista indicava la volontà di un’applicazione immediata del cosiddetto programma massimo, cioè del socialismo. Nel ‘21 poi i massimalisti subirono la scissione dei comunisti e nel ‘22 videro bene di cacciare fuori i nostri amici riformisti.

Per farla breve, i riformisti e i massimalisti fecero la pace e ritornarono insieme durante il periodo fascista (XXI Congresso – Parigi, 1930), per poi risepararsi nel dopoguerra (XXV Congresso – Roma, 1947), dopo un buon risultato alle elezioni della Costituente. Il pomo della discordia era l’alleanza frontista con il Pci, che in effetti non fu un ottimo affare per il socialismo italiano. Gli eredi dei massimalisti, comunque, continuarono la loro attività nel Psi, mentre gli eredi dei riformisti formarono lo Psli (poi Psdi). Ma a quel punto la differenza fra le due parti già non stava più nella dicotomia riforma/rivoluzione, aderendo tutti (compresi i comunisti di Togliatti) ad una visione graduale e democratica dell’avvento del socialismo. La differenza iniziò ad essere più labile: socialdemocratici contro socialisti, coi primi visti con una punta di sospetto dai secondi (e dai comunisti, dove l’essere socialdemocratico fu per lungo tempo associato ad un’altra eresia: il migliorismo) per la loro presunta arrendevolezza nei confronti di un sistema a cui ci si adeguava sul breve periodo sì, ma solo per abbatterlo in quello medio-lungo.

Dagli anni ‘60 sia i socialisti che i socialdemocratici collaborarono con la Democrazia Cristiana a periodi alterni, fino a ritrovarsi (in una posizione di superiorità netta dei primi) entrambi azionisti del pentapartito degli anni ‘80. Lo stesso Craxi, che recuperò il socialismo liberale, mai si discostò dalla tradizione nenniana e massimalista da cui lui, come gran parte del gruppo dirigente socialista, proveniva. Ma il termine riformista indicava ormai una cosa ben diversa dal suo significato storico.

Cosa? Il termine riformismo, in un paese in cui si sentiva (e sente) l’esigenza netta di riforme, aveva iniziato ad associarsi per antitesi al termine conservatorismo, diventando politicamente e ideologicamente trasversale. E perdendo di fatto la sua carica “di parte”. Ed è questo ambivalente significato che nel lontano 2006 mise in confusione un giovane neo-iscritto alla Sinistra Giovanile in una sala conferenze che ora è un ristorante di sushi.

Ora, che nel 2012 il termine riformismo sia particolarmente importante nel campo progressista è evidente a tutti. Per fare due esempi veloci: la parte liberal del Pd che intitola la sua rivista ”Qualcosa di riformista” e un noto editorialista che indica gli aderenti ai due principali partiti progressisti italiani, cioè Pd e Sel (mah), come i “riformisti democratici”.

Epperò, al netto dell’innegabile uso quotidiano di questo termine, una domanda resta insoluta: cosa diavolo vuol dire essere riformisti al giorno d’oggi? Perché, se “le parole sono importanti”, ci piacerebbe capire qual è il criterio di selezione che distingue i riformisti dai conservatori, al di là delle reciproche scomuniche. Perché in tutti i paesi democratici anche i conservatori sono riformisti, dato che qualsiasi azione di governo si sostanzia tramite un’azione riformista. Ed è così anche in Italia, con tutta evidenza.

E allora, serenamente, ci chiediamo: definirci riformisti è sufficiente a far capire al nostro esterno chi siamo e cosa vogliamo? E ancora: non sarebbe il tempo di rimettere in primo piano il fine della nostra azione (il progresso) piuttosto che lo strumento per giungerci (le riforme)?

Perché se siamo tutti riformisti uguali, e se ci definiamo tutti riformisti uguali, diamo un bell’argomento a chi dice che la distinzione fra destra e sinistra sia ormai superata.

E invece non è così, e noi lo sappiamo bene. Ma se noi stessi siamo i primi a non rivendicare la nostra diversità politica, come possiamo pretendere che i cittadini la percepiscano?

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