L’inverno della politica

Post scritto per TRed, il blog della sinistra dei telefilm.

Winter’s coming!” verrebbe da dire, se non fosse che la neve ci arriva già alla gola. E non servono i sondaggisti, novelli maestri della Cittadella, per essere coscienti che l’autunno è finito e si preannuncia un lungo inverno, forse non il più lungo della storia, ma comunque uno piuttosto rigido. A farcelo capire è quello che dicono i nostri amici, gli amici dei nostri genitori, la gente che chiacchera in treno. La più totale sfiducia nella classe dirigente politica, nei partiti, nelle istituzioni, nel Parlamento. In una parola, la più totale sfiducia verso la democrazia.

E non è una banalità ripetere che una parte di questa sfiducia la classe dirigente dei partiti se l’è meritata. Ma attenzione, non tanto quella che in questi anni ha intascato soldi pubblici, è stata corrotta, si è venduta. Questa parte, la parte malata, ha solo fatto quello che era naturale che facesse. Il problema è che ha potuto farlo. Il problema è che la parte che in questi anni ha dichiarato e esercitato una diversità gliel’ha lasciato fare. Perché mentre in questi anni la parte malata della classe politica approfittava dei margini della legislazione sui partiti e sul finanziamento pubblico, la parte sana non ha avuto la forza di cambiare le cose, o almeno di far capire alla società che ci teneva sul serio a cambiarle. Non ha avuto la forze di sconfiggere il vulnus oligarchico del tesseramento selvaggio nei partiti, non ha avuto la forza di eliminare l’ipocrisia dei finanziamenti pubblici fatti passare come rimborsi elettorali. E non ha avuto la forza di dire che un partito non più in attività non deve più ricevere finanziamenti pubblici. E adesso questi errori li stiamo pagando a duro prezzo. E forse l’esercizio di una togliattiana autocritica non farebbe troppo male.

Ma l’analisi sarebbe incompleta se si limitasse agli errori della parte sana della classe politica. Mentre infatti tutto questo accadeva, interi settori della società italiana fiancheggiavano e approfittavano (spesso silenziosamente) del malcostume diffuso, del malcostume al governo. Per distaccarsene poi con sorpresa indignazione solo dopo aver capito che il sistema non poteva più reggere. Una cosa del genere era già successa durante Tangentopoli, quando una parte importante di classe dirigente economica prese in mano i forconi, dimenticando che a corrompere i politici era chi i soldi ce li aveva avuti. Loro.

Ma la ricaduta di antipolitica di oggi si lega ad un altro fenomeno: la grave crisi economica e sociale. E ogni grave crisi economica e sociale che si rispetti porta naturalmente in dote con sé un ritorno alla politicità di masse prima solo superficialmente partecipi, o perfino indifferenti.

E questa è una cosa positiva, certo. Ma porta con sé un inevitabile aspetto negativo: la demagogia, la semplificazione estrema, la ricerca del capro espiatorio. E’ così in tutta Europa. E’ così in Francia, dove aggregano e pesano due candidati dai toni populisti di destra (Marine Le Pen) e di sinistra (Jean-Luc Mélenchon), due candidati che traducono il malessere provocato dalla crisi rispettivamente in tensione etnica e tensione sociale.

E in Italia, dove la presenza e la capacità dei corpi intermedi e democratici di orientare l’opinione pubblica è evanescente, cosa succede? Succede che più la società è depauperata dalla crisi più si alza il malessere verso le organizzazioni politiche. E certo, questo fenomeno si verifica perché, come dicevamo prima, ha degli elementi concreti su cui basarsi. Ma si verifica anche perché la gran parte dei media, compresi quelli che si definiscono progressisti, hanno scelto di alimentare questo malessere.

E qual è la conseguenza di tutto questo? E’ che oggi, in Italia, nella mentalità diffusa, la colpa della crisi non è di chi l’ha provocata o di chi ne ha tratto vantaggio, ma della classe politica. E’ che oggi, in Italia, il problema è più la percentuale irrisoria di politici che ruba rispetto all’enorme evasione fiscale diffusa in tutti i gangli della “società civilissima”. E’ che oggi, in Italia, il problema è l’esistenza del finanziamento pubblico ai partiti e non che, secondo Bankitalia, il 10% più ricco della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero solo il 10%.

E forse, forse, quello che si sta facendo passare come il problema italiano, l’esistenza dei partiti, forse è proprio quello l’unico strumento che ha in mano quel 45% di italiani per rendere la ricchezza, il potere e la cultura più diffusi e meno concentrati di quello che sono adesso.

Ma ormai, appunto, siamo in pieno inverno. E a noi non resta che fare quel poco che possiamo ancora fare: prepararci alla bufera, indossare le nostre cappe nere e aspettare la primavera. Sperando di essere ancora vivi.

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