In Italia, qualcuno era comunista anche senza volere un regime comunista

Post scritto per TRed.

Per chi se lo stia perdendo, in questi mesi su La Stampa sta avvenendo un dibattito, anche piuttosto interessante per i nerd del pensiero politico, sul comunismo di Gramsci. Detta così, ci sarebbe poco da discutere. E invece no: la tesi di base è che il secondo segretario del PCd’I avrebbe abiurato il comunismo in stile sovietico, per riadattarlo in forma “liberale”. Questa conversione (o abiura) sarebbe poi stata celata dal perfido Togliatti, impegnato a legittimare culturalmente il comunismo italiano. E’ una tesi che ha profonde radici, e la sua storia è ben riassunta in questo articolo. Ora, il dibattito è in corso. Dal nostro punto di vista, per quanto questa tesi sia alla lontana verosimile, alla sua base manca la cosa più importante: uno straccio di prova indiziaria decisiva. Ma non è di questo che volevamo parlare.

Volevamo invece parlare dell’intervento odierno sul suddetto quotidiano di Franco Lo Piparo, sostenitore della tesi abiurista nonché noto linguista e studioso del pensiero di Gramsci. Il buon Lo Piparo apre citando una lettera di Reichlin a Macaluso in cui il primo ricorda al secondo che pur stando in un partito comunista il loro fine non fosse l’instaurazione di un regime comunista. Da questo il linguista nota come il movimento comunista fosse “un movimento politico-culturale in cui al nome (comunismo) potesse non corrispondere nella pratica e nelle intenzioni di molti la cosa (il regime comunista)”.

Lo Piparo, anche per legittime questioni di spazio, non cita il resto di quello che Reichlin precisava subito dopo (“Il programma del Pci era – ci spiegò Togliatti – la Costituzione. È anche per questo che io molti anni dopo accettai di cambiare il nome di quel partito. Non per opportunismo o per cancellare una storia, ma perché il Pci era stato una grande cosa in quanto era quel luogo, quel complesso di cose, di uomini, di culture, di speranza, di strumenti organizzativi che inveravano il bisogno del cambiamento”). Peccato che queste poche righe siano rivelatrici di un errore metodologico che Lo Piparo commette, seguendo un luogo comune diffuso: pensare che il movimento comunista, e in particolare il Partito Comunista Italiano, fosse un unico blocco monolitico di pensiero, in questo caso finalizzato all’instaurazione di un regime comunista.

Il movimento comunista e il Pci furono esperienze estremamente complesse, in cui la disciplina interna non riuscì mai a tramutare l’omologazione dell’azione esterna in omologazione del pensiero individuale. Neppure in pieno stalinismo. Dire quindi che il movimento comunista fosse particolare perché vi aderiva gente che non aderiva al suo (presunto) unico fine ultimo (l’instaurazione di un regime comunista) è una semplificazione antistorica.

Un linguista dovrebbe sapere meglio di noi che ad un’etichetta corrispondono centinaia di significati e sfumature diverse, anche profonde. Pensiamo alla storia del socialismo italiano dopo il rinnovamento di fine anni ’70. Potremmo mai legittimamente semplificare un’esperienza di pensiero così complicata dicendo che il socialismo italiano in epoca craxiana fosse “un movimento politico-culturale in cui al nome (socialismo) poteva non corrispondere nella pratica e nelle intenzioni di molti la stessa cosa (l’instaurazione della società socialista)?” No, perché vorrebbe dire eliminare con un tocco di penna una complessità ineliminabile. Vorrebbe dire eliminare decenni di riflessione, decenni di individualità intellettuali.

Ecco, forse sarebbe meglio che la stessa cortesia di non-semplificazione fosse assicurata all’esperienza comunista italiana. Perché le cose, come sempre, erano un po’ più complicate di come Lo Piparo le fa intendere.

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