Presentazione delle tesi congressuali “Il Futuro che ci interessa” al I Congresso Veneto dei Gd

Riporto la presentazione delle tesi congressuali “Il futuro che ci interessa” che ho fatto al Congresso Veneto dei Giovani Democratici, tenutosi il 17-18 marzo 2012 a Rovigo. Chiaramente non ho detto esattamente questo, però una cosa simile.

Per non annoiarvi con una terza presentazione per punti della tesi, cercherò di approfondire più che il contenuto “superficiale” il senso generale di questo documento.

E il senso generale di questo documento è piuttosto semplice: attorno a noi tutto è cambiato. Il lungo processo di transizione, di cui la “crisi” economica è solo un aspetto, sta ridefinendo i paradigmi sociali, geopolitici  e economici con cui abbiamo ragionato negli ultimi 50 anni.

Dieci anni fa sarebbe stato possibile che un paese “emergente” (o sarebbe meglio dire “emerso”?) come l’India trattasse a pesci in faccia un paese “avanzato” come l’Italia? Evidentemente no. E con questa nuova realtà dobbiamo confrontarci.

Dobbiamo richiedere ad alta voce l’unità politica dell’Europa, sogno delle generazioni uscite dalla seconda guerra mondiale solo in parte realizzato. Gli Stati Uniti d’Europa non sono più una velleità, sono una precisa necessità di politica estera. L’unificazione politica dell’Europa può venire però, e di questo dobbiamo essere coscienti, solo da una nuova leadership progressista. Poche ore fa, a Parigi, il segretario del Pd Bersani, quello dell’Spd Gabriel e Hollande hanno firmato un manifesto comune: questo è un grande segnale, e noi dobbiamo cogliere in pieno la sua portata politica e, per quello che possiamo, stimolare al massimo questo processo. Gli Stati Uniti d’Europa quindi, gli Stati Uniti d’Europa ora.

Ma l’unificazione europea non risponde solo a criteri di necessità di geopolitica: è, oggi più di ieri, una necessità della politica. Abbiamo raggiunto l’unità monetaria ed economica, ma non quella politica. Non sorprende, quindi, che la politica nazionale (così come il movimento sindacale) sia spiazzata e incapace di fronte ai macroprocessi sociali ed economici, ormai irrimediabilmente sovrannazionali.

E, attenzione, questa incapacità delle politiche nazionali è una dei principali fattori di crescita dei movimenti localistici e intolleranti in tutta Europa. Movimenti localistici e intolleranti il cui frutto, è un nostro dovere ricordarlo, hanno portato, meno di un anno fa, alla strage di decine di ragazzi norvegesi. Attenzione, attenzione, e ancora attenzione, al rinascere di movimenti che pensavamo essere sconfitti dal processo storico. Dobbiamo essere coscienti che l’unico argine alla destra populista, oggi, siamo noi progressisti.

Ma questi grandi cambiamenti globali non hanno spiazzato solo la politica, hanno spiazzato anche la società. E la reazione naturale è stato un individualismo estremo, in cui il bene particolare (del singolo, della famiglia, della piccola corporazione) ha giustificato il danno del bene collettivo. E ce lo dobbiamo ricordare soprattutto noi, giovani democratici in una regione che ha basato parte importante del proprio benessere e del proprio sull’evasione fiscale diffusa. Ma segnali di cambiamento hanno illuminato l’anno passato: un risveglio civico e civile della società, culminato nell’enorme successo di partecipazione ai referenda di maggio, ha mobilitato giovani, donne, precari. Noi ci dobbiamo fare interpreti di questa richiesta di cambiamento. Noi dobbiamo essere l’avanguardia di un modello di società in cui la libertà e il benessere personale non siano disgiunti, come vuole il paradigma forza-leghista, dal bene comune, dall’uguaglianza e dalla giustizia sociale.

Perché i Giovani Democratici, forse peccando nella comunicazione interna e esterna, negli ultimi anni hanno azzeccato in anticipo qualche tema che poi sarebbe diventato di stretta attualità: penso al precariato e penso alla riflessione sul sistema istituzionale e politico che dovrà caratterizzare la Terza Repubblica.

E, attenzione, non dobbiamo essere spiazzati dal governo Monti. Il Governo Monti, oltre ad essere una grande occasione di modernizzazione e “salvezza” del Paese, è anche una grande occasione per ridefinire la nostra formula ideale di società. Non un’utopia, no. Quella la lasciamo volentieri alla sinistra massimalista.

La nostra visione deve essere, come disse qualche anno fa Bersani, quella di un’utopia realizzabile. Perché compito della nostra generazione, compito dei Giovani Democratici, è pensare quello che i nostri genitori non osano pensare. Dire quello che i nostri genitori non osano dire. E realizzare quello che a i nostri genitori sembra impossibile realizzare. Perché il futuro, cari democratici, lo decidiamo noi, non i nostri genitori.

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