Intervista a Pippo Civati

Intervista fatta per Tred, il blog della sinistra che studia in biblioteca.

Con la presente apriamo il ciclo di interviste a gente di cui ci interessano le idee. Per primo abbiamo intervistato Pippo Civati, consigliere regionale Pd in Lombardia e leader di Prossima Italia, cioè i rottamatori al netto di Renzi. Non siamo riusciti a chiedergli tutto quello che avremmo voluto chiedergli, ma la cena chiamava.

Prendiamo larga, ti ricordi quando hai iniziato a far politica?
Guarda, la prima volta che ho avuto un atto politico è stato all’oratorio: avevo in tasca un copia di Cuore [l’allora settimanale satirico de l’Unità, diretto da Michele Serra, ndr] e un coglione per quello mi spintonò e mi buttò per terra. Per dire: Partito Democratico ante litteram, all’oratorio con Cuore. Per dire cose più serie, io mi candidai in seconda liceo a fare il rappresentante d’istituto e non fui eletto. Mi candidai in terza liceo e non fui eletto. Non un gran inizio di carriera politica.

E dopo questo?
Allora, nel ’94, c’erano i giovani Progressisti, cioè tutti i giovani del centro-sinistra insieme. Più di sinistra che di centro in verità. Poi mi avvicinai al comitato per Prodi e da lì divenni segretario dei Ds e poi consigliere comunale.

Immagino che il clima fosse un po’ particolare in quel periodo, no?
Beh, nel ’93-’94 il clima era molto simile a quello di oggi. C’era una grande aspettativa, ci doveva essere la grande trasformazione della politica, il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Poi non è andata proprio come c’eravamo raccontati, però era un momento di grande fermento, nello stesso tempo era appena cambiata la storia della sinistra italiana con il Pci che non c’era più e si era trasformato in parte in Pds e in parte in Rifondazione. Il più bel ricordo, come stagione, è il grande Ulivo di Prodi e di Veltroni del ’96. Peccato che adesso Prodi e Veltroni litighino.

Dopo tu hai fatto un cursus honorum brillante prima nel Pds e poi nei Ds, entrando prima segreteria provinciale e poi in quella regionale.
Mi sono dimesso dalla segreteria regionale quando hanno fatto le prime liste con il Porcellum.

Già allora rompevi i coglioni, insomma.
Rompevo i coglioni perché era una vergogna dell’umanità.

Circola la voce che, nel tuo periodo Ds, fossi dalemiano. E in effetti, sul tuo sito internet campeggia una foto con D’Alema. E poi hai il diciamo di D’Alema.
Il diciamo di D’Alema me lo fa notare sempre anche la mia ragazza, e ha ragione. Sul resto, ero troppo giovane, non riesco a etichettare in modo fedele le posizioni di allora. Sono sempre stato più vicino a Prodi e Veltroni. In realtà D’Alema quando ero ragazzo era un leader con grandi intuizioni e con una credibilità che forse si è appannata nel corso degli anni. Il problema è che il tempo passa. La foto con D’Alema fu scattata il 14 febbraio del 2003, io ero segretario del partito, noi avevamo appena vinto le elezioni [a Monza, ndr] e quindi facemmo un’iniziativa a San Valentino che si intitolava “Per chi ama la politica”. Fu una cosa molto bella, con il teatro di Monza strapieno.

D’Alema tirava ancora.
Ma D’Alema tira ancora. Il problema è che ci saremmo dovuti preoccupare di trovare qualcuno che fosse quanto meno la versione aggiornata di D’Alema, no?

Beh, abbiamo Orfini adesso.
Ecco, appunto.

Poi tu ai congressi Ds hai sempre votato la mozione riformista, giusto?
Nel 2001 la scelta fu molto difficile, però la mozione Fassino mi pareva la soluzione più ragionevole anche nei confronti dei candidati segretari. Mi piaceva l’opzione riformista, un po’ meno il ceto politico che la sosteneva, diciamo.

E nel 2007?
Beh, lì la partita era culturale. Io ero per il Pd da tempo. Pensati che proposi le primarie per scegliere il candidato sindaco nel 2001, ma non ce le fecero fare.

Dal punto di vista politico, cosa c’è di diverso nel Pd di oggi rispetto al Pd che ti immaginavi nel 2007?
Si è persa l’occasione di sbaraccare gli steccati interni, siamo rimasti molto simili a quelli che eravamo, e invece bisognava guardare avanti, fare confluire le diverse sensibilità in modo molto più sciolto, più liquido. Bisognava provare a metterci qualcosa in più rispetto alla tradizione diessina e a quella margheritina. Io sono convinto che ci voglia un’iniezione di liberalismo vero in questo paese, anche in campo economico. Che sembra una cosa assurda, detto di questi tempi, ma questo paese è un paese liberista sugli stracci, ma sulle grandi categorie invece è assolutamente deficitario. Oppure l’ambientalismo, che è una corrente che nel Pd è praticamente sparita. Ma anche le donne, la laicità repubblicana: bisognava avere la forza di costruire uno scenario molto più ampio di quello che poi si è costruito.

E da presidente del Forum nazionale Nuovi linguaggi del Pd, cosa cambieresti nella comunicazione e nell’organizzazione del Partito?
Ad essere sinceri, il mio forum è un forum praticamente immaginario, dato che io non ho nessuna voce in capitolo nella comunicazione che “si vede”. Comunque, quello che ci vuole è una nettezza e una scelta di parole più moderne, più libere. Il problema è che siamo condizionati da noi stessi. Sai, come quando uno ha una specie di imprinting da cui non riesce ad allontanarsi mai, anche quando vede che così si va addosso ad un palo. E poi c’è un altro problema che è la costruzione della classe dirigente. Cioè, noi diciamo che non siamo un partito leaderista, e certamente non siamo come Di Pietro, ma alla fine non riusciamo ad avere quello sguardo vasto che ci servirebbe. Pensa alla foto di Vasto, pensa a come funziona dal punto di vista comunicatico. Il problema è che è una foto fredda, burocratica, in cui ci sono i leader dei partiti, ma non quella società civilissima, come la chiamo io, che poi anima le battaglie a livello locale e nazionale. Non c’è l’elemento di novità insomma, è l’idea di modernità che al centrosinistra manca.

A proposito di modernità, la settimana scorsa sei stato allo sciopero della Fiom.
Intanto c’è da dire che per sta cosa mi sono incazzato. Perché prima c’erano alcuni esponenti della Segreteria nazionale che ci volevano andare, poi il Pd ha deciso che non ci mandava nessuno. Ed è  una cosa assurda, solo sulla base del fatto che era prevista la partecipazione dei No Tav alla manifestazione. Io sono andato per segnalare un problema di rappresentanza, che riguarda i rapporti col Pd, e un problema di democrazia, che poi era il cuore della manifestazione. Sul resto della piattaforma io non sono d’accordo, ma ci sono alcune cose che Landini ha detto da quel palco che dico anch’io. Per esempio, se fai la riforma delle pensioni per dare una mano ai giovani, allora poi devi creare un fondo per quei giovani lavoratori che non hanno potuto versare i contributi. Non sono d’accordo invece sull’estensione dell’articolo 18 a tutte le imprese, mi sembra una cosa veramente forzata. Sono interessato a discutere del reddito di cittadinanza, però è una cosa da valutare bene. La cosa bella è costruire con la Fiom un rapporto di interlocuzione. Come dice Landini, per il centrosinistra la questione non è di aderire o meno alla Fiom, ma di rispondere alla Fiom con le proprie idee. Cioè, mica pensiamo di scioglierci nel movimento.

Aia, ci sei ricascato: usi una formula da vetero-Fgci.
Lo faccio apposta, per prendere per il culo.

Rispetto alla dialettica interna al Pd fra l’area liberal e l’area laburista, tu come ti poni?
Vedi però, io mi considero un liberal e non penso che i liberal siano di destra. Negli Stati Uniti i liberal sono quelli di sinistra nel Partito Democratico.

Però, viceversa, c’è chi fra i liberal etichetta i laburisti come dei vetero-socialdemocratici.
Appunto, sto dicendo che son categorie che non van bene, inventiamocene una terza. Cioè, anche socialdemocrazia, ma che cazzo vuol dire? Come dicevo prima, una struttura liberale dentro i meccanismi di questo paese è necessaria. Allora cosa facciamo, la liberal-socialdemocrazia? Facciamo il Pd piuttosto, che era nato con un obbiettivo un po’ diverso. E poi mi fa ridere una cosa di questi che vogliono tornare socialdemocratici: cioè, fino ad adesso cosa sono stati? Come se fosse una novità.

Veramente un ritorno tout-court alla socialdemocrazia in questi termini non l’ha mai proposto nessuno: mi pare più una semplificazione giornalistica.
L’hanno scritto in un’intervista però.

Beh, l’ha scritto Cerasa, è una cosa un po’ diversa.
Beh, insomma, bisognerebbe trovare la fonte. Però quanto meno il richiamo alla socialdemocrazia europea mi pareva forte, ecco.

Ma il voler stringere i rapporti con i partiti progressisti europei non vuole dire voler diventare socialdemocratici. E poi mi pare una posizione legittima, no?
E’ legittima certo, ma non è sufficiente. Ed è anche un po’ sbagliata.

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1 commento »

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