Contro l’altro Porcellum: la legge elettorale comunale

Post scritto per Tred, il blog della sinistra che procrastina.

In questi mesi, dopo la (piuttosto scontata) sentenza di inammissibilità del referendum sul Porcellum, infiamma la discussione sulla nuova legge elettorale. Senza entrare nel merito dell’orientamento che pare essere condiviso da Pdl, Terzo Polo e Pd (l’unica certezza è che sarà l’ennesimo sistema misto all’italiana), ci preme porre l’attenzione del vasto settore di opinione pubblica che segue questo blog su un’altra legge elettorale italiana, non meno discutibile: quella che norma le elezioni comunali (per le elezioni regionali ogni regione decide la sua – una pazzia, ma vabbè).

Come funziona il sistema elettorale comunale? Fino al 1991 in modo coerente col sistema elettorale nazionale: i posti in consiglio comunale venivano ripartiti alle varie liste senza sbarramenti, e i consiglieri comunali votavano poi il sindaco. Un proporzionale secco, di fatto. Durante il confuso periodo di Tangentopoli si fecero altre piccole modifiche per approdare infine, nel 1993, ad un sistema estremamente maggioritario. Nonché piuttosto barocco: si esprime una preferenza sul candidato sindaco e/o su una lista ad esso collegato. Se un candidato sindaco ottiene più del 50% dei voti al primo turno le liste che lo sostengono si prendono il 60% dei seggi in consiglio comunale (basta che abbiano preso almeno il 40%). Se al primo turno nessun candidato ha raggiunto la maggioranza assoluta si va al ballottaggio per il candidato sindaco, e le liste che sostengono il vincitore si prendono il 60% dei seggi, anche se al primo turno avessero preso il 10%. Il sistema per i comuni con meno di 15000 abitanti è ancora più maggioritario: si esprime un solo voto sul sindaco e la lista unica ad esso collegata, e vince chi ha la maggioranza relativa. Alla lista unica collegata al sindaco eletto vengono assegnati i due terzi (66%) dei seggi in consiglio, anche se questa avesse preso il 20% di voti.

Ora, per un sistema elettorale di questo tipo dopo la seconda guerra mondiale il paese si mobilitò fino allo sciopero generale. Ma i tempi sono cambiati, e la morente politica di fine Prima Repubblica, con un certo istinto di autoconservazione, sacrificò ogni razionalità elettorale al presunto paradigma della governabilità e a quello, non presunto ma piuttosto pericoloso, dell’elezione diretta. E così oggi ci troviamo con un sistema elettorale comunale (ma discorsi analoghi valgono anche per quello regionale) che distorce il voto degli elettori in maniera estrema e lega completamente le sorti della maggioranza consigliare al sindaco, non garantendo per altro una stabilità politica indipendente dalle sorti dello stesso.

Cosa chiediamo? Chiediamo che, con la riforma della legge elettorale nazionale, la legge elettorale comunale venga rivista secondo il principio di coerenza, così come avviene in tutti i paesi europei, in cui i vari livelli dei sistemi elettorali sono simmetrici. Un successo del parziale accordo Pdl-TerzoPolo-Pd è il superamento del premio di maggioranza (tipicamente sudamericano) alla coalizione guidata da un candidato precedentemente indicato. Bene, facciamolo anche a livello locale. Perché il virus del presidenzialismo si può superare solo guarendo tutte le parti del malato.

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