Giulio Seniga, Luigi Lusi e il segno dei tempi

Ho scritto una cosa per TRed, il nuovo blog della sinistra giurassica che aprirà il 15 marzo.

La mattina del 25 luglio 1954 un uomo esce da Botteghe Oscure con una valigia contenente 500000 dollari e una serie di documenti segreti. Quell’uomo si chiama Giulio Seniga, ha 38 anni e di mestiere fa il vice-responsabile della sicurezza nel Pci nazionale: praticamente quello che, in caso di golpe (o di rivoluzione), avrebbe dovuto assicurare la sicurezza dei maggiori dirigenti e delle carte segrete del partito fondato da Gramsci. Era stato portato a Roma nel ’47 da Pietro Secchia, responsabile nazionale dell’organizzazione, nonché figura di spicco del cosiddetto “comunismo di sinistra”, quello più intransigente rispetto alla prospettiva rivoluzionaria del Partito. Con lui condivideva questa linea, e la conseguente battaglia interna che stava conducendo contro il pragmatismo democratico e parlamentare di Togliatti.

Fatto sta che Seniga, in quel 25 luglio del 1954, mentre il governo Scelba faceva approvare l’esclusione dei comunisti dalla pubblica amministrazione e in radio si ascoltava il Quartetto Cetra cantare di “una storia d’amore che bene non finì“, decise di dare una scossa al Partito, e perfino all’amico Secchia, troppo morbido nella difesa delle sue posizioni. E allora mise in una valigia l’ultima ingente tranche di dollari arrivati da Mosca e una serie di documenti riservatissimi. E scappò.

Verrà espulso poco dopo, e l’Unità ne darà notizia solo nel ’56 con questo scarno comunicato:

La segreteria del P.C.I. […] porta a conoscenza di tutti i militanti che Giulio Seniga (Nino) di Volongo (Cremona), già dell’apparato tecnico del C.C., è stato espulso nel dicembre 1954 dalle file del P.C.I. per avere abusato della fiducia in lui riposta, per chiara indegnità morale e tradimento del partito.

Seniga non restituirà più i soldi al Partito, che mai li reclamò pubblicamente (anche perché erano, in fin dei conti, fondi neri di una potenza straniera), e userà quei 500000 dollari per riorganizzare attorno alla rivista “Azione Comune” la sinistra comunista, tenendo per sé, in qualità di direttore della stessa, soltanto il corrispettivo mensile di una paga media di un operaio.

Mi direte: e Lusi in tutto ciò cosa c’entra? Ha rubato 13 milioni al suo partito per interesse personale, e solo per quello.

Ma la questione è proprio questa: in Italia, 58 anni fa, rubare al proprio partito era un evento inconcepibile e poteva essere giustificato solo da profonde motivazioni politiche e ideologiche. Oggi, nel 2012, al partito si ruba senza scandalo dell’opinione pubblica (che anzi, ne ricava solo divertimento e ulteriori motivazioni antipolitiche) e per fare real estate.

Beh, paragonando le due vicende, a sto punto viene quasi da rimpiangerlo, quel 1954.

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