Quattro anni di Partito Democratico

Questo non vuole essere un articolo agiografico. Questo vuole essere un articolo di celebrazione di un’esperienza che inizia a essere rilevante nella storia politica del nostro paese e di cui, anche solo per rilevanza elettorale, tutti devono iniziare a tener conto.

Quattro anni fa, dopo interminabili discussioni, combattuti congressi e qualche indecisione, nacque questo soggetto dall’identità politica talmente inedita da essere difficilmente percepita anche oggi. La sfida, attualissima, era quella di unificare in un unico partito quelle tendenze progressiste che nella storia d’Italia si erano molto spesso incrociate, ma mai legate, rimanendo minoritarie nelle varie organizzazioni a cui aderivano. Penso al cristianesimo sociale, al liberalsocialismo, al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia. Tutte tendenze che mai riuscirono in Italia a rendersi tendenze “di massa”. Era tempo di sanare questa anomalia. Era tempo di creare qualcosa di nuovo. Nuovo e inedito dal punto di vista politico, certo, ma perfettamente in linea con la storia politica italiana degli ultimi vent’anni, in cui il progressismo era rimasto diviso in due aree, una post-comunista e una post-democristiana, egualmente “incomplete” dal punto di vista identitario e politico. E proprio da questa incompletezza, da questa mancanza, traevano un’irresistibile tendenza all’unificazione. L’abbiamo visto coi Progressisti nel ’94, coll’Ulivo nel ’98 e, infine, con la costituzione della lista unitaria “Uniti nell’Ulivo” nel 2004. Il Partito Democratico non è nato dal nulla. Il Partito Democratico è nato da un’esigenza politica e culturale, quella di creare quel partito progressista e riformista di popolo che all’Italia è sempre mancato.

Non voglio sostenere che in questi quattro anni sia andato sempre tutto bene. Molti errori e tendenze negative sono state ereditate dalle organizzazioni “fondatrici”, molti errori sono stati poi commessi a Partito nato. La dirigenza Veltroni, dopo un’iniziale euforia elettorale, si è spenta nell’incapacità del segretario di superare il complesso dello sconfitto, di sapersi rilanciare di fronte all’opinione pubblica e al partito stesso. Con l’inizio della dirigenza di transizione Franceschini, nel Partito, a tutti i livelli, si è ricominciato a parlare di radicamento e di nuove forme organizzative, archiviando di fatto il modello di partito liquido. Merito di Franceschini è di aver saputo traghettare il partito a congresso, riuscendo nel frattempo a sciogliere alcuni importanti nodi, quali la collocazione europea e il riadattamento dello Statuto. Il primo congresso (e le successive primarie) han poi dimostrato una sostanziale identità fra il voto dei militanti e il voto degli elettori. La dirigenza Bersani, infine, può essere vista come una lenta marcia di costruzione. Grazie ad un impegno collegiale (condiviso anche da gran parte degli “sconfitti” alle primarie), il Partito si è in qualche modo ri-formato, sul territorio e a livello centrale.

C’è ancora molto da fare, però. E’ innegabile una nostra scarsa capacità comunicativa, giustificata – ma solo in parte – da una stampa (anche d’area) non sempre benevola nei nostri confronti. La nostra dirigenza ha la tendenza a mettere al primo posto il proprio ritorno d’immagine, senza considerare (o  volutamente ignorando) il bene del partito. Troppe volte, poi, appariamo chiusi nei nostri recinti territoriali e elettorali storici, senza capacità di espansione. E infine, the last but not the least, rimane forte un problema di rinnovamento generazionale.

Su questo, lasciatemi spendere due parole. Non si può ignorare che quelli che decidono realmente all’interno del Partito siano (quasi tutti) over  50, se non over 60. Non si può nemmeno ignorare che da parte loro ci sia generalmente una scarsa volontà a fare il famoso passo indietro, scarsa volontà che denota anche una concezione della politica ormai indigeribile. E’ anche vero che, se il limite dei tre mandati fosse stato rigidamente applicato all’attuale presidente della Repubblica, questi sarebbe dovuto uscire dal Parlamento nel 1968, quarant’anni prima della sua elezione al Quirinale. Ciononostante, io sono ottimista. Su tutto il territorio nazionale è sparsa una generazione di trenta-quarantenni impegnati nelle amministrazioni locali o nel partito pronta a prendere il testimone. E si è visto anche nell’attuale dibattito interno sulla lettera della Bce, in cui i protagonisti sono stati tutti “nuove leve”. Siamo giunti quindi ad un momento di passaggio. Finito Berlusconi (e tutti ci auguriamo che finisca presto), è inevitabile che la classe dirigente che lo ha combattuto dal ’94 in poi faccia un passo indietro netto, non ricandidandosi al Parlamento. Purtroppo, non mi pare che tutti siano troppo convinti, ed è proprio per questo che le nuove leve, che in questi giorni si riuniscono in tre incontri separati ma collegati (incredibile dictu) da un sottile filo verde, riescano, fin dalla prossima tornata elettorale e dal prossimo congresso nazionale, a prendere in mano il partito e i gruppi parlamentari. Non sarà una sfida facile per loro, ma sono fiducioso.

Infine, un piccolo accenno (questo sì un po’ autoreferenziale) ai Giovani Democratici. In un periodo storico in cui la sfiducia verso la politica organizzata nel mondo giovanile è ai massimi storici, questa organizzazione nuova è riuscita a sfondare in aree del paese in cui da decenni non esisteva nessuna organizzazione giovanile di partito. Ormai, nella gran parte dei centri urbani medio-grandi italiani, è possibile trovare un gruppo valdio e motivato di Giovani Democratici. Il tutto riuscendo a tenere con il Partito un rapporto sì di leale collaborazione, ma anche di pungolo e stimolo critico. E queste due cose, organizzazione forte e autonomia, era dalla Prima Repubblica che non si vedevano in una giovanile.

Concludendo: davanti a noi democratici si presentano sfide impegnative. La fine del berlusconismo, gli effetti della crisi economica, l’integrazione europea e il riassetto dello sviluppo economico in senso solidale e sostenibile saranno passaggi vitali e forse traumatici per la nostra organizzazione. Bordate verranno da fuori, bordate verranno da dentro. Ma noi, continueremo a lavorare a testa bassa. Perché sappiamo bene che il Partito Democratico è ciò di cui l’Italia ha disperato bisogno da vent’anni. Perché il Partito Democratico è il partito del secolo, il Partito Democratico è il partito che cambierà l’Italia.

Tanti auguri Piddì.

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