Le mie perplessità su Vendola

Poche ore e inizierà la prima “Assemblea Nazionale” delle Fabbriche di Nichi. Mi sono chiesto più volte quale fosse la mia posizione su questo movimento e sullo stesso Vendola, e devo dire di essermi trovato in una posizione piuttosto scomoda: da una parte, per ragioni principalmente emotive, sono affascinato dalla sua personalità e dalla sua aurea di nuovo eroe della Sinistra italiana. Dall’altra, ragionando a mente fredda, sono portato ad una più saggia diffidenza. Perché?

1. Motivazione cinica (e al tempo stesso da innamorato): se Vendola vincesse le primarie del centro-sinistra (il che potrebbe anche essere) alle elezioni il Partito Democratico perderebbe una parte importante del suo elettorato in favore di Sinistra Ecologia e Libertà (ammesso che non cambi di nuovo nome), ormai percepita come lista personale di Vendola. In sintesi, avere Vendola come candidato premier porterebbe ad un’emorragia di voti dal Pd a Sel. Perché questo non mi va bene? Primo, perché al mio partito ci tengo. Secondo, perché alla fine della fiera, anche se Vendola vincesse le primarie, alle elezioni quantomeno i tre quarti dei voti alla coalizione li porterebbe il Pd. Terzo, perché se il Pd calasse ancora nei risultati elettorali, morirebbe. Il che può essere visto con simpatia da una parte (larga) di elettorato scontento, certo. Ma tralasciando gli umori del popolo del centro-sinistra, la morte del Pd porterebbe alla fine di un’esperienza di contaminazione fra famiglie politiche moribonde in Italia (quella post-comunista e quella democratico cristiana) che deve ancora esprimere gran parte delle sue potenzialità.

2. Motivazione politica: il modello di affermazione della leadership portato avanti da Vendola è un modello di destra. Sì, è un’affermazione un po’ tranchant, lo so. Cerco di motivarla velocemente. In Italia la destra segue da ormai 15 anni un modello neoliberista condito da un po’ di sano populismo. Questo modello trae la sua linfa vitale da un individualismo di fondo che si manifesta a tutti i livelli: nella politica economica, certo, ma anche (e soprattutto) nella figura del leader di riferimento, adorato dalla base elettorale e, di riflesso, dai quadri intermedi, che ascoltano e applicano le sue decisioni senza troppo discutere. E ciò avviene sia nella Lega, sia nel Pdl, anche se i due modelli partitici sono agli antipodi. A questo aggiungete il fatto che il leader cerca sempre il contatto diretto con la base elettorale e avrete bello e impacchettato il modello di leadership della destra italiana. Ora, mi chiedo: questo modello è applicabile al modello vendoliano? Io vedo delle inquietanti analogie. Vendola usa il suo partito, Sinistra Ecologia e Libertà, come una falange personale. Se in tutta Italia avviene quello che avviene a Vicenza (e i compagni vicentini non me ne abbiano – tanto me ne hanno e me ne avranno lo stesso) Sel si è sostanzialmente riconvertita a comitato elettorale di Vendola, promuovendo e abdicando quasi completamente l’azione politica alla locale “Fabbrica di Nichi”. Ora, Sel è formata prevalentemente da militanti che provengono da due storie di partito organizzato, i Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista; il fatto che accettino così a cuor leggero il fatto di riconvertire il progetto politico della loro militanza da un progetto, appunto, partitico ad un progetto personalistico mi fa supporre che o Vendola eserciti su di loro un richiamo talmente forte da abbandonare ogni spirito critico oppure pensino, sotto sotto, che il progetto delle Fabbriche porterà (come ovvio) ad un rafforzamento del partito. Parlando con un po’ di compagni, mi pare prevalga la seconda considerazione (supportata anche dal fatto che molti “esterni” si siano iscritti alle Fabbriche), grazie  a dio. Però mi permetto di sottolineare che questa considerazione è fallace. Fallace perché anche se Sel poi arrivasse all’8%, arrivandoci in questo modo pagherebbe comunque di una deformazione alla nascita: l’essere un partito personale. Cosa sarebbe Sel senza Vendola? Poca cosa. Cosa sarebbe il Pdl senza Berlusconi? Ecco, io questa la definisco un’inquietante analogia.

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6 commenti »

  1. enrico said

    Punto 1 totalmente condivisible. Punto 2 in parte no perche’ la destra italiana è neoliberista fino ad un certo punto, perchè il modello di leader carismatico fa parte dell’umanita’ e non della destra d’oggi e infine perchè quello che si definisce nuovo populismo o nuove destre populiste è una nuova famiglia politica che definirei in qualsiasi modo ma non banalmente populismo.
    In Vendola spero perchè ci permetta di semplificare il quadro. Ho paura al ritorno all’UNione… se il sistema è a 3-4-5 partiti medi e chiari va bene. Se è a 13 no.

  2. […] Cose più serie le dice Stefano Poggi, com’è […]

  3. Federico said

    Beh nel 2008 abbiamo visto che chiunque ci prendiamo in coalizione raddoppia i suoi voti e poi passa gli anni successivi a rosicchiarcene altri, operazione a somma zero.
    E per fortuna che non siamo andati al governo, figurati un Di Pietro così, che stava per fare casino per i posti nel governo ombra! Questa volta possiamo fare a meno e o vinciamo o perdiamo facendo contemporaneamente fuori questi? Vincere con loro non ha molto senso.

  4. Impegnati e vedi di scrivere un po’ meglio!

  5. alessio rosa said

    Ciao Stefano Poggi. cosa vuoi che ti dica, inquietudine o meno per battere berlusconi è l’unica carta che avete. penso pure che lo voterò, al limite andrà male come al solito. di sicuro con l’udc non si va da nessuna parte(alla faccia di enrico letta e del “si vince al centro”) questo è ovvio

    poi oh dai, un partito socialdemocratico come si deve riuscite a farlo? ci conto su forza…

  6. fanculo!

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