La Fiom aveva ragione. Ma da oggi cambia tutto.

Da quando mi occupo di politica non mi sono ritrovato troppo spesso nelle posizioni della Fiom. Ultimo caso: il rinnovo del contratto nazionale. Stavolta però la Fiom ha tenuto la linea giusta. Ha tenuto la linea giusta perché un sindacato che accetta senza colpo ferire un ricatto bello e buono come quello della Fiat, oltre a non fare il suo lavoro, è pure poco lungimirante.

E’ poco lungimirante perché, oggi, è stato sdoganato un modus operandi che nei prossimi anni colpirà fortemente la capacità di difendere gli interessi dei lavoratori dei sindacati e quindi la sua legittimazione ad essere il corpo intermedio privilegiato fra impresa e lavoratori. Che Uil e Cisl non lo capiscano mi sorprende non poco.

C’è da dire poi che il caso di Pomigliano non nasce dal nulla. Nel Veneto episodi simili avvengono da anni. Fra le piccole e le medie imprese usare la minaccia di delocalizzazione come clava nelle vertenze lo si fa da tempo. Ma, oggi, questa saltuaria abitudine è stata legittimata, ed ha fatto un salto di qualità. Se prima questo schema era seguito con una certa ritrosia e come extrema ratio (per esempio in vertenze infinite e inconcludibili, anche a causa della miopia del sindacato), ora diventerà consuetudine. E se i sindacati di uno stabilimento con 5000 lavoratori (e 10000 nell’indotto) non riescono a trovare nuove forme di lotta per rispondere a questa nuova simpatica “economia sociale” (Tremonti disse), figurarsi quelli di industrie da 300 occupati.

La Uilm e la Fim si sono appellate alla “responsabilità”. E non si può dargli torto, sotto questo punto di vista. L’accordo andava ricercato. Certo, se non avessero ceduto così presto alle lusinghe di Marchionne e avessero mirato alla compattezza dei confederali, magari si sarebbe potuti arrivare ad un accordo meno svantaggioso per i lavoratori, tenendo dentro anche la Fiom, che ha una sua rappresentatività.

Però ciò che è fatto è fatto. I lavoratori si sono divisi, il capitale ne ha tratto vantaggio. Divide et impera, il principio è sempre lo stesso da quando esistono questioni sindacali.

Si apre un problema adesso. Il sindacato, la Fiom in particolare, ha gli strumenti per rispondere a questa nuova strategia di contrattazione? Io dubito fortemente. Alcuni pezzi dei confederali, soprattutto della Cgil, impiegano mezzi e strategie di contrattazione arrugginiti da trent’anni di uso e, nell’ultimo periodo, di abuso. Si deve aprire dunque nel sindacato, ma anche nel mondo politico, una discussione approfondita e spassionata. E’ in gioco il ruolo del sindacato. E il destino del sindacato non è importante solo per i lavoratori, è importante anche per la nostra democrazia, in cui i sindacati sono ormai gli ultimi veri corpi intermedi con un minimo di presenza nella società. E nell’assenza di corpi intermedi, l’uomo solo al comando diventa l’unico interlocutore possibile della massa.

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