“Costruire una cattedrale”: dove sbaglia Letta

Ad esattamente un anno dalla pubblicazione, ho letto “Costruire una cattedrale” di Enrico Letta. Non mi dilungherò a commentare la qualità dello scritto (l’ho già fatto qua), ma semplicemente ad analizzare e “criticare” la sua teoria sull’elettorato tripolarizzato.

Sostanzialmente, il vicesegretario del Pd dice questo: a metà degli anni ’90 la società italiana è stata coattamente bipolarizzata in berlusconiani e anti-berlusconiani, e questo bipolarismo ha iniziato a dare i primi segni di debolezza con le elezioni del 2008, in cui l’Udc si è affermata come polo autonomo e centrista (sic). Ora, l’elettorato italiano si divide in tre macro-poli: progressisti, moderati e populisti. Visto che i populisti stanno aumentando il loro peso, è necessario per noi progressisti riuscire ad attirare i voti del polo moderato. Questa dice Letta.

Io ho qualche dubbio. Innanzitutto, gli eventi si sono presi la briga di smentire la tesi sul “terzo polo centrista”: l’Udc non è riuscita a sfondare, né all’Europee del 2009 né alle Regionali del 2010 (in cui aveva pure l’apporto dei transfughi piddini dell’Api). Il ragionamento di Letta è poi indebolito dalla superficialità dell’esposizione, che non chiarisce chi rappresenti questo benedetto polo populista. Si intendono per populisti solo i conservatori di varia specie (Pdl e Lega) oppure anche quei partiti e movimenti di centro-sinistra spesso tacciati di populismo (Idv e Grillini)? Al di là della rilevante risposta a questa domanda, per ragioni che ho già spiegato altrove, non condivido assolutamente l’identificazione della categoria “populista” in solo certi attori politici. Il populismo è uno stile di comunicazione e, in quanto tale, è trasversale. E’ il grado di intensità della proposta politica, non la proposta politica. Per il momento, mi limiterò a chiamare i cosidetti populisti “conservatori”, lasciando temporaneamente intatto il ragionamento di Letta.

Giungiamo quindi a questa grande categoria che il nostro chiama “moderati”. Anche qui, la definizione l’autore non ce la concede. Andando a spanne, mi limito ad immaginare che si intenda quel gruppo di elettorato proveniente dalla tradizione centrista della prima repubblica. Sul fatto che esistano moderati, nel senso di elettori che preferiscono toni e temi di un certo tipo, nessuno dice niente. Sul fatto che questi costituiscano un blocco politico autonomo, e che siano poi così tanti, invece non sono d’accordo. I vecchi elettori della Balena Bianca si sono bipolarizzati ampiamente in questi anni, e dubito che tornerebbero da dove sono venuti solo perché richiamati da un istinto primordiale moderato. La stessa Udc, che si propone di rappresentare questo blocco, non è mai andata sopra al 6,5% e, nelle politiche economiche e sociali, si è sempre differenziata ben poco dalle posizioni degli altri partiti conservatori. Ci sarebbe forse più senso a ricominciare ad usare il termine “moderato” non tanto per definire una posizione identitariamente democristiana o centrista, quanto per definire quei progressisti e quei conservatori che portano avanti con moderazione le proprie idee, cioè tendendo a moderare e a mediare le proprie proposte politiche.

Ultima considerazione prima di trarre le conclusioni: il termine “polo” riferito ad un’area di elettori è sviante. E’ sviante perché presuppone che questi siano in qualche modo stabili e compatti, quando invece il comportamento dell’elettorato è instabile, incoerente e emotivo. Certo, è comodo usare il termine polo per definire dei voti già inseriti nell’urna, cioè per commentare dei risultati elettorali. Ma i risultati elettorali sono solo delle fotografie di quel magma continuamente mobile e incandescente che è l’elettorato.

Tutti i presupposti alla proposta politica di Letta vengono quindi a mancare: la presenza di “poli” nell’elettorato e la stessa tripartizione dello stesso non hanno una vera consistenza nella realtà dei fatti. Cosa fare, dunque? Cosa devono fare i progressisti per tornare a recuperare consenso nella società? Innanzitutto, a mio parere, devono riuscire a recuperare quegli elettori “di area” che nell’ultimo ventennio si sono rifugiati nel voto di protesta e nell’astensionismo. Negli ultimi vent’anni, in Italia, ha vinto chi è riuscito a mobilitare e a portare il proprio popolo compattamente alle urne. I partiti progressisti italiani tengano ben presente questo dato e, soprattutto per quanto riguarda il Pd, pensino prima al 40% di astensionismo che al 5% dell’Udc.

Tante care cose

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4 commenti »

  1. luca lazzaroni said

    caro Stefano, strano che tu analizzi il libro di Letta al termine delle elezioni regionali, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita, e dopo le due elezioni che hanno testimoniato maggiormente, soprattutto nei nostri territori , ma non solo, la preponderanza delle tesi populiste all’interno dello scenario politico italiano. Devo dire che questa tua analisi pur tarda mi vede abbastanza d’accordo, in quanto hai evidenziato il punto debole del ragionamento di Letta, soprattutto però nella capacità attrattiva dei progressisti verso i ceti moderati , sempre più succubi delle tesi populiste presenti nel centro destra. Quello che non mi vede d’accordo è il ritenere, e questo Letta non lo dice, i moderati come rappresentati da una forza politica specifica, che certo non è l’UDC. Questa categoria, se si può ritenere tale , non è ascrivibile a una sola formazione, in quanto essendo una categoria socio – politica (e non solo comportamentale come la definisci) tende a fuggire dalle posizioni radicali, e in partcolar modo da quelle rivoluzionarie, preferendo cedere alle sirene superficiali e comode di parole d’ordine conservatrici, oppure nauseata da un malinterpretato equanimismo politico( la politica è sempre sporca , da qualsiasi parte provenga; e noi in molti casi abbiamo alimentato questa convinzione) rifugiarsi nella comodità dell’astensionismo. Credo infatti che molto di quel 40% che tu citi sia composto da moderati, che in questa lunga transizione non hanno più voluto farsi rappresentare. L’errore di Letta e Bersani ( e di tutto il PD)è stato di non fare una politica attrattiva per questi ceti, continuando a ondivagare tra posizioni radicali ( per accontentare l’elettorato tradizionalmente di sinistra) e tentativi goffi di assumere una posizione dialogante con il centro destra, al fine acquisire la patente di “riformisti” ,altra parolina magica che vorrebbe identificare i moderati di sinistra. In realtà non abbiamo politiche conseguenti a questo e l’elettorato non riesce a sceglierci non capendo cosa siamo.
    Grazie certamente anche a molta stampa, nonchè alle continue spinte “populiste” che da tante parti ( e in questo Letta ha ragione) ci strattonano verso i vari “grillini”, “popoli viola” e dipietristi vari, non riusciremo mai a darci quella patente di cui sopra, continuando a cedere all’antiberlusconismo duro e puro( nessuno di noi, d’altronde è esente da questa tentazione, basterebbe vedere i gruppi di FB a cui , bene o male , aderiamo tutti).
    Credo quindi che il ragionamento di Letta, al di là delle giuste o sbagliate interpretazioni che se ne danno, cada proprio in questa nostra impossibilità a svincolarci dalla melassa politica del momento, e nel non riuscire a presentarci quindi come una forza credibile di governo a quell’elettorato “moderato” che o nel centro destra attratto da Berlusca e Bossi, o nel mare astensionista, potrebbe essere la differenza tra il continuare a essere minoranza protestataria o diventare maggioranza di governo.

  2. Eh, in effetti il mio commento è un po’ fuori tempo. E’ che il buon Possamai mi ha prestato il libro solo la settimana scorsa, quindi l’ho commentato solo dopo averlo letto (con decisamente molto ritardo).
    Entrando nel merito, ci sono un paio di obiezioni che vorrei sollevarti.
    1. tu dici che di quell’astensionismo gran parte sia composto da voto moderato che rifiuta l’attuale situazione politica perché troppo caotica, rissosa e inconcludente. Riferendoci ai “nostri” delusi, cioè a quelli che hanno smesso di votarci negli ultimi anni, la situazione mi sembra ben diversa. Oddio, possibile che io conosca pochi “moderati”, ma fra tutti quelli che conosco io (di tutte le età e provenienze politiche) quello che si rimprovera al centrosinistra (e al Pd in particolare) è da una parte la mancanza di un’opposizione efficace contro Berlusconi, dall’altra l’incapacità di governare quando ne abbiamo avuto la possibilità. Di nostri elettori che non ci votano più perché ci rimproverano troppa durezza, asprezza o mancanza di moderazione nel dibattito politico non ne conosco. Non per niente Grillo e Di Pietro recuperano parte del nostro elettorato storico che altrimenti andrebbe nell’astensionismo. Più che altro, si potrebbe discutere su come “rieducare” il nostro elettorato a superare l’antiberlusconismo come unico argomento politico.
    2. è vero, il Partito Democratico in tutta la sua breve storia non è riuscito a tenere un coerente percorso di rapporti con l’attuale maggioranza governativa, muovendosi repentinamente dal “con Berlusconi non si parla” (per accontentare tutto il nostro elettorato, e la sua pancia irrazionale) al “ma se si discute di riforme facciamo un gesto di responsabilità e ci parliamo” (per accontentare l’istinto razionale e riformista che dovrebbe guidare il Pd). Su questo sono d’accordo. Però attenzione. Fare le riforme con Berlusconi non ci porta per forza i voti di quelli che tu chiami “moderati”. Come fare opposizione dura e pura non basta a soddisfare la “pancia” dell’elettore medio di centrosinistra,
    3. sul termine “populista” non ci intendiamo. Io intendo per populista un metodo di comunicazione che semplifica un messaggio e lo rende più facilmente recepibile nell’elettorato. E questo lo fanno tutti, lo facciamo anche noi. Ti faccio un esempio: dire “sempre i problemi suoi, mai i problemi nostri” (slogan della prima mobilitazione nazionale del Pd gestione Bersani) è uno slogan populista con un messaggio anti-berlusconiano. Ma uno slogan può essere populista anche non essendo berlusconiano o anti-berlusconiano: vedi quelli della Lega. Se proviamo a fare un passo fuori dall’Italia e dalla sua logica basata sulla figura di Berlusconi, ci accorgiamo che Obama usava degli slogan su qualunque questione (sociale, economica, politica) che da noi verrebbero etichettati come populisti. Se poi vogliamo spostarci nel tempo invece che nello spazio, vediamo che gli slogan dei partiti di massa della prima repubblica italiana erano tutti in rigoroso stile populista (ho già citato il celebre “nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin no” della campagna del ’48 della Dc). La questione è che noi abbiamo ormai legato il termine populista alle uniche idee forti e durature che hanno dominato la scena politica italiana negli ultimi vent’anni e che capiamo non essere giuste o sufficienti: l’antiberlusconismo a sinistra, il berlusconismo e il leghismo (con tutti i suoi strascichi razzisti e intolleranti) a destra. Quello che intendo dire, è che un messaggio può essere giusto o sbagliato, ma una volta che passa alla comunicazione di massa, diventa per forza un messaggio populista. Perché se vuoi convincere un cittadino sull’importanza dell’immigrazione per il sistema economico italiano non gli citi i dati della Cgia di Mestre, ma lo poni di fronte alla domanda: “come faremmo senza badanti?”.
    La questione vitale è quindi non tanto il fatto che alcune forze politiche usino uno stile populista per lanciare il proprio messaggio, quanto il fatto che noi non abbiamo un nostro messaggio chiaro da comunicare. Se ce l’avessimo, di sicuro non staremmo a fare gli snob rispetto a quei partiti che ora appelliamo dispregiativamente “populisti”, perché saremmo noi i primi ad esserlo per far passare il nostro di messaggio.
    In definitiva, il nostro disprezzo per i populisti è un disprezzo da aristocratici decaduti, che una volta persi i propri averi a causa della propria inettitudine vedono questi parvenu arricchirsi sporcandosi le mani. Aristocratici decaduti a cui non rimane altro che contemplare la propria inutile raffinatezza.
    Spero di essere stato chiaro. Temo di no.

  3. luca lazzaroni said

    Allora. Ti rispondo cercando di chiarire le mie posizioni (complicato farlo tra un fossile della prima repubblica e un giovane come te ma provo) . sei stato chiarissimo, mentre eveidentemente non lo sono stato io. La questione “populismo” “moderati ” progressisti” ” riformisti” rischia di essere una questione di lana caprina se rimaniamo alla forma del termine e non scendiamo nella sostanza.
    Per “populismo”(vedi il populismo russo di inizio XIX secolo) intendo un modo di fare politica semplicistico e strumentale al consenso delle masse, che cerca , accarezzando i desideri della gente ( la pancia) senza avere alcuna pretesa di guidarla, anzi , attraverso la semplificazione e la mancanza di approfondimento politico, gestendo semplicemente l’ordinario, il contingente.
    La differenza con i riformisti (cioè spero noi democratici) è evidente. Il tentativo di guidare un cambiamento attraverso un pensiero (forte o debole questa è la differenza con il passato ideologcio) e un programma (politico, economico, sociale e, perchè no , culturale) dovrebbe essere la caratteristica di chi non si limita a gestire l’ordinario , ma pensa al futuro anche delle generazioni che non sono ancora tra noi.
    Il nostro problema, ma purtroppo temo il problema del Paese è che sono molto più seducenti (a destra e a sinistra bada bene) i messaggi semplificati , “populisti” senza alcun’analisi politica, che non le proposte complesse e di lungo termine(gli slogan possono andare bene per manifesti e manifestazioni, ma per operare occorre che dietro esistano dei progetti). Anche questo, tra parentesi, vuol dire costruire una cattedrale.
    In questo senso io credo che prima del 1994, del primo governo Berlusconi vi fosse progettualità politica e le classi dirigenti, forse non nell’ultimo periodo di tangentopoli, ma mai come ora, avessero in mente una prospettiva futura del loro agire. Il rischio che corriamo nell’antiberlusconismo duro e puro (i populisti del nostro fronte) è di due tipi:
    il primo di ridurre l’ultima oasi di progetto politico (cioè il PD) pari al resto del deserto urlante e aprogettuale (quale progetto di società hanno Grillo, Di Pietro o i Violetti?), il secondo di giustificare definitivamente l’agire impolitico di Berlusconi e della Lega.. Anche a destra io spero prima o poi (vedi Fini) possa spezzarsi questa spirare antipolitica, ma se cediamo noi, non ce n’è per nessuno.
    Ma un riformismo di opposizione eterna non può essere un riformismo reale, perchè per potere essere bisogna avere almeno in ipotesi la prospettiva di governare e quindi di realizzarle, le riforme.
    Purtroppo per governare occorre veramente conquistare quell’elettorato che oggi è attratto solo da slogan semplificati e non ha voglia di perdere tempo con chi non è credibile . Ma questo elettorato ( i moderati, che in passato , e temo in parte anche oggi,certa sinistra ha disprezzato etichettandola come “maggioranza silenziosa”) non possiamo conquistarlo facilmente e certamente non facendo a gara a chi urla più forte. Non so chi ha ragione, se quelli che tu incontri che vorrebbero un PD più “oppositivo” , o altri che invece lamentano la nostra incapacità propositiva. Io credo sia una lama di coltello su cui stiamo camminando , e che inoltre, come ogni lama che si rispetti, cerchi di dividere quello che con fatica tre anni fa abbiamo cercato di unire. Sento infatti da un pezzo, anche al nostro interno,e sempre più forti, le voci di chi rimpiange la possibilità di fare una politica più vicina al proprio sentire, e guarda ti assicuro, in entrambe le direzioni. Io penso che sarebbe l’ennesimo regalo che la sinistra farebbe a Berlusconi , e che bisogna invece fare ogni sforzo(più di quanto stanno facendo alcuni dei nostri capi, anche locali) per darci quell’identità democratica, che credo possa, forse non in tempi brevissimi, darci la credibilità necessaria per riprendere il governo del Paese.

  4. enrico said

    tante cose mi suscita questo tuo articolo, le scrivero’ qnd avro’ piu’ tempo.
    sul populismo, comunque, la tua definizione “Il populismo è uno stile di comunicazione e, in quanto tale, è trasversale. E’ il grado di intensità della proposta politica, non la proposta politica. ” la reputo interessante nel nostro contesto ma forse non adeguata.
    esiste ormai un’ampia letteratura sulla definizione del populismo di destra in europa e ovviamente un altrettanto ampia letteratura sul populismo americano e russo dell’800.
    Il definire la LegaNord un partito populista – come si fa con tutte le nuove destre estreme – si fa loro un gran piacere perchè li si fa apparire come i veri testimoni dei desideri popolari, quando invece sono piu precisamente coloro che rappresentano gli istinti popolari dopo aver suscitato false paure o averne strumentalizzate altre.
    Sono quindi d’accordo con te sull’abbandonare il termine populismo nel definire i leghisti e i loro affini. Allo stesso tempo, pero’, la concezione generale del termine ha nella teoria politica + significati e non solo quello che dici tu.
    Per quel che riguarda Letta suppongo che tenti un’operazione gia’ morta e fallita, ossia unire una parte del conservatorismo sociale con il progressismo per sconfiggere la destra di Berlusconi e Bossi. Sinceramente non mi interessa governare per governare. Se ci si allea con i conservatori sociali il futuro è solo uno: non cambiare l’italia e ingrossare la destra perchè una nostra alleanza con il conservatorismo sociale ci annulla l’identita’ mentre la destra l’identita’ la ha chiara, netta e forte.
    Ritengo quindi opportuno pensare ai milioni di astenuti di SINISTRA molto piu’ che alle decine di conservatori che non votano berlusconi.

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