La mancanza di progettualità dei progressismi italiani

Teoricamente, un partito è un’organizzazione che riunisce al proprio interno cittadini che si riconoscono attorno a dei principi generali e a determinate proposte politiche, al fine di raggiungere il potere e applicare tali principi e proposte. Questa affermazione, che nessuno potrebbe teoricamente negare, è invece praticamente contraddetta. Innanzitutto “i cittadini” coinvolti nella vita di partito si iscrivono ad esso per una miriade di fattori, che vanno dall’entusiasmo elettorale fino al ritorno personale. Per quanto riguarda i principi generali e le proposte politiche, bisogna invece fare una premessa. In molti casi questi non sono chiaramente compresi dall’opinione pubblica, preferendo alcuni partiti incentrare la propria azione politica su altri temi più concreti e a breve termine. Seppur non compresi chiaramente, tali principi e proposte sono però in un qualche modo sottointesi dalla stessa azione quotidiana del partito. In sostanza, il “fine” dell’azione politica non è esplicitato, ma è dichiarato dall’azione politica stessa. Per esempio il Popolo delle Libertà non mira esplicitamente ad un determinato modello di società, ma al tempo stesso le sue azioni e i suoi posizionamenti sembrano essere guidati da un fine ultimo, cioè quello di una creazione di una società individualista e neoliberista.

E la sinistra italiana, in questo contesto, come si muove? Se da una parte è chiaro il fine dei residui partiti comunisti (che sostanzialmente è rimasto ancorato ad una ideologia già ben definita), è invece desolatamente ignoto quello degli altri partiti progressisti. Pd, Sel, Verdi, Psi, quattro formazioni che riescono a esprimere la propria azione politica solo in proposte di breve applicazione, senza avere alla base una progettualità ben chiara, un fine appassionante, un’idea forte. La differenza fra i conservatorismi e i progressismi in Italia è che mentre i primi hanno un progetto di lungo periodo chiaro e spontaneo, ma non esplicito e solo fino ad un certo punto compreso dai suoi stessi dirigenti, i secondi non ce l’hanno né consciamente né tantomeno inconsciamente. E senza un progetto politico di lungo periodo, i partiti progressisti possono pensare di fare sì opposizione di breve periodo, riuscendo pure ad ottenere qualche vittoria di Pirro, ma si negano la possibilità di condurre la vera battaglia politica: quella per l’egemonia culturale e quindi politica del paese.

Fatta questa considerazione, possiamo ricollegare ad essa (senza nessuna pretesa di scientificità) alcuni dei problemi ormai storici della sinistra italiana.

1. il continuo restringimento della platea elettorale di riferimento, che dagli anni ’80 ha continuato a diminuire lentamente, ma costantemente. Mi si dirà: ma se è così, com’è possibile che una coalizione più o meno progressista sia riuscita a vincere prima nel ’96 e poi  nel 2006? Se guardiamo i dati elettorali, notiamo sì un leggero spostamento di voti dalla coalizione conservatrice a quella vincente progressista, ma questo spostamento di voti è dovuto da due fattori esterni rispetto alla seconda coalizione: a. molti elettori che avevano votato conservatore nelle elezioni precedenti non sono andati a votare per disaffezione e delusione causate dall’azione non brillante del governo, mentre elettori potenzialmente progressisti che non avevano votato al turno precedente per il simmetrico motivo sono tornati a votare; b. la stessa azione non brillante del governo ha convinto molti a non riaffidarsi alla stessa coalizione. Possiamo quindi vedere che il surplus di voti ottenuto dai progressisti varia in funzione all’andamento dell’azione di governo dei conservatori.

2. la tendenza dei partiti progressisti a sfaldarsi e ricomporsi, lampante nella seconda repubblica. E’ chiaro che senza un fine politico chiaro e riconosciuto, sia i militanti sia i dirigenti tendono a considerare il partito non tanto come uno strumento per raggiungere tale fine, ma come un posto dove “stare”, in cui riconoscersi non per un progetto comune, ma per una certa affinità  di posizioni politiche. Senza il valore del fine politico, il partito perde molta della sua preziosità agli occhi dell’elettorato, della militanza e della dirigenza. I cambiamenti nel variegato mondo dei partiti progressisti dopo la fine del Pci e del Psi, si sono schematicamente caratterizzati in due modi: “innovatori” e “conservatori”. I primi (da Pci a Pds, da Pds a Ds, da Ds+Dl a Pd, da Sd+MpS+Psi+Verdi a Sel) sostanzialmente hanno portato ad un cambiamento nel profilo ideologico, più che in quello politico. Si è ciclicamente sentito il bisogno  di lasciare l’identità precedente per approdare ad un’identità nuova, già ben formata a livello internazionale (dal Pci al Pds) o ancora da formare (da Ds+Dl a Pd). In entrambi i casi, l’adesione alla nuova identità è stato fondamentalmente un fallimento. I cambiamenti invece “conservatori” hanno provocato il più delle volte scissioni in corrispondenza di cambiamenti “innovatori” (Prc dal Pds, Sd da Ds, e in un certo senso il posizionamento della mozione Ferrero nell’ambito del VII congresso del Prc). In questi casi si è voluto salvaguardare il profilo identitario, più che quello politico, portando anche qui, se non a fallimenti, di certo al mancato rinnovamento dell’identità conservata, spesso anacronistica o superata.

3. la disaffezione della base, di militanza e di elettorato, verso i vari partiti progressisti. Con questo non si intende che il “popolo” progressista abbia negli ultimi vent’anni smesso di interessarsi alla politica, piuttosto che esso non sia stato coinvolto emotivamente da nessuna delle decine di forme partitiche (e non solo) per un periodo che fosse superiore a qualche mese. Questo è imputabile sì ad un elettorato molto critico di natura, ma anche alla mancanza di un qualcosa che in un certo modo sia, agli occhi della “base”, di garanzia all’operato del partito. E questo qualcosa è il fine, è il progetto, un qualcosa che trascendesse dal merito delle azioni dei dirigenti di partito.

Tante care cose

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2 commenti »

  1. Cosimo said

    Interessante e ben scritta analisi.
    Unico appunto, riguardo al punto 3: ritengo che il coinvolgimento che è venuto a mancare alla base dei partiti progressisti sia di tipo ideologico-ideale, ancor prima che emotivo.

  2. Secondo me le due cose sono collegate, in un qualche modo.
    Sarebbe interessante approfondire questa questione dal punto di vista “storiografico”, cioè andare a guardarsi tutte le fasi “questa cosa-uomo salverà la sinistra italiana” dell’elettorato progressista italiano da Tangentopoli in poi. Secondo me verrebbe fuori una lunga lista. E verrebbe anche fuori che gran parte di queste esaltazioni a-breve-scadenza sono frutto di zia Repubblica.

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