Coronavirus: la Cina è vicina

Articolo scritto per Senso Comune con Tommaso Nencioni.

I cambiamenti di egemonia a livello internazionale sono spesso segnati – o accelerati – da situazioni fuori dall’ordinario. Che siano grandi crisi economiche o sanguinose guerre, questi avvenimenti sanciscono e comprovano una discontinuità di equilibri globali in uno spazio di pochi mesi, concretizzando cambiamenti fino a qualche tempo prima visti come lontani. Il coronavirus si appresta a diventare uno di questi momenti storici particolarissimi. Numerosi segnali indicano come la Cina potrebbe scalzare gli Stati Uniti d’America nella leadership globale. Un processo in corso da decenni, certo, ma accelerato dalla crisi sanitaria – e dalla sua gestione.

L’immagine più rappresentativa di questo cambiamento la si è avuta la scorsa settimana. Mentre gli Usa si apprestavano a mandare in Europa venti mila soldati per la più grande esercitazione militare da decenni, la Repubblica Popolare Cinese inviava all’Italia in piena pandemia medici, ventilatori polmonari, tamponi e milioni di mascherine. Gli Stati Uniti concentrano le proprie risorse in prove di forza anacronistiche e costose, mentre la Cina ha ben compreso che l’egemonia geopolitica non è solo questione di potenza economica, tecnologica e militare, ma pure di influenza culturale e politica. Gli stessi Stati Uniti, d’altro canto, sancirono il loro predominio sull’Europa occidentale con il celeberrimo Piano Marshall.

Giovanni Arrighi ha mostrato che da quando, col procedere dell’età moderna, ha preso forma il sistema mondo capitalista nel quale siamo tutt’oggi immersi, le transizioni egemoniche da una potenza all’altra hanno riscontrato alcune caratteristiche ricorrenti, al di là delle ovvie specificità sociali economiche e politiche di ciascuno degli attori coinvolti. È così successo che il testimone dell’egemonia globale sia passato, nel corso dei secoli, dalle città-stato italiane alla repubblica olandese, da questa all’Impero britannico per poi approdare al di là dell’Atlantico; ed in ognuna delle fasi di transizione si sono ripetuti alcuni dei meccanismi che vediamo oggi all’opera in una fase di potenziale passaggio di questo testimone ideale dagli Stati Uniti alla Cina.

Innanzi tutto, una pressione sui profitti che si fa insostenibile spinge i capitali ad allocarsi dalla potenza declinante a quella nascente, che nel periodo della transizione approfitta per importare tecnologie destinate a migliorare il processo di produzione di merci e a crearne di nuove. La pressione sui profitti avviene o per l’aumento della concorrenza tra sistemi produttivi, o per i miglioramenti salariali conquistati dalla manodopera impiegata, o per la somma dei due fattori. È ciò che è avvenuto in Occidente a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. La potenza egemonica, che assiste così alla caduta degli investimenti produttivi, cerca di solito di favorire l’afflusso o la permanenza dei capitali attraverso la finanziarizzazione dell’economia e l’incentivazione della speculazione. Ancora una volta, ciò è avvenuto all’interno del sistema euroatlantico tra anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo. Una economia basata sulla finanza anziché sulla produzione si espone però ad ulteriore crisi, ed inoltre, favorendo l’aumento della  disparità economia e della polarizzazione della ricchezza, provoca di solito un clima di instabilità sociale. Proprio come avvenuto da noi a partire dal 2008. Infine le fasi di transizione che si aprono in questi frangenti provocano disordini internazionali ai quali la potenza al tramonto risponde con la guerra, per condurre la quale – come puntualmente succede oggi – essa finisce per indebitarsi pesantemente con la potenza in ascesa. La Cina detiene una quota maggioritaria del debito pubblico statunitense accumulato per via degli sgravi fiscali concessi ai grandi capitali per contrarrestarne la fuga e della famigerata war on terror.

Le egemonie hanno però a che vedere anche con qualcosa di più impalpabile, e cioè la disposizione di chi l’egemonia la subisce ad accogliere la potenza egemone come un modello, o comunque come un attore i cui benefici sono percepiti come i benefici di tutti. Ciò che va bene per la GM va bene per gli Stati Uniti, diceva Henry Ford all’alba della sua egemonia sul sistema produttivo americano. Da questo punto di vista la Cina, paese lontano, storicamente isolato ed autoritario, patisce un forte deficit. Ma la gestione dell’epidemia potrebbe darle la possibilità di migliorare non solo la propria capacità di scalare le posizioni della potenza globale, ma anche di migliorare la propria immagine.

Ogni egemonia si basa insomma sulla credibilità della potenza globale. Credibilità nei rapporti internazionali – e per ora la Cina ha saputo dimostrare decisamente più tatto degli Usa nelle sue proiezioni geopolitiche -, ma pure nel modello economico e sociale portato avanti. Da decenni, mentre gli Stati Uniti si facevano i paladini di un neoliberalismo solo parzialmente corretto nell’ultimo decennio, la Cina sta elaborando un modello di sviluppo basato sull’economia mista a guida pubblica. Un modello di successo.

Il coronavirus sarà un banco di prova anche per testare la bontà – e la sostenibilità – di questi due diversi modelli economici, quello liberal-capitalista statunitense e quello socialista-autoritario cinese. Come sia andata in Cina lo sappiamo già. Grazie ad una straordinaria mobilitazione popolare guidata dal Partito Comunista e a severe misure di controllo, il coronavirus pare essere stato domato in poco meno di due mesi. Negli Stati Uniti, invece, la situazione si fa già oggi preoccupante, come notato da Walter Ricciardi. L’assenza totale di una sanità pubblica potrebbe portare ad una vera e propria «catastrofe», con l’assenza pressoché totale di capacità di contenimento del virus.

Dobbiamo avere paura della nascente egemonia cinese? Certo non è auspicabile la trasposizione del suo modello politico nelle nostre società, così come per molti versi gli standard delle prestazioni sociali e lavorative di quel paese rimangono al di sotto di quelli che ci siamo conquistati in Occidente. Tuttavia alcuni segnali di controtendenza in questa direzione si avvertono negli ultimi anni nella stessa Cina, che registra ad esempio una netta crescita dei salari. Ma soprattutto, a differenza dei Paesi che fino ad oggi si sono passati il testimone dell’egemonia, la Cina non pare desiderosa di imporre a nessuno un modello prefissato. Questo aprirebbe le porte per la costruzione di un nuovo ordine multipolare a livello internazionale, e lascerebbe ad ogni paese e ad ogni popolo la libertà, e la necessità, di scegliere la propria via e di (ri)conquistarsi i diritti perduti.

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La battaglia che verrà (dopo il coronavirus)

Articolo scritto per Jacobin Italia.

Il coronavirus passerà, ma non passerà senza conseguenze. Nonostante l’attenzione mediatica si stia concentrando sulla gestione dell’emergenza, inizia a insinuarsi nel discorso pubblico il tema delle conseguenze economiche dell’epidemia. Secondo Ashoka Mody, già direttore dell’ufficio europeo del Fondo monetario internazionale, l’Italia avrà bisogno di 500-700 miliardi di euro per compensare gli effetti del virus, una cifra spaventosamente alta. Nei prossimi mesi il governo italiano sarà chiamato a mettere in campo pesanti misure anticicliche per evitare che, finito il coronavirus, l’economia nazionale crolli in una depressione ancora più grave di quella provocata dalla crisi finanziaria del 2008. Molte di queste misure dipenderanno dalle scelte macroeconomiche delle istituzioni europee, dal rendere la Bce prestatrice d’ultima istanza al permettere uno sfondamento massiccio del Fiscal Compact agli Stati aderenti.

Ad oggi, rimane ancora difficilmente prevedibile l’atteggiamento che assumeranno tanto il governo italiano quanto le istituzioni europee. In questa prima fase, il governo Conte ha ipotizzato di portare il rapporto deficit/pil a un 2,8%-2,9% teorico, il massimo possibile secondo i trattati vigenti. Per ora è stato varato un aumento di budget da 25 miliardi di euro: una misura considerevole, ma che non sarà sufficiente a contrastare gli effetti del coronavirus sull’economia reale. L’atteggiamento parzialmente permissivo tenuto in queste settimane dalla Commissione europea è stato poi ampiamente compensato dalla disastrosa conferenza stampa di Christine Lagarde del 12 marzo, accompagnata da misure monetarie ad oggi totalmente insufficienti.

La storia, d’altro canto, ci spinge a essere molto prudenti sull’effettiva volontà politica di Roma e Bruxelles a «fare tutto quello che è necessario» per impedire che la nostra economia cada nel baratro. Il governo «giallo-rosso», nonostante le premesse e le promesse, ha chiuso il 2019 con un rapporto deficit/pil all’1,6% – il livello più basso dal 2007. Non ha, insomma, per ora smentito la tendenza all’austerità dei governi precedenti – pur avendone le possibilità politiche, oltre che i margini economici. Le istituzioni europee, dal canto loro, hanno alle spalle una gestione della crisi greca che non fa certo ben sperare.

Proprio per questa incertezza nei prossimi mesi sarà necessario il protagonismo dei movimenti sociali e sindacali. Quale che sarà l’atteggiamento del governo italiano e delle istituzioni europee, sarà necessaria una grande mobilitazione per evitare che i costi economici del coronavirus vengano pagati da lavoratori e lavoratrici. Per evitare, insomma, che si ripeta quello che è successo con gli effetti della crisi finanziaria del 2008. Perché se ancora non sappiamo quale sarà l’atteggiamento governativo nei prossimi mesi, possiamo star certi che i poteri economici conteranno, come al solito, di scaricare sulle classi medie e popolari il prezzo da pagare. E di superare così la tempesta indenni e opulenti.

La ricetta che proporranno sarà sempre la stessa. Un taglio radicale di quello che resta dello stato sociale del nostro paese, spinto dal solito «fate presto» della speculazione finanziaria e dalla retorica della mancanza di alternative. Una ricetta che ben si adatta ai pruriti di austerità degli intellettuali e funzionari neoliberali che hanno svolto un ruolo-guida nella gestione della nostra economia nell’ultimo decennio. Di fronte al verosimile crollo del Pil, a essere invocati saranno nuovamente i «sacrifici» – sottintendendo, ovviamente, i sacrifici dei soli lavoratori e pensionati. Questa volta non potrà ripetersi questo copione. I sacrifici li dovrà fare chi ha di più in termini di reddito, rendite e patrimoni.

Paradossalmente, la stessa emergenza che stiamo vivendo potrebbe porre delle condizioni politiche favorevoli a una mobilitazione che impedisca questo scenario. L’impegno della sanità pubblica nel contenimento del contagio ha posto al centro dell’attenzione mediatica la gravità dei tagli subiti negli ultimi decenni dal Servizio Sanitario Nazionale, aprendo un’agibilità alla critica della sua silenziosa privatizzazione. La necessità di un’iniezione di risorse statali nell’economia reale per evitare il disastro sociale sta poi già mettendo all’angolo i maître à penser neoliberali che da decenni dominano i talk show e le pagine dei quotidiani. La stessa presenza di un agente di rischio esterno e incontrollabile come un’epidemia potrebbe portare a una maggiore richiesta di protezione dei cittadini da parte dello Stato. Insomma, per la prima volta in trent’anni in Italia si potrebbe riaprire uno spazio contro-egemonico. Un contesto favorevole in cui sarebbe politicamente imperdonabile non cercare di inserirsi.

In questo scenario sarà vitale che i sindacati non cadano nuovamente nella retorica dell’unità nazionale che già qualcuno sta tentando di infiltrare nell’opinione pubblica progressista. Una replica della posizione cooperativa assunta da Cgil-Cisl-Uil durante i governi dell’austerità (Monti, Letta, Renzi) intaccherebbe profondamente le effettive possibilità di una difesa popolare dello stato sociale. D’altro canto, un’adesione dei sindacati confederali a una nuova agenda di austerità potrebbe rivelarsi una pietra tombale per la loro credibilità come strumenti di difesa e tutela delle classi lavoratrici. La richiesta avanzata unitariamente il 12 marzo da Fiom-Fim-Uilm per la chiusura delle fabbriche metalmeccaniche fa ben sperare in questo senso.

La posizione dei confederali sarà centrale nella battaglia che verrà. Nessuno si può illudere di vincere una battaglia di massa in Italia senza che Cgil, Cisl e Uil affianchino la mobilitazione popolare con le loro risorse politiche ed economiche. Ma sarà necessario anche che i movimenti sociali di base e territoriali si preparino a mettere a frutto le lezioni degli ultimi anni di lotte – in particolare quella sull’importanza di costruire un solido consenso anche in quella maggioranza silenziosa che non prenderà parte alle mobilitazioni. Le battaglie politiche non si vincono solo riempiendo le piazze, ma anche convincendo chi ne rimane fuori.

Ancora non conosciamo quale sarà il terreno di scontro. È probabile che i nodi verranno al pettine con la definizione della legge di bilancio in ottobre. Già ad aprile il Documento di Economia e Finanza (Def) darà una prima indicazione sull’atteggiamento che il governo Conte intenderà tenere, così come la nota di aggiornamento allo stesso che dovrà essere presentata entro fine settembre. Si vedrà in queste occasioni la linea delle istituzioni europee. Sappiamo invece quali sono le nostre forze e quali sono le risorse che le classi dirigenti potranno mettere in campo contro di noi. Le abbiamo già viste all’opera negli ultimi dieci anni, d’altro canto.

La posta in palio della battaglia che verrà è molto alta. È in gioco il benessere delle classi medie e popolari italiane. La definizione dei rapporti di classe nel nostro paese per molti anni a venire. È in gioco la possibilità di un’uscita socialista e democratica alla perdurante crisi del capitalismo. Dopo la fine del coronavirus, attorno a quello che rimane del nostro stato sociale, si terrà una battaglia epocale. Prepariamoci ad affrontarla – e a vincerla.

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Socialismo e crisi della democrazia

Articolo scritto per Pandora.

Il numero 6/19 della Rivista «il Mulino» ha pubblicato in apertura un rilevante contributo dal titolo “Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi”. Che si tratti di un contributo rilevante lo suggerisce non solo l’impegnativo tema – la crisi della democrazia –, ma anche gli autori. Il saggio è infatti opera di Emanuele Felice (Professore ordinario di Politica economica all’Università di Chieti-Pescara) e di Giuseppe Provenzano (Ministro per il Sud e la coesione territoriale). Due personalità rilevanti già se prese singolarmente, ancor di più se considerate in quanto esponenti – come sembrerebbe suggerire lo stesso titolo – rispettivamente della galassia liberale e di quella socialista. Non è un caso, d’altro canto, che il saggio compaia su «il Mulino», fondamentale strumento di discussione della cultura progressista italiana e – negli anni Novanta – terreno di coltura per l’incontro fra cattolicesimo sociale e culture post-socialcomuniste.

In poco meno di venti pagine i due autori affrontano alcuni dei temi più significativi dell’attuale dibattito politico, dimostrando una notevole dimestichezza col dibattito internazionale – elemento già di per sé inconsueto nella discussione politico-culturale del nostro Paese. A venir presi in considerazione sono tanto i caratteri apparenti quanto le cause profonde della attuale “crisi della democrazia”, passando per una ricostruzione sommaria dell’evoluzione del pensiero liberaldemocratico e approdando alla proposta di un “nuovo socialismo” che possa “salvare il liberalismo da sé stesso” – ovvero dalla sua “degenerazione” neoliberale/liberista. Un incontro questo, appunto, fra “liberali e socialisti” che sappia intervenire sulle disuguaglianze, regolando globalizzazione e capitalismo anche rivalutando l’intervento statale in economia.

Come evidente, si tratta di posizioni avanzate per l’attuale dibattito pubblico nazionale. Non per niente, il saggio ha ricevuto una dura critica da un editoriale de «Il Corriere della Sera» a pochi giorni dalla pubblicazione, a dimostrazione di quanto certe posizioni – ormai pienamente legittime all’estero – trovino ancora un’ostinata resistenza nel nostro Paese. Ciò premesso, il saggio si presta ad alcune note, alcune di natura metodologica, altre di natura più strettamente politica.

In primo luogo, pare problematico il contributo del pensiero socialista alla posizione complessiva espressa da Felice e Provenzano. Il socialismo viene più volte citato en passant, spesso sotto la forma di “riformismo” o “socialdemocrazia”. Al di là di queste menzioni occasionali però l’impianto strutturale del saggio mostra un certo squilibrio verso il pensiero liberale. Ne è un chiaro esempio la ricca sezione storiografica titolata “L’incontro fra liberalismo, democrazia e socialismo”, che di fatto si limita a ricostruire l’evoluzione del pensiero liberaldemocratico a partire dal diciottesimo secolo. In questa ricostruzione, il pensiero socialista compare quasi all’improvviso solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel momento del suo – discutibile –approdo alle posizioni nel frattempo elaborate dalla liberaldemocrazia.

Tale “liberalcentrismo” ha delle conseguenze significative. Mentre è piuttosto chiaro cosa sia per gli autori il liberalismo, rimane invece più indefinito cosa essi intendano con socialismo e i concetti politici affini. Vi è, ad esempio, un uso del lemma riformismo alquanto anacronistico se riferito alla socialdemocrazia del secondo dopoguerra. Mentre, almeno per buona parte della tradizione socialista e socialdemocratica, la riforma era un metodo alternativo alla rivoluzione per giungere all’obiettivo del superamento del capitalismo, per Felice e Provenzano la riforma sembrerebbe piuttosto corrispondere alla democratizzazione del sistema capitalista. Gli autori sembrano così attribuire alla socialdemocrazia europea posizioni che non si sono affacciate al suo interno almeno fino agli anni Settanta “maturi” – in corrispondenza, è bene notarlo, dell’affermarsi della controffensiva neoliberale.

La predominanza dell’apporto liberaldemocratico nell’impostazione del saggio ha anche conseguenze dal punto di vista più concettuale. Nell’argomentare di Felice e Provenzano sembrerebbe infatti esserci una sostanziale identificazione fra “democrazia” e “liberaldemocrazia”, per cui la crisi della seconda implicherebbe automaticamente una crisi della prima. Ne consegue quindi una visione vagamente procedurale della democrazia, che sembra trascurare le ricche critiche sui limiti sostanziali delle liberaldemocrazie provenienti storicamente dalle analisi socialdemocratiche e socialiste. Certo, gli autori prevedono un correttivo importante alla mera liberaldemocrazia, cioè lo stato sociale. Ma esso – come in generale la questione economica – viene slegato dal tema fondamentale della redistribuzione del potere, senza cui la redistribuzione delle ricchezze rischia di essere infattibile.

All’origine di questi sbilanciamenti sembrerebbe situarsi una scelta di fondo intellettuale e politica, che purtroppo nel saggio rimane sostanzialmente ingiustificata – nonostante la sua centralità. Il “nuovo socialismo” proposto da Felice e Provenzano, infatti, sembra muoversi saldamente all’interno dell’orizzonte del capitalismo. Una precondizione questa quasi ovvia per un liberale, molto meno per un socialista. Non sembra quindi un caso che nella ricostruzione dell’incontro fra liberalismo e socialismo venga omesso un riferimento quasi scontato, quello al “socialismo liberale” di Carlo Rosselli. Un pensiero, questo, che al di là della vulgata post-azionista, aveva come obiettivo dichiarato il superamento del capitalismo tramite la socializzazione dei mezzi di produzione.

L’accettazione del capitalismo come orizzonte economico-sociale implica due conseguenze rilevanti. In primo luogo, la globalizzazione viene descritta come un processo naturale causato dall’evoluzione tecnologica più che come una scelta politica guidata da determinati interessi economici e sociali. Si propone quindi una sorta di “globalizzazione dal volto umano” che non pare tener gran conto delle difficoltà derivate dagli attuali rapporti di forza a livello sociale. In secondo luogo, lo svolgersi storico sembra ricondursi all’interno di una sorta di battaglia di idee, in cui le scelte politiche non avvengono in base a determinate egemonie sociali, quanto piuttosto alla predominanza di questa o quella posizione intellettuale. Una sorta di “autonomia del pensiero”, che schiaccia non solo l’autonomia del sociale, ma pure a quella del politico.

Coerentemente, la mancanza di un’Europa sociale sembra così scaturire storicamente più da una mancanza di volontà politica delle classi dirigenti progressiste che da quella formidabile “controrivoluzione conservatrice” che si serviva certo di intellettuali neoliberali, ma che traeva la sua forza ultima da rapporti materiali ben definiti. Insomma, nella ricostruzione di Felice e Provenzano perdono di rilevanza gli interessi economici – e di conseguenza non si pone il problema di individuare concretamente l’attore sociale che dovrebbe assumersi il compito storico di rimettere oggi il freno al capitalismo. Ad assurgere ad agente storico sembrano essere così così le più volte citate “classi dirigenti progressiste”, animate più da spinte intellettual-morali che dalla rappresentanza di determinati interessi sociali.

Al “nuovo socialismo” di Felice e Provenzano, in definitiva, sembrerebbe mancare una punta di socialismo. Un elemento necessario per contrastare quella tendenza intimamente antidemocratica del capitalismo a cui gli stessi autori dedicano qualche riga. D’altro canto, se i socialisti e i liberaldemocratici sono riusciti una volta ad imbrigliare il capitalismo non significa che tale operazione sia ripetibile oggi. Molto banalmente, il capitale possiede oggi strumenti infinitamente più efficaci per controllare e dissipare le spinte di cambiamento che vengono dal basso – e, al tempo stesso, le classi popolari sono ben più deboli organizzativamente di settant’anni fa. Non tenere conto di questi cambiamenti rischia di vincolare queste analisi ad un terreno meramente intellettuale, facendogli perdere mordente con la realtà.

Al netto di alcune inevitabili contraddizioni, il contributo di Felice e Provenzano segnala una vivacità e originalità intellettuale con cui è necessario confrontarsi. Un’apertura di dibattito che – se combinata ad una valorizzazione del pensiero socialista come quella contenuta in La sinistra e la scintilla dello stesso Provenzano – potrà sicuramente essere fruttuosa, aprendosi e contaminandosi ulteriormente con le numerose analisi e critiche al sistema economico-sociale in cui viviamo. Nel deserto di una sinistra italiana perennemente impaludata nell’anacronistica divisione fra “riformisti” e “radicali”, la proposta di Felice e Provenzano segnala un nuovo punto di riferimento per chiunque si ponga il problema della costruzione di una nuova cultura politica socialista democratica in Italia.

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Corri, Arturo, corri!

Articolo scritto per VVox.

È piovuto come un meteorite sulla paludata politica veneta l’inaspettato endorsement del sindaco di Padova, Sergio Giordani, al suo vice Arturo Lorenzoni come sfidante di Zaia alle prossime regionali venete. Non che la notizia sia del tutto sorprendente: come ribadito dallo stesso Lorenzoni poche ore dopo – in un annuncio che cercava di placare l’entusiasmo senza al tempo stesso smentire niente – si sta proprio in queste settimane concludendo un percorso regionale che porterà ad aggregare molte delle realtà civiche “arancioni” e progressiste (le varie Coalizioni Civiche, per capirci) in vista della prossima scadenza elettorale. Un percorso, questo, che non a caso vede in Lorenzoni il suo leader naturale.

Ma l’esplicito appoggio di Giordani al suo vice pesa, e molto. Per varie ragioni. In primo luogo per la storica centralità storica, politica e culturale di Padova nella politica regionale – per di più in una fase in cui tutti gli altri bastioni urbani del centrosinistra sono crollati. Un sindaco a capo di una coalizione ampia, incarnazione di un mondo moderato che ha avuto l’intelligenza di sposare i fermenti più innovativi e radicali della città. Ma pesa anche e soprattutto perché non era poi così scontato. Non era scontato che il sindaco di Padova decidesse di promuovere un civico a livello regionale, implicitamente sfidando il sempre più cadaverico Pd veneto – diviso fra improbabili inseguimenti sull’autonomia e l’incapacità seriale di costruire una vera opposizione sui temi ambientali all’oppressivo sistema leghista.

D’altro canto, l’endorsement di Giordani a Lorenzoni pare dettato dal buon senso tipico del sindaco di Padova. Il centro-sinistra veneto – soprattutto nelle sue componenti civiche – sa di avere di fronte una sfida improba, contro una Lega avvantaggiata da decenni di assenza di un’opposizione credibile a livello regionale. Una situazione da Davide contro Golia, in cui riproporre l’ennesimo volto più o meno noto del Pd veneto porterebbe (forse) portare a raccattare quella manciata di voti raccolti con lo stesso schema da Alessandra Moretti nel 2015.

Invece Giordani ha colto al balzo la possibilità di sparigliare, di cambiare il campo di gioco. Sfidando l’egemonia del regime leghista con un candidato fuori dagli schemi. Moderato senza essere esangue, Lorenzoni ha saputo dimostrare di avere una struttura politica non indifferente guidando Coalizione Civica Padova alla soglia del 23% sfidando la coalizione del centrosinistra tradizionale, ma avendo poi l’intelligenza di convergere al secondo turno per battere il disastroso Bitonci. Un mix di competenza, sensibilità e coraggio che possono essere fondamentali nella sfida alla Lega dell’ircocervo Zaia-Salvini, venetista a Venezia e nazionalista a Roma.

D’altro canto, i nodi stanno venendo al pettine anche in Veneto. I veneti si stanno rendendo conto che il dominio leghista non è tutto rosa e fiori. Il fallimento del Mose ha definitivamente sfatato il mito della “buona amministrazione” leghista in Veneto. La cementificazione selvaggia promossa nei decenni non è più considerata un’opportunità di crescita, ma un’eredità scriteriata. La sanità al collasso inizia a mobilitare sempre più cittadini – come dimostrano i 5 mila in marcia per la sanità pubblica di Schio.

Insomma, mai come oggi il centrosinistra ha la possibilità di dimostrare quanto siano fragili le basi del consenso leghista in Veneto, un vero e proprio elefante dalle zampe di terracotta. Verrebbe da augurarsi che il Pd sia abbastanza intelligente da ascoltare il suggerimento di Giordani. Anche solo per reinserire un po’ di dialettica nella politica veneta, verrebbe da dire: corri, Arturo, corri!

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Per un europeismo dei lavoratori

Il 15 maggio 2019 la Cgil Vicenza mi ha chiesto di aprire la discussione della sua Assemblea Generale dedicata alle incipienti elezioni europee. Quello che segue è il testo della mia relazione.

Per la mia generazione, la generazione dei giovani lavoratori, l’Unione Europea è una grande contraddizione. L’Unione Europea è quella che ci permette di fare i finesettimana di vacanze a Barcellona, ma l’Unione Europea è anche quella che con la sua austerità ci obbliga a emigrare a Londra per trovare un lavoro. L’Unione Europea è quella che ci ha permesso di “internazionalizzarci” portandoci in Erasmus, ma è la stessa che rende sempre più drammaticamente periferica la nostra terra. L’Unione Europea è il “Ce lo chiede l’Europa”, ma è anche il “Nel resto d’Europa non funziona così”.

Insomma, per la mia generazione, l’Unione Europea significa un groviglio di emozioni, sensazioni e posizioni difficilmente districabile. E infatti, quando poi diventa l’argomento di conversazione fra coetanei, difficilmente si manifestano posizioni intermedie o scale di grigio: chi ha più goduto di questa “apertura” continentale tende a difenderla a spada tratta, mentre chi invece non ha avuto alcun vantaggio o ben pochi vantaggi da essa tende invece a sottolinearne il carattere centralista e oligarchico. Insomma, la mia generazione si divide piuttosto nettamente fra chi “Vorrebbe che fossimo più europei” e chi “Vorrebbe che ci fosse meno Bruxelles” nella sua vita.

Nella mia personalissima esperienza, un evento è stato centrale nella mia concezione di Unione Europea: la crisi greca del 2015. Fino a quel momento, i lati positivi dell’integrazione europea erano stati parti integranti della mia vita: avevo potuto, fin da adolescente, viaggiare facilmente per il continente e compiere alcune esperienze che più che di studio erano state di svago e di crescita umana; nello stesso 2015, per altro, avevo potuto passare un periodo di studio a Parigi con il programma Erasmus. Certo, negli anni precedenti mi aveva più che infastidito quel ritornello di “ce lo chiede l’Europa” che aveva accompagnato le riforme dei governi dell’austerità (da Monti a Renzi, per capirci), ma niente che potesse seriamente incrinare la mia fede in questa Unione Europea.

Come tanti altri, d’altro canto, ero e rimango convinto delle necessità alla base dell’integrazione europea. La “collaborazione fra popoli” può sembrare uno slogan vuoto per chi – come la mia generazione – vede la guerra come un’evenienza lontana e quasi impossibile. Senza alcun dubbio, se oggi possiamo vantare un passato di pace in questo angolo di mondo, lo dobbiamo anche agli esperimenti di collaborazione fra stati come l’Unione Europea o – su scala ancora più vasta – le Nazioni Unite. Al tempo stesso, la fine della breve egemonia degli Stati Uniti sul globo, con l’emergere di un mondo multipolare, rende molto più necessaria di prima la creazione di un polo europeo che possa agire in autonomia e indipendenza non solo dagli Stati Uniti, ma anche dalla Russia e della Cina. Infine, è certo vero che la grande sfida del surriscaldamento globale necessita di strutture decisionali più ampie dei piccoli stati-nazionali europei. In questo senso, è bene ricordare che l’Unione Europea ha giocato negli ultimi anni un ruolo più che positivo in questo ambito, per esempio promuovendo l’importante accordo sul clima della conferenza di Parigi del 2015. Insomma, era e rimane a mio parere innegabile la necessità e l’utilità di procedere ad un’integrazione continentale in Europa. E fino al 2015, devo dire che non mi ero mai seriamente posto il problema di quanto questa  specifica integrazione europea rispettasse gli stessi principi che i suoi padri fondatori avevano stabilito.

Poi è arrivata l’estate 2015: è arrivata la crisi greca. È arrivato il caso di questo piccolo popolo piegato con cinismo ad un destino di impoverimento e umiliazione, colpevole solo di aver chiesto un’eccezione alla rigidissima e ideologica austerità imposta da Bruxelles. Di fronte alla sofferenza di una nazione intera che chiedeva di poter sperimentare una politica economica diversa, le autorità comunitarie (con il sostegno di quelle italiane, è giusto ricordarlo) non solo hanno fatto orecchie da mercante: hanno deciso di “far pesare” tutto il loro potere. Un potere non basato su una legittimazione democratica, un potere non derivato da una volontà popolare, ma dal peso e dalla forza stringente del denaro. La Grecia e il suo parlamento legittimamente eletto hanno così dovuto piegarsi ad una logica intimamente slegata dal concetto di democrazia, ai diktat di quella troika di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni: la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea. Non a caso, due organismi espressione di un potere finanziario, e da un organismo – la Commissione Europea – che non rappresenta i popoli europei, ma solo i suoi governi.

Certo, qualcuno dirà, il debito pubblico greco non l’aveva fatto Bruxelles: l’aveva fatto Atene. Un ragionamento simile siamo d’altro canto abituati sentirlo quotidianamente dai commentatori italiani sul nostro, di debito pubblico.  E, chiaramente, il debito pubblico non si crea da solo, ed è un bel problema. Ma il punto non è se ci fosse o meno in quel momento un problema in Grecia: il punto è il modo in cui le istituzioni europee hanno affrontato il problema greco. E per me – come per molti altri – il modo è stato estremamente rivelatorio di quali effettivamente siano le logiche incarnate da questa integrazione europea. Delle logiche contradditorie, come già detto, che hanno sicuramente molti risvolti positivi, ma che in ultima istanza tendono a sostituire la sovranità democratica degli stati membri con una sovranità che non deriva il proprio potere da logiche democratiche ma da una forza economica ben rappresentata dalla “collaborazione” con il Fondo Monetario Internazionale, cioè il vero e proprio bastione dell’ideologia dell’austerità a livello globale. La crisi greca, insomma, mi ha fatto finalmente rendere conto della distanza fra l’Europa che vorrei e l’Europa che effettivamente è. Fra l’Europa dei padri fondatori e l’Europa dei vari Juncker.

La stessa logica greca si è poi manifestata in modo forte in Italia non solo in occasione dei vari “ce lo chiede l’Europa” già ricordati, per giustificare tagli sempre più profondi ai servizi pubblici, ma pure – in modo forse più grave – l’anno scorso, nella formazione del governo Conte. In quell’occasione, per chi non lo ricordasse, una serie di pressioni “informali” da parte delle autorità comunitarie e di non meglio precisati “mercati” spinsero il presidente della Repubblica Italiana a far ritirare il nome di Paolo Savona da possibile ministro dell’Economia in quanto “troppo euroscettico”. Un’ingerenza a mio parere assolutamente inaccettabile nei processi democratici di uno stato membro come l’Italia. E questo lo dico senza alcuna simpatia verso il governo Conte o verso il professor Paolo Savona, il quale (al di là della roboante propaganda leghista) più che come ministro della Repubblica verrà probabilmente ricordato dalla storia come uno dei presidenti di quell’enorme buco nero di risorse pubbliche che è stato il Mose di Venezia.

Ora, qualcuno potrebbe anche affermare che la sovranità democratica si può mettere in discussione, che può essere sacrificata a vantaggio – per esempio – di una politica economica rigorosa. Cioè, qualcuno potrebbe anche dire: “accetto che a decidere siano delle istituzioni non democratiche se questo ha dei vantaggi concreti”. È una logica che comprendo, e che spesso si sente fare anche a qualche intellettuale democratico (o presunto tale). Il problema, però, è che come sempre nella storia, se le decisioni politiche vengono prese da organi che non rappresentano il popolo, cioè che non sono responsabili di fronte al popolo, inevitabilmente le decisioni prese finiscono per fare gli interessi non della gente comune, ma dei grandi poteri economici. Perché se chi decide non è espressione del popolo, inevitabilmente le sue decisioni saranno influenzate da chi se lo può permettere, cioè da chi ha disposizione potere e denaro.

Anche così si spiega, per esempio, perché – contro ogni logica economica e di buon senso – le istituzioni europee hanno deciso di rispondere alla grande crisi del 2008 con una serie di ricette economiche basate sul taglio della spesa pubblica. Guardate, questa non è stata una scelta solo ideologica, anche se una certa ideologia liberale ha sicuramente avuto il suo peso nel determinarla. Tagliare la spesa pubblica, infatti, significa in primo luogo privatizzare e liberalizzare spazi dell’economia che prima erano regolati dalla logica del bene comune e non da quella profitto. Privatizzare e liberalizzare significa aprire nuovi spazi alla speculazione di quel mercato che secondo qualcuno dovrebbe “autoregolarsi” – salvo poi esplodere ciclicamente in crisi disastrose. Insomma, non si può spiegare l’austerità solo come un vezzo ideologico di qualcuno. L’austerità si può comprendere fino in fondo solo se si tiene conto di chi se ne approfitta materialmente. E chi se ne è approfittato in Europa e nel nostro paese dai tagli allo stato sociale e dalla deregolamentazione dell’economia sono stati la finanza e i grandi poteri economici. L’Unione Europea, questa Unione Europea, ha imposto un’ideologia economica non funzionale a presunti “interessi generali” come hanno cercato di farci credere: l’austerità è andata e va contro agli interessi della gente comune e dei lavoratori, mentre favorisce quelli dei privilegiati e dei grandi poteri economici. Questo dobbiamo averlo sempre in testa.

Anche così si spiega l’impennata della diseguaglianza nel nostro paese, come in tutto il continente. Anche così si spiega perché nel nostro paese il 60% più “povero” (cioè le classi popolari e medie: quelle rappresentate in questa sala) possiedono solo il 18,8% della ricchezza nazionale netta. Anche così si spiega perché l’1% più ricco del nostro paese possiede 240 volte la ricchezza detenuta dal 20% degli italiani più poveri. Da dieci anni a questa parte in questo paese si tagliano servizi pubblici e si comprime la spesa in una corsa insensata che per altro non abbassa il deficit, e questo è il risultato: i ricchi diventano sempre più ricchi; i lavoratori sempre più poveri e sfruttati.

Le politiche economiche imposte dall’Unione Europea non sono però l’unica stortura che questa integrazione europea ha manifestato dallo scoppio della grande crisi economica in poi. C’è anche un altro elemento su cui vale la pena riflettere, e che riguarda il processo di integrazione dei paesi dell’est nel mercato unico europeo. Questi paesi uscivano devastati dalla brutale transizione al capitalismo impostagli dal Fondo Monetario Internazionale negli anni ’90. Erano paesi con un Pil pro capite ridicolo rispetto a quello dell’Europa Occidentale e questa disparità avrebbe quindi invitato a maggiore prudenza. Perché invece si è deciso di ampliare senza alcuna gradualità l’Unione a est? A che interessi materiali ha risposto questa scelta politica? Non certo agli interessi dei lavoratori occidentali, che si sono trovati a dover competere al ribasso con dei lavoratori disposti a lavorare a prezzi irrisori, con una sicurezza sul lavoro ridicola e – dulcis in fundo – con degli standard ecologici grotteschi.

L’espansione a est dell’Unione Europea ha invece favorito i grandi gruppi economici e quegli imprenditori ormai slegati da qualsiasi logica di radicamento territoriale e vogliosi di portare le loro industrie dove i lavoratori erano meno pagati e – soprattutto – meno organizzati. A beneficiare di questo allargamento è stata poi l’industria manifatturiera tedesca e scandinava, che ha potuto delocalizzare nei paesi dell’Europa dell’est – cioè a due passi – le produzioni a minor valore aggiunto.

A questo proposito, vorrei menzionare un dato e un caso molto concreti, per non rimanere sull’astratto. Il primo dato è che oggi il salario medio dei lavoratori polacchi è più basso di quello dei lavoratori cinesi. E lo stesso discorso potrebbe essere fatto per molte aree dell’Est Europa: con la sola differenza che mentre la Cina è dall’altra parte del mondo, questi paesi sono ad un tiro di schioppo da noi e soprattutto sono dentro il mercato unico europeo. Ormai da molti anni, gli economisti fanno presente che un mercato unico non può reggere con una tale diversità al suo interno, cioè con dei lavoratori pagati in Polonia 300€ al mese per fare lo stesso lavoro che in Italia fa guadagnare 1500€.

Quanto sia perversa questa logica lo dimostra un secondo esempio, ancora più concreto e riguardante, purtroppo, un’azienda vicentina, la Lovato Gas. Un’azienda storica, con uno stabilimento nuovo di zecca ed efficiente dal punto di vista economico. Un’azienda delocalizzata da un giorno all’altro in Romania, dentro il mercato comune europeo, lasciando a casa decine di lavoratori altamente qualificati. Disperdendo così una ricchezza che andava ben al di là del solo valore economico dell’azienda, e che riguardava anche decenni di tecnologia e di maestranze. Ricordo ancora oggi le comparsate dei politici leghisti e “sovranisti” al presidio permanente dei lavoratori della Lovato. Tutti dicevano che la proprietà non poteva certo comportarsi in quel modo, che era uno scandalo. Nessuno, però, che mettesse in discussione le ragioni strutturali alla base di una delocalizzazione di questo tipo. Nessuno cioè che ponesse in dubbio quelle logiche di libero scambio che permettono agli imprenditori di spostare stabilimenti, merci e capitali senza dover rispondere non solo ai propri lavoratori, ma pure alle comunità locali e a chi le rappresenta. Guarda caso, i protagonisti di quelle comparsate tragicomiche sono gli stessi che oggi riempiono i comizi di “Prima l’Italia” e “Prima gli italiani”: sovranisti con i poveracci che cercano fortuna in mare, ma ben ossequiosi con quegli imprenditori che delocalizzano in Romania le nostre fabbriche.

L’allargamento a est ha favorito quindi chi aveva i capitali, lasciando esposto invece chi vive del proprio lavoro. In questo senso, questa integrazione europea ha fatto passare l’idea che sia naturale che non ci siano controlli o limiti allo spostamento di merci e capitali, a tutto svantaggio tanto dei lavoratori occidentali che hanno perso lavoro e diritti qua, quanto a svantaggio di quei lavoratori orientali costretti a lavorare in condizioni schiavistiche nei paesi in via di sviluppo. Si è fatta così passare l’idea che fosse inevitabile questa globalizzazione, una globalizzazione che al tempo stesso non pone alcun limite alla circolazione dei capitali e delle merci, mentre fa morire in mare quegli uomini e quelle donne che scappano proprio dalle conseguenze di questa economia sballata e delle sue diseguagliane globali. In questa globalizzazione, le frontiere sono cose ben concrete per i poveracci, mentre sono diventate una mera linea sul mappamondo per i privilegiati e per i loro capitali in perenne fuga. È tempo di rendersi conto che i vecchi dogmi liberali, per cui il mercato si regola da solo e non deve essere controllato in alcun modo, hanno fallito miseramente. Il loro unico successo è stato dare più possibilità di arricchimento a chi era già ricco, più potere a chi aveva già potere.

Non dobbiamo quindi nasconderci che dietro all’europeismo di molti è facile rintracciare degli interessi sociali ristretti e che poco hanno a che fare con quelli dei lavoratori. E, guardate, questa semplice presa d’atto non implica mezzo passo indietro rispetto al nostro europeismo, che anzi, ne esce a mio parere rafforzato. Per essere concreto, faccio riferimento alla posizione recentemente assunta da Luciano Vescovi, presidente della Confindustria di Vicenza, in una lettera al quotidiano liberale Il Foglio. In questa lettera, Vescovi spiegava abbastanza chiaramente le ragioni del suo europeismo: l’Unione Europea per lui servirebbe soprattutto a garantire l’integrazione di quella che lui considera la “parte sana del paese” (il Nord-Est) nel mercato centro-europeo, ed in particolare in quello tedesco. E se questo non andasse bene – ha ribadito in un’intervista a Repubblica pochi giorni fa -, beh, cosa ci sorprendiamo che gli imprenditori veneti portano i loro investimenti e i loro capitali altrove? Chiaramente dietro questo europeismo si nasconde un interesse di bottega molto ristretto, anche se abilmente mascherato dietro alla retorica dell’interesse generale e territoriale.

Un europeismo questo che – verrebbe da dire – trasformerebbe volentieri il Veneto in un lander della Repubblica Federale Tedesca, archiviando senza troppi problemi la nostra unità nazionale. Una posizione che d’altro canto si rispecchia nell’appoggio totale che le oligarchie economiche venete hanno dato al progetto della cosiddetta autonomia regionale, un progetto capace di provocare (secondo l’analisi dell’economista Gianfranco Viesti) una vera e propria “secessione silenziosa” dal resto d’Italia. Un progetto questo che coraggiosamente la Cgil ha deciso di osteggiare, ben consapevole che se oggi ci sbarazziamo del sud, domani la logica è che lasciamo indietro le aree povere del nord e, dopodomani, a essere il vero obiettivo di questo egoismo sociale dall’alto saranno i diritti e le conquiste dei lavoratori, a partire dai servizi e dalla sanità pubblica.

Noi dobbiamo dire con forza che il nostro europeismo è diverso. Che il nostro europeismo non vuole spaccare l’Italia lasciando indietro chi è più debole. Dobbiamo affermare con determinazione che il nostro europeismo non serve ai grandi poteri economici e ai privilegiati, ma a chi vive orgogliosamente del proprio lavoro. Il nostro compito, di noi lavoratori, è quello di creare un europeismo al servizio di chi ogni giorno si sveglia presto per andare a lavorare e a produrre quella ricchezza, quelle merci e quei servizi che qualche imprenditore veneto pensa di produrre da solo grazie alla sua geniale “imprenditorialità”!

E allora, oggi lo stimolo che vorrei dare al mio sindacato, alla Cgil, è quello di perseguire con determinazione la via di un europeismo dei lavoratori. Non che questo lavoro non sia già stato iniziato, anzi. Ma come in ogni cosa si potrebbe sempre fare di più. Perché gli ideali che menzionavo all’inizio del mio intervento, oggi non potrebbero essere più lontani dalla realtà di questa integrazione europea. Dobbiamo renderci conto che oggi non basta più un generico “le istituzioni europee devono essere cambiate”, perché su quello sono tutti d’accordo: sovranisti, liberali, conservatori e progressisti. Oggi quello di cui hanno bisogno i lavoratori italiani e europei è che i sindacati, queste grandi organizzazioni di autodifesa popolare, scendano in campo con un’azione politica incisiva e concreta per cambiare le cose. Prendendo atto che l’integrazione europea – per come è stata fatta fino ad oggi – ha fatto principalmente gli interessi di chi sta in alto e non quelli di chi sta in basso. Ha fatto gli interessi dei poteri economici e delle oligarchie, non dei lavoratori e delle lavoratrici. Dobbiamo renderci conto che deve prendere atto che affermare questa semplice cosa non significa ripiegare nel nazionalismo o nel sovranismo, ma significa anzi dare la più forte risposta possibile a questi fenomeni. Dobbiamo renderci conto che senza essere franchi su cosa è oggi l’Unione Europea, sulle sue enormi storture, non potremo mai sconfiggere il sovranismo e il nazionalismo.

Se vogliamo veramente garantire un futuro al sogno dell’integrazione europea non possiamo che essere spietatamente critici nei confronti delle attuali istituzioni comunitarie. Non perché ci piace criticare o perché vorremmo tornare ai confini militarizzati al Brennero: ma perché questa è la più necessaria condizione alla formazione di un vero europeismo dei lavoratori e della gente comune. Prendere le distanze da quello che è stato, accettare anche un’autocritica rispetto agli errori compiuti, è il primo passo per andare avanti, per costruire un’Europa unita e solidale.

Paradossalmente, cosa vogliamo è già ben chiaro nei tanti e ben elaborati documenti del sindacato europeo: vogliamo mettere fine alla concorrenza sleale all’interno del mercato comune, mettendo in riga quei grandi paradisi fiscali che oggi sono i paesi cosiddetti “sovranisti” dell’est Europa (in primis quell’Ungheria di Orban tanto amata dal nostro ministro dell’Interno, dove oggi i lavoratori sono obbligati a fare gli straordinari senza possibilità di discussione). Vogliamo che si metta fine alla libertà galoppante che è garantita ai grandi capitali e alla finanza: le delocalizzazioni indiscriminate devono finire, perché ogni delocalizzazione non è solo una scelta economica che riguarda un’impresa: è una scelta politica che riguarda tutta una comunità. Vogliamo che venga messa fine alla politica ideologica dell’austerità che purtroppo è incastonata nei trattati costitutivi dell’Unione Europea e – da qualche anno grazie ad una maggioranza che andava da Bersani a Salvini – pure nella nostra Costituzione repubblicana. Vogliamo che la Commissione Europea sia dipendente non più dai governi nazionali, ma da un Parlamento rappresentativo dei popoli europei. Vogliamo che l’Europa sia un veicolo di pace e non di destabilizzazione dell’aree vicine, come purtroppo è stato recentemente con l’Ucraina, qualche anno fa con la Libia e negli anni ’90 con la Iugoslavia. L’integrazione europea rimane un grande strumento geopolitico: ma deve essere usato per la pace, non per portare la guerra dove non c’è.

Per mettere in campo questo ambizioso progetto politico di ricostruzione dell’Europa unita, il sindacato deve essere in grado di promuovere battaglie d’avanguardia. Deve essere in grado non solo di coordinarsi a livello continentale su singole vertenze come già fa, ma anche di promuovere scioperi di categoria e generali a livello europeo. Deve rivendicare con forza la fine delle intollerabili diseguaglianze salariali all’interno del mercato unico, nello stesso modo in cui il sindacato italiano negli anni ’60 del secolo scorso ha combattuto le disparità salariali che frammentavano il nostro paese.

Certo, mi rendo conto di quanto sia arduo coordinare l’azione di centinaia di sindacati sparsi per tutto il continente, ognuno con una propria sensibilità e le sue pratiche sindacali. Ma dobbiamo renderci conto che il sindacato è l’ultima arma veramente rimasta in mano ai lavoratori e alla gente comune per cambiare l’Europa. E ogni giorno che passa diventa più necessario e più impellente un europeismo dei lavoratori che sia alternativo tanto al sovranismo anti-popolare degli Orban quanto all’europeismo liberale dei grandi poteri economici. È chiaro a tutti che il solo luogo dove possa svilupparsi questo nuovo europeismo è il sindacato – dove già oggi si organizza la parte più cosciente e combattiva dei popoli europei.

Il 26 maggio noi tutti ci recheremo a votare per comporre il nuovo Parlamento Europeo. Ed è giusto, che nelle nostre preferenze, noi lavoratori teniamo ben a mente chi nel corso della sua carriera politica ha difeso i nostri interessi e chi invece – al di là delle chiacchiere – si è sempre fatto strumento degli interessi dei privilegiati. Votiamo, ma avendo ben presente che la battaglia per un’Europa solidale e unita è appena iniziata. Stiamo parlando di un’impresa storica, quella di invertire i rapporti di forza di un processo che ancora può essere raddrizzato, che ancora vale la pena tentare di raddrizzare. Un’altra integrazione europea è possibile, ma non possiamo aspettarci che a farla sia qualcun altro. L’unico modo per creare un’Unione Europea dalla parte dei lavoratori, l’unico modo per difendere i nostri interessi e i nostri diritti è con la lotta, è con l’azione politica dei lavoratori organizzati nel sindacato.

Sarà una lunga marcia. Ma è una marcia, io credo, che vale la pena percorrere.

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Variati: oggi Bruxelles, nel 2020 sfida (debole) a Zaia

Articolo scritto per VVox.

Nella nostra regione, una delle sfide più interessanti delle prossime europee sarà tutta interna alle liste del Partito Democratico. Dando per certo lo sfondamento della Lega in tutta la regione – a danno non solo del M5S, ma anche di Forza Italia -, poco rimarrebbe da attendere dalle urne. Se non fosse che dalle liste democratiche potrebbe emergere il principale sfidante di Luca Zaia alle elezioni regionali dell’anno prossimo.

Quarto in lista dietro ad un romano e a due emiliani è riuscito infine a piazzarsi – dopo essersi “fatto pesare” annunciando un fugace ritiro della sua candidatura – Achille Variati, già due volte sindaco di Vicenza (1990-1995; 2008-2018), presidente dell’omonima provincia (2014-2018) e consigliere regionale (1995-2008). Politico di lunghissimo corso, Variati esce così dal letargo politico iniziato l’anno scorso con la fine del suo mandato di sindaco. Letargo certo per modo dire, considerato che nel frattempo Variati è rimasto tanto presidente dell’Unione delle Province d’Italia quanto membro della governance della potente Cassa Depositi e Prestiti.

Ma come si intreccia la candidatura alle Europee con la partita delle regionali del 2020? Nei post che hanno segnato il suo ritorno su Facebook, è chiaro come Variati cerchi di far passare la sua candidatura in un’ottica di “rappresentanza degli interessi del Veneto in Europa”. Una chiave di lettura obbligata per cercare di raccogliere consenso anche nel resto della regione: fortissimo nella sua provincia di origine, Variati sconta il suo essere relativamente conosciuto al di fuori della stessa. Cercare di far passare la propria candidatura come rappresentativa dell’intera regione è uno dei pochi modi con cui Variati può sperare di approdare al Parlamento Europeo: in un’elezione in cui il Partito Democratico vedrà calare drammaticamente tanto i voti quanto i seggi, Variati si trova a competere con candidature più forti della sua, in quanto più “diffuse” sul territorio: non solo i tre nomi che lo precedono in lista, ma anche quello della sua ex-vicesindaco Alessandra Moretti.

Eppure, dietro la necessità di venetizzarsi si può leggere anche un altro obiettivo: quello di costruire la propria candidatura alle regionali dell’anno prossimo. Una candidatura che sarebbe stata molto più complicata nel caso Variati non avesse accettato la sfida delle Europee. Ma che, nel caso dalle Europee uscisse vincente, diventerebbe una scelta quasi obbligatoria per il disastrato Partito Democratico veneto. Se invece si fosse tirato indietro, Variati avrebbe rischiato di scomparire dai radar, magari assumendo il poco entusiasmante profilo di un politico ultra-sessantenne incapace di rassegnarsi alla pensione. La candidatura alle Europee appare, invece, come un vero e proprio all-in, un gesto di vitalità di un politico le cui ambizioni non sembrano per niente esaurirsi con Bruxelles.

Ora, il fronte anti-leghista veneto potrebbe forse gioire da questo ritorno in campo dell’ex-sindaco di Vicenza. Senza alcun dubbio, il nome di Variati è il miglior nome che l’opposizione regionale possa ad oggi contrapporre a quello di Luca Zaia. Però, c’è un però. Negli ultimi quindici anni, il centro-sinistra regionale ha visto il suo consenso diminuire ad ogni tornata elettorale, al di là del contesto nazionale. Un lento dissanguamento contraddistinto da candidati presidente incapaci di interpretare la radicalità dei problemi della nostra regione dopo quasi trent’anni di dominio forza-leghista.

Achille Variati sarebbe il terzo candidato in fila a non rispondere al cambiamento che chiedono con sempre più forza i veneti, per di più in un momento in cui le conseguenze disastrose di questo dominio stanno presentando il conto fra inquinamento e sanità al disastro. Variati è un politico abile, accorto e saggio. Figlio degno della grande tradizione del cristianesimo democratico. Eppure, oggi questo non basta più. Oggi, è necessaria una rottura col passato, una rottura che sappia dire delle parole nuove sul modello di sviluppo veneto incensato da trent’anni da un coro bipartisan in cui, ahinoi, Variati ha sempre avuto un ruolo di importante corista.

Augurando tutta la fortuna possibile al coraggioso Variati per la sua sfida europea, sarebbe forse il tempo che l’opposizione veneta al leghismo riuscisse a chiudere con il suo passato di compromissione coi poteri forti, riaprendosi alla rappresentanza dei veneti comuni.

Perché, fra banche crollate e fiumi nauseabondi, i veneti comuni hanno oggi veramente bisogno di un’opposizione radicale e combattiva.

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Industriali, a quando un esame di coscienza?

Articolo scritto per VVox.

Negli ultimi decenni la voce dei poteri forti si è fatta più discreta, e per una buona ragione: perché mai uscire allo scoperto quando tutti i politici (siano essi leghisti, piddini e ora pure grillini) ripetono come pecore quello che vuoi tu? Per questo la lunga – e noiosa – lettera del presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi al Foglio è un’occasione straordinaria. Vescovi consegna al giornale romano una vera e propria visione del mondo. Lo fa con un esercizio retorico furbo, ma molto poco convincente: prende la generica sfiducia dei suoi aderenti e gli dà il senso che vuole lui. La voce dei veri imprenditori scompare così dietro ad una lettera il cui scopo neanche troppo velato è quello di minacciare la Lega di toglierle il sostegno confindustriale nel caso in cui Tav e autonomia non si sblocchino.

Per noi comuni mortali rimane invece un po’ straniante leggere questa lettera che parla di un’imprenditoria immacolata e animata persino da una “passione amorosa” (accidenti!). Con un colpo di spugna Vescovi cerca così di nascondere i decenni di delocalizzazioni, speculazioni e disastri ambientali di cui il “modello imprenditoriale veneto” si è nutrito a spese della collettività. Quello di Vescovi è un paese in cui scompaiono quelli che ogni mattina si svegliano presto per andare a lavorare, magari per un salario da fame: tutta la ricchezza è prodotta in beata solitudine dagli eroici imprenditori. Il suo è un paese in cui il primo nemico sarebbe la burocrazia, nonostante l’Italia sia fra le nazioni Ocse con meno dipendenti pubblici. Un paese in cui la tassazione sull’impresa sarebbe troppo alta, nonostante le tasse sui profitti in Italia non siano mai state così basse. Un paese in cui investire sarebbe praticamente impossibile, nonostante i continui regali fiscali agli imprenditori fatti a spese dei contribuenti.

Nel paese reale molti imprenditori hanno preferito affrontare la globalizzazione abbassando i salari e i diritti dei propri lavoratori, invece di investire in ricerca e sviluppo. Nonostante la propaganda confindustriale, i dati freschi di Unioncamere confermano che l’imprenditoria veneta ha smesso di investire sull’economia reale e sul territorio, preferendo forse le più redditizie speculazioni finanziarie. Vescovi dimentica poi di citare la morsa fiscale fra le cause della sfiducia degli imprenditori, una piaga resa insostenibile nel nostro territorio dal crollo delle banche popolari. Certo, Vescovi avrà preferito non tirare in ballo Gianni Zonin, che per molti decenni è stato uno dei dominus del sistema imprenditoriale vicentino. D’altro canto, nel mondo al contrario di Vescovi non hanno spazio i tanti imprenditori che in nome del profitto hanno devastato la nostra terra, tanto socialmente quanto ecologicamente.

Dieci anni di crisi economica danno alla lettera di Vescovi un sapore di antico. Per rimettere in sesto la nostra disastrata economia, avremmo bisogno di un’imprenditoria più umile e meno ideologica. Invece la lettera di Vescovi unisce i soliti dogmi del pensiero unico liberale con la pretesa di voler dettare l’agenda economica del paese – ovviamente per i propri interessi di bottega. Un’imprenditoria – quella di Vescovi – ormai del tutto subalterna agli interessi della Germania, sul cui successo pensa stupidamente di poter prosperare per sempre. Un’imprenditoria, insomma, degna di un paese colonizzato. Queste chiacchiere sono andate bene agli italiani e ai veneti per più di trent’anni. Hanno fallito, come ha fallito questa classe dirigente di imprenditori e politici. C’è bisogno di un altro copione, perché quello che ha da offrirci Confindustria non ci ha portato niente di buono.

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