Per evitare una Catalogna in Italia, Assemblea Costituente subito!

Articolo scritto per Senso Comune.

La drammatica situazione catalana parla anche all’Italia. È impossibile infatti ignorare che nel nostro paese si stia verificando una rinascita di nazionalismi fra di loro in competizione: da una parte un rinato nazionalismo italiano, dall’altro nazionalismi regionali sempre più aggressivi. Un fenomeno che non può portare a niente di buono. Non solo perché rende incombente lo spettro di un esito yugoslavo, con tutto quello che ne consegue. Ma soprattutto perché nello scontro fra opposti nazionalismi gli unici a guadagnarci sono i potenti, i cui privilegi scompaiono nella guerra fra bandiere nazionali.

L’Italia non è molto lontana dal punto di non ritorno a cui si sta affacciando la Spagna. Le crescenti richieste di autonomia locale non vanno interpretate né come espressioni di egoismo sociale, né come tendenze necessariamente disgregatrici. Indicano, al contrario, una genuina richiesta di maggiore controllo sul potere pubblico, anche in reazione alla globalizzazione dei mercati. Si tratta di richieste positive, espressione di un sentimento autenticamente popolare. Sono richieste però che – se lasciate in mano alle oligarchie locali e nazionali – non possono che alimentare la lotta fra nazionalismi regionali e nazionali.

La situazione catalana può essere evitata in Italia solo da un profondo ripensamento dei rapporti fra centro e territori. Un profondo ripensamento che potrà venire solo dalla convocazione di un’Assemblea Costituente, composta da cittadini eletti col mandato di riscrivere completamente il Titolo V della Costituzione Italiana – ivi compreso quell’articolo 116 che regola gli anacronistici privilegi delle Regioni a statuto speciale.

Un’Assemblea Costituente che ridisegni la mappa d’Italia, ridando voce e potere a quelle comunità locali oggi schiacciate fra uno Stato centralista e delle Regioni altrettanto centraliste. Un’Assemblea Costituente per fondare una nuova patria: aperta, plurale ed inclusiva.

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La ripresa per i pochi, il conflitto per i molti

Articolo scritto per TRed.

Qualche giorno fa l’Istat ha certificato una crescita del Pil del 1,5% rispetto al secondo trimestre 2016. Nonostante il Pil italiano rimanga sotto quello pre-crisi del 6%, tanto è bastato perché i (rimanenti) sostenitori delle politiche economiche del magico quartetto Monti-Letta-Renzi-Gentiloni gridassero al miracolo. E, ovviamente, all’ingratitudine popolare per un’austerità considerata come “severa, ma giusta” per far ripartire l’economia.

Eppure la società italiana rimane lungi dall’essere pacificata. La crisi ha creato nuove faglie di conflitto dove prima c’era armonia e consenso sociale. Alcune di queste faglie sono state attivate politicamente: politici/popolo, Nord/Sud, italiani/stranieri, Italia/Unione Europea. Altre, come la distanza crescente di reddito e potere fra classi dirigenti e gente comune, stentano a trovare un interprete politico che le faccia emergere.

Ma perché alla crescita economica non corrisponde una crescita di pacificazione sociale? La spiegazione – senza entrare nei termini macroeconomici – è che questa è una ripresa che funziona per i pochi, non per i molti. E’ una ripresa basata sulla compressione dei salari e sulla precarizzazione del lavoro. Insomma, è una ripresa basata su una competizione al ribasso nel mercato globale, tutta giocata sulla pelle dei lavoratori.

Eppure, non è inverosimile che i dati macroeconomici continueranno ad avere il segno positivo nei prossimi mesi. Una ripresa che può durare, almeno fino alla prossima esplosione. Ma a cui dobbiamo abituarci: il capitalismo globale sta uscendo dalla crisi economica, e ci sta uscendo a destra.

Chi non ama lo stato delle cose dovrà quindi operare una ridefinizione strategica. Per far corrispondere alla ripresa economica per i pochi una crescita di conflitto sociale per i molti. Perché i molti rimarranno comunque tagliati fuori dalla ripresa di chi sta già bene.

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Perché Formenti sbaglia sulle “vittime meridionali”

Articolo scritto per Senso Comune.

Carlo Formenti, intellettuale di provenienza autonoma e di riconosciuta apertura teorica, ha recentemente espresso su Facebook un giudizio abbastanza inequivocabile sull’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali da parte della Regione Puglia a guida Partito Democratico. Formenti, in particolare, ha attaccato i suoi pari intellettuali meridionali, rei di essere “negazionisti” della verità storica: cioè di quel «processo di colonizzazione interna subito [dal meridione] da parte dal capitalismo settentrionale e dello stato sabaudo».

Lungi da me iniziare un dibattito di storiografia ottocentesca. Pur da (aspirante) storico dell’Ottocento, sono consapevole di non avere la preparazione che invece – mi par di capire – Formenti possiede. Mi permetto, piuttosto, di fare qualche considerazione sparsa a riguardo di questa (a mio parere significativa) uscita.

1. Da veneto, non può che divertirmi questo inseguimento della retorica neoborbonica (perché di questo si tratta), che vede nella storia italiana dell’Ottocento uno scontro fra Nord e Sud (con le iniziali maiuscole, ovviamente). Mi diverte perché riesco quasi ad immaginarmi questi compagni che dopo qualche mese (o anno) di fiera contrapposizione, decidono che la cosa più giusta (e popolare) da fare sia inseguire quelli che fino a poco prima erano i loro nemici, i sanfedisti amici dei potenti. Me li vedo affermare tutti seri e contriti cose del tipo: “dobbiamo lavorare per rendere anticapitalista il sentimento neoborbonico!”. Mi diverte perché è proprio quello che gli intellettuali veneti di sinistra hanno iniziato a fare negli anni ’80 con la Lega Nord. Con un risultato – a posteriori – non troppo esaltante dal punto di vista egemonico.

2. Mi diverte un po’ meno che tante energie intellettuali si siano orientate verso l’abdicazione ai movimenti regionalisti, espressione di un sistema politico ed economico sempre più delegittimato. Non tanto perché io sia un efferato nazionalista (da veneto, per altro, avrei qualche difficoltà). Quanto piuttosto perché mi pare abbastanza evidente come l’unico risultato pratico della loro elaborazione sia il rafforzare un discorso politico il cui unico risultato pratico è quello di dare nuova legittimazione politica alle (sputtanatissime) élite meridionali. Non è d’altro canto un caso che la mozione in questione sia stata votata da tutto il consiglio regionale pugliese, senza distinzione politica: rafforzare il discorso neoborbonico non fa altro che assolvere le élite meridionali dalle loro responsabilità storiche nell’arretratezza economica e sociale del meridione. Come dire: se le colpe stanno tutte nel tanto temibile quanto astratto “Nord”, a chi ha comandato il “Sud” negli ultimi 150 anni rimane solo il comodo ruolo di rappresentanti delle vittime. Certo, il compagno Formenti ribatterà che “il suo ragionamento è più complesso” e che “dà le sue responsabilità alle élite locali”. Peccato che questa parte del suo discorso non compaia mai, ovviamente per ragioni “di brevità”. Insomma, il discorso neoborbonico è uno strumento in mano alla conservazione al sud, tanto quanto quello leghista lo è al nord.

3. E qui arrivo ad un’altra considerazione, più tecnica forse. A me fa piacere che tanti bravi scienziati politici e giornalisti si lambicchino in discussioni teoriche sul colonialismo. E che, per divertimento, decidano di applicare questa categoria alla situazione italiana, arricciandosi i baffi per la grande intuizione marxista. Mi farebbe però anche piacere che i nostri amici mi dicessero in quale situazione coloniale un territorio colonizzato esprime metà del Parlamento nazionale, nonché diversi ministri, primi ministri e sottosegretari dei governi nazionali. Perché questa è proprio una cosa che – da storico – non capisco.

4. Dice Formenti che «lo Stato di Cavour e successori [ha] sistematicamente saccheggiato capitali, risorse agricole e industriali per alimentare lo sviluppo delle regioni settentrionali a spese del Sud». Lasciamo perdere che – come già detto – i “successori di Cavour” siano stati tanto meridionali quanto settentrionali. Quello che invece proprio non capisco è come un intellettuale raffinato come Formenti possa non rendersi conto dell’enorme semplificazione che applica. Di che “Nord” stiamo parlando? E di che “Sud”? Esattamente, chiedo a Formenti, i contadini del Polesine veneto (che mi pare siano classificabili come parte del perfido “Nord” sfruttatore) che beneficio avrebbero tratto da questa spoliazione del meridione? E gli agrari meridionali (che invece sarebbero classificabili come parte del “Sud” vittima dello sfruttamento) che danno ne avrebbero ricevuto?

5. La verità è che anche i più validi intellettuali perdono la bussola dopo anni di sconfitte e di ritirate strategiche. In questi anni, sarebbe stato compito delle intellettualità socialiste e comuniste cercare di elaborare un nuovo discorso nazionale e popolare. Una storia italiana che si distanziasse tanto dalla narrazione “eroica” ufficiale quanto da quelle (regressive) neoborboniche e leghiste. Non per “amor di patria”, quanto piuttosto per “amor di parte”. La parte di quei contadini meridionali che insorsero contro i Borboni, per Garibaldi e per la divisione delle terre. La parte di quegli stessi contadini che furono repressi con la violenza dalla borghesia quando avanzarono richieste sociali nel periodo post-unitario. Insomma, non per “amor di patria”. Per “amor di popolo”.

6. Insomma, quello che è certo è che la storia d’Italia meriti una profonda rilettura critica. Certamente, la repressione delle rivolte e dei moti meridionali va studiata e considerata come uno snodo fondamentale della storia nazionale. Andrà studiata anche la storia economica del paese e le ragioni della divaricazione crescente fra (alcune) aree meridionali ed (alcune) aree settentrionali. Ma l’ottica con cui si deve procedere a questa operazione di revisione storiografica – se si vuole essere conseguenti dal punto di vista politico – non può certo essere quella neonazionalista che contrappone il Sud al Nord (e viceversa)*. Se si vuole essere conseguenti ad una politica popolare non si può che individuare i termini del conflitto fra parte popolare e parte oligarchica del paese. Perché se il bracciante meridionale ha pagato uno sfruttamento, non è certo stato quello del mezzadro settentrionale. A sfruttare il popolo italiano tutto, a reprimerlo con la forza quando ha alzato la testa, è stata – al sud quanto al nord – quella borghesia nazionale che si è ha preso le redini del potere statale dopo l’unità d’Italia, dalla piana degli Albanesi alle periferie industriali di Torino. Uno sfruttamento vero e feroce, ma senza denominazione geografica.

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* Dico “nazionalista” a ragion veduta, perché questa narrazione altro non è che un tentativo di creare una nuova “comunità immaginata”, in questo caso più piccina di quella nazionale. Ovviamente, come tutte le storie nazionaliste, anche questa non fa altro che annullare le divisioni sociali interne alla aspirante “nazione”. Parlare di “Sud” come entità unitaria significa prima di tutto mettere sullo stesso piano, legare ad interessi comuni (ed inesistenti) il bracciante con il latifondista.

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Per una patria delle autonomie municipali

Articolo scritto per Senso Comune.

 Una delle tante incontestabili verità del dibattito pubblico italiano riguarda il modo in cui i poteri sono ripartiti fra gli enti locali. La litania che sentiamo ripetere da anni è che, sostanzialmente, le regioni rappresentino l’unica forma di autonomia locale possibile. Tanto è vero che le province, radicate nel tessuto storico italiano da quasi due secoli, sono state spazzate via (nella sostanza) senza neanche troppo dibattito. Eppure vale la pena fermarsi un attimo su questo tema, che nulla ha di scontato.

Le regioni – tranne quelle a statuto speciale – sono un organo previsto dalla Costituzione repubblicana del ’48 (così come le province e i comuni). La loro applicazione ha tardato però fino al 1970: i partiti di governo, infatti, ritenevano poco utile istituire enti locali che in parte sarebbero finiti in mano al Partito Comunista (che, infatti, era particolarmente a favore delle regioni). Insomma, una storia perfettamente inserita nel clima di guerra fredda in cui la Repubblica ha vissuto nei suoi primi decenni di vita.

Nel 1970 le Regioni sono state finalmente istituite, ed hanno oggi alle loro spalle quasi cinquant’anni di vita: un periodo sufficiente per iniziare a formulare qualche giudizio. Bisogna però menzionare almeno due altri passaggi importanti nella storia delle regioni italiane. In primo luogo, il 1995. In quell’anno, fra le rovine della Prima Repubblica, venne approvata la legge Tatarella che modificava il sistema elettorale delle regioni a statuto ordinario in senso straordinariamente presidenzialista e maggioritario. È stato questo un passaggio importante, perché ha rafforzato in maniera inedita il ruolo dell’esecutivo regionale sopra quello delle assemblee regionali democraticamente elette. Il secondo passaggio fondamentale è stato il 2001, quando la riforma costituzione promossa dal Governo Amato (ma elaborata da quello D’Alema) ha ampliato le competenze regionali, formalizzandole anche dal punto di vista costituzionale.

Cosa ha provocato questa accelerazione regionalista? In primo luogo, a partire dal 1970 si è insediata a capo delle regioni una classe politica che per decenni ha cercato una motivazione per giustificare la propria esistenza. Grazie alla generosità di questa classe politica, gli studi sull’importanza amministrativa delle regioni, sulla storia “primordiale” di ogni regione, sul dialetto (passato da locale – come sempre era stato – a “regionale”) si sono così moltiplicati. Si sa, tutte le identità collettive di massa sono in qualche modo delle “comunità immaginate”, costruite in gran parte da attori politici. Nel caso delle identità regionali, questo sforzo di creazione di identità è stato particolarmente impressionante, considerate le energie economiche ed intellettuali spese. Le istituzioni regionali sono così riuscite a creare piano piano delle identità regionali prima largamente inesistenti, o comunque non attivate politicamente. Questo sforzo, portato avanti inizialmente dai partiti tradizionali (Dc, Pci e Psi in particolare), ha avuto un incredibile ritorno di fiamma con la nascita di movimenti politici indipendentisti e regionalisti – che specialmente nell’Italia settentrionale sono riusciti a sostituirsi ai vecchi partiti di governo.

L’altro fattore che ha facilitato l’affermarsi del regionalismo è stato il progressivo crescere di potere dell’Unione Europea. La Comunità Europea prima e l’Unione Europea poi hanno storicamente individuato nelle regioni l’organo amministrativo “perfetto” a cui gli stati nazionali avrebbero dovuto prima o dopo uniformarsi. In controluce, possiamo individuare anche qua il peso dell’egemonia politica della Repubblica Federale Tedesca, l’unico stato europeo organizzato nel secondo dopoguerra in senso regionale. Ma l’Unione Europea ha avuto anche un motivo più strettamente politico per alimentare i regionalismi: molto semplicemente, essi minano la forza politica degli stati-nazionali, che dell’Unione Europea sono il principale competitor. Non per caso i regionalismi sono stati per lungo tempo la punta più avanzata del movimento per l’integrazione europea: la loro forza si è basata sull’Unione Europea tanto quanto quella dell’Unione Europea si è basata sulla loro funzione anti-statale. Non si tratta per forza di una dinamica negativa: essa può essere negativa o positiva a seconda dei regionalismi/nazionalismi in questione.

Ritornando al caso italiano, il regionalismo si è alimentato con un uso mitologico della storia della Penisola. I regionalisti hanno infatti individuato negli stati pre-unitari le origini ultime delle regioni come unità politiche, culturali e perfino nazionali. Ovviamente, la storia si rivela – alla prova dei fatti – sempre più complessa dei suoi usi (ed abusi) politici. Non è questo il luogo per passare in rassegna la mitologia del regionalismo italiano, per altro parecchio differenziata. Basti sottolineare come gli stati pre-unitari fossero completamente privi di identità nazionale intesa in senso moderno, anche in una fase primordiale. Non per niente il Risorgimento fu praticamente in tutta Italia – e qua risiede un altro mito da sfatare – un processo storico che coinvolse ampie strati della popolazione. Una Rivoluzione tradita, certo, pagata sulla propria pelle proprio da quei contadini meridionali che erano insorti contro i Borboni per la divisione delle terre promessa da Garibaldi. Ma non si è certo trattato di un processo storico imposto in punta di baionetta dai Savoia, come vorrebbero i regionalisti.

D’altro canto, considerati nella loro esistenza politica, gli stati regionali pre-unitari erano molto diversi da quello che sono oggi le regioni. Essi erano puntellati di autonomie locali – di carattere feudale, oligarchico e perfino popolare – che si auto-amministravano quasi completamente. Il potere statale si limitava nei periodi ordinari all’estrazione di risorse sotto forma di tasse, all’emissione di moneta e alla politica estera. Una realtà difficilmente immaginabile al giorno d’oggi, in cui l’amministrazione ed il potere pubblico si basano sull’uniformazione e la centralizzazione statale affermatesi nell’Ottocento.

I regionalisti, immersi nella loro mitologia, non riescono però a vedere come gli stati pre-unitari fossero enti in cui il centro politico aveva pochissimo potere sulle comunità locali. E, stupidamente, oggi chiedono un regionalismo fortemente accentrato, in cui a decidere tutto è il potere centrale. In Veneto, per esempio, la regione ha proibito alla provincia di Belluno di tenere un proprio referendum sull’autonomia, in questo caso realmente locale, analogo proprio a quello che Zaia sta promuovendo per la regione (cioè per se stesso).

Insomma, la mitologia regionalista (si) inganna sul passato, e nel far questo difende i privilegi delle oligarchie del presente. Questo però non significa che l’autonomia locale non sia da perseguire e coltivare. Portare il potere verso la gente comune, renderla responsabile del proprio destino è stato l’impegno di generazioni di democratici. Il problema è che le regioni – soprattutto quelle da milioni di abitanti – non potranno mai avere questo ruolo di promozione del potere popolare.

Il perché è presto detto: basta guardare alla storia di questi cinquant’anni di governo regionale. Si tratta di una storia di sprechi, scandali, accentramento di potere, grandi opere imposte dall’alto sulle comunità locali. E non potrebbe essere altrimenti. Le regioni – per come si sono configurate fino ad oggi – rappresentano, sostanzialmente, dei piccoli Stati nello Stato. Con tutti i difetti di uno Stato, ma senza nessuno dei suoi pregi. Perché mentre lo Stato nazionale ha un’opinione pubblica corrispondente – che, bene o male, esercita un controllo popolare sul potere -, i mini-stati regionali non li controlla nessuno. Nella vita di ogni giorno, la gente è interessata (quando riesce ad interessarsi) a due livelli: uno di comunità (comune o aggregazione di comuni); ed uno statale, remoto ma fondamentale nella vita di ogni giorno (lo Stato nazionale). Le oligarchie regionali rimangono così a gestire un potere di fatto statale senza alcun controllo dal basso. E da qui derivano gli scandali, i disastri, gli sprechi a cui le regioni ci hanno abituato.

Una vera autonomia locale, insomma, non potrà mai essere regionale. Se questa verrà non potrà che essere municipale o – tutt’al più – provinciale. Solo a questo livello il potere politico corrisponde ad un vero controllo popolare. Basti pensare alla sanità: perché un servizio così centrale nella vita di ogni giorno non può essere governato da cittadini eletti a livello di Asl invece che da nominati dall’amministrazione regionale? Un’autonomia municipale risponderebbe poi ad una della caratteristiche di “lungo periodo” della storia della penisola italiana, quell’orgoglio municipale (da sempre bollato dagli oligarchi come “campanilismo”) che è un fattore profondamente radicato nelle comunità locali.

Certo, l’autonomia municipale non garantirebbe da sola un potere politico articolato in termini popolari e democratici. Rimane aperta – per esempio – la questione del presidenzialismo senza contrappesi dei comuni attuali. E rimane impellente la necessità di inserire in Costituzione la consultazione delle comunità locali per ogni opera pubblica che ne interessi il territorio. Ma se veramente vogliamo costruire una democrazia in cui a contare sia la gente comune e non le oligarchie, non potremo che passare sopra il cadavere delle regioni. Per una patria in cui le autonomie municipali siano la colonna fondante del potere popolare.

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Gang Bank alla veneta, ringraziamo la classe dirigente cialtrona

Commento scritto per VVox.

E così la vicenda popolari sembra essere arrivata alla sua conclusione: Banca Intesa si papperà le parti buone (che rimangono cospicue) di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Lo Stato – cioè noi, i cittadini – si prenderà e liquiderà la parte “tossica”. Una spesa di 5,3 miliardi di euro, con la possiblità di arrivare fino a 17 miliardi. Insomma, ogni italiano spenderà fino a 300 euro per ripianare i passivi lasciati delle gang bank venete, mentre Banca Intesa – in cambio del suo grazioso interessamento – si prenderà tutti gli attivi. Quanti dipendenti cadranno nella parte “bad” dell’operazione non è ancora noto, ma si parla sicuramente di migliaia di lavoratori in esubero o prepensionamento.

Certo, stiamo parlando di una disgrazia coltivata da decenni. La gestione “allegra” delle popolari venete avrebbe provocato comunque conseguenze terribili per l’economia reale, prima o dopo. L’azzeramento del valore delle azioni, d’altro canto, è stato solo il primo passo di questo tsunami economico. In capo alle persone che hanno diretto (e “sorvegliato”) le popolari rimarrà per sempre la responsabilità morale di aver portato la nostra economia al disastro. Insomma, il danno viene da lontano.

Ma oggi al danno si è aggiunta anche la beffa. Lo Stato nazionalizza le perdite e regala gli attivi al privato. Per di più, due banche con un radicamento secolare nel territorio vengono vendute ad un conglomerato internazionale che non ha nessun tipo di interesse a sostenere lo sviluppo locale. E qua alla responsabilità delle dirigenze economiche venete se ne aggiunge un’altra altrettanto grave. I nostri politici (di ogni colore) non si sono limitati a mancare completamente al loro ruolo di sorveglianza democratica sull’economia, lasciando che le popolari venissero gestite in modo folle.

Se il problema si limitasse al loro decennale silenzio a riguardo, non parleremmo di niente di nuovo. Quello che invece lascia basiti è la totale incapacità dei politici veneti di incidere sulla gestione del disastro. La Lega Nord, un partito che un tempo si vantava di essere il partito “del territorio”, oggi testimonia per l’ennesima volta sua totale incapacità di fare gli interessi della collettività. Cosa avrebbe dovuto fare Zaia? Fosse stato necessario, avrebbe dovuto incatenarsi a Palazzo Chigi pur di evitare che saltasse la soluzione della fusione “veneta” fra le due banche. Ma forse era troppo preoccupato a convocare referendum-truffa sull’autonomia.

Un’altra bella mano ce l’ha data poi l’Unione Europea, cruciale nel far saltare il progetto di banca unica veneta. Sono stati infatti i solerti burocrati di Bruxelles a bandire l’ipotesi di un’unificazione sotto l’egida dello Stato italiano, mentre il nostro orgoglioso governo nazionale ha piegato la testa a questo diktat così poco vantaggioso. La loro motivazione rimane però alquanto bizzarra: a Bruxelles avrebbero considerato un “aiuto di Stato” la creazione di una banca pubblica d’investimento territoriale, mentre la statalizzazione della sola parte “marcia” gli va a puntino. La verità è che questa Unione Europea è incompatibile con ogni ipotesi di controllo popolare della finanza, anche solo di breve periodo. Viva il mercato finanziario, sembrano suggerirci i nostri amici eurocrati. Solo che da queste parti abbiamo ormai ben presente cosa diventano le banche quando non sono sottoposte ad un reale controllo democratico.

E insomma, la svendita delle banche venete verrà ricordata come l’ennesima tegola su di un territorio già piegato dalla crisi economica. I responsabili di questo fallimento – politici, manager ed illuminati imprenditori – continueranno a lavarsene le mani. Per loro, d’altro canto, la colpa del disastro è di tutti, quindi in fondo non è di nessuno. Di sicuro non è loro – quelli che dovevano gestire, controllare e sorvegliare affinché non si arrivasse a questo punto. Anzi, fra qualche tempo ritorneranno pure a spiegarci come si fa girare l’economia, come si “innova”, come si tutela il territorio. Solo che ormai è abbastanza chiaro che – se veramente vogliamo tutelare la nostra economia e le nostre comunità – l’unica cosa sensata da fare sarebbe liberarci della loro arroganza e della loro cialtroneria.

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Autonomia, distrazione di massa da “Venezia Ladrona”

Commento scritto per VVox.

La montagna ha partorito il proverbiale topolino: quarant’anni di lotte indipendentiste, ed il 22 ottobre i lombardi ed i veneti verranno chiamati ad esprimersi su un generico quesito in cui si propone di chiedere al governo nazionale maggiore autonomia. Insomma, tanta agitazione per nulla. Il gotha della Lega Nord esulta e paragona il referendum autunnale ai più celebri esempi scozzesi e catalani. Ma la verità è che la società veneta è rimasta piuttosto fredda di fronte all’annuncio. E per delle buone ragioni.

A sorprendere non è infatti solo la palese inutilità del referendum, ma anche la tempistica e le vere ragioni che hanno spinto i leghisti ad accelerare. Perché i motivi per cui verremo chiamati a votare ad ottobre sono sostanzialmente tutti interni alla Lega Nord e alla sua crisi di consenso. È bene ricordare che, nonostante il risultato di Luca Zaia alle Regionali 2015, la Lega è da anni attestata fra il 15 ed il 20% dei voti veneti, ben lontana dal 30% degli anni Novanta.

Ad una crisi di consenso si aggiunge una crisi di identità: il partito dell’indipendenza padana e veneta si è trasformato in un partito ultra-nazionalista italiano, lasciando spiazzati i militanti storici. La crisi di identità della base leghista chiedeva quindi un segnale rassicurante. Come dire: adesso siamo lingua-in-bocca con gente che vorrebbe ri-annettere la Dalmazia all’italico suolo, ma vogliamo ancora (almeno) l’autonomia.

C’è però un’altra ragione per questa accelerazione, forse più seria. La Lega Nord è ininterrottamente al governo regionale dal 1995. In questi ventidue anni non è cambiata solo la sua posizione sull’indipendenza: è cambiata la stessa natura del partito verde. Dalla sua vocazione di rappresentanza del Veneto profondo e popolare, la Lega Nord ha ceduto ai comitati d’affari, per di più essendo incapace di gestire il potere. La vicenda Pedemontana lo dimostra chiaramente: un pasticcio inenarrabile ed ambiguo, che costerà ai veneti (oltre al pedaggio) un’addizionale Irpef chissà per quanti anni. La Lega che combatteva gli sprechi di “Roma Ladrona”, si è trasformata nella Lega degli sprechi di “Venezia Ladrona”.

Questo i vertici della Lega lo sanno bene. E hanno bene in mente cosa è successo alla Democrazia Cristiana veneta quando da partito popolare si è trasformato in una centrale di spartizione. Serviva quindi un’operazione di distrazione di massa. E cosa meglio di cogliere due piccioni con una fava rispolverando il tema dell’autonomia? Così da far finta di essere ancora la buona vecchia Lega (quella dell’indipendenza dall’Italia, non quella del nazionalismo italiano di Salvini) e al tempo stesso spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla palese incapacità di governare dei leghisti.

Un’operazione perfetta. Peccato che i veneti non siano scemi. E che il crollo delle banche popolari e la mal gestione del potere pubblico stiano cambiando nel profondo le coscienze venete. E così in Veneto si rafforza la silente richiesta di un’alternativa a “Venezia Ladrona”. Una richiesta ancora senza interpreti in grado di interpretarla.

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Mélenchon, il “terzo incomodo”

Articolo pubblicato su Senso Comune.

Le elezioni più imprevedibili del 2017 si arricchiscono di una nuova sorpresa. Dopo aver visto (l’irresistibile?) ascesa dell’ex ministro dell’Economia Emmauel Macron ed il crollo dei Repubblicani di Fillon, la nuova sorpresa delle presidenziali francesi potrebbe avere il nome ed il volto di Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi posizionano infatti il 65enne eurodeputato al terzo posto, a circa il 18% delle intenzioni di voto, davanti ai due candidati dei partiti tradizionali (socialisti e repubblicani) e dietro solo al liberale Macron e alla conservatrice post-fascista Le Pen. Un risultato che – se confermato – sarebbe già di per sé notevole. In primo luogo perché staccherebbe di circa 10 punti il candidato socialista, mai superato “a sinistra” fin dal lontano 1974. In secondo luogo perché in questo modo renderebbe ancora più chiara la divaricazione del fronte progressista francese, diviso fra una candidatura liberale alla Renzi (Macron), e un candidato che con Podemos condivide tanto la radicalità quanto la spietata critica alle oligarchie.

Ma chi è Jean-Luc Mélenchon? Nato a Tangeri nel 1951 da due impiegati statali pieds-noirs, esordisce nel movimento studentesco del ’68 su posizioni trotskiste. Laureatosi in filosofia, si avvicina progressivamente al “nuovo” Partito Socialista, creato nel 1971 da Francois Mitterand. Parallelamente inizia il suo impegno nel mondo del giornalismo, che continua – in diverse forme – fino a tutti gli anni ’90. Nel 1986 – da dirigente locale e affiliato alla corrente mitterandista – viene eletto per il Ps in Senato. In questo periodo inizia anche la sua affiliazione al Grande Oriente di Francia, sulla scia della sua tradizione familiare. Questa appartenenza segna anche il suo peculiare posizionamento politico. Non marxista, Mélenchon si colloca agevolmente in quella tradizione laica, repubblicana e giacobina che tanto peso ha avuto nella sinistra francese.

Alla fine degli anni ’80 risale anche il suo spostamento verso posizioni critiche nei confronti della svolta liberale della presidenza Mitterand (e di tutto il partito). Nel decennio successivo, la sinistra socialista da lui guidata si mantiene attorno al 10% del consenso interno al Ps, accentuando con il tempo la critica all’unificazione europea. La sua lunga marcia nelle istituzioni raggiunge il picco nel 2000, quando diventa Ministro all’Insegnamento Professionale. Durante tutta la sua carriera politica, Mélenchon continua a sedere negli organi rappresentativi dell’Essonne, un piccolo dipartimento della regione parigina. In questo, il suo percorso politico è largamente in linea con quello dei molti altri “notabili” che costituiscono la vera spina dorsale del Partito Socialista: funzionari di partito con un forte radicamento locale e con incarichi politici nazionali. In prima linea per il “no” al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, il suo rapporto con la maggioranza neoliberale del Ps si fa sempre più teso. Dopo la pesante sconfitta della sinistra socialista al congresso del 2008, Mélenchon decide di abbandonare il Ps per fondare il Parti de Gauche (Partito della sinistra), sul modello della Die Linke tedesca. Il nuovo partito non riesce mai a radicarsi elettoralmente ed organizzativamente, ma contribuisce al rafforzamento del Front de Gauche (un cartello di diverse forze di sinistra), che nel 2009 lo elegge in Europarlamento.

Nel 2011 è il candidato del Front de Gauche alle presidenziali, dove si qualifica quarto con poco più dell’11% dei voti. Il risultato – arrivato dopo una campagna elettorale caratterizzata da comizi oceanici – è incoraggiante, ma non rappresenta un boom rispetto ai risultati della sinistra radicale francese, che alle presidenziali esprime tradizionalmente un consenso complessivo di poco meno del 10% dei voti. Negli anni successivi, Mélenchon rimane il leader “informale” del Front de Gauche, caratterizzandosi con posizioni anti-sistema profondamente critiche nei confronti delle classi dirigenti francesi. In questo solco si colloca la sua battente richiesta per una “Sesta Repubblica“, che superi tanto il presidenzialismo quanto l’impianto liberale condiviso sia dal centro-sinistra che dal centro-destra francesi.

Il lungo percorso di Mélenchon nella politica francese – iniziato quasi cinquant’anni fa – arriva quindi alle presidenziali di quest’anno. Pur mal digerito dalla dirigenza del Partito Comunista Francese – azionista di maggioranza del Front de Gauche -, l’eurodeputato riesce ad imporre nuovamente la sua candidatura alle presidenziali, su un programma profondamente ispirato dall’esperienza di Podemos. Per questo lancia un movimento, La France insoumise (“La Francia ribelle”) che rimarca esplicitamente la sua autonomia dai partiti della sinistra tradizionale e si basa su una piattaforma digitale deliberativa. Un movimento che ha saputo piano piano conquistarsi la ribalta nei mezzi di comunicazione tramite un sapiente uso dei social media, e che oggi dichiara ben 385 mila iscritti. Punto chiave del programma di France Insoumise è la convocazione di un’Assemblea Costituente che riformi in senso parlamentarista l’assetto politico francese. Fra le sue proposte emblematiche si situano poi l’abrogazione della Loi Travail (il Jobs Act d’oltralpe, approvato nel 2016 dal governo socialista) e la “riforma democratica” delle istituzioni europee (o, se non possibile, un’uscita ordinata degli Stati nazionali). Il sua programma strizza infine l’occhio agli ambientalisti dispersi dalla diaspora dei Verdi francesi con l’abolizione (a lungo termine) del nucleare e l’instaurazione di una “regola verde”: non consumare più di quello che la natura può produrre. Insomma, si tratta di un programma più di cambiamento istituzionale – contro i “privilegi della casta”, per  usare le sue parole – che di rottura economica.

Con tutte le sue particolarità, la proposta politica di Mélenchon sta sfondando al di fuori dei normali steccati della sinistra radicale. Per quanto i sondaggi siano in questo contesto particolarmente poco affidabili, delineano un trend di crescita notevole, considerato il naturale isolamento di un’area politica tradizionalmente con pochi militanti, pochi eletti e – drammaticamente – pochi soldi. Un populismo democratico che sta riuscendo ad attrarre – con modalità forse più simili all’esperienza statunitense di Sanders che a quella spagnola di Podemos – in particolar modo giovani alle prime esperienze politiche.

Come che vadano le elezioni, Mélenchon ha quindi già contribuito a riposizionare la sinistra radicale francese. Abbandonando la parola d’ordine della gauche per cercare di contendere a Marine Le Pen l’elettorato popolare abbandonato dai socialisti e dai repubblicani, il vecchio politico di professione dell’Essonne è così riuscito ad ottenere un primo risultato significativo, ridisegnando in maniera indelebile i contorni della sua area politica in senso populista. Se le urne confermeranno poi i dati dei sondaggi, Mélenchon si troverà nella migliore posizione per monetizzare politicamente la “pasokizzazione” e la prevedibile balcanizzazione del Partito Socialista. Con l’obiettivo, nel brevissimo periodo, di aumentare la sparuta pattuglia parlamentare del Front de Gauche. E con un occhio alle presidenziali del 2023.

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