Autonomia veneta, l’aiutino statistico di Unioncamere a Zaia

Articolo scritto per VVox.

Pochi ricordano i vaticini formulati da Confindustria in occasione dello sfortunato referendum costituzionale renziano: nel giugno 2016 gli “esperti” economisti del padronato italiano prevedevano che – in caso di sconfitta della riforma costituzionale – il Pil sarebbe crollato di «quattro punti» fra 2017 e 2019, per non parlare dei 600 mila posti di lavoro bruciati dalla mancata riforma costituzionale. Non erano menzionate cavallette, ma poco ci mancava.

Una previsione questa già allora molto discussa, e che oggi appare sempre meno come un contributo tecnico e sempre più come una mossa di campagna elettorale a favore di un politico amato dai poteri forti. Nel Veneto del 2019 si ha l’impressione di rivivere un remake della stessa commedia, con Unioncamere (in foto il presidente Mario Pozza) nella parte di Confindustria e Luca Zaia nel ruolo di Matteo Renzi. Se si facesse l’autonomia della Regione Veneto – dicono gli “esperti” delle Camere di Commercio venete – il Pil veneto esploderebbe del 2,7% (due anni fa dicevano del 2,8%, chissà dove si è perso quello 0,1%). Una cifra considerevole, anche se molto lontana da quel 12% che il direttore di Unioncamere Veneto prevedeva in caso di secessione ad un convegno di indipendentisti veneti ormai quattro anni fa.

Lungi da noi mettere in dubbio la validità dei numeri forniti dalla prestigiosa Unioncamere Veneto – che, certo casualmente, ha appena ricevuto dalla giunta Zaia gli uffici del turismo tradizionalmente assegnati alle province. Gli “esperti” camerali avranno sicuramente tenuto conto degli effetti depressivi provocati dalla rottura dell’unità nazionale, consapevoli che il famoso “residuo fiscale” serve in primo luogo a tenere in piedi il principale mercato delle aziende venete, cioè l’Italia meridionale.

L’esperienza tuttavia indurrebbe a cautela e sobrietà nelle previsioni sugli effetti economici delle riforme politiche. Troppe volte “esperti” e “tecnici” si sono lanciati in vaticini poi duramente smentiti dai fatti. Una cautela e una sobrietà sicuramente necessarie se questi studi servono a contribuire al benessere del nostro territorio, un po’ meno se il loro vero fine è invece quello di rafforzare una parte politica che da sempre si attira la simpatia e il sostegno dei poteri forti della nostra regione.

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“Colpi di scena”, così il ’48 a Venezia ci spiega i gilet gialli

Articolo scritto per VVox.

Le immagini dei gilet gialli hanno colpito l’opinione pubblica occidentale per una ragione fondamentale: il primo dicembre la capitale francese è stata per qualche ora in mano ai manifestanti, mentre il governo faticava a riprendere in mano la situazione. A Parigi il primo settembre si è verificato un vuoto di potere come pochi se ne sono visti in Europa negli ultimi settant’anni. Anche per l’attualità della cronaca politica è interessante oggi ritornare su un evento sicuramente lontano nel tempo, ma che qualcosa ci dice anche della nostra storia popolare: le rivoluzioni del 1848. L’occasione la fornisce l’ultima fatica dello storico Piero Brunello, che nel suo “Colpi di scena” (Cierre, 2018) condensa i frutti di una ricerca lunga quarant’anni sulla rivoluzione del 1848 a Venezia.

In più di quattrocento pagine Brunello ricostruisce i tratti di quel tornante storico con una grande ricchezza di differenti fonti e punti di vista: da una parte attraverso un innovativo racconto degli eventi che agitarono Venezia fra il 17 e il 22 marzo 1848; dall’altra con un’analisi dei cambiamenti e delle continuità della rivoluzione in tre fondamentali poli tematici: la polizia, la “costruzione” dello straniero e i ruoli di genere. Soprattutto nella prima parte del volume, l’autore dimostra come il popolo abbia giocato un ruolo fondamentale negli avvenimenti rivoluzionari: fu una folla composita a liberare Manin e Tommaseo il 17 marzo, aprendo la crisi del controllo asburgico sulla città; il 18 marzo fu poi la sanguinosa repressione di un assemblamento popolare a spingere il governo a concedere la costituzione della Guardia Civica presto diventata arma dei patrioti; e infine le maestranze operaie e artigiane furono centrali nella presa dell’Arsenale avvenuta fra il 21 e 22 marzo, causando il passaggio di potere alle nuove istituzioni rivoluzionarie.

Accanto al (quasi, si potrebbe dire, “al di sopra” del) popolo in rivolta si muove poi la borghesia patriottica, che da subito prende le redini politiche del movimento, senza però mancare ai suoi obiettivi ultimi: la salvaguardia dell’ordine pubblico e della proprietà privata. Sono in questo senso illuminanti le pagine di Brunello sulle sostanziali continuità degli organi di polizia, contro le quali si era scagliata la rabbia (e anche la violenza) popolare durante le “giornate” del marzo 1848. La guida politica di Manin garantisce così che il cambiamento politico avvenga senza trasporsi sul piano sociale: rivoluzione nazionale sì, ma senza rivoluzione sociale. “Colpi di scena” ci ricorda insomma che la storia non la fanno solo i “grandi uomini”, le classi dirigenti e gli intellettuali: un monito doppiamente importante considerata la contro-storia del Risorgimento che sempre più ha convinto l’opinione pubblica che l’unità d’Italia sia il frutto di una mera imposizione dall’alto.

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La vera emergenza sicurezza? Quella sul lavoro. Veneto maglia nera

Articolo scritto per VVox.

Non bastava la precarietà (l’ultimo dato è che solo il 18% dei nuovi assunti nelle aziende venete con meno di 15 dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato): lavorare nella nostra regione è sempre più rischioso. A certificarlo è una ricerca pubblicata dall’Inail qualche giorno fa. Il Veneto è maglia nera d’Italia, con un incremento del 33% dei morti sul lavoro rispetto al 2017. Un numero un po’ freddo, che inizia a diventare più concreto quando pensiamo alle sessantaquattro persone uscite di casa per andare a lavorare e mai più ritornate: sessantaquattro storie fra loro differenti, ma tutte simile nel dolore per delle morti assurde che non sarebbero mai dovute accadere.

In Veneto aumentano anche gli infortuni sul lavoro. Fra 2017 e 2018 si è avuto un incremento del 2,13% (contro lo 0,3% a livello nazionale): stiamo parlando di ben 63755 incidenti avvenuti nel 2018. Lavorare diventa sempre più pericoloso, e non si tratta di una fatalità. Questi dati sono infatti il frutto del progressivo allentamento dei controlli da parte dello Stato, che ha lasciato spazio a condizioni lavorative sempre meno tutelate. Gli Spisal delle Ulss e gli Ispettorati del lavoro vivono in un perenne stato di sottofinanziamento e sottorganico. E dire che investire sulla sicurezza sul lavoro significa anche meno costi per il sistema sanitario nazionale. Invece la politica guarda altrove.

La regione Veneto nel luglio 2018 ha firmato un protocollo di intesa impegnandosi ad assumere 30 nuovi tecnici Spisal: una promessa ad oggi non mantenuta, nonostante l’urgenza del problema e il bollettino quotidiano di incidenti e morti sul lavoro. Calano così anche i reati contestati alle imprese: uno studio dell’osservatorio 231 ha recentemente ricordato come in Veneto dal 2012 al 2016 i procedimenti a carico delle imprese siano crollati da 57 a 23. Considerato che la gran parte di questi procedimenti (76%) riguardano proprio la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente come nella nostra regione si sia implicitamente deciso di chiudere più di un occhio su questi temi.

La sicurezza sui luoghi di lavoro non interessa d’altro canto solo i lavoratori e i loro cari. I luoghi di lavoro poco sicuri per i lavoratori lo sono spesso anche per le comunità che ci abitano attorno. La vicenda pfas ci ricorda anche di questo risvolto: i livelli di pfas rilevati nel sangue dei dipendenti della Miteni di Trissino sono i più alti del mondo (60 mila nanogrammi per grammo di sangue in media contro un livello “normale” di 3-4 nanogrammi). Studiando 415 dipendenti ed ex-dipendenti dell’azienda di Trissino, il Servizio epidemiologico regionale ha rilevato una mortalità più alta del 50% rispetto al previsto: ben 79 decessi.

Insomma, la sicurezza dei posti di lavoro è un’emergenza vera nella nostra regione e riguarda tutti, indipendentemente dalle attività svolte durante la giornata lavorativa. Ai politici bisogna richiedere un vero impegno che vada al di là delle chiacchiere a cui – purtroppo – la giunta Zaia ci ha abituato. Gli imprenditori devono invece iniziare ad assumersi le proprie responsabilità e, soprattutto, smettere di pensare di competere nel mercato globale sulla pelle dei propri dipendenti. E a noi che viviamo del nostro lavoro spetta invece aumentare la soglia di attenzione su questi temi: perché fra mancanze della politica e insensibilità imprenditoriale, noi stessi – uniti, solidati e forti – siamo la più grande protezione che possiamo avere.

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Se populismo fa rima con socialismo

Articolo scritto per Senso Comune.

Mentre al di qua delle Alpi la sinistra italiana si perde nel nuovo entusiasmante dibattito su sovranismo vs anti-sovranismo, nel resto del continente soffia un nuovo vento: quello del socialismo. Sull’onda dei primi successi dei socialisti statunitensi e dall’esempio di Jeremy Corbyn in Inghilterra, il socialismo sta riprendendo centralità nell’orizzonte politico delle sinistre europee.

La storia non si è d’altro canto fermata con il crollo del comunismo sovietico. La crisi economica ha dimostrato come il capitalismo rimanga un sistema alla radice malato e inefficiente. Il cambiamento climatico invita a pensare a una riconversione ecologica che solo un controllo democratico sull’economia potrà garantire. L’automatizzazione della produzione e la conseguente concentrazione di ricchezze e potere nelle mani di pochi multimiliardari rimette al centro il tema della gestione collettiva e democratica della produzione. Sullo sfondo, infine, si staglia la proiezione globale di una super-potenza quantomeno nominalmente socialista come la Cina. Insomma, tanto per motivi contingenti quanto per ragioni strutturali, il socialismo sta timidamente rimettendo piede nel discorso pubblico occidentale.

Ma il socialismo e il populismo sono compatibili? I marxisti più ortodossi rispondono risolutamente di no: il populismo getterebbe alle ortiche l’analisi di classe proponendo un indefinito popolo come soggetto sociale di cambiamento. Un’indefinitezza che implicherebbe necessariamente ricadute nazionaliste e retrive. Da una prospettiva socialista, il populismo andrebbe quindi rigettato per mettere in campo una strategia basata sull’organizzazione di quegli spezzoni di classe operaia che si trovano nei settori più contraddittori della produzione capitalista (la logistica, per esempio).

Per questi socialisti anti-populisti, poco conta che la costruzione della classe operaia sia storicamente avvenuta tramite processi che oggi potremmo tranquillamente definire populisti. Cosa avevano in comune nella loro quotidianità il bracciante e l’operaio di fabbrica? Ben poco, evidentemente. La classe operaia è nata prima nella testa degli attivisti e dei pensatori socialisti che nella realtà. E per passare dai testi di propaganda all’autocoscienza popolare, l’identità di classe ha dovuto essere costruita linguisticamente e politicamente per decenni. Non si capisce, insomma, perché non si possano mettere in campo analoghe strategie di creazione di identità “populiste” senza per questo tradire l’obiettivo socialista.

Al contrario, c’è chi pensa che il populismo possa essere un orizzonte politico auto-sufficiente. Gli intellettuali e i quadri più sensibili del M5S sono di questo avviso: conseguentemente, rigettano l’elaborazione di una cultura politica che possa dare un respiro di lungo periodo al loro operato. Tale tendenza è però riscontrabile anche in alcuni settori del “populismo democratico” più legato ai percorsi delle sinistre europee. Non per niente, tanto nel loro discorso pubblico quanto nei loro documenti politici, la prospettiva di lungo periodo tanto della France Insoumise e quanto di Podemos rimane un’indefinita democrazia radicale – un’idea di società in cui la centralità del cambiamento socialista viene sommersa da innumerevoli altre priorità.

In questo senso il populismo fine a se stesso rischia di fallire nelle risposte radicali che il nostro tempo reclama. Ernesto Laclau spiegava il populismo come una strategia del “fare politica” che può essere adottata da qualsiasi parte politica, quale che sia il suo gradiente ideologico. Pensare al populismo come a una cultura politica a sé stante vorrebbe dire nel migliore dei casi rinunciare a una prospettiva politica che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Nel peggiore dei casi significherebbe invece trasformarsi nell’ennesima stampella di un sistema strutturalmente malato, piegando una strategia che fa appello al popolo in un soccorso alle oligarchie economiche e sociali che in tale sistema prosperano. Esattamente come il Movimento 5 Stelle si è ritrovato a fare una volta arrivato al governo del paese.

Insomma, socialismo e populismo non sono incompatibili. Anzi, mai come oggi hanno bisogno uno dell’altro. Perché il socialismo senza populismo perde la sua capacità di influenzare la realtà. Mentre il populismo senza il socialismo si trasforma in uno strumento di quelle oligarchie che vorrebbe combattere.

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Fra i democrats tutti matti per Richard Ojeda?

Articolo scritto per TRed.

E’ noto il ruolo di TRed nel presentare al pubblico italiano le nuove promesse del socialismo anglosassone prima che diventino famose (e che Domenico Cerabona inizi a scriverne per la stampa radical-chic). Nel lontano luglio 2015 parlammo per la prima volta di Jeremy Corbyn, quando al di qua delle Alpi ancora nessuno considerava questo improbabile vecchino pacifista. Visto che nel 2024 vogliamo rinfacciare a Domenico Cerabona di averne parlato prima di lui, vi presentiamo oggi il primo candidato ufficiale alle primarie democratiche per le presidenziali statunitensi del 2020: l’outsider social-populista Richard Ojeda.

Contrariamente alla glamourissima e ormai celebre (più in Italia che negli Stati Uniti, sospettiamo) neo-deputata Alexandria Ocasio-Cortez, Ojeda non viene dagli Stati Uniti delle minoranze etniche ignorate e degradate. Nonostante sia un quarto messicano, Ojeda rivendica l’esatto opposto: quello di essere un rappresentante della classe lavoratrice bianca che alle presidenziali del 2016 ha massicciamente votato per Trump. Talmente rappresentantivo di quella fetta di elettorato, che lui stesso – da membro del partito democratico – ammette di aver votato Trump nel 2016.

Ma chi è Richard Ojeda? 47enne e senatore del West Virginia (un po’ più che un consigliere regionale per i nostri standard), Ojeda ha iniziato a fare politica da poco. Cresciuto nella contea rurale di Logan (dove i bianchi sono il 95% della popolazione, il reddito medio è circa la metà di quello nazionale e Trump ha preso il 79% alle presidenziali), subito dopo il diploma Ojeda si è arruolato nell’esercito come soldato semplice. Nell’esercito è rimasto 24 anni, congedandosi da pluridecorato nel 2013 con il grado di maggiore. Da soldato ha girato mezzo mondo, partecipando fra le altre cose alle guerre in Iraq e Afghanistan. Nel frattempo ha trovato anche il modo di laurearsi in economia e pedagogia.

Una volta congedato Ojeda torna nella sua Logan dove diventa insegnante per i Junior Reserve Officers’ Training Corps, un insegnamento a metà fra la nostra educazione civica e un corso paramilitare. Di fronte al degrado della sua comunità, fonda un’associazione che si dedica a varie attività di volontariato. Ma inizia anche a pensare alla politica: nel 2014 ci prova con le primarie democratiche per rappresentare il suo distretto alla Camera dei Rappresentanti. Sfida Nick Rahall, un candidato d’apparato piuttosto progressista, deputato dal lontano 1976. Pur ottenendo un più che dignitoso 33,5%, non ce la fa – e alle successive elezioni i democratici perdono per la prima volta un collegio storicamente loro (una buona anticipazione di quello che sarebbe successo nel resto del West Virginia con le presidenziali del 2016).

Gli va meglio nel 2016, quando sfida il senatore statale uscente, vincendo le primarie democratiche con quasi il 59% dei voti. Viene quindi eletto senatore del West Virginia l’8 novembre 2016, lo stesso giorno in cui vota Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America. La corsa di Richard Ojeda non si è fermata però nel 2016: alle elezioni di mid-term della scorsa settimana ha infatti tentato di riconquistare il seggio della Camera dei Rappresentanti perso dai democratici nel 2014. Pur vittorioso alle primarie, alle elezioni l’onda blu (il colore dei democratici) non gli è bastata, fermando la sua corsa al 43,5% dei voti. Un risultato però soddisfacente, considerato che alle elezioni del 2016 il candidato democratico aveva ottenuto il 24%.

Ojeda era fortemente sostenuto dai sindacati del suo distretto, e non a caso: da ex-insegnante e senatore statale a inizio 2018 ha partecipato e sostenuto fortemente la vittoriosa mobilitazione degli insegnanti del West Virginia che ha riportato – dopo un lungo oblio – il movimento sindacale alla ribalta delle cronache nazionali. Anche per questo suo sostegno, Micheal Moore ha deciso di riservagli un posto d’onore nel suo documentario 11/9, cosa che ha sicuramente giovato alla sua riconoscibilità nella sinistra statunitense – insieme a diverse comparsate televisive nel ruolo di “democratico arrabbiato con l’establishment democratico”.

Ojeda fa parte del risorgente movimento socialista Usa? Se nell’intervista con Moore Ojeda si è dichiarato un socialista democratico, non si hanno notizie di suoi rapporti con la principale organizzazione socialista statunitense, i Democratic Socialists of America.

Intanto però la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America è lanciata. Una candidatura dalle possibilità sostanzialmente nulle, ma che nel peggiore dei casi potrà contribuire a spostare il dibattito delle primarie democratiche su un terreno più apertamente populista e – se non socialista – quanto meno sociale.

Sempre che Ojeda non sia un infiltrato della Cia – come sostengono alcuni trotskisti statunitensi. E allora potrebbe pure farcela, via.

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Veneto ex locomotiva d’Italia: lavoratori troppo precari

Articolo scritto per VVox.

Il Veneto non è più la locomotiva d’Italia. La crisi economica del 2008 ha tracciato un tornante storico nell’economia del nostro territorio: da allora, il Veneto ha perso di competitività rispetto al resto d’Italia. Nel 2017, per capirci, il prodotto interno lordo della nostra regione è cresciuto sostanzialmente allo stesso livello del resto dello stivale (1,6% contro 1,5%), e le previsioni per il 2018 non sono più promettenti. Il primato veneto è ormai ampiamente superato da quello lombardo e – vera novità – dall’Emilia-Romagna, la nuova locomotiva del paese. Questo nonostante il Veneto si confermi una delle regioni più ricche del Paese: il pil pro-capite (indicatore dell’effettiva ricchezza di una società) rimane il 14% più alto della media nazionale.

Come si spiega questa apparente contraddizione fra alto grado di ricchezza e bassa crescita? Una risposta può venire individuata nella strategia impiegata dall’imprenditoria veneta di fronte alla crisi economica. Il modello, per semplificare, si è basato sulla scelta di competere nel mercato globale non investendo in innovazione e ricerca, ma precarizzando il lavoro. I dati a riguardo sono impietosi. I contratti a termine nel 2017 erano circa 140 mila (+22% rispetto all’anno precedente), i contratti di lavoro somministrato 58 mila (+26%), e le attivazioni in apprendistato 13 mila (+28%).

Dati chiarissimi, anche se mai citati nelle fastose assemblee delle Confindustrie venete. Così come mai si parla dell’altro fondamentale aspetto di questa mancata crescita della nostra economia: la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. In questo settore, il Veneto si classifica fra le regioni italiane solo in quinta posizione dietro Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. La nostra regione investe in ricerca solo l’1,1% del suo prodotto interno lordo, contro una media nazionale del 1,4% (il Piemonte, per capirci, investe il 2,2%, poco più della media europea). Questo nonostante non serva certo avere una laurea in economia per capire che l’unico modo per competere in un mercato globale è essere tecnologicamente all’avanguardia.

Insomma, il Veneto post-crisi è affossato dall’effetto combinato della precarizzazione e della mancanza di investimenti. Due aspetti su cui l’imprenditoria veneta dovrebbe interrogarsi molto a fondo. E su cui la politica regionale (forse più interessata alla valorizzazione della “lingua veneta”) dovrebbe chiedere conto agli imprenditori. Nel mercato globale non si può competere sfruttando i lavoratori: si può competere solo investendo in ricerca e sullo sviluppo. Insomma, il contrario di quello che stanno facendo i nostri imprenditori.

Fonti: Rapporto Statistico 2018 (regione Veneto); Cgil Veneto; dati Istat rielaborati da La Repubblica-Affari&Finanza

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La Cgil può essere quel soggetto politico che cerca

Da quando mi crescono dei peli sulla faccia, ho sempre frequentato la Cgil. Prima tramite le organizzazioni studentesche, poi da studente-lavoratore e infine da lavoratore precario (per quanto sui generis). Il XVII congresso è però il primo congresso a cui partecipo sul serio. Quindi ho pensato di scrivere due robe a riguardo.

Silenziosamente, si sta svolgendo in questi mesi il congresso nazionale della Cgil. Un momento importante per la società italiana, evidentemente, e non solo perché ad andare a congresso è un’organizzazione a cui quasi un italiano su dieci continua a pagare ogni mese una parte del proprio stipendio o della propria pensione (alla faccia della crisi dei corpi intermedi). È un momento doppiamente importante perché questo congresso andrà a definire la linea politica della Cgil in un tornante decisivo: quello della fine della segreteria di Susanna Camusso, dopo 9 anni di guida corrisposti sostanzialmente alla fase matura (e drammatica) della crisi sociale nel nostro paese.

In questo quasi-decennio iniziato all’indomani della sconfitta del referendum di Pomigliano, la linea politica della Cgil ha subito un mutamento notevole. Dopo aver sostenuto fino a tutto il 2014 le misure dei governi dell’austerità (Monti, Letta, Renzi) – comprese quelle più impopolari fra i lavoratori, come la legge Fornero – il sindacato si è dovuto gioco forza emancipare dal rapporto “storico” (per quanto ereditario, più che sentimentale) con i partiti della sinistra politica, ed in particolare col Pd. La ragione di questo cambiamento sta tutta nel fallimento rovinoso della ricetta socialdemocratica rappresentata da Pierluigi Bersani e Nichi Vendola, associato al sorgere spavaldo del progetto liberale di Matteo Renzi. Un cambiamento – quindi – principalmente imposto da condizioni esterne.

Quasi “costretta” dal crollo della sinistra politica (riformista o radicale che fosse), la Cgil si è trovata per la prima volta nella sua storia a svolgere un ruolo di opposizione sociale senza avere un rapporto organico con l’opposizione politica e parlamentare. I frutti di questa stagione si distinguono per la loro contraddittorietà. La scelta del “no” al referendum costituzionale ha troncato simbolicamente – e in gran parte del territorio nazionale anche sostanzialmente – il rapporto con un Partito Democratico ormai irrimediabilmente neoliberale. In questo frangente, la Cgil è riuscita a “riverberare” temporaneamente quel sentimento popolare che negli anni precedenti non era riuscita a rappresentare. La battaglia sul Jobs Act prima e quella sui voucher poi (per non dimenticare quelle sulla Buona Scuola e sull’articolo 81 della Costituzione), hanno mostrato un coraggio e un’intraprendenza politica che la Cgil difficilmente aveva dimostrato negli anni precedenti.

Eppure, questa nuova intraprendenza si è sempre fermata ad un passo dalla piena coscienza dei compiti che la Cgil deve assumere nell’attuale fase storica. Tutte le battaglie appena elencate sono state battaglie sostanzialmente difensive, in cui la Cgil ha sembrato ispirarsi ad un modello di società simile allo status quo pre-crisi, piuttosto che interrogarsi sulle conseguenze profonde di quello che il sociologo tedesco Wolfgang Streeck ha definito come il “divorzio fra democrazia e capitalismo”. Un divorzio che avrebbe dovuto spingere i quadri sindacali non a ragionare su come poter ottenere un improbabile ristabilimento dell’ordine “socialdemocratico” dei trenta gloriosi (1945-1975), quanto piuttosto alla ripresa di un pensiero che abbia come obiettivo politico il definitivo superamento della contraddizione fra capitale e lavoro a favore del secondo.

La rivoluzione tecnologica è così entrata nel dibattito della Cgil come un elemento oscuro e minaccioso, più che come un’opportunità formidabile se gestita politicamente dal movimento operaio. L’automatizzazione – processo non certo nuovo – è stata così letta in modo contradditorio, senza una visione unificante che potesse legarle nuove battaglie come – per esempio – la riduzione delle giornate lavorative settimanali. Una proposta estremamente chiara e semplice (così come lo erano più di cent’anni fa le otto ore giornaliere), che basterebbe a sciogliere molti dubbi riguardo ai rischi “desertificanti” della rivoluzione tecnologica attualmente in atto. Una proposta che, purtroppo, non ha trovato grandi spazi nella discussione congressuale (nonostante sia da poco diventata la parola d’ordine del movimento sindacale inglese).

Il ritardo della Cgil su queste questioni è però solo il sintomo di un disagio più forte, che ha alla sua base la crisi d’identità che sta da anni consumando dall’interno il sindacato. La cesura (subita, più che voluta) del rapporto con la sinistra politica ha infatti lasciato un vuoto nell’azione e nella mentalità della Cgil. Un vuoto che – ad oggi – nessuno riesce a colmare. Sempre più quadri sindacali scuotono la testa di fronte alla semplice domanda “a cosa serve il sindacato oggi” posta insistentemente dai lavoratori – ed in particolare dai giovani lavoratori. Orfana di una risposta, la Cgil tende a ripiegare sui servizi e sulla rappresentanza dell’esistente, due campi che, purtroppo, garantiscono all’organizzazione a mala pena la sopravvivenza numerica.

Inesorabile come l’inverno si agita nei corridoi delle Camere del Lavoro la questione del “soggetto politico di riferimento”. E non a caso: il rapporto con la politica, e di conseguenza il modo di intendere il ruolo politico del sindacato, rimane per la Cgil una sostanziale incognita. Una questione presente, ma sostanzialmente rimossa dal dibattito pubblico. A maggior ragione oggi, con un governo populista che gode di ampio consenso nelle fila delle classi popolari italiane (e degli iscritti alla Cgil). Un governo contraddittorio, verso cui la Cgil non riesce a capire come porsi. Opposizione, certo, ai provvedimenti antidemocratici, inumani e repressivi. Ma come opporsi a misure – certo simboliche, ma anche per questo importanti – come il decreto “dignità”? E’ evidente che il vecchio modello della relazione “priviligiata” con un singolo soggetto politico non è più attuabile.

Il tema del proprio ruolo nella società del terzo millennio è il tema centrale a cui la Cgil non riesce a rispondere. Eppure, è il tema a cui deve rispondere, se vuole veramente uscire da quella crisi di legittimità che la affligge da decenni. Una riflessione che non può che scaturire nel completamento di quel lento e contraddittorio processo di emancipazione avvenuto durante la segreteria Camusso. Invece di cercare nuovi riferimenti politici nelle innumerevoli correnti della comatosa sinistra politica, la Cgil può e deve assumere essa stessa un ruolo politico più rilevante nello scenario nazionale. Iniziando a pensarsi, sostanzialmente, come soggetto politico oltre che come sindacato.

Ora, il tema non è quello di scimmiottare – con cent’anni di ritardo – la creazione del Labour inglese. Non è su quel piano che oggi la Cgil può trovare terreno fertile. Il sindacato può ritrovare sé stesso solo riabbracciando pienamente la propria natura di sindacato confederale e politico: la propria natura, cioè, di rappresentanza sociale e politica della classe lavoratrice. Di “sindacato generale”, avrebbe detto Bruno Trentin. Non solo sul posto di lavoro o nei servizi, ma anche nella creazione e nella mobilitazione dell’opinione pubblica. Certo, queste cose la Cgil in parte le fa già. A livello locale, i suoi quadri animano i più disparati movimenti sociali – e similarmente a livello nazionale la confederazione non manca di aderire a mobilitazioni antirazziste e antifasciste.

Non si tratta, quindi, di inventarsi niente di nuovo, quanto piuttosto di ampliare e radicalizzare pratiche già esistenti e radicate nella quotidianità della Cgil. Abbracciando, al tempo stesso, la consapevolezza che in Italia non esiste oggi più alcun soggetto politico a cui delegare la rappresentanza politica delle istanze e dei bisogni delle classi popolari.

La Cgil può aspirare a essere forza egemonica e centrale nella politica e nella società italiana. La sua organizzazione, i suoi iscritti, i suoi quadri rimangono uno dei serbatoi di democrazia più importanti del nostro paese. Una di quelle forze che realmente “tengono unite” la nazione e la società italiana. Ma tali energie – ricche di potenzialità se riversate nella società – rischiano di appassire se vincolate al lavoro strettamente sindacale.

Una Cgil pienamente e consapevolmente soggetto politico, quindi. Non per affermare un’inutile “autonomia del sociale” contro una altrettanto inutile “autonomia del politico”. Ma per rispondere fino in fondo al profondo desiderio di rappresentanza che anima oggi le classi popolari italiane. Ridando, al tempo stesso, nuovo senso e nuovo entusiasmo ad un’organizzazione messa all’angolo dalla propria crisi.

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