Come si costruisce il programma di una festa “rossa”

Per il quinto anno consecutivo, anche quest’estate una parte importante del mio tempo libero è stata dedicata alla costruzione del programma dei dibattiti di Fornaci Rosse. Il risultato – ottenuto grazie all’impegno di tanti e tante – lo potete trovare qua.

Prima di arrivare al programma, due parole sulla festa. Fornaci Rosse è un festival politico che si svolge nel parco comunale delle Fornaci di Vicenza dal 2014. È organizzato da un ristretto gruppo di ragazzi e ragazze fra i 20 e i 30 anni – gruppo che, è importante precisarlo, non solo si fa a carico di un lavoro impegnativo per i mesi estivi, ma è pure responsabile con le proprie tasche delle eventuali perdite economiche della festa.

In questi anni, lo scopo politico della festa è rimasto sostanzialmente immutato: quello di promuovere gli ideali democratici e socialisti combinando dibattiti, musica, ristorazione e tanto altro. Insomma, legando politica a socialità, militanza a divertimento. Lo scopo politico della festa si può riassumere in una battuta che ci facevamo fra organizzatori qualche anno fa: “A Fornaci Rosse si viene per la birra, ma si rimane per il socialismo”. Se nelle prime edizioni era probabilmente vero il contrario, con gli anni questo si sta effettivamente realizzando. Sempre più gente viene perché invogliata dalla festa nel complesso più che dal programma o dalla singola iniziativa. C’è ancora molta strada da fare, ma il cammino è costante e la meta sempre più vicina.

A questa formula siamo arrivati senza una profonda teorizzazione, fondendo in modo originale le diverse esperienze di militanza da cui il nucleo originale degli organizzatori proveniva: da una parte gli esempi (tipicamente vicentini) della più grande Festambiente d’Italia e (in maniera minore) del festival No Dal Molin; dall’altra quello dei festival universitari organizzati a Padova dalle organizzazioni studentesche. Sullo sfondo un’idea molto poco chiara di cosa fosse una festa de l’Unità: poco chiara perché non ne avevamo mai vista una vera sul serio. Diciamo che da quella vecchia esperienza ci era passato il concetto che per fare una politica popolare ci fosse bisogno di “meno libri e più litri”.

Quello che ne è venuto fuori in questi cinque anni è un modello sostanzialmente unico a livello nazionale, economicamente sostenibile (meteo permettendo) ed estremamente impegnativo per gestione e organizzazione. La festa – che rimane di dimensioni proporzionate ad una realtà come quella di Vicenza – ha avuto un’oggettiva ipertrofia nella sua parte di programmazione dei dibattiti. Mentre ristorazione e programma musicale sono rimasti fondamentalmente immutati nel corso degli anni per investimento e dimensioni (e via via aumentati per qualità), i dibattiti sono triplicati dagli otto del 2014 ai venticinque del 2018. Il programma dei dibattiti ha assunto il ruolo di traino per il resto della festa – senza per questo sostituirsi al resto, ma combinandosi ad esso in modo simbiotico. Per ora, questa ipertrofia è stata coperta da un ampliamento del pubblico dei dibattiti: conservato il nucleo vicentino, Fornaci Rosse sta diventando un appuntamento che attrae gente da tutta la regione.

Insomma, il programma è parte rilevante del modello complesso di Fornaci Rosse, e ogni anno diventa sempre più impegnativo chiuderlo. Le tempistiche della programmazione dei dibattiti sono sostanzialmente queste: nel periodo gennaio-giugno si raccolgono varie idee di tematiche e personalità da invitare; a fine giugno si iniziano a concretizzare i dibattiti, che vengono infine chiusi attorno a Ferragosto (in tempo per un’adeguata diffusione). Avendo a disposizione due spazi dibattiti (uno “minore” da 40 posti a sedere, uno “maggiore” da 100), sarebbe impossibile chiudere il programma prima: le disponibilità sono difficili da incastrare e devono essere assecondate, in un periodo in cui molti relatori potenziali vanno e vengono dalle ferie. Dettaglio non secondario, il budget per questi venticinque dibattiti è praticamente nullo: appena 400€ per portare in festa un’ottantina di relatori. Le restrizioni economiche sono una delle linee guida più importanti nella scelta dei dibattiti: nella valutazione della fattibilità delle singole proposte c’è sempre un ragionamento sulla resa “potenziale” in termini di pubblico coinvolto.

Per riuscire a superare questa complessità, abbiamo messo in campo tre diverse strategie: in primo luogo, la collaborazione con numerose realtà politiche e sociali del territorio. Se la festa riesce ad essere così forte nonostante non abbia alle spalle un’organizzazione propriamente detta, è solo grazie al fatto che moltissime realtà e personalità locali la vedono come una cosa anche loro. Per questo fin da maggio ci arrivano diverse proposte di dibattiti: una parte rilevante del programma è chiusa grazie a questa collaborazione (e questo implica anche – ovviamente – una certa autonomia di chi ci aiuta nella scelta dei relatori). Questo primo modello garantisce poi anche una buona resa in quanto a presenze e genera un circuito positivo di promozione della festa nel complesso.

La seconda strategia di definizione del programma è quella dei “grandi nomi”: personalità di rilievo nazionale (spesso televisivo) che interessino un pubblico vasto. In generale, questa categoria è quella che richiede più impegno e che porta meno risultati: quest’anno, per fare un esempio, delle più di venti personalità invitate ne verranno solo due: Susanna Camusso e Federico Pizzarotti. I canali per arrivarci sono vari, e si basano in gran parte su amicizie e conoscenze dirette. Non potendo attingere al giro dei “conferenzieri” (cioè di quelle tante personalità che chiedono un pagamento per le proprie partecipazioni ai dibattiti) si tratta di un gruppo molto ristretto di persone: in gran parte politici.

Infine, c’è una terza strategia – che si combina con le prime due. È quella dei dibattiti più specificatamente promossi e costruiti dall’organizzazione del festival, cioè dove la nostra linea politica si esprime più largamente. Ovviamente, non è che manchi l’arbitrio dell’organizzazione nelle prime due strategie. Ma ci sono casi in cui a “spingere” siamo soprattutto noi, anche senza collaborazioni. Faccio due esempi sul programma di quest’anno, di cui uno problematico. Parto da quello più semplice da affrontare: quello del dibattito sulla sindacalizzazione dei precari della logistica, in cui verranno portate due esperienze importanti (i rider di Foodora di Bologna e i facchini di Amazon di Milano). È questo un dibattito per noi importante perché vuol dire mettere in evidenza un problema per noi politicamente rilevante: come organizzare il lavoro ai tempi della precarietà selvaggia. Un tema ovviamente “di nicchia”, ma che a noi interessa rendere rilevante.

Altro discorso vale per l’unico dibattito veramente problematico dell’edizione di quest’anno, quello sull’immigrazione che vedrà contrapporsi il deputato-simbolo dell’accoglienza (Erasmo Palazzotto, LeU) ad un deputato salviano (Erik Pretto, Lega). Partiamo da un presupposto: trattare il tema dell’immigrazione era necessario, mai come oggi. Abbiamo deciso – con molte perplessità al nostro interno – di fare un dibattito rappresentando “l’altra” parte piuttosto che una tavola rotonda che coinvolgesse solo esponenti pro-immigrazione. È questa una scelta problematica in primis perché va contro la sensibilità di una parte importante del nostro pubblico: una sensibilità che ritiene che – su questo tema, ma anche più in generale – non si debba dare spazio ad una forza ritenuta razzista e xenofoba.

Scontentare qualcuno è ovviamente inevitabile con un programma articolato come quello di Fornaci Rosse: lo abbiamo già fatto due anni fa invitando il criticabilissimo Massimo D’Alema, che poi ha portato in festa centinaia di persone in una vivacissima intervista. Ma ovviamente questo è un caso diverso: per la prima volta invitiamo un leghista, per di più un salviniano di ferro. Perché lo abbiamo fatto?

L’idea era quella di lanciare un segnale verso quel mondo che vede nell’immigrazione uno dei principali problemi che il paese sta affrontando. Vero o falso che sia, in questi anni l’atteggiamento medio della sinistra (liberale e radicale) è stato quello di rivolgersi verso questa larga fetta di società demonizzandola: definendoli ignoranti, razzisti, “sconfitti dalla globalizzazione” (e quindi rabbiosi, irrazionali – a stento cittadini degni del diritto di voto). Non capendo che quella stessa gente – soprattutto in Veneto – è in parte rilevante costituita dagli stessi disoccupati, precari, sfruttati a cui dovrebbe rivolgersi un progetto democratico e socialista. Non capendo che quella stessa gente lavora fianco a fianco degli immigrati, condividendone spesso le stesse condizioni sociali disagiate: e che per questo non è razzista “per natura”. Non capendo che quella stessa gente potrebbe benissimo rivolgere la propria voglia di cambiamento (e anche la propria rabbia, perché no) contro quelle oligarchie sociali ed economiche che hanno provocato la crisi e che oggi depredano la nostra economia. Insomma, per noi sarebbe un successo politico rilevante far capire anche solo a uno degli (attuali) elettori della Lega che le bandiere rosse che svettano fieramente sui nostri capannoni non sono il simbolo di una sinistra anti-popolare e intellettualmente arrogante. Ma di un’alternativa. Reale, concreta, popolare.

Fornaci Rosse nasce come tentativo di rottura dell’accerchiamento in cui è stretta da decenni la decadente sinistra politica e sociale veneta. Per rompere un accerchiamento, bisogna al tempo stesso rinserrare le proprie fila e infiltrarsi nelle linee nemiche. Preparare la propria parte allo scontro, e contemporaneamente costruire le condizioni per trovare al di fuori del proprio mondo nuove energie e nuovo consenso.

Il programma politico di Fornaci, e tutta la complessa organizzazione che decine di ragazzi e ragazze stanno mettendo in piedi in questi mesi, serve a questo: pensare, promuovere e organizzare l’abbozzo di una società diversa. E, nel farlo, avvicinare sempre più persone che oggi ci vedono come lontani, spesso con malcelata ostilità. Farle dubitare delle loro certezze, convincerle, persuaderle. Cambiare loro cambiando al tempo stesso noi stessi. Perché – come ricordava Togliatti a Mosca davanti al futuro nerbo della resistenza antifascista – i nostri avversari non sono le masse che votano diverso da noi. E il nostro scopo politico non è quello di segnare la nostra distanza da loro, ma quello di conquistarle alla causa socialista e democratica.

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Come non aiutare Salvini

Articolo scritto per TRed.

Sono ormai due mesi che quello che rimane di progressista in Italia è sotto assedio. A condurre l’assedio, per ora vittoriosamente, è il capidanno Matteo Salvini, ministro degli Interni e leader della Lega ex-Nord. Ora, più che un assedio vero e proprio, a me piace pensare così alla situazione politica italiana: gli elettori di Pd, Leu, Pap e sinistra grillina chiusi dentro le alte mura di un piccolo borgo, mentre al di fuori dell’assedio mediatico, le armate verde-blu spadroneggiano nelle ampie praterie dei depoliticizzati – quelli, per capirci, “né di destra né di sinistra”.

Per continuare l’assedio, Salvini si deve limitare a fare una cosa: non attaccare, ma solamente continuare a mettere sotto pressione il piccolo borgo. Ogni due giorni, una sparata. Ogni due giorni una reazione sguaiata da parte degli assediati. Ma, attenzione, quella che proviene dal fortino assediato non è una reazione mirata a cercare aiuto fuori dalle proprie anguste mura. No, è piuttosto una reazione che serve a rinfrancare le proprie sempre più esauste truppe: un attacco che serve non a rompere l’assedio, ma solamente a reggerlo più a lungo.

Questo sta succedendo da due mesi a questa parte in Italia. Salvini provoca, costantemente, non attaccando i suoi oppositori direttamente, ma facendoli prima imbizzarrire e poi delegittimandoli grazie alle loro stesse reazioni.

Esempio pratico: Salvini posta una foto col commento “Tanti amici, tanto onore” [pressione sugli assediati]. Reazione: “visto! Salvini cita il Duce il giorno della sua nascita, è fascista sul serio!” [reazione autoreferenziale degli assediati]. Infine: controreazione vittimista di Salvini, che serve a far pensare alla gente che ogni attacco nei suoi confronti sia pretestuoso, mosso da un antifascismo “ideologico”.

Così i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali della Lega ex-Nord scompaiono: semplicemente, perché chi dovrebbe attaccare su questo punto è troppo soffocato dalle continue e scomposte denunce di razzismo e fascismo. Un argomento antileghista potenzialmente egemonico perde così forza perché schiacciato da un argomento minoritario e autoreferenziale.

Ora, possiamo discutere a lungo se Salvini sia fascista o meno. Non è questo il punto. Il punto è che se qualcuno si fosse messo in testa di far esplodere questa bolla mediatica salvinocentrica, non lo farà certamente certamente accusandolo di essere fascista ogni 3 ore e facendo – così – il suo gioco.

Salvini non è invincibile: si può (e si deve) sconfiggerlo. Ma per far questo, bisogna rompere l’assedio. Bisogna smontare il suo vittimismo. Bisogna tornare nelle praterie, in quella larga fetta di opinione pubblica delusa, impaurita, incazzata e a cui (purtroppo) non interessa assolutamente se Salvini è o non è fascista. Non parlare a noi stessi: parlare a chi da Salvini è sedotto e – per ora – convinto.

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Lo spazio politico aperto dal governo giallo-verde

Articolo scritto per Senso Comune.

Da quando Senso Comune ha lanciato l’ipotesi democratico-populista nel novembre 2016, i temi che gli sono più propri si sono fatti strada in ampi settori del mondo progressista italiano. Gli esempi di Podemos, Mélenchon, Sanders e Corbyn han ridato legittimità a posizioni politiche fino ad allora marginali nella sinistra politica italiana. L’intervento pubblico nell’economia, l’euroscetticismo, il protezionismo, l’opposizione dura alle oligarchie economiche e sociali sono oggi temi con piena cittadinanza nelle discussioni politiche che ancora agitano le macerie della sinistra politica italiana.

Mentre i temi del populismo democratico hanno guadagnato spazio nell’opinione pubblica, lo stesso non si può dire per il dibattito interno ai soggetti che si sono presentati alle ultime elezioni politiche. Il voto del 4 marzo ha dimostrato quanto le varie proposte progressiste abbiano perso centralità nella società italiana: la linea liberal del Pd ha dimostrato di essere ormai residuale in Italia come nel resto d’Occidente; quella sbiaditamente “socialdemocratica” di LeU ha mostrato la sua distanza dai problemi della gente comune; infine quella “plebeista” di Potere al Popolo (pur con alcune innovazioni) si è chiusa in un immaginario e in delle pratiche politiche che le hanno impedito di uscire dagli steccati degli elettori iper-politicizzati di sinistra.

Insomma, il 4 marzo l’ipotesi populista-democratica non ha trovato cittadinanza in nessuna delle liste elettorali progressiste. L’ha parzialmente trovata – neanche troppo paradossalmente – nel tanto disprezzato Movimento 5 Stelle. La scelta di ministri-ombra apertamente keynesiani, l’insistenza su politiche di redistribuzione economica (il “reddito di cittadinanza”) e un discorso apertamente nazionale hanno permesso ai grillini di svuotare Pd, Leu e PaP (tutti orgogliosamente “di sinistra”) del voto di larghi settori progressisti e democratici. Ancor più paradossalmente, qualcosa di simile è successo con la nuova Lega nazionale di Salvini, che con l’abolizione della Fornero e la flat-tax ha sedotto fasce di voto popolare che prima di allora si erano rivolte a sinistra.

Oggi il Pd, LeU e PaP esultano per il governo pentaleghista: tutti e tre sono convinti di poter intercettare le frotte di delusi dalla svolta “di destra” del M5S. Purtroppo, sbagliano. Sbagliano perché nessuno di loro è strutturalmente in grado di intercettare i voti in fuga dalla grande coalizione giallo-verde. A quest’ultimi, il Pd ha da proporre solo l’austerità responsabile, LeU un messaggio politico fuori sincrono, PaP un discorso ribellista incomprensibile per i non politicizzati.

È per questo che è tempo di dare delle gambe all’ipotesi populista-democratica. Mentre Pd, LeU e PaP si preparano ognuno a proprio modo ad un’opposizione “di sinistra” alla grande coalizione giallo-verde, larghi spazi di movimento si aprono per una proposta che sia equidistante tanto dalla Lega che dal Pd, tanto da LeU che dal M5S. Perché, certo, il governo pentaleghista provocherà scontento. Ma non perché sarà (verosimilmente) un governo repressivo o più o meno apertamente razzista. Il governo Salvini-Di Maio deluderà perché non potrà portare fino in fondo la rivoluzione anti-oligarchica richiesta dal voto del 4 marzo.

Ogni passo indietro sull’Unione Europea, ogni regalo alle oligarchie nazionali, ogni politica antipopolare del nuovo governo potrà donare forza e consennso all’ipotesi populista-democratica. Al tempo stesso, ogni stucchevole richiamo all’austerità del Pd, ogni stucchevole gesto di responsabilità nazionale da parte di LeU, ogni stucchevole ribellismo di PaP libererà energie e voti anche all’opposizione.

Insomma, col governo giallo-verde nasce l’occasione di costruire un nuovo polo politico. Prendendo energie, consenso, menti e proposte tanto dall’area di governo che da quella dell’opposizione. Perché – sia chiaro – se nei prossimi cinque anni non riuscirà ad emergere un’opposizione populista-democratica, ci sarà lo spazio perché altre forze ancora più oscure emergano dal magma della società italiana.

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La Cina è vicina? Cosa ci insegna il modello economico cinese

Articolo scritto per Senso Comune.

Uno degli argomenti più forti della controrivoluzione oligarchica che ha investito l’Occidente dagli anni ’70 è sempre stato il “non c’è alternativa”. Non c’è alternativa alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, non c’è alternativa a concentrare le ricchezze nelle mani di pochi, non c’è alternativa a lasciare la finanza a briglie sciolte. Il modello di modernizzazione neoliberale – basato sulla compressione di salari e diritti a vantaggio di una ristretta élite – è stato così presentato come un dato naturale, un’inevitabile soluzione politico-economica per tutte le società che non volessero venir escluse dall’economia globale. Questo mito è stata alimentato e potenziato da un fattore geopolitico non indifferente: la decadenza prima e la scomparsa poi dell’Unione Sovietica.

Con tutte le sue tragiche contraddizioni, l’Urss aveva rappresentato fin dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) un polo alternativo a quello liberal-capitalista capitanato dagli Stati Uniti. I popoli oppressi – dall’Africa all’Estremo Oriente – avevano per decenni guardato a Mosca per cercare un modello di sviluppo economico che permettesse ai loro paesi di emanciparsi politicamente ed economicamente dall’Occidente. E da Mosca era arrivato per decenni ai popoli oppressi quell’aiuto economico ed intellettuale necessario per liberarsi dalla pesante ipoteca occidentale.

Questo meccanismo ha iniziato ad inclinarsi proprio in corrispondenza di quella reazione delle borghesie occidentali tante volte evocata come “rivoluzione neoliberale”. La crisi del modello sovietico – iniziata negli anni ’70 – è stata tanto politica quanto economica. Politica perché il modello istituzionale creato dall’Urss è stato incapace di riformarsi, generando la guida confusa e autodistruttiva di Gorbachev. Economica perché il dirigismo economico centralizzato ha via via mostrato i suoi pesanti limiti a soddisfare i bisogni di una società avanzata come quella sovietica.

La mancanza a livello globale di alternative reali e credibili al modello capitalista ha così aperto la strada – in quasi tutto il mondo – al vento della rivoluzione neoliberale. Sottolineo questo quasi, perché una parte del mondo questa reazione l’ha subita in modo particolarissimo: la Cina. Dopo la morte di Mao Tze Tung e la presa del potere di Deng Xiaoping, questo paese-continente ha intrapreso la strada del superamento del modello economico dirigista di matrice sovietica.

In occidente, la liberalizzazione del mercato interno cinese e la sua progressiva apertura al mercato globale hanno fatto maturare la convinzione che la Cina avesse abbandonato la sua vocazione socialista. Una convinzione comoda a legittimare la svolta liberale di tutte le forze politiche occidentali. Le riforme della dirigenza cinese sono state così lette come un’ulteriore conferma dell’impossibilità di una alternativa economica al capitalismo imperante. Una convinzione questa che si è facilmente legata – soprattutto nella sinistra europea che stava imbracciando a piene mani la “Terza via” blairiana – alla critica all’autoritarismo politico imposto dal Partito Comunista alla società cinese. La Cina si è così trasformata nell’immaginario collettivo nella patria di un cripto-capitalismo autoritario, senza conflitti interni e con una classe dirigente comunista solo nel nome.

E mentre questo immaginario si rafforzava, la realtà evolveva e ci lasciava senza strumenti per interpretare cosa stava veramente cambiando in un paese che ospita un quinto del genere umano. I cinesi sono così comparsi all’improvviso nelle nostre vite quotidiane come temibili competitori nel mercato globale e abili catalizzatori delle volontà delocalizzatrici delle élites occidentali. Poi, piano piano, hanno conquistato il ruolo di “ladri di tecnologie” e di potenza regionale in ascesa. Fino ad arrivare oggi ad essere una potenza globale riconosciuta e temuta, che si permette di fare shopping fra i gioielli di famiglia europei sopravvissuti alla crisi e all’austerità. Un paese avanzato, che dopo aver sradicato l’ignoranza e la fame dal suo territorio, può permettersi di contendere il primato tecnologico agli Stati Uniti sinofobici di Donald Trump.

Come è stato possibile questo grande salto in avanti di un paese fino a qualche decennio fa sottosviluppato e povero? Accontentandosi delle spiegazioni dei nostri amati liberali occidentali, la risposta sarà sempre e solamente una: perché è una feroce dittatura comunista. E noi – pur non essendo parte degli amati liberali occidentali – non negheremo certo il ruolo della repressione nel contesto cinese. Essa c’è, e ha sicuramente contribuito a mantenere in piedi il paese nonostante le sue enormi contraddizioni interne. Ma se ci limitassimo ad esse, non potremmo comprendere le conquiste della Cina contemporanea.

Il vero segreto del modello cinese è stato un altro: un’economia di mercato a guida pubblica. L’enorme Partito Comunista Cinese (90 milioni di iscritti) ha in questi decenni guidato un’economia mista, in cui il settore pubblico ha assunto un ruolo attivo nella direzione del settore cooperativo e privato, orientandoli a servizio dell’interesse nazionale. Certo, è stata permesso lo sviluppo di gruppi capitalistici privati. Ma ad essi è stata lasciata una libertà di movimento limitata dal rispetto delle linee guida di sviluppo indicate dal Governo. E dopo la grande liberalizzazione degli anni ’80 e ’90, il settore privato ha cominciato a regredire lasciando spazio ad una nuova avanzata del settore pubblico e cooperativo.

Questa capacità di controllo pubblico sull’economia (definita dal Pcc come “economia socialista di mercato”) ha permesso alla società cinese di sviluppare le proprie potenzialità in modo coerente e razionale. Lontana dalle bolle finanziarie del capitalismo occidentale, l’economia cinese ha dimostrato la capacità di focalizzarsi prima sull’accumulazione di capitale economico e tecnologico, per poi passare ad investimenti massicci – e, di nuovo, guidati – nei settori a maggiore produttività. Ecco come siamo arrivati alla Cina di oggi: tramite lo sviluppo di un’economia mista a guida pubblica.

Certo, questo vorticoso processo di modernizzazione ha creato contraddizioni sociali e – soprattutto – livelli di diseguaglianza interna assolutamente non-socialisti. Ma essi erano difficilmente evitabili per un paese che volesse recuperare un gap economico così forte in così poco tempo. Non per niente, la dirigenza cinese ha impostato oggi la lotta alla corruzione (fonte primaria della diseguaglianza interna) come sua priorità politica. La Cina si è trasformata oggi nel più grande campo della lotta di classe mondiale. Una lotta di classe i cui esiti non scontati imprimeranno un segno distintivo al XXI secolo e che avviene tutta all’interno del Partito Comunista. Il quale, non a caso, tende ad essere un fattore di compromesso più che di repressione nei crescenti conflitti sociali che agitano il paese.

Con tutte le sue particolarità, la Cina di oggi rappresenta quello che l’Unione Sovietica ha rappresentato per gran parte del Novecento. Un modello economico alternativo a quello capitalista statunitense (e alle sue propagazioni democratiche in Europa e autoritarie in gran parte del resto del mondo). Un modello di economia mista a guida pubblica funzionale all’avanzamento tecnologico dell’umanità.

Un modello che già oggi mostra all’Europa capitalista che un’alternativa economica non solo è possibile, ma è anche preferibile. Starà quindi a noi capire capire se e come questa alternativa possa essere adattata alle nostre insopprimibili aspirazioni democratiche.

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Per evitare una Catalogna in Italia, Assemblea Costituente subito!

Articolo scritto per Senso Comune.

La drammatica situazione catalana parla anche all’Italia. È impossibile infatti ignorare che nel nostro paese si stia verificando una rinascita di nazionalismi fra di loro in competizione: da una parte un rinato nazionalismo italiano, dall’altro nazionalismi regionali sempre più aggressivi. Un fenomeno che non può portare a niente di buono. Non solo perché rende incombente lo spettro di un esito yugoslavo, con tutto quello che ne consegue. Ma soprattutto perché nello scontro fra opposti nazionalismi gli unici a guadagnarci sono i potenti, i cui privilegi scompaiono nella guerra fra bandiere nazionali.

L’Italia non è molto lontana dal punto di non ritorno a cui si sta affacciando la Spagna. Le crescenti richieste di autonomia locale non vanno interpretate né come espressioni di egoismo sociale, né come tendenze necessariamente disgregatrici. Indicano, al contrario, una genuina richiesta di maggiore controllo sul potere pubblico, anche in reazione alla globalizzazione dei mercati. Si tratta di richieste positive, espressione di un sentimento autenticamente popolare. Sono richieste però che – se lasciate in mano alle oligarchie locali e nazionali – non possono che alimentare la lotta fra nazionalismi regionali e nazionali.

La situazione catalana può essere evitata in Italia solo da un profondo ripensamento dei rapporti fra centro e territori. Un profondo ripensamento che potrà venire solo dalla convocazione di un’Assemblea Costituente, composta da cittadini eletti col mandato di riscrivere completamente il Titolo V della Costituzione Italiana – ivi compreso quell’articolo 116 che regola gli anacronistici privilegi delle Regioni a statuto speciale.

Un’Assemblea Costituente che ridisegni la mappa d’Italia, ridando voce e potere a quelle comunità locali oggi schiacciate fra uno Stato centralista e delle Regioni altrettanto centraliste. Un’Assemblea Costituente per fondare una nuova patria: aperta, plurale ed inclusiva.

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La ripresa per i pochi, il conflitto per i molti

Articolo scritto per TRed.

Qualche giorno fa l’Istat ha certificato una crescita del Pil del 1,5% rispetto al secondo trimestre 2016. Nonostante il Pil italiano rimanga sotto quello pre-crisi del 6%, tanto è bastato perché i (rimanenti) sostenitori delle politiche economiche del magico quartetto Monti-Letta-Renzi-Gentiloni gridassero al miracolo. E, ovviamente, all’ingratitudine popolare per un’austerità considerata come “severa, ma giusta” per far ripartire l’economia.

Eppure la società italiana rimane lungi dall’essere pacificata. La crisi ha creato nuove faglie di conflitto dove prima c’era armonia e consenso sociale. Alcune di queste faglie sono state attivate politicamente: politici/popolo, Nord/Sud, italiani/stranieri, Italia/Unione Europea. Altre, come la distanza crescente di reddito e potere fra classi dirigenti e gente comune, stentano a trovare un interprete politico che le faccia emergere.

Ma perché alla crescita economica non corrisponde una crescita di pacificazione sociale? La spiegazione – senza entrare nei termini macroeconomici – è che questa è una ripresa che funziona per i pochi, non per i molti. E’ una ripresa basata sulla compressione dei salari e sulla precarizzazione del lavoro. Insomma, è una ripresa basata su una competizione al ribasso nel mercato globale, tutta giocata sulla pelle dei lavoratori.

Eppure, non è inverosimile che i dati macroeconomici continueranno ad avere il segno positivo nei prossimi mesi. Una ripresa che può durare, almeno fino alla prossima esplosione. Ma a cui dobbiamo abituarci: il capitalismo globale sta uscendo dalla crisi economica, e ci sta uscendo a destra.

Chi non ama lo stato delle cose dovrà quindi operare una ridefinizione strategica. Per far corrispondere alla ripresa economica per i pochi una crescita di conflitto sociale per i molti. Perché i molti rimarranno comunque tagliati fuori dalla ripresa di chi sta già bene.

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Perché Formenti sbaglia sulle “vittime meridionali”

Articolo scritto per Senso Comune.

Carlo Formenti, intellettuale di provenienza autonoma e di riconosciuta apertura teorica, ha recentemente espresso su Facebook un giudizio abbastanza inequivocabile sull’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali da parte della Regione Puglia a guida Partito Democratico. Formenti, in particolare, ha attaccato i suoi pari intellettuali meridionali, rei di essere “negazionisti” della verità storica: cioè di quel «processo di colonizzazione interna subito [dal meridione] da parte dal capitalismo settentrionale e dello stato sabaudo».

Lungi da me iniziare un dibattito di storiografia ottocentesca. Pur da (aspirante) storico dell’Ottocento, sono consapevole di non avere la preparazione che invece – mi par di capire – Formenti possiede. Mi permetto, piuttosto, di fare qualche considerazione sparsa a riguardo di questa (a mio parere significativa) uscita.

1. Da veneto, non può che divertirmi questo inseguimento della retorica neoborbonica (perché di questo si tratta), che vede nella storia italiana dell’Ottocento uno scontro fra Nord e Sud (con le iniziali maiuscole, ovviamente). Mi diverte perché riesco quasi ad immaginarmi questi compagni che dopo qualche mese (o anno) di fiera contrapposizione, decidono che la cosa più giusta (e popolare) da fare sia inseguire quelli che fino a poco prima erano i loro nemici, i sanfedisti amici dei potenti. Me li vedo affermare tutti seri e contriti cose del tipo: “dobbiamo lavorare per rendere anticapitalista il sentimento neoborbonico!”. Mi diverte perché è proprio quello che gli intellettuali veneti di sinistra hanno iniziato a fare negli anni ’80 con la Lega Nord. Con un risultato – a posteriori – non troppo esaltante dal punto di vista egemonico.

2. Mi diverte un po’ meno che tante energie intellettuali si siano orientate verso l’abdicazione ai movimenti regionalisti, espressione di un sistema politico ed economico sempre più delegittimato. Non tanto perché io sia un efferato nazionalista (da veneto, per altro, avrei qualche difficoltà). Quanto piuttosto perché mi pare abbastanza evidente come l’unico risultato pratico della loro elaborazione sia il rafforzare un discorso politico il cui unico risultato pratico è quello di dare nuova legittimazione politica alle (sputtanatissime) élite meridionali. Non è d’altro canto un caso che la mozione in questione sia stata votata da tutto il consiglio regionale pugliese, senza distinzione politica: rafforzare il discorso neoborbonico non fa altro che assolvere le élite meridionali dalle loro responsabilità storiche nell’arretratezza economica e sociale del meridione. Come dire: se le colpe stanno tutte nel tanto temibile quanto astratto “Nord”, a chi ha comandato il “Sud” negli ultimi 150 anni rimane solo il comodo ruolo di rappresentanti delle vittime. Certo, il compagno Formenti ribatterà che “il suo ragionamento è più complesso” e che “dà le sue responsabilità alle élite locali”. Peccato che questa parte del suo discorso non compaia mai, ovviamente per ragioni “di brevità”. Insomma, il discorso neoborbonico è uno strumento in mano alla conservazione al sud, tanto quanto quello leghista lo è al nord.

3. E qui arrivo ad un’altra considerazione, più tecnica forse. A me fa piacere che tanti bravi scienziati politici e giornalisti si lambicchino in discussioni teoriche sul colonialismo. E che, per divertimento, decidano di applicare questa categoria alla situazione italiana, arricciandosi i baffi per la grande intuizione marxista. Mi farebbe però anche piacere che i nostri amici mi dicessero in quale situazione coloniale un territorio colonizzato esprime metà del Parlamento nazionale, nonché diversi ministri, primi ministri e sottosegretari dei governi nazionali. Perché questa è proprio una cosa che – da storico – non capisco.

4. Dice Formenti che «lo Stato di Cavour e successori [ha] sistematicamente saccheggiato capitali, risorse agricole e industriali per alimentare lo sviluppo delle regioni settentrionali a spese del Sud». Lasciamo perdere che – come già detto – i “successori di Cavour” siano stati tanto meridionali quanto settentrionali. Quello che invece proprio non capisco è come un intellettuale raffinato come Formenti possa non rendersi conto dell’enorme semplificazione che applica. Di che “Nord” stiamo parlando? E di che “Sud”? Esattamente, chiedo a Formenti, i contadini del Polesine veneto (che mi pare siano classificabili come parte del perfido “Nord” sfruttatore) che beneficio avrebbero tratto da questa spoliazione del meridione? E gli agrari meridionali (che invece sarebbero classificabili come parte del “Sud” vittima dello sfruttamento) che danno ne avrebbero ricevuto?

5. La verità è che anche i più validi intellettuali perdono la bussola dopo anni di sconfitte e di ritirate strategiche. In questi anni, sarebbe stato compito delle intellettualità socialiste e comuniste cercare di elaborare un nuovo discorso nazionale e popolare. Una storia italiana che si distanziasse tanto dalla narrazione “eroica” ufficiale quanto da quelle (regressive) neoborboniche e leghiste. Non per “amor di patria”, quanto piuttosto per “amor di parte”. La parte di quei contadini meridionali che insorsero contro i Borboni, per Garibaldi e per la divisione delle terre. La parte di quegli stessi contadini che furono repressi con la violenza dalla borghesia quando avanzarono richieste sociali nel periodo post-unitario. Insomma, non per “amor di patria”. Per “amor di popolo”.

6. Insomma, quello che è certo è che la storia d’Italia meriti una profonda rilettura critica. Certamente, la repressione delle rivolte e dei moti meridionali va studiata e considerata come uno snodo fondamentale della storia nazionale. Andrà studiata anche la storia economica del paese e le ragioni della divaricazione crescente fra (alcune) aree meridionali ed (alcune) aree settentrionali. Ma l’ottica con cui si deve procedere a questa operazione di revisione storiografica – se si vuole essere conseguenti dal punto di vista politico – non può certo essere quella neonazionalista che contrappone il Sud al Nord (e viceversa)*. Se si vuole essere conseguenti ad una politica popolare non si può che individuare i termini del conflitto fra parte popolare e parte oligarchica del paese. Perché se il bracciante meridionale ha pagato uno sfruttamento, non è certo stato quello del mezzadro settentrionale. A sfruttare il popolo italiano tutto, a reprimerlo con la forza quando ha alzato la testa, è stata – al sud quanto al nord – quella borghesia nazionale che si è ha preso le redini del potere statale dopo l’unità d’Italia, dalla piana degli Albanesi alle periferie industriali di Torino. Uno sfruttamento vero e feroce, ma senza denominazione geografica.

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* Dico “nazionalista” a ragion veduta, perché questa narrazione altro non è che un tentativo di creare una nuova “comunità immaginata”, in questo caso più piccina di quella nazionale. Ovviamente, come tutte le storie nazionaliste, anche questa non fa altro che annullare le divisioni sociali interne alla aspirante “nazione”. Parlare di “Sud” come entità unitaria significa prima di tutto mettere sullo stesso piano, legare ad interessi comuni (ed inesistenti) il bracciante con il latifondista.

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