Spunti per un’apologia del populismo

Il populismo e la sua denigrazione sono ormai diventati un argomento topico nella discussione politica della sinistra italiana. Esso viene usato come una clava tanto fra i partiti del centrosinistra, quanto all’interno dei partiti stessi. Quest’uso improprio della categoria “populismo” è dovuto prevalentemente all’identificazione fra Berlusconi (e il leghismo) e il populismo stesso. Quando un esponente delle opposizioni viene tacciato di “populismo”, viene più o meno consciamente tacciato di essere simile a Berlusconi e a Bossi, e di conseguenza viene teoricamente posto al di là di quella netta linea di divisione che separa nella mentalità comune i due schieramenti, visti non solo come portatori di differenze politiche, ma anche di differenze culturali, se non antropologiche.

Ricordiamo bene le critiche che si facevano a Grillo all’acne della sua visibilità politica: presentano non pochi elementi in comune con le critiche che ciclicamente vengono rivolte ad Antonio Di Pietro, a Silvio Berlusconi e ai più vari esponenti leghisti. Non nego certamente che questi attacchi, così simili per argomentazioni e così diversi per i posizionamenti politici degli attaccati, abbiano un elemento in comune, anzi, ritengo che proprio da questo elemento in comune debba partire la riabilitazione del populismo.

Come possiamo notare dall’eterogeneità politica dei personaggi tacciati di populismo, l’elemento caratterizzante di questo termine non è tanto l’elemento sostanziale, quanto quello formale. Ciò per cui i “populisti” sono attaccati non è tanto il contenuto del loro pensiero, quanto i modi con cui lo stesso è stato espresso. Sostanzialmente, si viene a criticare la troppa semplificazione del messaggio politico espresso.

Questa è una critica che non è del tutto infondata: in un certo senso, la troppa semplificazione dell’argomento può portare i fruitori della dichiarazione a sottovalutare la difficoltà di risoluzione del problema stesso. Al netto di questo elemento negativo, che suggerisce un uso moderato e controllato di questo tipo di comunicazione, è francamente difficile comprendere la diffidenza degli esponenti del Partito Democratico verso il populismo inteso come strumento comunicativo.

Le proposte populiste di Antonio Di Pietro sono spesso accompagnate da un coro di critiche da parte degli esponenti democratici. Questi capiscono che le “sparate” (usando il linguaggio dagli stessi usato) di Di Pietro riescono ad arrivare al cuore del loro popolo, e sentono che questo potrebbe erodere il loro consenso, dovendosi essi limitare a toni più moderati pur di mantenersi al di qua di quella linea mentale di cui abbiamo parlato sopra. Di conseguenza, invece di porre obiezioni sostanziali alle proposte dell’ex-magistrato, pongono obiezioni formali. E qualora sottolineino il fatto che la proposta politica dell’Idv si basi esclusivamente sul cosiddetto anti-berlusconismo, le loro critiche appaiono alla pubblica opinione aria al vento, dal momento che lo stesso loro partito non possiede (e quindi non esprime) un coerente e definito progetto politico.

Ma, nella pratica, il Partito Democratico rigetta completamente la tecnica comunicativa populista? Sembrerebbe di no, analizzando lo slogan della prima mobilitazione nazionale della segreteria Bersani: “Sempre i problemi suoi, mai i problemi nostri”. La semplificazione alla base di questo slogan è totale: si sottintende che il governo Berlusconi non si sia mai occupato di questioni di interesse pubblico, affermazione quantomeno parziale. Se il Pd volesse nella pratica perseguire i richiami contro il populismo dipietrista e delle destre, avrebbe dovuto usare uno slogan decisamente meno efficace. Ovviamente questo non è stato fatto.

E da questa contraddizione si può, a mio parere, giungere alla risoluzione del problema. Abbiamo visto di come, nella pratica, si sia naturalmente portati ad una semplificazione del linguaggio politico. Una semplificazione che, ricordiamo, era ampiamente sfruttata, nella Prima Repubblica, dalla propaganda dei partiti di massa, in primis dal Partito Comunista Italiano (ma come dimenticare il memorabile “Nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin no!” della campagna elettorale del 1948 della Dc?). Il problema, quindi, non sembra stare nella tecnica semplicistica di comunicazione, quanto nelle motivazioni della critica. Troppe volte in passato si è cercato di differenziarsi, in modo forse eccessivamente elitario, da altre forze politiche sfruttando una differenza di toni comunicativi, invece che una sana differenza politica.

Fatta questa semplice considerazione possiamo tirare le somme. L’uso del populismo, inteso come tecnica comunicativa, è un elemento necessario e indispensabile nell’acquisizione dell’egemonia politica, ideologica e culturale. Quando il nostro Partito riuscirà a liberarsi dell’ipocrita buonismo che gli sbarra la strada della comunicazione in termini semplificati e, nei limiti, distorti, farà un grande passo avanti. Sia nell’aumentare il consenso presso il proprio elettorato di riferimento, sia nell’insinuare nell’elettorato di riferimento delle destre il proprio progetto politico. Ammesso e non concesso che questo progetto politico sia stato nel frattempo chiaramente elaborato.

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Il rischio per il Pd veneto di un’alleanza da subalterni

Non voglio entrare nel merito della ricerca di un’alleanza nazionale fra Pd e Udc. L’argomento è interessante, certo, ma ritengo che sia più utile, per motivi meramente temporali, analizzare la sua coniugazione veneta. Cerco di sintetizzare la situazione.

Come prevedibile, il candidato delle Destre in Veneto sarà un leghista, cioè Zaia. Galan ha fatto quello che ovviamente era sensato che facesse: ha accettato la sua non-riconferma a candidato in cambio di un ministero, pur avendo negato questa possibilità fino a qualche giorno prima. Le opposizioni, ad oggi, non sono riuscite a trovare una soluzione univoca. Da una parte c’è l’Udc che ha già lanciato come suo candidato il suo segretario regionale De Poli, dall’altra c’è il Pd che ammicca all’Udc, sperando di riuscire a concludere un’alleanza.

Su questo punto mi voglio soffermare. L’alleanza con l’Udc è auspicabile per una serie di ragioni. In primo luogo, permetterebbe al candidato delle opposizioni di arrivare alle elezioni con un risultato che, pur  non permettendogli di essere il futuro presidente della Regione, lo metterebbe in una posizione di forza nel rappresentare le opposizioni stesse nel futuro Consiglio Regionale. In secondo luogo, ragionando meno localmente, un’alleanza in Veneto sarebbe sicuramente un segnale di avanzamento sulla strada di un’alleanza a livello nazionale. Due ragioni, quindi, che ovviamente possono essere integrate da altre, ma che fondamentalmente sono le due ragioni principali. Due ragioni tattiche. E, visto che si ragiona a ragioni tattiche, mi permetto di sollevare un’obiezione tattica.

Il mio dubbio è provocato dalle condizioni che l’Udc pone per un’alleanza. L’Udc, sostanzialmente, dice: “Ok, alleiamoci pure, però il candidato noi l’abbiamo già deciso e si chiama De Poli”. Al momento, da quello che ho capito, su questo punto i margini di trattativa sono molto ristretti. Se così  non fosse, abiuro subito tutte le seguenti considerazioni. Se la trattativa andasse in porto si creerebbe dunque una coalizione Udc-Pd-Idv-Prc(forse)-ListeCiviche-ListeAutonomiste, a sostegno di un candidato dell’Udc, quasi sicuramente De Poli. Ecco, io mi chiedo, il gioco vale la candela?

In questa configurazione vedo il forte rischio che la proposta politica del Partito Democratico (veneta e nazionale) sia oscurata da una leadership della coalizione strettamente connotata in senso centrista. Si rischierebbe, in pratica, di venire relegati al ruolo di comprimari dell’Udc e di De Poli. E questa, a mio parere, non è una questione “temporanea” o non degna di venire presa in considerazione. Se dal punto di vista elettorale avremmo il forte rischio di perdere ampie fasce di elettorato a sinistra (verso l’astensionismo) e al centro (verso l’Udc), risentendone poi nella rappresentanza del Pd in consiglio regionale, dal punto di vista politico perderemmo una grande occasione per egemonizzare definitivamente il campo delle opposizioni in Veneto. Intendo dire che, pur ottenendo un risultato di coalizione più forte, rischieremmo di ottenere un risultato politico che ci porrebbe in una situazione di debolezza nei prossimi cinque anni. La domanda che pongo è quindi questa: conviene davvero rischiare un eclissamento della proposta politica  per far ottenere un non risolutivo 5-6 % in più a una coalizione comunque perdente? Secondo me no.
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P.S. ovviamente se il candidato alla presidenza fosse nostro, la domanda verebbe mutilata della sua condizione principe e la risposta sarebbe chiamente: “Sì, per dio, sì!”

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Perché Causin dovrebbe ritirarsi

Parliamo un po’ del Veneto. Come sono andate queste primarie? Partecipazione popolare molto alta (tenendo conto del rapporto elettori politiche/elettori primarie) e risultati in linea con la media nazionale. Questi dati, in relazione con quelli lombardi, fanno ragionare. Questa omogeneità dimostra che i nostri elettori hanno sì delle particolarità, ma non sono poi così diversi dagli altri simpatizzanti del Pd sparsi per l’Italia. Forse è tempo di rigettare la retorica venetista che ci ha caratterizzato nell’ultimo decennio, per lasciare spazio ad un ragionamento più ampio che tenga conto certamente delle particolarità del nostro elettorato locale, ma con un po’ meno di preconcettismo. Quello stesso preconcettismo che spesso è stato usato strumentalmente da alcuni di noi per eseguire comodi e rocamboleschi inseguimenti politici alla Lega.
Passando ai risultati regionali, il discorso si fa più serio. Intanto, anche  analizzando superficialmente i risultati, si nota una forte flessione della Bersani regionale rispetto alla Bersani nazionale (51,91% naz, 46,13% reg: -5,82%), flessione che è andata a vantaggio della Marino regionale (15,69% naz, 23,05% reg: +7,36%), rafforzata anche, in maniera molto minore, dalla minima flessione della Franceschini regionale (32,39% naz, 30,82% reg: -1,57%). Si tratta chiaramente di voto disgiunto. La mozione Bersani regionale ha dovuto scontare la poca notorietà della propria candidata alla segreteria ed è riuscita a limitare i danni soprattutto grazie al riferimento esplicito presente nel simbolo stesso. La mozione Franceschini regionale ha invece pagato il deludente risultato della mozione nazionale. C’è da notare però che la mozione Marino regionale ha intaccato solo limitatamente il risultato della Franceschini. Sicuramente questo è dovuto alla notevole (per efficacia, ma soprattutto per investimento economico) campagna elettorale di Andrea Causin, il quale, grazie a questa, è riuscito a limitare i danni provocati dalla debolezza della sua mozione a livello nazionale. Il voto dei veneti si è quindi impostato in questo modo: principalmente, chi ha votato x al nazionale, ha votato x al regionale, anche a causa della poca notorietà del trio dei candidati. Il più popolare, cioè Felice Casson, ha eroso terreno elettorale alla meno popolare Rosanna Filippin. Probabilmente il voto disgiunto è stato più diffuso nelle fasce più informate del corpo elettorale, vista la notorietà comunque limitata di Casson. C’è da sottolineare però che questa impostazione può essere smentita dal comportamento dei cittadini in altre regioni, in cui il candidato regionale più forte mediaticamente non è comunque riuscito a ribaltare il risultato del voto nazionale; si veda per esempio la Liguria, in cui Cofferati (mozione Franceschini) non è riuscito ad erodere nessun voto a Basso (mozione Bersani), perdendo perfino qualche decimo di percentuale. E’ possibile quindi che il voto disgiunto possa essere stato provocato anche da altri fattori estranei alla popolarità.
Passiamo quindi all’analisi politica delle possibili prospettive legate al risultato regionale. Non avendo ottenuto la maggioranza assoluta, Rosanna Filippin dovrà affrontare il voto dei delegati dell’Assemblea Regionale, in cui deterrà comunque, più o meno, il 45% dei delegati. Andrea Causin, vittima di un risultato elettorale quanto meno deludente, dopo una prima indiscrezione giornalistica secondo cui avrebbe appoggiato Filippin al ballottaggio, sembra essere intenzionato a vendere cara la pelle, pur avendo più o meno il 34% dei delegati. Felice Casson, o meglio, i suoi 23% di delegati, sembrano essere l’ago della bilancia. In mancanza di una precisa indicazione di Casson la mozione sembra essersi spaccata in tre anime: i filofilippiniani, i filocausiniani e gli indecisi, che sono per ora la maggioranza. La situazione è ovviamente in continua evoluzione, ma gli scenari che si prospettano sono limitati. Tutto dipende dalla volontà, e qui non sto a giudicare le motivazioni (più personali che politiche, a prima vista), di Andrea Causin di portare avanti la sua candidatura anche in Assemblea Regionale. Si aprirebbe così uno scontro che, oltre a vederlo molto difficilmente vincitore (dovrebbe “convincere” la quasi interezza, il 73% precisamente, dei delegati della Marino a votarlo per ottenere una risicata maggioranza assoluta), vedrebbe il partito regionale dilaniato e senza una maggioranza stabile e forte. Chiunque vincesse, infatti, dovrebbe iniziare il proprio mandato con una legittimazione interna decisamente limitata, e quindi con un alone di debolezza sicuramente non produttivo in vista delle scadenze elettorali. La seconda prospettiva, e la più auspicabile, è che si giunga ad un accordo prima dell’assemblea regionale. Una gestione unitaria potrebbe risolvere l’impasse interna al partito, che nei prossimi mesi non si potrà permettere né di mostrarsi diviso  di fronte all’opinione pubblica, né di perdere energie per questioni interne. Il nostro popolo, il popolo del Partito Democratico, ha dato a Rosanna Filippin una forte maggioranza relativa, che però non è sufficiente ad una gestione di parte. Andrea Causin lasci da parte le sue aspirazioni personali e pensi al bene del Partito, non al suo. E il bene del Partito è, in questo momento, una gestione unitaria guidata da Rosanna Filippin, basata su una condivisione del gruppo dirigente e della linea politica. Non è poi così difficile.

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Perchè il lodo Alfano ci deve spingere alla difesa della Repubblica

Partiamo dal beneamato Ghedini, il quale dichiara: “La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente la sua applicazione, come del resto giá ribadito dalla Corte Costituzionale”. Il nostro motiva la sua osservazione citando alcune norme giuridiche che applicano il principio del legittimo impedimento (del processo) nel caso in cui uno dei soggetti giuridici sia un ministro. Al tempo stesso, altri suoi colleghi usano l’immunità parlamentare per difendere l’ormai defunto lodo. Io, da  puro analfabeta del diritto, posso solo osservare che: nel primo caso ci sarebbe sì una disuguaglianza di trattamento giuridico, ma essa non comporterebbe in nessun modo la sospensione del processo; nel secondo caso l’immunità non sarebbe conferita automaticamente (come nel caso del Lodo), bensì dopo un passaggio in Parlamento in cui i colleghi dell’imputato dovrebbero (e pure qui stiamo parlando in termini puramente teorici) decidere se ci siano o meno le basi per procedere. Questa norma non è frutto di un furbetto sistema di autodifesa elaborato nei secoli dai vari parlamenti nazionali, come verrebbe malignamente da pensare, bensì affonda le sue origini nei primi momenti della Rivoluzione Francese, quando i membri dell’appena autonominata Assemblea Nazionale temevano di essere colpiti dagli organi giudiziari ancora fedeli all’ancien régime. E ancora adesso questa norma ha un senso, se viene applicata ai primi rappresentanti nazionali del corpo elettorale, cioè i parlamentari. E soprattutto se viene applicata dagli stessi in modo ragionevole.

Detto questo, noto sgignazzante che la suddetta dichiarazione di Ghedini è stata strumentalmente travisata dalla stampa e dalla mia parte politica, citando, di tutta la dichiarazione, solo la parte in cui il nostro giurista preferito sostiene che de facto la legge non è uguale per tutti. Da ciò sono scaturite conseguenze impreviste. Da buoni alunni del Maestro, i piccoli dichiaratori-da-venti-secondi del Pdl non si sono lanciati contro la mala interpretazione delle parole del loro collega, come sarebbe stato ragionevole, ma, avendo capito che la sentenza ghediniana aveva ormai colpito la platea televisiva, hanno concentrato la loro attenzione nel difendere la veridicità della stessa. Per capirci, invece di spiegare perché gli attacchi alla dichiarazione erano sbagliati, hanno pensato che fosse più produttivo difendere l’interpretazione sbagliata della dichiarazione. E qua è iniziato il divertimento. Tutto il potente apparato mediatico governatico, capitanato dal petulante trio Bonaiuti-Capezzone-Gasparri, ha lanciato la nuova campagna culturale della destra populista: Silvio Berlusconi è ingiudicabile in quanto unto dal voto popolare. Del genere: se uno è stato votato, poi per cinque anni può fare un po’ come cazzo gli pare, usando un francesismo. Questa concezione, unita alla tendenza di concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, tratteggia piuttosto nitidamente il vero profilo politico della vera destra italiana: sostituire alla repubblica parlamentare una monarchia elettiva, pur mantenendo intatte le istituzioni democratiche senza ormai più nessun potere effettivo.

Non sarebbe spiacevole che l’opposizione ragionasse anche su questo tema, oltre che sulle baldracche di Silvio. Stiamo facendo (o abbiamo fatto, vallo a capire) il primo congresso del Partito Democratico. Un partito ideologicamente informe, nei fatti. Dopo questo congresso dovrà partire una fase di elaborazione ideologica non indefferente e con pochi precedenti nella storia della politica italiana. Sarà una fase necessariamente lunga, ma sono fiducioso che possa portare ad un risultato decisamente positivo. Le idee di base ci sono. Le nostre forze sono in erosione, ma pur sempre ci sono. Nel frattempo dobbiamo chiamare alle armi il nostro popolo, dobbiamo ridargli fiducia nella nostra azione. Dobbiamo, in sostanza, saper riconquistare i nostri esuli in patria, coloro che abbiamo con costanza deluso negli ultimi quindici anni. E dobbiamo riconquistarli emozionandoli, in mancanza di un’idea forte da proporgli. La difesa della Repubblica potrebbe essere il nostro cavallo di battaglia in questa fase che si sta aprendo. La difesa della Repubblica dovrebbe essere il nostro cavallo di battaglia.

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Ma il vero Partito Democratico è molto più di sinistra

Ebbene, dopo il “Treno per L’Europa”, anche questa volta sono riuscito a scroccare in extremis la “borsa studio” del Partito per andare alla scuola di formazione, a titolo “Cultura Democratica” e a sede, come l’anno passato, in Cortona, Arezzo. Dal punto di vista umano è stata un’esperienza fantastica. Come già per il campeggio della Reds, anche in questo caso ho avuto modo di parlare con (amici e) compagni provenienti da tutta Italia, anagraficamente e geograficamente distanti fra loro. E però di una cosa mi sono accorto. La Base, la tanto citata, la tanto ipocritamente rispettata Base, è uniforme. Omogenea. Non tanto per le esperienze personali, quanto per le posizioni politiche. Le elenco qui di seguito, a punti per rendere la lettura meno noiosa.

1. Su Binetti e Rutelli: nessuno sarebbe dispiaciuto di un loro addio al più grande partito riformista italiano. Anzi, i più consideravano, e considerano, la loro permanenza nel nostro partito non come un motivo di vanto (vedi anche il tanto esaltato quanto caotico “pluralismo” franceschiniano), bensì come un sinonimo di incapacità di definire la’azione politica democratica.

2. Sull’identità: di quelli con cui ho parlato io, nessuno mi ha citato il post-identitarismo se non in termini estremamente negativi. Quasi nessuno si definiva di “centrosinistra”, bensì quasi tutti “di sinistra” (anche gli ex-Margherita, attenzione). Proprio per questo quando Bersani ha ripetuto che non farà il segretario se non gli permetteranno di usare la parola “sinistra”, l’applauso è stato il più lungo, il più intenso, il più convinto di tutta la scuola politica. E proprio per questo, quando Franceschini ha citato il buon vecchio post-identitarismo veltroniano, solo pochi hanno applaudito.

3. Sul Congresso: se i partecipanti a Cortona fossero stati la platea congressuale, i risultati sarebbero stati: Bersani 85%, Marino 10%, Franceschini 5%. Vi assicuro che io per primo sono rimasto sorpreso da queste proporzioni, e ancor di più dal fatto che con chiunque persona io parlassi, venisse da Reggio Calabria, da Napoli, da Trento, ero praticamente sicuro fosse un bersaniano. Ovviamente questo mi ha mandato in solluccheri, come potete immaginare. Detto questo, anche quando partivano discussioni fra sostenitori di diverse mozioni -e queste discussioni erano sempre molto molto accese- non si poteva che giungere alla stessa conclusione: dopo il congresso di nuovo tutti uniti. D’altronde le posizioni politiche erano talmente simili che la differenza maggiore fra i sostenitori delle due mozioni stava nel pensare che il proprio candidato fosse il miglior segretario possibile, mentre il candidato avverso il miglior premier possibile (e viceversa).

4. Sull’etica: l’argomento più dibattuto è stato: “adozioni o non adozioni alle coppie omosessuali?”. Per il resto eravamo tutti d’accordo. Per farvi capire.

5. Sulle politiche economiche: ecco, questa è stata la vera scoperta di Cortona. Per esemplificare quello che voglio dirvi vi racconto un episodio. Si era ad un corso, “i Diritti Sociali”, tenuto da Elena Granaglia, la quale sosteneva in soldoni questa tesi: “le politiche assistenzialistiche del passato, in particolare quelle sperimentate dalla socialdemocrazia scandinava, non sono per niente incompatibili con la globalizzazione e anzi, sarebbe cosa buona e giusta che la sinistra, italiana e europea, tornasse sui suoi passi in questa materia”. Tutto questo avvalorato da una puntigliosa dimostrazione. Al termine della lezione, un “alunno” ha proposto una votazione fra la platea, e la professoressa ha volentieri accettato. I risultati sono stati questi: su 49-50 presenti, 47-48 si sono detti a favore di questa tesi, mentre solo 2 hanno optato per un “senza idee”. Non so se a voi sorprende quanto ha sorpreso me tutto ciò.

Alla luce di questa esperienza mi viene naturale affermare che, se la platea di “Cultura Democratica”, eterogenea per provenienza geografica e politica nonché per età, può essere considerata un campione rappresentativo del vero Partito Democratico, ebbene, il vero Partito Democratico è ben più di sinistra di quello che è rappresentato dai nostri attuali dirigenti nazionali.

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Cronaca di un mancato concerto degli Oasis

Prologo: Muf. Milano Urban Festival. Prima edizione, domenica 30 agosto. Headliner: Oasis. Sabato 29 agosto, ore 01:27, Noel Gallagher esce dagli Oasis. Panico. Rimborso? No.

L’arrivo: ore 13:21, la pattuglia vicentina, composta dal sottoscritto e Manuel Pilastro, giunge alla nuova Fiera di Milano. Complesso imponente, viabilità indecifrabile. Dopo svariati giri arriviamo al parcheggio vicino all’entrata. Parcheggio non custodito, 15 euro prezzo unico. Orco. Rapida pausa panino e poi in fila. Poca poca gente, cento, forse centocinquanta. Alle ore 14:53 si aprono i cancelli, si stappano le bottiglie, si offrono merendini ai controllori, si parte con una corsetta da pensionati. Corsetta subito abbandonata, per giungere alla cosiddetta “Arena Concerto” si cammina per un quarto d’ora per i parcheggi della fiera. Giungiamo infine al luogo del concerto, area relax, palco alto, prima fila laterale è nostra. Olè. Grazie a dio è nuvolo, sennò saremmo morti di caldo. Gli uomini della sicurezza sono i soliti di Indipendente Concerti, con il wrestler e il nasone un po’ tonto. L’organizzatore indie non è tanto vestito indie stavolta, non come ai Franz.

I gruppi spalla: salgono sul palco dei giovani italici a fare il sound check. Alle 14:27 si scopre che i giovani italici altro non sono che gli Hacienda. Molto molto bravi, potrebbero sfondare anche in Europa con quelle canzoni, niente da invidiare ad altri gruppi indie britannici. Mi dicono che il cantante canta un po’ emo, ma a me non sembra particolarmente. Da notare però l’omologazione totale ai pantaloni strettissimi che vanno tanto adesso e che al cantante non donano particolarmente (gambe grosse). A seguire salgono gli australiani Expatriate. Sinceramente, schifo. Se devo ascoltarmi i Depeche Mode, cosa già molto difficile di per sè, non mi vado ad ascoltare la loro brutta copia australiana. Poi i Twisted Wheel ovvero “la rivelazione”. Aggressività punk, ma senza ostentazione. Avranno la mia età, il cantante sembra Sid Vicious ripulito, sia per l’aspetto sia per lo stile di canto. Tutto questo mischiato con un po’ del buon vecchio britpop porta a un sound (scusatemi, odio questa parola, lo so che è insopportabile) originale. Da segnarsi per il futuro. Nel frattempo esce dal backstage ed entra nello spazio fra palco e pubblico un tipo molto molto simile a Noel Gallagher. Stessi vestiti, stessi capelli, perfino stessi occhiali. Dopo un momento di panico fra il pubblico che se lo trova davanti, fra cui il sottoscritto e il Pila, capiamo che non si tratta di un’epifania del chitarrista di Manchester. Allora inizia il vocicchio. Si sa che è un artista, ma nessuno lo riconosce. Alla fine tira fuori il cellulare e fa il gesto di fare una foto al pubblico che lo guarda basito. Ci stimola a fare qualche posa entusiasta, la facciamo, scatta, se ne va vinto. Era il chitarrista dei Kasabian.

I Kasabian: ovvvero quelli per cui sono andato lo stesso al concerto. E pensare che non sapevo neanche chi fossero prima di prendere il biglietto per sto maledetto festival. Mi sono ascoltato la discografia (tre album) due settimane fa. L’ultimo album (West Ryder Pauper Lunatic Asylum) mi ha conquistato. Meritano decisamente ben di più del limitato successo all’interno del campo indie. Che dire, han suonato benissimo, ci hanno fatto scatenare. La cosa divertente è che erano vestiti tutti in modo completamente diverso: il suddetto chitarrista “alla Oasis”, Serge Pizzorno “alla hippie”, il cantante “alla anni ‘80″, il batterista “alla impiegato” e il bassista “alla bassista dei Franz Ferdinand”. Da notare la panza da birra del cantante, che a seguito di ogni canzone si piegava in due dalla fatica o si sedeva per riposare. Però ha cantato molto bene. Bravi, insomma.

I Kooks: pubblico femminile assatanato, pubblico maschile indifferente se non scocciato. Bravi a suonare il loro sweet sweet indie, in certi momenti sembrano quasi una boy band. Che poi musicalmente sarebbero anche notevoli, se il cantante la smettesse di cantare in quel modo lacrimoso e femmineo. Condannati ad essere un gruppo per teenager. Il cantante, tal Luke Pritchard, tiene il palco benissimo, salta da un angolo all’altro ammiccando e esaltandosi. Un po’ paraculo, forse. Verso la fine della loro esibizione inizio a pensare che in quel momento potevo star per vedere gli Oasis. Mi passa. Con i Deep Purple.

I Deep Purple: si evitano i fischi degli irriducibili scontenti eseguendo un’impeccabile cavalcata hard rock lunga venti minuti in apertura, senza mai fermarsi. Dopo questa, se qualcuno fischiava o gridava “Oasis” sarebbe stato irremidiabilmente linciato. E poi, due ore guidati magistralmente da questi maestri del rock’n'roll, con il chitarrista paraculo, il cantante sempre giovane, il bassista pirata. Kasabian, Kooks e Twisted Wheel nel backstage ad ascoltare fino alla fine. Il cantante dei Twisted scommette con Pizzorno e si butta sulla folla, rischiando una craniata sulle transenne. Alla fine, degli Oasis me ne ero anche dimenticato.

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Perché cantare “l’Internazionale” ai comizi del Pd

Compagni, avanti! Il gran Partito
noi siamo dei lavorator.

Allora. Che siam compagni non ho nessun dubbio. Siamo compagni di Partito, compagni di lotta per un futuro migliore, per una società migliore e per una qualità migliore delle paperelle di plastica da bagno. Detto questo, come contestare la nostra vocazione allo star vicino ai lavoratori? Come mi ripete sempre il compagno Calearo Ciman, bisogna stare sempre vicini ai nostri operai che lavorano nei nostri grandi stabilimenti. Quanta saggezza, per dio! Qualche contestazione ci potrebbe essere, ne sono sicuro, sul “gran”. In effetti “gran” è un po’ pomposo se si tiene conto dei risultati elettorali recenti. Ma è un “gran” riferito alla nostra grandezza morale, ovviamente, quindi è assolutamente appropriato, a mio parere. Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “gran” il più riformista “pacato”.

Rosso un fiore in noi è fiorito
e una fede ci è nata in cuor.

Il fiore rosso che ci è fiorito in cuor non è né un rosa, né un garofano (grazie a dio). E’ semplicemente una figura retorica molto ardita atta a rappresentare la nostra passione politica, ve l’assicuro. La fede che c’è nata in cuor è, alternativamente, o la fede cristiana che ci illumina la via (odg Binetti) o la vocazione maggioritaria (odg Veltroni). Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “rosso” “verde-bianco-rosso”. Sulla fede nessuna contestazione ad ora.

Noi non siamo più nell’officina,
entro terra, nei campi, al mar,
la plebe sempre all’opra china
senza ideale in cui sperar.

La suddetta grandezza morale ci permette di “essere” al-di-fuori di questo mondo terreno, fatto di luoghi di lavoro, terra, campi, mar. Il nostro essere trascendenti ci permette di vivere in un mondo di idee, platonicamente parlando, in cui splende alto l’Ideale ritrovato: il conquistare poltrone. Solo così la plebe, noi, potrà emanciparsi dal lavoro, dall’essere sempre all’opra china. Conquistando le poltrone. Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Bersani presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “mar” “montagna”, da sempre meta estiva preferita del candidato segretario. D’Alema non sosterrà l’Odg.

Su lottiam!
L’Ideale nostro alfine sarà,
l’Internazionale, futura umanità!

Cosa dire? Parla da sé, no? L’internazionale progressista la trionferà! Zapatero, Obama e Lu-là! Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “futura” “nuova”. Siamo in rottura con l’umanità del passato, ha dichiarato a caldo la cadetta Serracchiani.

Un gran stendardo al sol fiammante
innanzi a noi glorioso va,

Il grande stendardo democratico della libertà democratica. Cosa, se non il bandierone del gran partito? La plebe oppressa del mondo sventolerà all’unisono il tricolore riformista. Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “glorioso”, considerato un termine troppo ottocentesco, “fico”. Questa scelta dovrebbe avvicinare il partito ai giovani, secondo gli spin doctor dell’area Dario Segretario. Sì, gli stessi de “il candidato del principale schieramento a noi avverso”.

noi vogliamo per esso giù infrante
le catene alla libertà!

Vista l’attualità di questo grande inno democratico? In questi due intensi versi, ritroviamo tutta la critica al liberismo selvaggio degli ultimi vent’anni. Quale mente gloriosa e riformista sarà stata cotanto lungimirante da aggiungere questi versi! Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Marino presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “libertà” “libertà di ricerca”. L’area teodem minaccia scissione o suicidio collettivo, gli spin doctor devono ancora decidere quale atto otterrebbe più spazio sui quotidiani d’area.

Che giustizia venga, noi vogliamo
non più servi, non più signor!
Fratelli tutti esser vogliamo
nella famiglia del lavor.

Il candidato Bersani ha dichiarato pubblicamente che non esistono più servi o padroni, solo la grande famiglia del lavoro. Quindi, che tu sia operaio o imprenditore, per noi sei la stessa cosa, un appartenente ai ceti produttivi, gioisci anche tu con noi! Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini, area Rutelli e area popolari, presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire a “famiglia del lavor” “famiglia del cristianesimo romano-cattolico apostolico”. Tutta la mozione appoggerà questo Odg, pur di evitare un suicidio di massa che porterebbe Bersani a controllare il 92% delle tessere.

Lottiam, lottiam, la terra sia
di tutti eguale proprietà,
più nessuno nei campi dia
l’opra ad altri che in ozio sta.
E la macchina sia alleata
non nemica ai lavorator;
così la vita rinnovata
all’uom darà pace ed amor!

Questa strofa deve essere obbligatoriamente cantata a bassa voce, a mo’ di nenia. I comizi democratici si concluderanno così con un momento di misticismo e spiritualità, che lascerà ai convenuti un senso di pienezza oltre che morale e civile, anche religiosa. Comunque vi informo che gli amici e compagni della mozione Franceschini, presenteranno al congresso un ordine del giorno per sostituire l’intera strofa con il “padre nostro”, ritenuto più consono a chiudere qualsiasi incontro di qualsiasi comunità, pardon, si intendeva, ovviamente, partito.

L’ultima strofa non si canta perché tanto non se la ricorda nessuno.

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Io e il campeggio Reds

Eccomi, a qualche giorno dal mio ritorno dal campeggio estivo (o summer camp, per i più fichi) della Rete degli Studenti, a scrivere di questa esperienza qualche commento a freddo. Piccola premessa: sono stato catapultato in quell’ambiente senza nessuna esperienza precedente, quindi ero tendenzialmente privo di pregiudizi, per quello che è possibile.

Considerazione a freddo 1: l’aspetto sicuramente più interessante è stato quello della socializzazione. Ho conosciuto un sacco di ragazzi simpatici e interessanti, e sul roseo futuro sindacale di qualcuno di essi ci ho pure scommesso. C’è, fra i dirigenti (matte risate dalla platea) della Reds una professionalità diffusa e una conoscenza approfondita delle questioni sindacali. L’unica critica che vorrei rivolgere agli amici e compagni (matte risate dalla platea) riguarda il troppo prendersi sul serio. Sarà che vengo da una realtà politica la cui prima attività è sparare contro se stessi, ma la seriosità e la grandeur tenute nelle riunioni mi sembrano francamente spropositate rispetto all’attuale importanza della costituenda Reds.

Considerazione a freddo 2: le lotte fra bande, ovvero l’aspetto più spassoso del campeggio. Non mi dilungherò sui motivi e sugli schieramenti, anche perché non voglio rischiare di essere crocifisso da qualche immancabile ipocrita. Un sindacato piccolo e, per ora, fragile come la Reds non può permettersi, a mio parere, di spaccarsi su questioni futili come invece sta succedendo. Mi sembra che la divisione in due “aree” (simpatico sinonimo sindacale di “correnti”) non sia assolutamente giustificata da divisioni politiche o interne di sorta, bensì da semplici dissapori presenti fra due “aree” di dirigenti. Quando poi si chiedono al dirigente locale (test verificato con appartenenti ad entrambe le “aree”) i motivi della divisione, le differenti risposte hanno un qualcosa di dogmatico, come se si stesse semplicemente ripetendo quello che qualcun’altro ha detto. Se provi a insistere su questo argomento, la gamma di risposte varia fra il “ma quelli lì sono degli idioti” e il “tu non puoi capire”. E vabbè.

Considerazione a freddo 3: la Reds ha grandi potenzialità ancora tutte da sfruttare. Ricetta per sfruttare le potenzialità: litigare per questioni serie, tenere il correntismo sotto controllo, selezionare in modo diverso la dirigenza locale. Su questa ultima questione potrei aggiungere qualcosa, ma in piazza ad Asiago tira un freddo gelido.

Tante care cose.

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Geniale e inquietante

Concentratevi sul video e sulla canzone. Non trovate qualcosa di diabolicamente geniale?

P.S. nota videografica: l’artista è ucraino, e si chiama Verka Serduchka. E questa è la presa in diretta dell’eurovisione 2007.

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Toh.

Ho scoperto che i Giovani Democratici nazionali non solo hanno un sito, ma anche un simbolo! Pazzesco. Comunque il simbolo, oltre l’ottima scelta dell’arancione come colore, è veramente orrido. Chi l’avrebbe mai detto.

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