Il populismo e la sua denigrazione sono ormai diventati un argomento topico nella discussione politica della sinistra italiana. Esso viene usato come una clava tanto fra i partiti del centrosinistra, quanto all’interno dei partiti stessi. Quest’uso improprio della categoria “populismo” è dovuto prevalentemente all’identificazione fra Berlusconi (e il leghismo) e il populismo stesso. Quando un esponente delle opposizioni viene tacciato di “populismo”, viene più o meno consciamente tacciato di essere simile a Berlusconi e a Bossi, e di conseguenza viene teoricamente posto al di là di quella netta linea di divisione che separa nella mentalità comune i due schieramenti, visti non solo come portatori di differenze politiche, ma anche di differenze culturali, se non antropologiche.
Ricordiamo bene le critiche che si facevano a Grillo all’acne della sua visibilità politica: presentano non pochi elementi in comune con le critiche che ciclicamente vengono rivolte ad Antonio Di Pietro, a Silvio Berlusconi e ai più vari esponenti leghisti. Non nego certamente che questi attacchi, così simili per argomentazioni e così diversi per i posizionamenti politici degli attaccati, abbiano un elemento in comune, anzi, ritengo che proprio da questo elemento in comune debba partire la riabilitazione del populismo.
Come possiamo notare dall’eterogeneità politica dei personaggi tacciati di populismo, l’elemento caratterizzante di questo termine non è tanto l’elemento sostanziale, quanto quello formale. Ciò per cui i “populisti” sono attaccati non è tanto il contenuto del loro pensiero, quanto i modi con cui lo stesso è stato espresso. Sostanzialmente, si viene a criticare la troppa semplificazione del messaggio politico espresso.
Questa è una critica che non è del tutto infondata: in un certo senso, la troppa semplificazione dell’argomento può portare i fruitori della dichiarazione a sottovalutare la difficoltà di risoluzione del problema stesso. Al netto di questo elemento negativo, che suggerisce un uso moderato e controllato di questo tipo di comunicazione, è francamente difficile comprendere la diffidenza degli esponenti del Partito Democratico verso il populismo inteso come strumento comunicativo.
Le proposte populiste di Antonio Di Pietro sono spesso accompagnate da un coro di critiche da parte degli esponenti democratici. Questi capiscono che le “sparate” (usando il linguaggio dagli stessi usato) di Di Pietro riescono ad arrivare al cuore del loro popolo, e sentono che questo potrebbe erodere il loro consenso, dovendosi essi limitare a toni più moderati pur di mantenersi al di qua di quella linea mentale di cui abbiamo parlato sopra. Di conseguenza, invece di porre obiezioni sostanziali alle proposte dell’ex-magistrato, pongono obiezioni formali. E qualora sottolineino il fatto che la proposta politica dell’Idv si basi esclusivamente sul cosiddetto anti-berlusconismo, le loro critiche appaiono alla pubblica opinione aria al vento, dal momento che lo stesso loro partito non possiede (e quindi non esprime) un coerente e definito progetto politico.
Ma, nella pratica, il Partito Democratico rigetta completamente la tecnica comunicativa populista? Sembrerebbe di no, analizzando lo slogan della prima mobilitazione nazionale della segreteria Bersani: “Sempre i problemi suoi, mai i problemi nostri”. La semplificazione alla base di questo slogan è totale: si sottintende che il governo Berlusconi non si sia mai occupato di questioni di interesse pubblico, affermazione quantomeno parziale. Se il Pd volesse nella pratica perseguire i richiami contro il populismo dipietrista e delle destre, avrebbe dovuto usare uno slogan decisamente meno efficace. Ovviamente questo non è stato fatto.
E da questa contraddizione si può, a mio parere, giungere alla risoluzione del problema. Abbiamo visto di come, nella pratica, si sia naturalmente portati ad una semplificazione del linguaggio politico. Una semplificazione che, ricordiamo, era ampiamente sfruttata, nella Prima Repubblica, dalla propaganda dei partiti di massa, in primis dal Partito Comunista Italiano (ma come dimenticare il memorabile “Nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin no!” della campagna elettorale del 1948 della Dc?). Il problema, quindi, non sembra stare nella tecnica semplicistica di comunicazione, quanto nelle motivazioni della critica. Troppe volte in passato si è cercato di differenziarsi, in modo forse eccessivamente elitario, da altre forze politiche sfruttando una differenza di toni comunicativi, invece che una sana differenza politica.
Fatta questa semplice considerazione possiamo tirare le somme. L’uso del populismo, inteso come tecnica comunicativa, è un elemento necessario e indispensabile nell’acquisizione dell’egemonia politica, ideologica e culturale. Quando il nostro Partito riuscirà a liberarsi dell’ipocrita buonismo che gli sbarra la strada della comunicazione in termini semplificati e, nei limiti, distorti, farà un grande passo avanti. Sia nell’aumentare il consenso presso il proprio elettorato di riferimento, sia nell’insinuare nell’elettorato di riferimento delle destre il proprio progetto politico. Ammesso e non concesso che questo progetto politico sia stato nel frattempo chiaramente elaborato.
Tante care cose
