Collega i puntini

Ho scritto una cosa per TRed, il nuovo super-blog della sinistra giurassica che aprirà il 15 marzo.

Ieri mattina ho letto un bell’articolo di Chiara Geloni sull’Unità, che dice molte cose importanti:

Dà fastidio, il Pd? E perché? Forse perché è un partito, l’unico in Italia oggi che può definirsi tale, con regole democratiche sue proprie, con un dibattito interno che si svolge alla luce del sole e che non è puro scontro per il potere, con una sua solidità e una sua lettura delle cose oltre il day by day e le ondate emotivo mediatiche? E se è questo il problema, non sarebbe più onesto dichiararlo, e dire che si ha in mente una politica senza partiti e in balia delle ondate mediatiche, un’Italia senza corpi intermedi, una società di individui, senza politica e senza partecipazione, senza gente che ci mette la faccia e che si sente protagonista in un collettivo? Se la battaglia fosse dichiarata, e fosse su questo, sarebbe bello combatterla.

Poi, ieri sera, ho letto una cosa che disse il buon vecchio De Gasperi ad un consiglio dei ministri nel lontano aprile ’47:

Esiste, in Italia, un quarto partito che decide e orienta le campagne della stampa. [...] L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di Governo, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto Partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica.

Poi, stamattina, leggendo la rassegna stampa, ho trovato un articolo del Corriere della Sera il cui titolo recitava così:

La sinistra riparte da Vasto. Bersani apre, malumori nel Pd.

Ho letto l’articolo. Nessuna traccia di malumori reali, però tante mezze frasi e tanti vaghi accenni. Ho pensato alla ”divergenza tra la realtà del Pd e la narrazione sul Pd” denunciata dalla Geloni e ho pensato a quello che diceva De Gasperi in quel lontano aprile ’47.

E, a quel punto, ho collegato i puntini.

Lascia un commento

Bentornato, veltronismo.

Bentornato, veltronismo, era da un po’ che non ci si vedeva. Mi ricordo, quanti ricordi. Avevo 16 anni, nel 2007, quando ricevesti la tua incoronazione popolare. Si parlava di modernizzare il paese, di partito leggero come una piuma, di abbattere i conservatorismi, di uscire dagli schemi storici della sinistra. Poi, tutto ad un tratto, tu sei scomparso. Avrò avuto 18 anni, e tu ci hai lasciato. Avevi ridotto il Partito Democratico a macerie, dopo che si era scoperto che dietro a questa tua immagine di rampantismo riformista non c’era niente, il vuoto pneumatico. Perfino i tuoi più ardenti sostenitori si erano ridotti al silenzio. Quello da cui avevi preso il nome, poi, sembrava avesse deciso di ritirarsi a vita privata. Sembrava. Tutto ad un tratto, dopo che era stato eletto segretario quell’emiliano là, si era ricominciato a parlare di partito radicato e strutturato, di critica al modello economico e sociale che ci aveva portato alla crisi, di collegialità nella gestione del partito. Insomma, sembrava essersi aperto un nuovo ciclo per la sinistra italiana e sembrava essersi chiuso il tuo di ciclo, quello che D’Alema aveva inaugurato negli anni ’90, un po’ infatuato dell’amico Blair. Persino la stampa d’area, da sempre a te molto vicina, aveva guardato quasi con simpatia a questa nuova fase.

Nel frattempo, però, tu continuavi a sopravvivere, sotto traccia. Sopportavi le conferenze nazionali tematiche, sopportavi la ripresa del comizio finale alle feste nazionali, sopportavi tutto questo progressismo “pesante” nei temi e nei metodi, dai tuoi sostenitori definito dispregiativamente “socialdemocratico”. Sopportavi perché sapevi che saresti ritornato. Perché le ragioni alla base della tua esistenza sono più profonde degli annunci di quell’emiliano là. Ed eccoti dunque. Io adesso di anni ne ho 20, quasi 21, e tu sei tornato. E’ cambiato il tuo aspetto, è cambiato l’aspetto e l’accento del tuo campione, forse è cambiato anche il tuo nome, ma non è cambiata la tua essenza. Il leaderismo, il feeling con una politica sociale ed economica che in Europa appartiene solo ai conservatori, la spasmodica attenzione alla comunicazione, l’individualismo, stanno ancora belli belli lì con te. E’ cambiato il tuo aspetto, quello sì. Hai capito che, in questo momento di sfiducia (non del tutto immotivata) verso la classe dirigente del Pd, conviene scrivere sul proprio biglietto da visita “rottamatore” piuttosto che “privatizzatore”. Che per riprendere l’egemonia culturale (perché di questo stiamo parlando) dentro il centrosinistra italiano conviene presentarsi per la propria età, piuttosto che per le proprie idee. Insomma, ti sei mascherato, ma io ti ho riconosciuto. E, adesso, io ti temo. Perché ho visto quello che sei riuscito a fare in questi tre giorni a Firenze. Hai rimesso in moto una parte di società civile e una parte di società politica. Li hai affascinati, abbacinati con quel tuo teatrino di modernità e rinnovamento di cui tu sei sempre stato maestro. E con questo solido zoccolo di classe dirigente, ti appresti a riconquistare i cuori della gente, la stessa che due anni fa considerava un criminale quello da cui prendevi il nome.

A me, caro renzismo, non resta che stare alla porta, guardandoti con un misto fra ammirazione e sgomento. Perché purtroppo, dentro il mio partito, non c’è nessuno che riesca a darti battaglia sui temi del rinnovamento e sui temi economici senza sembrare uscito da un’assemblea studentesca degli anni ‘70. Perché alla fine lo capisco anche io che senza comunicazione non si va da nessuna parte. Perché alla fine, nonostante il tuo nuovo accento e i tuoi 20 anni in meno, vedo in te un caro vecchio amico.

 E perché lo so che, anche questa volta, rischi di vincere tu.

P.S. sullo stesso tema vi consiglio di leggere un post (bellissimo) di Freddy Nietzsche e uno (che poi è quello che mi ha ispirato) di Eggs of War.

Commenti (2)

Quattro anni di Partito Democratico

Questo non vuole essere un articolo agiografico. Questo vuole essere un articolo di celebrazione di un’esperienza che inizia a essere rilevante nella storia politica del nostro paese e di cui, anche solo per rilevanza elettorale, tutti devono iniziare a tener conto.

Quattro anni fa, dopo interminabili discussioni, combattuti congressi e qualche indecisione, nacque questo soggetto dall’identità politica talmente inedita da essere difficilmente percepita anche oggi. La sfida, attualissima, era quella di unificare in un unico partito quelle tendenze progressiste che nella storia d’Italia si erano molto spesso incrociate, ma mai legate, rimanendo minoritarie nelle varie organizzazioni a cui aderivano. Penso al cristianesimo sociale, al liberalsocialismo, al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia. Tutte tendenze che mai riuscirono in Italia a rendersi tendenze “di massa”. Era tempo di sanare questa anomalia. Era tempo di creare qualcosa di nuovo. Nuovo e inedito dal punto di vista politico, certo, ma perfettamente in linea con la storia politica italiana degli ultimi vent’anni, in cui il progressismo era rimasto diviso in due aree, una post-comunista e una post-democristiana, egualmente “incomplete” dal punto di vista identitario e politico. E proprio da questa incompletezza, da questa mancanza, traevano un’irresistibile tendenza all’unificazione. L’abbiamo visto coi Progressisti nel ’94, coll’Ulivo nel ’98 e, infine, con la costituzione della lista unitaria “Uniti nell’Ulivo” nel 2004. Il Partito Democratico non è nato dal nulla. Il Partito Democratico è nato da un’esigenza politica e culturale, quella di creare quel partito progressista e riformista di popolo che all’Italia è sempre mancato.

Non voglio sostenere che in questi quattro anni sia andato sempre tutto bene. Molti errori e tendenze negative sono state ereditate dalle organizzazioni “fondatrici”, molti errori sono stati poi commessi a Partito nato. La dirigenza Veltroni, dopo un’iniziale euforia elettorale, si è spenta nell’incapacità del segretario di superare il complesso dello sconfitto, di sapersi rilanciare di fronte all’opinione pubblica e al partito stesso. Con l’inizio della dirigenza di transizione Franceschini, nel Partito, a tutti i livelli, si è ricominciato a parlare di radicamento e di nuove forme organizzative, archiviando di fatto il modello di partito liquido. Merito di Franceschini è di aver saputo traghettare il partito a congresso, riuscendo nel frattempo a sciogliere alcuni importanti nodi, quali la collocazione europea e il riadattamento dello Statuto. Il primo congresso (e le successive primarie) han poi dimostrato una sostanziale identità fra il voto dei militanti e il voto degli elettori. La dirigenza Bersani, infine, può essere vista come una lenta marcia di costruzione. Grazie ad un impegno collegiale (condiviso anche da gran parte degli “sconfitti” alle primarie), il Partito si è in qualche modo ri-formato, sul territorio e a livello centrale.

C’è ancora molto da fare, però. E’ innegabile una nostra scarsa capacità comunicativa, giustificata – ma solo in parte – da una stampa (anche d’area) non sempre benevola nei nostri confronti. La nostra dirigenza ha la tendenza a mettere al primo posto il proprio ritorno d’immagine, senza considerare (o  volutamente ignorando) il bene del partito. Troppe volte, poi, appariamo chiusi nei nostri recinti territoriali e elettorali storici, senza capacità di espansione. E infine, the last but not the least, rimane forte un problema di rinnovamento generazionale.

Su questo, lasciatemi spendere due parole. Non si può ignorare che quelli che decidono realmente all’interno del Partito siano (quasi tutti) over  50, se non over 60. Non si può nemmeno ignorare che da parte loro ci sia generalmente una scarsa volontà a fare il famoso passo indietro, scarsa volontà che denota anche una concezione della politica ormai indigeribile. E’ anche vero che, se il limite dei tre mandati fosse stato rigidamente applicato all’attuale presidente della Repubblica, questi sarebbe dovuto uscire dal Parlamento nel 1968, quarant’anni prima della sua elezione al Quirinale. Ciononostante, io sono ottimista. Su tutto il territorio nazionale è sparsa una generazione di trenta-quarantenni impegnati nelle amministrazioni locali o nel partito pronta a prendere il testimone. E si è visto anche nell’attuale dibattito interno sulla lettera della Bce, in cui i protagonisti sono stati tutti “nuove leve”. Siamo giunti quindi ad un momento di passaggio. Finito Berlusconi (e tutti ci auguriamo che finisca presto), è inevitabile che la classe dirigente che lo ha combattuto dal ’94 in poi faccia un passo indietro netto, non ricandidandosi al Parlamento. Purtroppo, non mi pare che tutti siano troppo convinti, ed è proprio per questo che le nuove leve, che in questi giorni si riuniscono in tre incontri separati ma collegati (incredibile dictu) da un sottile filo verde, riescano, fin dalla prossima tornata elettorale e dal prossimo congresso nazionale, a prendere in mano il partito e i gruppi parlamentari. Non sarà una sfida facile per loro, ma sono fiducioso.

Infine, un piccolo accenno (questo sì un po’ autoreferenziale) ai Giovani Democratici. In un periodo storico in cui la sfiducia verso la politica organizzata nel mondo giovanile è ai massimi storici, questa organizzazione nuova è riuscita a sfondare in aree del paese in cui da decenni non esisteva nessuna organizzazione giovanile di partito. Ormai, nella gran parte dei centri urbani medio-grandi italiani, è possibile trovare un gruppo valdio e motivato di Giovani Democratici. Il tutto riuscendo a tenere con il Partito un rapporto sì di leale collaborazione, ma anche di pungolo e stimolo critico. E queste due cose, organizzazione forte e autonomia, era dalla Prima Repubblica che non si vedevano in una giovanile.

Concludendo: davanti a noi democratici si presentano sfide impegnative. La fine del berlusconismo, gli effetti della crisi economica, l’integrazione europea e il riassetto dello sviluppo economico in senso solidale e sostenibile saranno passaggi vitali e forse traumatici per la nostra organizzazione. Bordate verranno da fuori, bordate verranno da dentro. Ma noi, continueremo a lavorare a testa bassa. Perché sappiamo bene che il Partito Democratico è ciò di cui l’Italia ha disperato bisogno da vent’anni. Perché il Partito Democratico è il partito del secolo, il Partito Democratico è il partito che cambierà l’Italia.

Tanti auguri Piddì.

Lascia un commento

Su “Mozzarella Stories” di Eduardo De Angelis

Piccola premessa: dietro di me erano seduti, al mio arrivo, due simpatici signori, che proprio non sono riusciti ad aspettare la fine del film per scambiarsi i loro innumerevoli commenti. Quindi, tenete conto del fatto che il mio parere potrebbe essere stato leggermente modificato in peggio dalla loro molestissima presenza.

Allora, il film di oggi è Mozzarella Stories, di un altro “giovane” regista italiano, per altro esordiente. Non sarà granché, ma degli ultimi tre film che il signor Cinema Odeon mi ha proposto, due erano opere prime. La morale è che il nuovo cinema italiano si sta facendo spazio, che il rinnovamento culturale in un paese gerontocratico, bla-bla-bla. Molto bene.

Passando al film, sullo sfondo sta la storia di un mondo, quello dell’imprenditoria casearia (in questo caso, per l’appunto, la produzione di mozzarelle) che passa dal successo di fine anni ’90 alla crisi portata dalla concorrenza di nuovi attori economici, in questo caso i cinesi. Il tema mi sembra trattato in modo piuttosto autentico, con tanto di intolleranza partenopea e integrazione strisciante dei nuovi venuti.

In questo contesto vive un gruppo di personaggi, con le loro bassezze e i loro problemi, che seguiremo fino alle varie farse finali, condite con un po’ di sana tragedia, nella migliore tradizione italiana. Alcuni rapporti fra i personaggi sono piuttosto interessanti, altri un po’ sacrificati all’altare della commedia. Si ride, poco, ma si ride. Non si piange per niente, invece. Gli attori fanno il loro lavoro, niente di più, niente di meno. Una perplessità: ad un certo punto, viene introdotta una storia piuttosto effimera e lunga, che trovo giustificata solo nella prospettiva di una citazione di Palombella Rossa di Moretti. Cioè, per quanto riguarda la pallamano e compagnia. Mah.

Conclude la composizione una bella morale sul senso della vita, di cui potevamo anche fare a meno. Musiche pessime (in tutta la lunga scena iniziale la musica rendeva incomprensibile le conversazioni). Voto: 6,5.

CRITICA DELLE CRITICHE
Mah, un po’ tutte le critiche che ho letto buttano dentro una forte influenza di Kusturica, che oltre ad essere il coproduttore è quello che ha fatto in modo che sto film passasse da medio a lungo metraggio, da quello che ho capito. Io sta forte influenza proprio non ce l’ho vista. Ma sarà che di cinema, io, non ci capisco un cazzo.

Lascia un commento

Su “Diciotto anni dopo” di Edoardo Leo

Filmstudio di oggi ci proponeva “Diciotto anni dopo“, regia di Edoardo Leo. A grandi linee, la trama è questa: dopo 18 anni (ma dai) dalla morte della madre, due fratelli si ritrovano per il funerale del padre. Il fatto è che, per motivi che via via verranno chiariti, non si parlano da allora e, per volontà del defunto, dovranno compiere un viaggio in macchina da Roma a Palmi, in Calabria. Il film si incentra quindi sui complessi rapporti personali che negli anni si sono intrecciati fra i due fratelli e fra il fratello di Roma e sua moglie. Chiaro era l’intento del regista di alleggerire questi temi pesantucci con continue (e spesso non efficacissime) battute e gag, spingendo il pubblico ad emozionarsi per una scena drammatica e, subito dopo, a ridere di gusto. I personaggi principali recitano piuttosto bene, ad eccezione di Eugenia Costantini: tanto figa quanto cagna. Oddio, non darei neanche tutta la colpa a lei, poraccia, dato che si trovava nei panni del personaggio più caricaturale che si potesse inserire per vivacizzare il rapporto fratello-fratello, ma insomma, la sua recitazione è una delle note stonate del film. Cioè, secondo me volevano ottenere la tipica tipa figa e strana, quando invece hanno ottenuto una tipa figa sì (diamo a Cesare quel che è di Cesare), ma francamente insopportabile nella sua sentenziosità. Sempre a lei è legato il “colpo di scena” finale, na roba da prendere, alzarsi e uscire dal cinema, se non fosse che è collocato nella penultima scena.

In definitiva, “Diciotto anni dopo” mi è piaciucchiato. Anche se, mi viene da dire, un tema così complesso come il rapporto fra i due fratelli è stato trattato forse troppo superficialmente, anche per non cadere nella pura “drammaticità”. E forse è proprio questo che non mi ha convinto: il collocarsi del film a metà strada fra commedia e tragedia, senza prendere con convinzione né l’una né l’altra strada. Scelta anche coraggiosa, certo, ma che forse avrebbe richiesto un po’ di più maestria ed esperienza di quella dell’esordiente regista Leo. Voto: 6/7 (ma senza colpo di scena finale sarebbe stato un sette pieno).

P.S. comunque la Costantini la perdoniamo e la perdoneremo sempre per un motivo: Boris.

Commenti (3)

Le otto cose che ho imparato allo Iusy World Festival 2011

1. Ho imparato che la dimensione internazionalista e europeista è una dimensione imprescindibile per chiunque faccia politica per cambiare (in meglio) la realtà. L’internazionalismo, passato di moda insieme all’idea della rivoluzione globale, deve ritornare ad essere un valore fondante per i partiti progressisti. Il costo di un mancato coordinamento nell’azione dei progressismi globali comporterebbe la definitiva sconfitta della politica, ancorata alla dimensione nazionale, da parte di un mercato e di un’economia sempre più globali. A maggior ragione il progressismo europeo deve anticipare il processo di integrazione continentale, includendo nei diversi programmi di governo nazionali punti ed azioni comuni.

2. Ho imparato che nell’Internazionale Socialista c’è dentro di tutto. La minoranza interna (International Marxist Tendency) ha posizioni che in Italia ha solo Rifondazione Comunista. Mentre gran parte dei ragazzi provenienti dai paesi scandinavi hanno invece le stesse nostre posizioni. Ho anche imparato che dentro l’Internazionale Socialista ci sono moltissime organizzazioni che socialiste non sono (i giovani di Fatah e del African National Congress per fare due esempi veloci).

3. Ho imparato che esiste almeno un paese in cui far politica da progressista è peggio che in Italia: gli Stati Uniti d’America.

4. Ho imparato che negli altri paesi europei la discussione politica progressista (partiti e opinione pubblica tutta) va molto oltre l’opposizione obbligata ad un governo con tendenze incostituzionali, e che invece sono molto sentiti temi che da noi sono di nicchia: soprattutto la giustizia sociale e la ridistribuzione delle ricchezze, di cui in Italia non si parla seriamente da decenni.

5. Ho imparato che le giovanili degli altri paesi europei sono molto meno omogenee politicamente dei Giovani Democratici italiani. Gli Jusos tedeschi (Spd) per fare un esempio, e questo nonostante il fatto che esista un partito di media importanza a sinistra dell’Spd, la Linke. Una sera ho parlato con uno Jusos che mi proponeva la rivoluzione, la sera dopo con un segretario regionale della stessa organizzazione che si definiva “liberalsocialista”.

6. Ho imparato che i Giovani Democratici non hanno niente di cui vergognarsi dell’arancione della propria bandiera, considerando che i giovani socialisti francesi brandiscono orgogliosamente uno stendardo rosa fin dagli anni ’50.

7. Ho imparato che Bella Ciao è uno dei canti di lotta più conosciuti dentro lo Iusy, tanto da venir cantata subito dopo L’Internazionale alla chiusura del festival. Certo, questo porta a delle fastidiose conseguenze (tipo Bella Ciao cantata in tedesco – una bestemmia per evidenti ragioni emotive), ma fa comunque piacere.

8. Ho imparato che i Giovani Democratici sono un’organizzazione sempre più forte in tutta Italia, un’organizzazione fatta di ragazzi che condividono valori e passione, nonché metodi di lotta e di lavoro. Ho imparato che siamo stimati a livello europeo e internazionale (anche grazie ai nostri bravi vicepresidenti Ecosy e Iusy) e riconosciuti come parte integrante del movimento progressista internazionale, seppur nella nostra particolarità.

E scusate, ma questo in Italia non lo può dire nessun altro.

Commenti (2)

Adinolfi, non dire cazzate.

L’illuminante Mario Adinolfi si è preso la briga di indicare la via al Partito Democratico, e l’ha fatto con due articoli su Europa. La sua tesi di base (sottointesa in tutti i punti del suo “Che fare?”), è che il Pd debba ricalcare la Democrazia Cristiana. Per questo consiglia di “consegnarsi a una leadership cattolica”, cioè a Matteo Renzi. Al di là della tesi di fondo, che non ho voglia né tempo di discutere, ciò che ha attirato particolarmente la mia attenzione è il primo paragrafo del secondo stralcio di articolo, titolato significativamente “Ricalcare la Dc”.

In poche righe il buon Adinolfi esprime un concetto molto interessante: la dirigenza del Pd partecipa alle mostre sul Pci perché è tutta (sic) proveniente dal Pci, e per questo non verrà mai votata, perché “la maggioranza degli italiani non manderà mai un comunista a Palazzo Chigi attraverso libere elezioni”. Al di là del fatto che alla mostra “Avanti Popolo!” sono andati numerosi esponenti del Pd provenienti da percorsi lontanissi dal comunismo (sì, esistono, Mario), al di là del fatto che “la maggioranza degli italiani” (cioè il 50% degli italiani) non ha mai votato la Dc (il cui massimo storico, nel 1948, è stato il 48%), al di là di questo, dicevo, mi sembra che Adinolfi parta proprio dal concetto sbagliato, quello secondo cui il Pd dovrebbe “abiurare” (testuali parole) una parte della sua eredità storica. E questo mi sembra un errore madornale.

Il Partito Democratico non si può limitare a “ricalcare” una delle tante tradizioni politico-culturali che lo compongono, perché, in questo modo, fallirebbe la sua missione storica, quella cioè di essere la sintesi, l’hegeliano aufhebung, fra le culture politiche che hanno creato e, con ruoli diversi, governato per quarant’anni la Repubblica Italiana. Pensare che si possa ricreare uno dei modelli dei vecchi partiti di massa è un’idea tanto sciocca quanto romantica. Le condizioni di base della società italiana sono talmente cambiate che non potrebbe esistere mai (e infatti non esiste) un “partito di massa” comunista o cattolico in senso stretto. Il socialismo reale è crollato, la società si è secolarizzata.

Quindi, caro Adinolfi, più che “ricalcare” la Dc e “abiurare” il Pci, io suggerirei di prendere esempio dall’esperienza politica di entrambi, lasciando perdere riedizioni anacronistiche di identità politiche ormai estinte (o meglio, evolute) e concentrandoci sul loro insegnamento organizzativo. Però è solo un suggerimento, ci mancherebbe.

Lascia un commento

Perché noi non siamo un comitato elettorale.


Tessera Sel 2011

Tessera Sel 2011

Tessera 2011 Pd

Tessera Pd 2011

 

Lascia un commento

Perché le primarie non sono il mio “mito fondativo”

Tempo fa, l’ex ministro Artuso Parisi definì le primarie come il “mito fondativo” del Partito Democratico. In una delle sue ultime bussole, Ilvo Diamanti ha rilanciato la definizione, rilanciando anche la discussione all’interno e, soprattutto, all’esterno del partito in merito a questo strumento. Non voglio perdermi nella discussione “primarie sì, no, boh, forse”, per due ragioni: primo, esistono degli organi di partito democraticamente eletti dagli iscritti e deputati a discutere e decidere in merito; secondo, mi sembra solo l’ennesima tediosa discussione interna, montata ad arte da persone dentro (e fuori) il partito interessate a indebolire l’attuale dirigenza e il Pd nel suo insieme. Voglio solo ricordare a voi tutti, a tal proposito, le indispensabili e memorabili discussioni sulla parola “sinistra”, sull’appellativo “compagno” e sulle “Feste dell’Unità”. Certo, non sto dicendo che il tema delle primarie non sia rilevante di per sé, sto dicendo che non è rilevante in questo momento, dato che il Governo non è entrato in crisi e, a dirla tutta, non sembra neanche troppo intenzionato a farlo.

Detto questo, vorrei portare all’attenzione dei miei sparuti lettori un tema che in questa discussione è stato appena accennato, quello della sostanza del “mito fondativo”. L’unico dirigente nazionale del Pd che ha posto l’accento su questo negli ultimi giorni è stato Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, in questa intervista a Il Riformista, che vi consiglio di leggere. Per i più pigri, la parte interessante, nonché quella che ispira questo post, è questa: “Eviterei di continuare a parlare di primarie. Quelle vanno fatte quando si deve, ma non possono diventare il mito fondativo del Pd. Ne abbiamo altri certamente migliori”.

Questa frase, pronunciata alla fine dell’intervista, è passata in secondo piano, anche nel titolo, rispetto al tema-del-giorno, l’accordo Mirafiori. Eppure, ho l’impressione che questa breve frase descriva quasi alla perfezione il problema alla base di tutti gli altri problemi del Pd.

Partiamo dal principio. Il motivo per cui si forma un partito, dal mio punto di vista, è quello di portare avanti un obiettivo condiviso dai suoi associati, gli iscritti. I grandi partiti popolari italiani del secolo scorso seguivano questa regola. Ogni partito, nella sua specificità, aveva un obbiettivo, che era, per ovvie ragioni, il suo mito fondativo, cioè il motivo stesso per cui si era formato e combatteva. Da questo obbiettivo, da questo mito fondativo, discendevano le scelte della quotidianità politica, l’identità del partito e la disciplina della sua dirigenza. Se vogliamo fare un esempio attuale, la Lega Nord, al di là del carisma di Bossi, rispetta questo schema, tenendo fisso come suo mito fondativo (trascendente quindi la quotidianità politica) l’indipendenza della Padania.

Ecco, la mia domanda, che ricalca in parte quella di Rossi, è questa: può un partito progressista che aspira ad essere un partito modernamente “di massa” basare la sua stessa esistenza su un mito debole come le primarie? Possiamo noi tenere come unico punto fisso della nostra azione politica, al di là delle oscillazioni della politica di ogni giorno, il fare le primarie? La mia risposta è no. E non perché voglia abolire le primarie, e neanche perché le voglia togliere dall’orizzonte dei metodi del Pd. La mia risposta è no, perché credo (e spero) che l’obbiettivo per cui io e molti miei compagni facciamo attività politica ogni giorno sia un motivo più nobile, più umano e forse più utopico che una semplice questione di metodo. Certo, possiamo cercare di usare il più possibile questo strumento, ma vogliamo veramente ridurre il mito fondativo, il motivo sociale, lo scopo ultimo del Partito Democratico al “fare le primarie”?

Mi si dirà: “eh, ma questo non implica il fatto che non si debbano fare”. Certo, chiaro, non sto dicendo questo. Quello su cui sto cercando di porre l’attenzione è che una parte della dirigenza del mio partito risponde positivamente alle mie domande di prima, rendendo quindi un metodo come quello delle primarie il fattore sine qua non del partito a cui sono iscritto, il Partito Democratico.

E questo io, signori e signore, compagni e compagni, amici e amiche, democratici e democratiche, non lo posso e non lo potrò mai accettare.

Lascia un commento

Le mie perplessità su Vendola

Poche ore e inizierà la prima “Assemblea Nazionale” delle Fabbriche di Nichi. Mi sono chiesto più volte quale fosse la mia posizione su questo movimento e sullo stesso Vendola, e devo dire di essermi trovato in una posizione piuttosto scomoda: da una parte, per ragioni principalmente emotive, sono affascinato dalla sua personalità e dalla sua aurea di nuovo eroe della Sinistra italiana. Dall’altra, ragionando a mente fredda, sono portato ad una più saggia diffidenza. Perché?

1. Motivazione cinica (e al tempo stesso da innamorato): se Vendola vincesse le primarie del centro-sinistra (il che potrebbe anche essere) alle elezioni il Partito Democratico perderebbe una parte importante del suo elettorato in favore di Sinistra Ecologia e Libertà (ammesso che non cambi di nuovo nome), ormai percepita come lista personale di Vendola. In sintesi, avere Vendola come candidato premier porterebbe ad un’emorragia di voti dal Pd a Sel. Perché questo non mi va bene? Primo, perché al mio partito ci tengo. Secondo, perché alla fine della fiera, anche se Vendola vincesse le primarie, alle elezioni quantomeno i tre quarti dei voti alla coalizione li porterebbe il Pd. Terzo, perché se il Pd calasse ancora nei risultati elettorali, morirebbe. Il che può essere visto con simpatia da una parte (larga) di elettorato scontento, certo. Ma tralasciando gli umori del popolo del centro-sinistra, la morte del Pd porterebbe alla fine di un’esperienza di contaminazione fra famiglie politiche moribonde in Italia (quella post-comunista e quella democratico cristiana) che deve ancora esprimere gran parte delle sue potenzialità.

2. Motivazione politica: il modello di affermazione della leadership portato avanti da Vendola è un modello di destra. Sì, è un’affermazione un po’ tranchant, lo so. Cerco di motivarla velocemente. In Italia la destra segue da ormai 15 anni un modello neoliberista condito da un po’ di sano populismo. Questo modello trae la sua linfa vitale da un individualismo di fondo che si manifesta a tutti i livelli: nella politica economica, certo, ma anche (e soprattutto) nella figura del leader di riferimento, adorato dalla base elettorale e, di riflesso, dai quadri intermedi, che ascoltano e applicano le sue decisioni senza troppo discutere. E ciò avviene sia nella Lega, sia nel Pdl, anche se i due modelli partitici sono agli antipodi. A questo aggiungete il fatto che il leader cerca sempre il contatto diretto con la base elettorale e avrete bello e impacchettato il modello di leadership della destra italiana. Ora, mi chiedo: questo modello è applicabile al modello vendoliano? Io vedo delle inquietanti analogie. Vendola usa il suo partito, Sinistra Ecologia e Libertà, come una falange personale. Se in tutta Italia avviene quello che avviene a Vicenza (e i compagni vicentini non me ne abbiano – tanto me ne hanno e me ne avranno lo stesso) Sel si è sostanzialmente riconvertita a comitato elettorale di Vendola, promuovendo e abdicando quasi completamente l’azione politica alla locale “Fabbrica di Nichi”. Ora, Sel è formata prevalentemente da militanti che provengono da due storie di partito organizzato, i Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista; il fatto che accettino così a cuor leggero il fatto di riconvertire il progetto politico della loro militanza da un progetto, appunto, partitico ad un progetto personalistico mi fa supporre che o Vendola eserciti su di loro un richiamo talmente forte da abbandonare ogni spirito critico oppure pensino, sotto sotto, che il progetto delle Fabbriche porterà (come ovvio) ad un rafforzamento del partito. Parlando con un po’ di compagni, mi pare prevalga la seconda considerazione (supportata anche dal fatto che molti “esterni” si siano iscritti alle Fabbriche), grazie  a dio. Però mi permetto di sottolineare che questa considerazione è fallace. Fallace perché anche se Sel poi arrivasse all’8%, arrivandoci in questo modo pagherebbe comunque di una deformazione alla nascita: l’essere un partito personale. Cosa sarebbe Sel senza Vendola? Poca cosa. Cosa sarebbe il Pdl senza Berlusconi? Ecco, io questa la definisco un’inquietante analogia.

Commenti (6)

Post più vecchi »
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.